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lunedì 16 marzo 2020

Senza nome, Wilkie Collins

Era il 1862 quando Wilkie Collins, dopo il successo di Basil e La donna in bianco, tornava a far compagnia ai lettori inglesi con un nuovo romanzo, intitolato Senza nome. Ancora una volta, il suo pubblico restò appeso ad un filo per un anno intero, aspettando di mese in mese che il capitolo successivo venisse pubblicato sulla rivista All The Year Around, diretta dal celebre collega ma soprattutto caro amico Charles Dickens.

Il lettore contemporaneo è per fortuna salvo dal patimento dell'attesa alla fine di un capitolo avvincente, e può bearsi di Senza nome nella sue gloriose 800 pagine tutte insieme, presentate in una nuova bellissima veste da Fazi Editore nel 2015.

Credo che una persona normale, sapendo di andare incontro ad un periodo ricco di impegni che lascerà ben poco tempo ed energie da dedicare alle proprie passioni, avrebbe scelto di affrontare letture più brevi ed agevoli; all'inizio dello scorso febbraio invece, io ho guardato le mie librerie e fatto proprio il ragionamento opposto: sarò spesso stanca, stressata e sotto pressione - mi son detta - i momenti che riuscirò a dedicare alla lettura saranno sicuramente pochi, ma voglio che quei momenti mi facciano immergere dalla testa ai piedi in un altrove. Il miglior altrove che mi è venuto in mente, è stata la mia amatissima Inghilterra vittoriana e, memore dell'esperienza più che positiva del mio primo incontro con l'autore, avvenuto leggendo La donna in bianco, ho deciso di buttarmi su Senza nome.


Senza nome è la storia di due giovanissime sorelle - appena diciottenne l'una, di un paio d'anni più grande l'altra -, Norah e Magdalen Vanstone, che dopo un'infanzia ed un'adolescenza come tante, vissute in seno ad una famiglia amorevole nella tranquillità di Combe Raven - questo il nome della grande proprietà che era la loro casa - si vedono catapultare nella vita adulta nel più triste e più violento dei modi. Una serie di sfortunati eventi - è proprio il caso di dirlo - le priva dall'oggi al domani di tutto ciò che hanno sempre avuto e conosciuto: improvvisamente orfane, perdono assieme agli amati genitori anche il nome che avevano fino ad allora portato, e di conseguenza anche tutto ciò che per diritto sarebbe loro spettato - l'eredità paterna, la casa e tutti i beni in essa contenuti. Le figlie pagano loro malgrado le colpe dei genitori, che fino a poco prima di andarsene tragicamente non erano legalmente sposati, all'insaputa di tutti coloro che gli son stati vicini per una vita intera, come Mrs Garth, arrivata a Combe Raven  come istitutrice per le bambine e poi rimasta come governante della casa, ed ora unico punto di riferimento per le giovani Vanstone, relitti infelici di un'esistenza perduta. Mrs Garth si offre di ospitarle presso la scuola diretta da sua sorella a Londra, dove potranno trovare momentaneamente vitto e alloggio e cercare poi un impiego come istitutrici private presso le buone famiglie inglesi.

Norah e Magdalen sono quanto di più diverso si possa immaginare, mi hanno ricordato almeno per quanto riguarda l'opposizione dei caratteri le sorelle austeniane di Ragione e Sentimento: tanto Norah è introversa, controllata e pacata, quanto Magdalen è al contrario esplosiva e preda delle proprie emozioni. Non stupisce quindi che anche alla tragedia subita risponderanno in maniera totalmente diversa: Norah non pensa neanche per un secondo di potersi ribellare o di poter fuggire dalla situazione in cui si trova, e seguendo le istruzioni di Mrs Garth si impegna a fare l'istitutrice privata; Magdalen, invece, non aspetta un secondo prima di fuggire e di cominciare senza neanche avere le idee chiare o un progetto preciso a lavorare per ottenere quello che fin da subito ha sentito essere il proprio dovere: riportare l'eredità paterna nelle legittime mani, ossia le sue e quelle di sua sorella Norah, non tanto per amor della ricchezza, quanto verso quel caro padre che in una lettera vergata poco prima di morire scriveva come non avrebbe potuto riposare in pace se non avesse risolto quella faccenda e non avesse saputo le sue figlie al sicuro da ogni cosa. Tutti i beni paterni sono finiti nelle mani di uno zio che né Magdalen né Norah hanno mai conosciuto, essendo il loro papà in cattivi rapporti con la propria famiglia di origine da prima che loro nascessero; ed è proprio a causa di quegli antichi dissapori che l'anziano zio rifiuta categoricamente di avere pietà delle nipoti, vedendo nell'intera vicenda il meritato risarcimento che secondo lui gli spettava per riparare ai danni causatigli dal fratello minore. 

L'avaro ed anziano zio Vanstone viene ben presto a mancare, ma la situazione non migliora poiché l'eredità passa interamente nelle mani del suo unico figlio, Noel Vanstone, un essere gracile e malaticcio che nutre dei sentimenti solo verso i beni materiali. Rimasto senza il padre, Noel Vanstone continua a vivere con Mrs Lecount, governante di origini svizzere da sempre al loro servizio, intelligente, astuta, malvagia e capace di comandare a bacchetta Noel Vanstone senza che egli se ne renda conto.

Magdalen, nel frattempo, sola nella grande città, viene ben presto rintracciata da un mezzo parente della defunta madre, un capitano che per tutta la vita non ha fatto altro che campare di stratagemmi e di sotterfugi, definendosi un agricoltore morale: un modo elegante per dire furfante di professione. Pur diffidando di tutti, e di quest'uomo in particolare, non avendo posto dove andare od anima viva a cui rivolgersi, Magdalen decide di seguire il capitano Wragge, iniziando così quella che sarà una lunga convivenza con lui e con la moglie, Mrs Wragge, gigantessa buona col cervello un po' lento, che si affezionerà profondamente a Magdalen e che sarà per molto tempo l'unica creatura a smuovere in lei sentimenti sinceri, sempre più dura ed infelice a causa dei passi che si costringe a compiere pur di portare a compimento il dovere che si è auto-imposta.

La parte centrale del romanzo, ed il cuore dello stesso, è un lungo ed inesauribile duello tra due schieramenti: da una parte Magdalen ed il capitano Wragge, dall'altra quel fantoccio di Noel Vanstone manovrato e protetto da Mrs Lecount. In particolare, il capitano Wragge e Mrs Lecount costituiranno l'un per l'altra un degno nemico, come mai ne avevano incontrati in precedenza e si sfideranno a suon di astuzia senza esclusione di colpi. Il movente di Magdalen resta sempre solo ed unicamente rendere giustizia alla memoria dei propri genitori, quello del capitano Wragge è la ricompensa in denaro che gli spetterà per i servizi resi qualora vincano la battaglia - anche se finirà sorprendentemente con l'affezionarsi davvero a Magdalen -, quello di Mrs Lecount è preservare integro il patrimonio del suo padrone per salvaguardare i propri interessi.  



Appena terminata la lettura, mi son resa conto di non sentirmi poi così entusiasta o appagata come mi sarei aspettata, ed inizialmente mi son detta che doveva essere a causa mia, che avevo sicuramente scelto il momento sbagliato per leggere un romanzo così corposo, e che la lettura così incostante e diluita nell'arco del mese doveva averne inficiato il risultato. Poi, con calma, mi sono accorta che non era affatto così e che c'erano effettivamente delle cose che non mi erano piaciute.

Innanzi tutto, Senza nome è troppo lungo. Non l'ho mai detto a proposito di un libro ed è un commento che mi fa quasi orrore mettere nero su bianco, perché per me i libri non sono mai troppo lunghi, specie i grandi classici o quelli di autori che, a prescindere dalla materia, sanno narrare, e Collins è di sicuro tra questi. Però - e credo sia quasi oggettivo - in Senza nome si avverte un qualcosa di troppo: non sarei in grado di prendere dei paragrafi o dei capitoli e dire "di questa parte se ne poteva fare a meno", ma gli intrighi, il continuo tramare da un lato e dall'altro, lo scoprire le carte di qua solo per poi mescolarle e complicare ulteriormente di là o non è abbastanza avvincente da non farmi stancare mai sino alla risoluzione finale, oppure Collins stavolta ha davvero allungato troppo il brodo. Non c'è dubbio che l'originale pubblicazione a cadenza mensile sortisse tutto un altro tipo di effetto, e che forse Senza nome essendo nato per esser letto in quel modo risenta negativamente dell'essere un tomo fatto e finito; tuttavia, ne ho letti diversi di romanzi nati a puntate - tra cui anche La donna in bianco - e non avevo mai riscontrato questo tipo di problema. A questa eccessiva lunghezza si accompagna per contro un finale che ho trovato sbrigativo e troppo semplicistico.

Ancor peggio, dal mio punto di vista, è il fatto che ho avuto l'impressione che Senza nome mancasse totalmente di originalità, e questo è stato l'elemento che mi ha delusa più di tutto, perché La donna in bianco  si regge su una narrazione geniale che non fa che stupire il lettore ad ogni svolta sino alla fine. Mi sono chiesta se sono io ad aver accumulato troppa esperienza con questo tipo di romanzi e che ormai conosco certe dinamiche come le mie tasche, o se Senza nome è effettivamente fuori tempo massimo per poter stupire il lettore contemporaneo. Fatto sta, che tutti i risvolti di trama importanti mi erano chiari fin dal primo accenno e mi hanno quindi lasciata abbastanza tiepida o indifferente. L'unico evento che effettivamente non mi aspettavo (spoiler: la morte di Noel Vanstone) è avvenuto a) troppo, troppo repentinamente e b) è lampante che all'autore questo evento servisse per mandare avanti la trama ed è quindi niente più che una scelta di comodo.

Infine - e questo è un pensiero molto soggettivo - a me è dispiaciuto perdere di vista personaggi presenti solo nella parte iniziale - quella ancora ambientata a Combe Raven - di cui si avranno per il resto del romanzo solo sporadiche notizie. Mi riferisco ad esempio a Mr Francis Clare, uno dei pochi vicini di casa che nonostante la propria misantropia non era riuscito a resistere all'affabilità di Mr Vanstone, il padre di Norah e Magdalen, col quale era nata discussione dopo discussione una bellissima e bizzarra amicizia. Mr Francis Clare è un filosofo cinico ed aveva tutte le carte in regola per essere uno dei miei personaggi preferiti, se non fosse appunto che ha pochissimo spazio. La sua sparizione dalle pagine è ovviamente giustificata dalle circostanze, poiché le protagoniste allontanandosi da Come Raven perdono i contatti con tutto ciò che resta lì, compreso Mr Francis Clare. Molto meno sensato, secondo me, è la pochissima attenzione data al personaggio di Norah. Magdalen si fa certo protagonista di avventure ben più avvincenti, e capisco che Collins abbia voluto puntare su di lei la luce del palcoscenico; tuttavia, io ero molto interessata a Norah nella prima parte del romanzo, e credo che sarebbe stato più interessante alternare i capitoli facendoci vedere anche come se la stava passando lei nel frattempo. Anche perché, seppur la sua quotidianità poteva essere più normale e meno ricca di eventi, Norah ha subito gli stessi identici traumi e le stesse ingiustizie subite da Magdalen e tra le due fa una scelta non meno difficile: in fin dei conti si tratta di una ragazza che dopo una vita nella bambagia accetta di tirarsi su le maniche e inizia a fare i conti con un mestiere non semplice, avendo a che fare con bambine viziate o famiglie pronte a criticare ogni suo gesto. Insomma, secondo me dedicare un po' di spazio in più a Norah avrebbe alleggerito anche quella sensazione di eccessiva lunghezza di cui parlavo prima, data forse dal fatto che alla lunga le scaramucce tra il capitano Wragge e Mrs Lecount stancano.

Quindi, in definitiva, Senza nome è un brutto romanzo? No, certo che no, sempre perché Wilkie Collins è autore abilissimo, tanto nell'uso delle parole quanto nella costruzione delle trame e nella caratterizzazione dei personaggi. Certo è che non consiglierei mai a qualcuno che vuole avvicinarsi alla sua bibliografia per la prima volta di cominciare da questo titolo: La donna in bianco è cento volte superiore in tutto, comprese le tematiche di fondo. In Senza nome, infatti, si nasconde una denuncia sociale, quella della condizione dei figli illegittimi che - come accade a Norah e Magdalen Vanstone - non avevano alcun diritto secondo la legge vigente all'epoca in Inghilterra. Come ben sappiamo, Collins era un avvocato che non esercitò mai la professione, ma fece largo uso delle competenze giuridiche acquisite all'interno dei propri romanzi. In questo senso Senza nome non fa eccezione, ma purtroppo non è riuscito a farmi capire fino in fondo la gravità del problema che intendeva denunciare, perché mi sembra di aver ricevuto al riguardo troppe poche informazioni, o di essermi distratta troppo con la vicenda delle protagoniste col risultato che anche la questione dei diritti degli illegittimi mi pare un espediente narrativo, più che un grave danno realmente vissuto all'epoca - e sicuramente non solo - da molti individui.

Il mio apprezzamento per la penna di Collins non è diminuito dopo questa esperienza poco entusiasmante. Del resto è stato un autore talmente prolifico che qualche basso nella sua produzione non fa che renderlo umano. A buon rendere, caro Wilkie!






mercoledì 6 marzo 2019

La famiglia Aubrey, Rebecca West - ed una divagazione sulla lentezza

Rebecca West è una delle - purtroppo tante - penne femminili che almeno in Italia era finita nel dimenticatoio, o quasi. Qualche sua opera in realtà era ancora reperibile, edita da case editrici minori, di quelle conosciute solamente dai lettori più scrupolosi; ma se vi dicessi che nel 1947 fu definita dal Time la scrittrice "indiscutibilmente numero uno al mondo", ciò basterebbe a farvi rendere conto di che grave peccato fosse lasciarla nell'ombra?



Rebecca West, di origini miste scozzesi ed irlandesi, nacque a Londra nel 1892. Ad oggi si potrebbe forse sostenere che l'autrice ha pagato lo scotto di essere una contemporanea di Virginia Woolf, ma la West fu una delle intellettuali più brillanti e prolifiche dell'epoca, che mise la sua scrittura al servizio del suo tempo. La cosa che più spesso potrebbe capitarvi di sentir dire, su di lei, è che era una fervente femminista, anche se Rebecca West la pensava così:


Io stessa non sono mai riuscita a capire che cosa significhi con precisione femminismo. So soltanto che mi definiscono femminista tutte le volte che esprimo sentimenti che mi differenziano da uno zerbino o da una prostituta.

Probabilmente l'etichetta di fervente femminista le è rimasta addosso da quando a vent'anni era una suffragetta e si scelse quel nome con cui ancora oggi è ricordata. Rebecca West è infatti uno pseudonimo, ed è esso stesso una precisa dichiarazione d'intenti. Il vero nome della scrittrice britannica era Cicely Isabel Fairfield, mentre quello con cui ha firmato qualsiasi cosa abbia scritto, Rebecca West, è un omaggio all'eroina (o forse anti-eroina) protagonista di Rosmersholm, opera teatrale del 1886 del celebre drammaturgo danese, Henrik Ibsen, passato alla storia forse soprattutto per i suoi magistrali ritratti femminili. Le donne del suo teatro, talvolta vincenti talvolta catastroficamente perdenti, erano comunque donne forti, dalle personalità complesse e profonde, sicuramente anticonvenzionali e spesso scandalose per l'epoca in cui si muovevano (basti pensare al più celebre dei suoi drammi, Casa di bambola, che racconta la storia di una donna che ad un certo punto della sua vita abbandona il marito e la casa coniugale, dando la priorità alla ricerca di sé - un fatto inconcepibile, per la società ottocentesca).

La West fu più una giornalista che una romanziera, firmò articoli per il Times, il New York Herald Tribune, il Sunday Telegraph ed altre importanti testate, occupandosi di critica letteraria e di attualità. Viene ricordata anche per i suoi diari di viaggio, come Black Lamb and Grey Falcon (1941), considerata dalla critica la sua opera più significativa: composta da più parti, l'autrice fa un ritratto completo ed esaustivo della storia e della cultura della Jugoslavia, da lei visitata per la prima volta nel 1934. Lo scrittore britannico Geoff Dyer ne ha recentemente parlato in un articolo sul Guardian, scrivendo che si tratta di "un capolavoro supremo che parla di due cose: la Jugoslavia e tutto il resto".

Ma il suo raggio d'azione non si ferma qui, visto che una voce forte e coraggiosa come la sua non poteva certo restare muta davanti ad un evento della portata della Seconda Guerra Mondiale. E' del 1955 A Train of Powder, un reportage sui Processi di Norimberga ai quali assistette personalmente e pubblicato originariamente sul New Yorker, a cui seguirono più tardi altri testi nei quali l'autrice studia il fenomeno della Seconda Guerra Mondiale nel suo insieme, accompagnandolo con le sue riflessioni e le sue conoscenze dirette della storia.

Davanti ad una produzione così vasta e variegata, spesso incentrata su temi caldi, complessi, ancora sanguinanti nel momento in cui lei ci metteva dentro le mani, la sua produzione narrativa sembra quasi una pausa, una sosta dalla realtà cruda e complicata, anche se ciò non deve cadere - erroneamente - sotto l'etichetta di pura finzione o di evasione letteraria: al contrario, Rebecca West attinge dalla realtà anche quando inventa, perché pare che la sua saga familiare incentrata sugli Aubrey sia di matrice autobiografica, fortemente ispirata alla propria famiglia povera e molto colta.

La famiglia Aubrey (il cui titolo originale, ben più poetico, è The Fountain Overflows) è il primo volume di una trilogia a cui Rebecca West lavorò per trent'anni, e l'unico che venne pubblicato mentre lei era ancora in vita. Il titolo originale dice già ciò che di utile si potrebbe dire sul contenuto: è un flusso, un flusso abbondante e denso, che non attraversa deciso il lettore come acqua, ma gli cade dentro piuttosto come farebbe il miele da un cucchiaino nella tazza di tè. In maniera fluida, sì, ma lenta e corposa. Si parla degli Aubrey infilandoli nella dicitura "saga familiare" perché abbiamo sempre bisogno di etichette, di definizioni che ci facciano capire subito, almeno in linea di massima, di che cosa si sta parlando e cosa ci possiamo o dobbiamo aspettare; del resto, La famiglia Aubrey parla effettivamente di una famiglia - quattro figli, due genitori, una domestica - tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, in un'Inghilterra diversa da quella di tutti gli altri scrittori dell'epoca. Un po' come dice Dyer, però, La famiglia Aubrey parla di questo "e di tutto il resto" ed è molto complicato pensare di descrivere quel tutto il resto a chi non si è mai confrontato con la prosa dell'autrice.

C'è un padre che viene dipinto come geniale, brillante, irresponsabile e sfuggente; una madre che era quasi stata una pianista famosa, che viene da una famiglia che ha la musica nel sangue, che lei ha trasmesso ai suoi figli - tutti tranne una. Una madre pianista ed insegnante di musica tra le mura domestiche, dall'aspetto trasandato ai limiti del presentabile perché corrosa dalla loro situazione economica ai limiti della povertà, una madre con le guance smunte e i vestiti rotti, ma con un modo tutto suo di essere premurosa e sempre presente, e che trova sempre una risposta intelligente anche alle domande più difficili. Una domestica gentile che più che altro è un rifugio, nella cucina piccola dove il riscaldamento è sempre acceso e dove nei momenti più pericolosi si può trovare un compito, una faccenda da sbrigare, che tenga occupata la mente e tranquillizzi il cuore. E poi ci sono loro: Mary e Rose, sempre insieme, in sintonia quasi fossero una persona sola, se non fosse per i guizzi di rabbia di Rose o le parentesi solitarie e silenziose tipiche di Mary. E' Rose la voce narrante della storia, è lei che ci racconta della loro dedizione allo studio del pianoforte, con l'unica certezza che un giorno sarebbero diventate musiciste ricche e famose, dando il futuro che merita al piccolo di casa, l'effervescente Richard Quin, e sistemando le esistenze di tutti gli altri membri familiari; la stessa cosa pensa la sorella maggiore Cordelia, tenacemente aggrappata al suo violino nonostante abbiano tentato di farle capire che non possiede alcun talento. Cordelia, che forse non sa suonare ma è l'unica ad essere bellissima, che è profondamente sola: lontana dalla madre, con cui non può avere quel legame fatto di suoni perfetti; lontana dal padre che non è vicino a nessuno; lontana da Mary e da Rose, esclusa dal loro legame di sorellanza e di amicizia sia per età che per carattere; lontana da Richard Quin, che ritrova se stesso nei giochi pieni d'immaginazione di Mary e di Rose; ed infine, anche lontana dalla cugina Rosamund, ma soltanto fino al momento in cui almeno lei riuscirà ad arrivarle finalmente vicino abbastanza.

La famiglia Aubrey descrive un'Inghilterra diversa da quella che sono abituata a vedere nei romanzi della letteratura inglese; siamo lontanissimi dalle brughiere, dalle case grandi che si riempiono di personale e di invitati, dai salotti in cui si allietano le serate con i balli, la musica o la semplice conversazione; non siamo neanche immersi fino al collo nella città, tanto da sentire il rumore degli zoccoli dei cavalli, la polvere sulla pelle e il caos del fermento di Londra alla maniera di Dickens. Gli Aubrey non frequentano nessuno, tanto per dirne una, sono profondamente isolati ma non esprimono affatto un senso di solitudine o emarginazione: sembrano al contrario bastare a se stessi, tanto che questo dettaglio non viene sfiorato che da qualche preoccupazione sui ragazzi, che forse dovrebbero essere più inseriti in società (soprattutto le ragazze, ovviamente, come troveranno un marito?) o da quei commenti razionali delle ragazze sul fatto che a scuola nessuno le avvicina. A parte Cordelia, certo, lei è diversa, non appartiene veramente a quella famiglia, e riesce sempre a piacere molto agli insegnanti e persino talvolta a farsi qualche amica. 
E così come Rebecca West ci racconta dei luoghi diversi - fisicamente marginali, fatti di singole strade abitate, di abitazioni con giardino i cui paletti limitano l'esistenza di chi vi abita, di piccole botteghe dentro cui contare gli spiccioli, e talvolta un treno, una Chiesa a Natale, persino un'automobile una volta - la sua penna ci racconta anche personaggi estremamente diversi, dei veri e propri outsider, che vivono e pensano e crescono con regole tutte loro, che col tempo si fanno proprie anche del lettore. Infatti è come se anch'io avessi partecipato alla tradizione settimanale del lavaggio dei capelli, seduta poi con loro davanti al camino acceso per farli asciugare, ed intanto arrostire le castagne da mettere in bocca ancora bollenti ed insieme bere latte fresco. Sembra anche a me di aver giocato con gli animali immaginari nei lunghi pomeriggi - i cavalli nelle stalle vuote, i cani addormentati in salotto e poi quella lepre simpatica e saggia. Ancor di più, ho sentito di essere presente in ogni singolo momento ad alta tensione, quelli in cui ora un personaggio ora l'altro non ne può più degli ordini familiari prestabiliti e deve, a modo suo, far qualcosa per distruggerli. Il personaggio di Cordelia, in particolare, mi ha attratta e incuriosita fin dall'inizio, proprio per quel suo essere qualcosa di diverso all'interno di un nucleo così compatto: fin dai primi capitoli mi son fatta l'idea che se fosse stata lei, la voce narrante, avrei avuto tra le mani una storia molto diversa, gli stessi fatti ma condensati in un gusto di tutt'altro tipo - malinconia, frustrazione, solitudine, rabbia. Cordelia ed i suoi tratti egocentrici, Cordelia grandi occhi e boccoli ramati, Cordelia troppo grande per essere bambina e troppo bambina per essere grande, che pure con i grandi condivide obiettivi pragmatici piuttosto che sogni appassionati.

 La storia mi ha affascinata sin dalla prima riga, ed andando avanti mi ha coinvolta sempre di più fino ad un finale che, dopo un vorticoso climax ascendente, mi ha mollata con un violento schiaffo emotivo in piena faccia; ma è la scrittura della West, soprattutto, ad avermi avvolta tutta, come un morbidissimo plaid dal quale, in un freddo pomeriggio invernale, non vorresti più uscire. Il commento dei lettori che ho visto più spesso accompagnare questo romanzo è "lento", ed è un aggettivo che negli ultimi tempi sento usare sempre più spesso. Lenti molti libri fotografati su Instagram, quando parlo con gli amici e chiedo allora, com'è questa serie tv? "Eh, è lenta..." e non capisco mai cos'è che effettivamente le persone vogliono dire, quando commentano qualcosa esaurendo un opinione nell'aggettivo lento. Ogni volta ho l'impressione che in quei momenti il concetto di lentezza riassuma in sé diverse sfumature, ma tutte con un'accezione tendenzialmente negativa, come un modo più gentile o più nobile per dire in realtà noioso. Mi sto facendo l'idea che, anche tra i lettori - persone che proprio in virtù di questa passione in teoria ricercano bolle di tempo in cui la vita non bussa incessantemente alla porta, e ci si può lasciar galleggiare senza fretta sulla carta - si stia diffondendo, come edera urticante, il virus dell'impazienza. Nessuna epoca è andata di fretta come la nostra, e non in un senso positivo: è come se l'obiettivo generale fosse vedere vedere fare vedere il maggior numero di cose possibili nel minor lasso di tempo possibile. E qualsiasi cosa imponga invece un tempo diverso, un ritmo che non può essere riassunto né tradito, viene percepito come troppo lento. Forse però non sono certe cose ad essere lente, ma noi che andiamo sempre troppo di fretta.

La scrittura di Rebecca West è stata, a ragione, paragonata da Alessandro Baricco allo scorrere di un fiume. Un fluire continuo, sostenuto, al quale all'inizio bisogna adeguarsi, ma una volta che ci si entra ci si lascia trasportare magnificamente. Dopo averlo letto ho anche capito come mai lo scrittore torinese avesse affermato che se avesse dovuto scegliere un libro da portarsi su un'isola deserta, quel libro sarebbe stato La famiglia Aubrey: io non rileggo mai i libri già letti, eppure ho la sensazione che se ricominciassi oggi questo romanzo, che pure ho affrontato solo il mese scorso, mi troverei davanti una storia completamente nuova, quasi mai sentita prima. C'è dentro una forza, una corposità, una stratificazione di elementi e così tanta violenta bellezza che fanno de La famiglia Aubrey un libro che non potrà mai esaurirsi, che continuerà a rinnovarsi attingendo alla sua stessa forza. Ci sono dei momenti - ne ricordo nello specifico un paio - in cui la scrittura smette di esser fatta di parole e si fa pittura, dipingendo ritratti brillanti e immagini nitide, dai quali ci si riprende poi come appena svegliati da un sogno ad occhi aperti.

Insomma, io non posso concludere dicendo altro se non che La famiglia Aubrey è un capolavoro supremo che parla di due cose: di una famiglia inglese, e di tutto il resto.

domenica 3 febbraio 2019

La donna in bianco, Wilkie Collins

Walter Hartright cammina indisturbato, perso nei suoi pensieri. Sono tanti in quella tiepida notte londinese, proprio per questo ha scelto un tragitto più lungo del necessario per tornare al suo appartamento dopo la consueta visita al villino di sua madre e sua sorella. Ha scelto una strada più lunga, un isolato tratto dall'aspetto campestre, proprio per poter camminare e macinare assieme ai passi quei pensieri sull'immediato futuro che gli frullano confusi nella testa. Quella sera, a casa della madre era presente anche un amico di vecchia data, il professor Pesca, un italiano piccolo e pittoresco che nella capitale inglese insegna la sua lingua madre. Pesca, coi suoi modi sopra le righe, non stava nella pelle dalla felicità: aveva finalmente trovato un modo per ricambiare un antico favore ricevuto dal buon Walter, e per il quale non aveva mai smesso di sentirsi fortemente in debito. La risoluzione di tale debito morale, da parte di Pesca, consisteva in un'allettante offerta di lavoro. Walter Hartright, infatti, come il proprio defunto padre, è un insegnante di disegno, e Pesca gli ha trovato un ottimo ingaggio presso Limmeridge House, dove dovrà curare una certa collezione del proprietario di casa, ed insegnare l'arte dell'acquerello a due giovani signorine.

La durata dell'impiego e la paga prevista sono talmente buone che la madre e la sorella di Walter, ascoltando il profluvio di parole di Pesca che mostra con orgoglio cosa è riuscito a fare, si lasciano andare ad applausi, esclamazioni di gioia e quasi alla commozione, con estrema soddisfazione del professore d'italiano; Walter, invece, pur rendendosi conto di quanto sia sciocco da parte sua, sente subito una punta di repulsione, come se il suo istinto gli dicesse di non accettare. Tuttavia, una proposta di lavoro come quella non capita tutti i giorni ad un giovane e modesto maestro di disegno e, visto anche l'entusiasmo dei suoi cari, non può proprio permettersi di rifiutare; così accetta, e deve già fare i preparativi per l'imminente partenza. Si concede però quella passeggiata solitaria, guidato dalla luce di una luna lontana, per interrogarsi sulle proprie sensazioni e cercare di scendere a patti con se stesso ed il proprio dovere.

Le sue meditazioni vengono improvvisamente interrotte da un tocco, breve e deciso, sulla sua spalla. Nonostante Walter non avesse udito dei passi dietro di sé, né avesse percepito in alcun altro modo la presenza di qualcun altro lungo la strada buia e deserta, voltandosi sorpreso e spaventato scopre una donna sola e visibilmente agitata. Se non fosse proprio che ella appare impaurita e spaesata, Walter si lascerebbe probabilmente prendere dall'inquietudine - per la stranezza della situazione, per esser stato colto così di sorpresa, per l'aspetto della sconosciuta che un po' scarmigliata ed interamente vestita di bianco sembra quasi un fantasma; ma, da gentiluomo quale egli è, torna subito in sé e cautamente cerca di capire che cosa sta succedendo. La donna, che non gli dirà mai il suo nome, non vuole altro che un'indicazione per raggiungere Londra e la carrozza più vicina, che la condurrà presso la casa di una cara amica che la attende. Leggermente rassicurato, Walter si offre di accompagnarla, e così compiono l'ultimo tratto di strada l'uno affianco all'altra, chiacchierando - quasi - del più e del meno. La donna talvolta fa domande strane, ad esempio ci tiene a sapere se Walter conosce molti baronetti, e diventa chiaro dall'apprensione con cui attende le risposte che sta fuggendo da qualcosa o da qualcuno. Tra quelle chiacchiere casuali, esce dalle labbra della donna anche Limmeridge House, proprio il luogo dove Walter dovrà recarsi il giorno dopo; la misteriosa donna in bianco ricorda giorni felici della sua infanzia presso quel luogo, e l'affetto che ancora oggi nutre per la defunta signora, che era la maestra della scuola e che l'aveva presa sotto la sua ala durante il breve periodo che aveva potuto trascorrervi. L'assurda coincidenza desta tutta la curiosità di Hartright, che tuttavia non riesce a scoprire nulla di più, ed aiutando la donna a salire sulla prima carrozza che trovano una volta arrivati in città è convinto che non la vedrà mai più.

Questo è soltanto l'inizio di una lunga ed avvincente storia, all'interno della quale si incontrano una moltitudine di personaggi tridimensionali ed indimenticabili. A partire dalle signorine cui Walter Hartright doveva impartire le sue lezioni di disegno, Laura Fairlie e Marian Halcombe, due giovani donne, sorelle solo per parte di madre, diversissime in tutto ma legate da un profondo amore.
Laura, delle due, è quella sinceramente interessata al disegno. Consapevole di non essere un grande artista, vuole tuttavia migliorare ed imparare quanto possibile per rendere più belli i suoi acquerelli, e trarre maggior soddisfazione da quel prediletto passatempo; Marian, invece, lo trova appunto un passatempo da signorine perbene e non ne trae alcun vero godimento. Accetta di partecipare soltanto per Laura, per farle compagnia e condividere con lei il proprio tempo ed i suoi interessi.
Delle due, Laura è quella cui la vita ha sicuramente donato di più: la bellezza, e la ricchezza. Lunghi capelli biondi, occhi celesti, una figura in ogni dettaglio femminile e delicata, Laura è la donna angelo cui gli ideali classici ci hanno abituato. E' infatti anche di gusti molto semplici, ha un cuore puro e generoso ed una bontà che traspare dal suo viso e s'intuisce da ogni gesto.
Marian, al contrario, non ha un aspetto attraente, ma compensa con un'acuta intelligenza ed una personalità a dir poco carismatica e - oh, mio Dio! - quanto ho appassionatamente adorato questo personaggio! Il suo temperamento indomito, la sua insofferenza per i limiti posti ad una donna nella sua epoca, contro cui però non si scaglia mai apertamente e con una foga forse inutile, sole piccole allusioni spesso ironiche; la sua grande capacità di osservazione e di comprendere sempre chi ha davanti o cosa la aspetta, il suo coraggio, la sua scaltrezza, e la sua capacità di combattere sino allo stremo delle forze per le persone che ama. Marian è, in una rosa di personaggi ugualmente ben caratterizzati, quella che per me brilla di più, verso la quale son sempre stata più attratta, forse per quella propensione che, da donna, mi fa amare le donne forti ed intelligenti come lei. Una menzione va però fatta anche al conte Fosco, un altro italiano che si distingue per la sua mole gigantesca, per la sua voce baritonale, per la sua infantile passione per i dolci, e per il suo atteggiamento materno verso i suoi adorati animaletti - topolini bianchi e canarini, per lo più. Ma il conte è molto di più di questo, e non c'è altro modo di descriverlo se non con le parole di Marian: si era inevitabilmente attratti da lui, ma allo stesso tempo - fin dal primo incontro - sente la certezza che non lo avrebbe mai voluto come nemico.

Sono molti altri i personaggi che il lettore incontra lungo le quasi ottocento pagine che compongono il romanzo. C'è un Sir Percival, un inutile ed irritante Mr Fairlie, un'infermiera, una governante, Madame Fosco e così via; spingersi a riferire troppo sul loro conto non è possibile, e non è possibile perché i personaggi sono in questo caso strettamente legati al ruolo che svolgono all'interno della storia. Una storia che ha a che fare con un matrimonio, con i soldi (e quando mai non c'entra il vile denaro!), con una serie di inganni e sotterfugi, con misteri appartenenti al passato il cui riverbero intacca il presente, con una vecchia matrona che abita ad Old Welmingham, e dove persino il prete s'inchina passando davanti casa sua...

La donna in bianco è veramente un bel romanzo. E' una macchina narrativa intricata e complessissima, sostenuta però da una scrittura scorrevole e di sconfinata raffinatezza. E' come un maestoso palazzo, in cui una volta entrati si continua a camminare, percorrendo lunghi corridoi, varcando porte che si aprono su scale che salgono e che scendono, in una continuità che sembra non avrà mai fine; eppure, in tutto quel salire e scendere e percorrere stanze e spazi a non finire, non si ha tempo per lamentarsi della tortuosità del percorso o per chiedersi se si arriverà mai da qualche parte: si è troppo costantemente impegnati ad ammirare i complementi d'arredo, la qualità dei tessuti e dei quadri, l'eleganza che distingue ogni singolo dettaglio di quel palazzo che è un rebus su vasta scala. Perciò non ci si annoia mai durante la lettura, anche perché nonostante man mano si scoprano molti pezzi, la figura non si completa del tutto fino all'ultimo ed una volta che ci si è dentro - chiusa alle spalle la porta del palazzo-rebus - non c'è modo né il più fioco barlume di desiderio di tornare indietro. Si desidera soltanto andare avanti e scoprire, sapere, conoscere.

Wilkie Collins è uno dei più prolifici scrittori dell'epoca vittoriana, nonostante arrivi a scoprire il proprio talento e la propria vocazione letteraria soltanto dopo un paio di false partenze professionali: dapprima prova a cimentarsi nel commercio del tè, scoprendo però di non aver alcun fiuto per gli affari; intraprende allora gli studi di Legge, diventa avvocato ma non praticherà mai il mestiere, e le sue conoscenze giuridiche verranno sfruttate solamente all'interno delle sue storie. Quando prende in mano la penna per la prima volta ha ventitré anni, e lo fa per scrivere una piccola biografia in memoria del padre da poco venuto a mancare. Collins scopre in questo modo ciò che veramente vuole fare della sua vita, ed il suo primo romanzo viene pubblicato tre anni dopo, nel 1850. Da quel momento in poi la sua produzione è inarrestabile, soprattutto dopo l'incontro, nel 1852, con Charles Dickens, che lo invita a scrivere sul suo settimanale: Households Words. Tra i due nasce un sodalizio professionale, ma anche di sincera amicizia, che non si interromperà mai. Ed è proprio da questo sodalizio che nasce La donna in bianco, il terzo romanzo di Collins: è lo stesso Dickens, infatti, che lo invita a pubblicare una sua storia a puntate sulla sua celebre rivista All the Year Round, e le vicende di Walter, Laura, Marian e gli altri tennero compagnia ai lettori dal 1859 al 1860 (compiango quei poveretti che dovevano di volta in volta attendere il numero successivo per andare avanti, mi sento male alla sola idea!). La donna in bianco fu la prima opera ad essere definita una sensation novel, un genere che ebbe poi larga fortuna durante l'epoca vittoriana. Oggi, Wilkie Collins è universalmente riconosciuto come uno dei padri del poliziesco, ma secondo me sarebbe molto riduttivo incasellare la sua opera all'interno di un preciso genere letterario. Dentro questo romanzo c'è tutto ciò che si può chiedere ad un buon libro, compresa la critica sociale: nella figura di Marian Halcombe c'è riassunto tutto ciò che Collins pensava della condizione femminile nella sua epoca.

Un'ultima cosa, che ho dimenticato di scrivere prima: il romanzo è raccontato di volta in volta dai personaggi che hanno vissuto o son stati direttamente coinvolti negli eventi. I fatti non sono arrivati in un'aula di tribunale, ma ognuno di loro racconta come se si trovasse a testimoniare davanti ad una giuria - che, di conseguenza, diventa il pubblico dei lettori. Ci si sente direttamente interpellati e coinvolti, come se proprio da noi dipendesse l'esito della storia o le possibili conseguenze. Grazie a questo escamotage narrativo, si ha come risultato anche la variazione di stile e di tono a seconda della voce narrante, che si esprime talvolta con un manoscritto appositamente redatto, attraverso un diario tenuto all'epoca dei fatti, con documenti o con colloqui narrati da altri. Insomma, c'è una varietà di strumenti e di voci veramente ricchissima e ben riuscita, tale da non poter annoiare mai, in nessuna delle tantissime righe che compongono La donna in bianco.

Se non l'avete ancora letto, vi consiglio caldamente di inserirlo tra le vostre letture di questo anno. Per me è stata una lettura avvincente, sinceramente goduta anche in mezzo alle estreme sofferenze di aver per la testa troppe domande a cui trovar risposta; è stato uno di quei libri a cui non riuscivo a smettere di pensare, di cui ad un certo punto ho dovuto macinare pagine a centinaia ignorando tutto il resto, e che quando l'ho finito mi ha fatto pensare "Oh, okay, ora posso tornare a vivermi la mia vita", con quella punta di sano dispiacere nel dover lasciar andare i personaggi cui ormai mi ero affezionata, soprattutto la mia adorata Marian.

Lo so, questo post è davvero molto lungo, perciò se siete arrivati sin qui vi meritate almeno un'ottima tazza di tè. Perdonatemi per non aver tenuto almeno un minimo i miei pensieri a freno, ma un romanzo così vasto - non solo di mole, ma soprattutto di contenuti - non può esser liquidato in fretta e furia e senza tanti complimenti. Fatemi sapere se lo avete letto (sarebbe una gioia perderci a discuterne animatamente nei commenti!) o se, nel caso siate riusciti ad arrivare alla fine di questo mio papiro, vi ho incuriosito abbastanza da prenderlo in mano.

Un abbraccio,

Julia


mercoledì 18 luglio 2018

Una raccolta di saggi (molto) brevi ed un romanzo russo


Nella vita di un lettore capitano, a volte, delle microscopiche perfette coincidenze. Delle combinazioni così azzeccate, che con un sottile quanto resistente filo rosso conducono da un libro al successivo quasi fosse naturale conseguenza, facendoci credere ancor di più nella magia unica e speciale della letteratura, questo universo così vasto e sconfinato che pure riesce a tessere collegamenti da un capo all'altro dello spazio e del tempo. E che piacere, quale interminabile e consolante bellezza poterci navigare sopra ed attraverso indisturbati, a bordo della propria personale imbarcazione costruita con l'esperienza, con il gusto personale, con il proprio individuale grado di sensibilità - e così si va, dall'Inghilterra alla Russia e ritorno, tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento.

Chi mi ha letta in passato conosce già il mio grandissimo amore per Virginia Woolf, di cui costituisce un esempio il mio commento a Una stanza tutta per sé, letto in realtà proprio quest'anno. I saggi a tema letterario della Woolf secondo me sono un tunnel, nel quale una volta messo un piede inizi a scivolare senza quasi poterne scorgere la fine. Perché non sono soltanto i suoi romanzi ad essere brillanti ed interessanti, ma proprio tutto ciò che ha scritto: i diari, le lettere, gli articoli per le testate giornalistiche... Quale che sia l'argomento, la sua penna si faceva arguta e penetrante, veicolando idee e pensieri che non fallivano mai nel distinguersi prepotentemente dalla massa - e non per velleità anticonformistiche, ma per una naturale ed inesauribile vena di originalità che contraddistingueva la Woolf, fine intellettuale prima che grande scrittrice. Ed ecco perché è un immenso piacere per un appassionato di letteratura approcciarsi ad un testo come Non sapere il greco, libriccino veramente minuscolo edito da Garzanti, che pure nel suo formato lillipuziano riesce a contenere ben quattro saggi meravigliosi: Non sapere il greco, Appunti sul dramma elisabettiano, Il punto di vista russo e Come si legge un libro? La Woolf ci trascina con entusiasmo dall'antichità greca all'Inghilterra dei colleghi meno noti di Shakespeare, per poi passare attraverso la Russia di Tolstoj, del Dosto e di Cechov, per poi accomiatarsi da noi con una domanda che scatena immense riflessioni, ma che non può avere una risposta definitiva: come si legge un libro? In tutti questi saggi, la Woolf riflette molto sulle lacune che inevitabilmente crea la traduzione di qualunque opera, per quanto ben fatta possa essere; i suoni della lingua originale, e quelle caratteristiche insite nella lingua proprie del luogo di nascita di un'opera, che le danno tutto un altro gusto e tutto un altro senso se si è in grado di affrontarle nella lingua originale. Mi hanno interessata particolarmente, poi, le differenze messe in evidenza, in Appunti sul dramma elisabettiano, tra drammaturgo e romanziere. Questa piccolissima raccolta è veramente una perla preziosa da possedere nella propria libreria, e la mia copia esce un po' strapazzata dalla lettura, perché Virginia Woolf non cessa di crearmi spropositato fermento, ed i margini sono pieni di appunti e di domande che mi sarebbe tanto piaciuto porle. Concludo con questa citazione, che forse vi commuoverà come ha commosso me:
A volte ho fantasticato che nel giorno del giudizio, quando tutti i grandi conquistatori e avvocati e statisti riceveranno la loro ricompensa - una corona, un serto di alloro, il nome indelebilmente inciso nel marmo -, l'Onnipotente si girerà verso san Pietro e dirà, non senza una certa invidia nel vederci arrivare con i nostri libri sotto il braccio: "Guarda, quelli non hanno bisogno di ricompense. Non abbiamo nulla da dar loro: sono coloro che amavano leggere."
Da qualche tempo, ho allestito per bene il mio invitante angolino preposto alla lettura. C'è ovviamente la libreria, una poltrona, ed uno sgabellino, sul quale oltre a qualche candela e fotografia, è poggiato anche un cestino dove ho preso l'abitudine di inserire tutti quei libri che desidero leggere al più presto. Un'abitudine che si sta rivelando sorprendentemente utile, perché riesco così effettivamente a smaltire volumi che attendevano da tempi remoti sugli scaffali. Bene, nel cestino questo mese c'erano anche due romanzi dei Grandi Russi, uno del Dosto ed uno di Tolstoj. Il punto di vista russo  di Virginia Woolf mi ha resa ulteriormente entusiasta di affrontarli, ed ha anche orientato la mia scelta su La felicità domestica di Lev Tolstoj, da lei nominato e citato.

Devo ammettere che sino a questo momento non avevo un rapporto serenissimo con Tolstoj. Purtroppo il mio primo approccio con l'autore è stato attraverso i romanzi brevi che scrisse in seguito alla sua conversione, come Padre Serji, La morte di Ivan Il'Ic o La sonata a Kreutzer che non mi erano piaciuti per niente; tuttavia, sapendo che la sua produzione antecedente alla conversione era di tutt'altra pasta, non mi sono troppo scoraggiata, ed avevo acquistato quel bel mattoncino che è il celeberrimo Anna Karenina. Acquistato, sì, ma letto ancora no, perché avevo ormai il tarlo di voler leggere prima il meno conosciuto La felicità domestica. Il motivo è sostanzialmente uno: La felicità domestica, che conta solo 144 pagine, costituì per Tolstoj un banco di prova per arrivare diciassette anni dopo ad Anna Karenina. La felicità domestica costituisce di conseguenza anche un ottimo testo per il lettore che vuole prepararsi e confrontarsi con un testo più breve, prima di immergersi nelle mille e passa pagine di Anna Karenina, incontrando in maniera condensata le stesse tematiche principali. Anche La felicità domestica, infatti, fu un testo fondamentale nel percorso dell'affermazione della consapevolezza femminile nell'Europa dell'epoca

Raccontata in prima persona dalla protagonista, Mascia, la storia mette in luce i momenti salienti del suo passaggio da ragazza a donna, partendo da quando a diciassette anni resta orfana, e continua a vivere nella casa dov'è nata, sperduta nella campagna russa, con la sorella minore e la governante. Il lungo inverno e la mancanza di stimoli di qualunque tipo non fanno bene ad una giovane della sua età, che inizia presto a risentirne pesantemente; il suo umore viene risollevato dall'arrivo di un amico di famiglia, Serghièi Mikhàilovic, che pur comportandosi nel più semplice dei modi non potrà fare a meno di notare che Mascia non è più una bambina. Vent'anni di differenza e di esperienze li separano, ma entrambi decideranno di illudersi che questo non costituirà un problema nel loro rapporto così pieno di genuino affetto, e convoleranno a nozze. I primi tempi sono un idillio, ma non appena Mascia si affaccerà sulla vita mondana di città che mai aveva avuto occasione di frequentare prima, l'idillio s'incrinerà poco alla volta. 

Quella che sembra la cronaca di un fallimento annunciato, si rivela invece il sottile e profondo racconto della naturale evoluzione di un rapporto di coppia, che comincia con il gioco e la bruciante passione, s'incrina, forse si spezza, e scivola poi nel reciproco e tranquillo tenero affetto, dovuto agli anni condivisi, ai figli creati insieme, al calore che si crea con la vicinanza di una persona che nonostante tutto conosci meglio delle altre. Questo è, in poche parole, La felicità domestica di Tolstoj. Se possa dire qualcosa di nuovo a chi ha già affrontato Anna Karenina, non ne ho proprio idea. Quel che invece posso dirvi è che, superato qualche primo difficoltoso scoglio, le righe scorrono come le onde di una marea - calme, poi vivaci, poi tempestose, poi di nuovo placide - e scivolano come una costante poesia fatta di perle e di seta. La traduzione di Clemente Rebora per Fazi Editore è raffinata, ricercata, e tanto attenta da regalarci poche note scrupolose a fondo pagina. Se Tolstoj vi intimorisce un po', questo è senz'altro il testo giusto attraverso il quale avvicinarsi ad uno dei più grandi romanzieri di tutti i tempi.

Bene, lettori e lettrici, per oggi è tutto. 
Fatemi sapere nei commenti se avete letto questi autori, se conoscevate questi titoli o se con questo post vi ho ingolosito almeno un po'! 




domenica 8 luglio 2018

Tutto cambia, Elizabeth Jane Howard

Questa recensione non contiene spoiler, e può pertanto essere letta anche da chi non si è mai avvicinato alla saga dei Cazalet. Buona lettura!

Tutto cambia. Quando siamo piccoli – o ancora molto giovani – crediamo ingenuamente che il mondo per come lo conosciamo non cambierà mai, che la realtà che ci circonda non potrà che essere per sempre uguale a se stessa. Ci viene facile dar per scontato che abiteremo nella stessa casa in cui siamo nati, che le tradizioni o abitudini che più amiamo della nostra infanzia ci accompagneranno per tutta la vita, che gli adulti che ci guidano – i genitori, i nonni, gli zii, gli amici – siano eterni ed immutabili, delle rocce che il passare del tempo riuscirà a malapena a scalfire. Ovviamente però nulla di tutto questo è vero, ed è una lezione che prima o poi dobbiamo imparare tutti: chi prematuramente, chi in modo traumatico, chi lentamente e chi in maniera inevitabile e naturale col semplice incedere degli anni, col consumarsi delle cose e della vita. Imparare che tutto cambia è qualcosa che può avvenire in una tale quantità di varianti che è impossibile anche solo provare ad immaginarle tutte. Una persona cara che si ammala, ad esempio, quando siamo ancora talmente giovani da non riuscire nemmeno a concepire il pensiero della morte; un trasloco, che ci costringe ad abbandonare luoghi familiari ed amati; la perdita del nostro primo animaletto domestico; un problema tra adulti, che recide di netto rapporti importanti mettendo fine ai raduni allegri del sabato sera. Il venir meno, semplicemente, di qualcosa di solido e fondamentale, che ieri c'era ed oggi non c'è più, e che con la sua assenza apre inevitabili ferite, ci fa soffrire, e lascia un vuoto che non potrà mai essere colmato. Altre e nuove esperienze fungeranno da balsamo e la ferità smetterà presto o tardi di bruciare così tanto, ma soltanto per esser sostituita da una lacerante ed inguaribile nostalgia per quel qualcosa che credevamo ci sarebbe sempre stato e poi invece ad un certo punto è venuto a mancare, qualcosa che sappiamo bene non potrà mai essere rimpiazzato da niente e da nessuno, non allo stesso modo. Quella volta in cui abbiamo imparato che tutto cambia e che niente è per sempre.

Il lettore che entra per la prima volta ad Home Place prova quella stessa incrollabile fiducia infantile, quella certezza quasi cieca verso le cose, le persone, le tradizioni. Ci saranno per sempre il Generale e la Duchessa, ci sarà per sempre quel rifugio sicuro persino in tempo di guerra che è la grande casa nascosta come una perla nel cuore della campagna del Sussex. E ci sarà per sempre la grande e chiassosa famiglia che vi si raduna, che sarà soltanto più numerosa con l'aggiungersi di altre mogli, di altri mariti, di altri figli.

E' difficile proseguire da qui in poi, pensare esattamente a cosa dire, perché la saga dei Cazalet a lettura conclusa è diventata un accumulo di ricordi, una scatola delle memorie piena di fotografie – alcune in bianco e nero, altre solo ingiallite dal tempo – e di vecchi cimeli che non direbbero proprio niente ad occhi estranei, ma a chi ha camminato per le stanze ed i corridoi di Home Place fanno subito venire in mente “quella volta che...”. Penso con tenerezza allo scetticismo con cui mi sono avvicinata a Gli anni della leggerezza poco tempo dopo la sua pubblicazione. Scetticismo dovuto soltanto al mio totale snobismo, in certe occasioni, che mi fa dubitare fortemente di quei libri che, appena usciti in libreria, viaggiano già sulla bocca di tutti. E chissà, se non fosse stato scelto da mia madre dalla lista di ciò che desideravo per Natale, forse non avrei mai intrapreso questa lunga ed accogliente passeggiata. La saga dei Cazalet per me è qualcosa di quasi indescrivibile, un momento unico ed irripetibile nella mia vita di lettrice, di amante della letteratura e dei libri, di appassionata di storie e di atmosfere e lo è per tante ragioni. Forse dipende dal respiro così ampio, dal tanto spazio che ci viene dato per conoscere così a fondo tutti i personaggi; forse dipende dal talento e dal genio di Elizabeth Jane Howard, che in quest'ultimo volume mi ha colpita con ancora più forza di quanto fosse accaduto prima (e c'è un passaggio in particolare, con cui spiegare questo, ma non mi sognerei mai di svelare un particolare tanto importante!); forse dipende dal fatto eclatante che, con tutti i personaggi che popolano queste pagine, non esiste lettore al mondo che non riuscirebbe a trovare qualcuno con cui identificarsi, talvolta anche più di uno contemporaneamente. E ci sono così tanti momenti, così tante situazioni reali ed oneste che trovo impossibile non sentirsi a poco a poco calare completamente all'interno della vita dei Cazalet.

Non renderò mai onore alla bellezza di quest'opera, in parte perché mi sono troppo affezionata a tutti loro e non riesco a fare neanche mezzo passo indietro per descrivere le cose con quel minimo di necessario distacco. Ho tentato di rallentare, mentre leggevo, perché non volevo proprio allontanarmi da quel vialetto, non volevo che su Home Place si spegnessero le luci; eppure non ci sono riuscita, le seicento e passa pagine son volate in una manciata di giorni. Ed ora è così difficile stare qui e provare a parlarvene, perché prima di tutto è stato difficilissimo – dopo cinque libri, ventuno anni, 3033 pagine – dire addio.

Difficile dire addio a Clary, soprattutto, della quale so talmente tante cose che mi sembra di esserci cresciuta insieme, e che tra tutti è sicuramente quella che mi somiglia di più, col suo interesse verso le parole e quell'esigenza sin da piccola di aggrapparsi ad una penna. Col suo caratteraccio e la sua iper-sensibilità sulle questioni più disparate, con la profondità che si spalanca nel suo animo ben nascosto ed i suoi miliardi di imperfezioni che vanno dai capelli crespi al non riuscire mai a far le cose proprio come si deve. Nelle sue dita sempre macchiate d'inchiostro, nei vestiti sciupati, nelle ciocche di capelli che scappano in maniera scomposta dalle pettinature, nei rossori sul viso, nelle torte bruciate, nell'infinità di lavori quotidiani portati avanti alla bell'e meglio, nel suo continuo e nonostante tutto provarci, provare a vincere sui difetti e sulle imperfezioni nonostante la totale mancanza di quel qualcosa, tipicamente femminile, che rende le altre capaci di portare ordine e bellezza e calore ovunque vadano – in tutto questo e negli occhi di Clary, unico tratto magnetico del suo aspetto, c'è molto più di me di quanto io abbia mai trovato prima in un personaggio. Ed è stato difficile dire addio a Polly, così dolce e così gentile che non si può non volerle bene sin da subito, nonostante una punta d'invidia per la sua bellezza e la sua grazia innata, per la sua capacità di porsi con chiunque e di saper maneggiare con saggezza qualunque situazione ed ogni sentimento, con la stessa destrezza di un giocoliere. Un po' meno complicato dire addio a Louise, alla quale pure son stata affezionata in passato, ma che si era fatta così distante e così sfuggente che quasi non mi sembrava di sapere più molto di lei. Del resto, so che Louise saprà cavarsela, e non mi preoccupo per lei. E dovrei via via nominarli tutti: Zoë, che è stata per tutto il tempo il mio personaggio preferito, quella che sicuramente vive la crescita e le evoluzioni più evidenti e che mi ha emozionata più di tutti; Rupert, che tra i tre fratelli è stato sin dal primo momento il mio preferito, con la sua inadeguatezza rispetto al ruolo di uomo d'affari e la sua vocazione per la pittura, il suo carattere così sfaccettato e solo all'apparenza remissivo; e Hugh, che percepisco come un gigante buono, un uomo testardo ma di una genuina bontà di cuore senza eguali, al contrario di Edward che è sempre stato egoista e meschino ma che, nonostante tutto, ora che ne paga le conseguenze mi causa un fastidioso senso di pietà e di profondo dispiacere. E poi bisogna salutare Rachel, ringraziandola per essersi sempre presa cura di tutto e di tutti, e Villy che non è particolarmente simpatica ma fa comunque parte della famiglia, così come Archie che non è mai stato soltanto un amico, ed ho imparato a volergli un gran bene. E poi ci sono i ragazzi, Neville e Simon e Teddy che abbiamo conosciuto bambini e li lasciamo che sono degli uomini. C'è un'infinità di personaggi secondari, che pure lasciano un segno importantissimo, a cui dire addio, ed anche tutta una nuova scoppiettante generazione che non ha tempo per i nostri lunghi e tediosi commiati.

Ho scritto abbastanza, eppure non a sufficienza. Uscire una volta e per sempre da Home Place è stata una nuova e durissima lezione sull'evidente dato di fatto che tutto cambia, una lezione che avevo già imparato e sulla quale Elizabeth Jane Howard ha deciso di farmi riflettere una volta di più. Home Place lascia in me un nuovo vuoto, una nuova incolmabile nostalgia destinata a restare tale, perché niente e nessuno potrà sostituire questi luoghi e questi personaggi. Perciò non resta che dire grazie, grazie di esserci almeno stata, grazie per avervi potuto conoscere. E siccome bisogna in qualche modo lenire la malinconia, ripenso alle piccole manie della Duchessa – come la sua eccessiva parsimonia, o il suo pensare che la comodità fosse un eccesso dell'epoca moderna – o ai tanti aneddoti sul Generale, come quella volta che fu fermato dalla polizia perché stava guidando sul lato sbagliato della strada, e lui rispose che era sempre passato da là, a cavallo, e che era troppo anziano per cambiare abitudini. 

E tutti, con gli occhi lucidi, sorridono.


giovedì 26 aprile 2018

Un incantevole aprile, Elizabeth von Arnim

Titolo originale: The Enchanted April
Autrice: Elizabeth von Arnim
Anno di pubblicazione: 1922
Traduzione: Sabina Terziani
Editore: Fazi Editore
Pagine: 287
Prezzo: 15 euro
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Non credo di esser mai stata più in tema di così con una lettura. Sono stata poco originale, questo è sicuro - provate a cercare Un incantevole aprile su Instagram, e vedrete quante altre persone hanno voluto abbinare questa lettura al mese corrente - ma poco importa se per una volta mancare di originalità è il prezzo da pagare per ricevere in cambio un prezioso connubio tra ciò che è contenuto tra le pagine di questo libro, e l'ambiente circostante. Sì, perché oltre a srotolarsi nell'arco del mese di aprile, questa storia narrata dalla von Arnim si svolge anche in Italia, per la precisione nel castello medievale di San Salvatore, in Liguria. Salvo qualche acquazzone primaverile, tra le pagine di Un incantevole aprile splende un sole dolce - non ancora incattivito come quello dell'estate - e tutto è in fiore, specialmente il glicine e le dafne. Quando alzavo gli occhi dal libro, potevo ammirare un paesaggio simile: i fiori di pesco e di ciliegio, i rami degli alberi di cachi e di fico, spogli e nudi dopo le gelate invernali, che timidamente tirano fuori i primi germogli verdi. Anche le tante piantine in vaso o a terra sparse per il giardino sono ormai sbocciate nei loro colori allegri. Credo proprio di aver fatto bene a leggere ora questo breve romanzo, perché è stato bello avere intorno immagini molto simili a quelle che ogni mattino vedevano Mrs. Wilkins, Mrs. Arbuthnot, Mrs. Fisher e Lady Caroline.

Sono queste quattro donne londinesi le protagoniste del romanzo, quattro perfette sconosciute accomunate soltanto da diversi sensi d'infelicità e di completa insoddisfazione personale. Lotty Wilkins è la moglie di Mellersh Wilkins, un avvocato ambizioso ed un po' avaro, accanto al quale Lotty è diventata sempre più insicura e repressa, al punto da avere serie difficoltà ad esprimere qualsiasi opinione in pubblico, facendo dubitare l'avvocato di aver scelto la ragazza giusta; Rose Arbuthnot invece è prigioniera di un matrimonio che praticamente non esiste più: suo marito, firmandosi con un altro nome, guadagna da vivere scrivendo le biografie delle amanti dei re, e lei che è profondamente religiosa non può accettare che il loro benessere economico sia frutto del peccato. Il marito di Rose passa quasi tutto il suo tempo nel suo studio tornando raramente a casa, mentre lei dedica tutte le sue energie mentali e fisiche alle opere della parrocchia, cercando di aiutare i poveri. Mrs. Fisher è invece un'anziana signora ormai vedova, che incarna in tutto e per tutto la mentalità vittoriana, deprecando aspramente le libertà dei giovani moderni. Mrs. Fisher ha conosciuto una grande varietà di personaggi illustri dell'arte e della letteratura, e preferisce trincerarsi nei tanti ricordi del passato piuttosto che confrontarsi con un presente secondo lei così vuoto di contenuti. Lady Caroline, infine, è una giovane ereditiera tormentata dalla sua eccezionale bellezza, che non lascia indifferenti né uomini né donne e che non le permette proprio mai di essere lasciata in pace. Anche se tenta di essere scortese, per liberarsi di chi le ronza intorno, i suoi occhi chiari trasformano qualsiasi occhiataccia in uno sguardo dolce, e non importa quanto aspre siano le sue parole: la sua voce melodiosa le trasforma comunque in qualcosa di piacevole, che all'ascoltatore farà venir voglia di farle una carezza rassicurante.

Tutto ha inizio un pomeriggio in un club di Londra, quando Mrs. Wilkins sfogliando un giornale si sofferma a leggere un annuncio con la descrizione del castello medievale di San Salvatore, disponibile in affitto per tutto il mese di aprile. Nell'annuncio il proprietario descrive la bellezza della primavera italiana, la pace e la serenità offerta da quel luogo immerso nel sole e nella natura. Mrs. Wilkins guarda fuori dalla finestra, dove scendono incessanti pioggia e grandine da giorni, ed inizia a fantasticare su quel luogo assolato pieno di fiori e di colori. Non che potrebbe permettersi una vacanza del genere, certo, però sarebbe proprio bello. 
E poi, mentre stava per uscire per andare a comprare il pesce per la cena del marito, vede Mrs. Arbuthnot, anche lei con il giornale aperto e l'aria assorta. Mrs. Wilkins immagina subito che anche quella donna dall'aria stanca stia sognando il castello di San Salvatore e così, con un coraggio impensabile per una timida come lei, si siede al tavolo di Mrs. Arbuthnot ed inizia a parlarle. Convincere Mrs. Arbuthnot - che non l'ha mai vista prima - che sarebbe una buona idea affittare il castello insieme, dividendo le spese, non è un'impresa facile, però pian piano l'ostilità e la schiettezza di una ormai decisa Mrs. Wilkins finiscono poi con l'avere la meglio. Il castello può ospitare fino ad otto persone, così le due mettono a loro volta un annuncio per cercare altre ospiti, e le uniche a rispondere sono Mrs. Fisher - che desidera una vacanza sobria dove poter vagare in pace tra i suoi ricordi - e Lady Caroline, la quale non vuole altro che stare lontana da chiunque la conosca, e riflettere su cos'è stata la sua vita fino a quel momento.

Il resto è... beh, Elizabeth von Arnim. Quest'anno vi ho già parlato di lei, recensendo brevemente Il giardino di Elizabeth qui. Purtroppo quella volta era già trascorso un po' di tempo tra la lettura e la scrittura del post, ed avendo finito col fare una carrellata di brevi commenti a diversi titoli, non ho dedicato a quel libro ed alla autrice tutto lo spazio che avevo inizialmente pensato. Sì, perché già in quell'occasione avevo subito capito di trovarmi davanti ad una penna straordinaria, tenuta in mano da una donna molto intelligente e particolarmente acuta, di quelle in grado di scandagliare la realtà circostante armate di sana ironia. Il giardino di Elizabeth è un diario in larga parte autobiografico, ed ero molto curiosa di vedere come sarebbe stata la sua prosa dispiegata in un romanzo. Dire che la prova è superata è quanto mai riduttivo, perché ho adorato Un incantevole aprile per tanti motivi, soprattutto per il suo essere un romanzo estremamente leggero e piacevole senza per questo essere frivolo. Le descrizioni, sia dei luoghi che dei personaggi, sono attente e ben fatte e l'incrocio di personalità tanto diverse fa sì che durante la lettura non si fa altro che chiedersi "ed ora cosa succederà?!" fino all'ultima pagina, anche se non ci troveremo davanti grandi colpi di scena (o forse sì) ma le piccole situazioni di una quotidianità di vacanza.

Elizabeth von Arnim
Dall'introduzione di Cathleen Schine  ho appreso che la von Arnim scrisse questo libro dopo aver pubblicato Vera, un romanzo molto cupo in cui esamina i terribili effetti dell'amore tirannico sulla vita e sull'emotività della donna, ispirato alla sua esperienza personale con il suo secondo marito, John Francis Stanley Russell, fratello maggiore del filosofo Bertrand Russell. Era lei per prima, quindi, ad avere un grande bisogno di evasione, e di scrivere qualcosa che fosse puro, luminoso, allegro e non è un caso poi, forse, se in fondo nella sua semplicità Un incantevole aprile sia anche una storia che parla della riscoperta di sé e della ricerca di amore, perché in fondo è questa la ragione per cui le quattro donne fuggono dalle proprie vite monotone e soffocanti: ritrovarsi, riscoprirsi e far rifiorire i propri sentimenti. Ed affronta questi temi importanti con leggerezza, con allegria, con un tocco che inevitabilmente fa pensare ai micro-cosmi di Jane Austen.

Elizabeth von Arnim è un'autrice incredibilmente interessante, che fu intrecciata a tantissime personalità di spicco della sua epoca. Basta ricordare che era la cugina di Kathreine Mansfield, che tra i precettori dei suoi cinque figli ci furono E.M. Forster e Hugh Walpole e che tra un matrimonio e l'altro fu l'amante di H.G. Wells.

Se non l'avete ancora fatto, non posso che consigliarvi di dare una chance a questa autrice. Io dovrò sicuramente procurarmi, nel prossimo mese, La fattoria dei gelsomini già edito da Fazi Editore, che ha una trama che già mi lascia pregustare enormi soddisfazioni; poi non mi resta che sperare che la Fazi continui a pubblicare l'opera omnia di questa fantastica autrice.

sabato 3 marzo 2018

Cosa ho letto dall'inizio dell'anno fino ad ora


Ebbene sì, miei cari lettori, quella che state per beccarvi è una carrellata di tutte le letture che ho affrontato dall'inizio del 2018 sino ad oggi (ecco il prezzo da pagare per i miei lunghi silenzi: altrettanto lunghe carrellate di commenti ed opinioni su libri più o meno belli!). Per rassicurarvi, posso dirvi che non ho intenzione di fare un post chilometrico, sarò rapida e concisa anche perché - per il momento - non ho ancora letto poi così tanti libri ed alcuni di essi son letture davvero brevi, di quelle che un lettore veloce consuma in una sola seduta. Senza ulteriori indugi, cominciamo!


Titolo: Il giardino di Elizabeth
Autore: Elizabeth von Arnim
Traduzione: Sabina Terziani
Editore: Fazi
Pagine: 180
Prezzo: 16,50 euro
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Il mio anno di lettrice è cominciato alla grande, con la scoperta di questa autrice, Elizabeth von Arnim, che mi incuriosiva molto ormai da qualche anno. La sua opera è in gran parte pubblicata da Bollati Boringhieri, tuttavia mi sono convinta ad acquistare un suo libro solamente con le ristampe della Fazi Editore. Il giardino di Elizabeth è in effetti il primo libro pubblicato dall'autrice, quello con cui Elizabeth è diventata una scrittrice, o per meglio dire una scrittrice pubblicata perché - com'è evidente - lei una scrittrice lo era già. In queste pagine è infatti racchiuso un suo diario, un diario che la von Arnim ha tenuto mentre si occupava di ridare vita al giardino di una proprietà semi-dimenticata del marito, colui che nel suo diario lei chiama l'Uomo della collera, soprannome da cui è facile intuire quale simpatia lei nutrisse verso il consorte. Elizabeth trova in questa vecchia e sontuosa villa isolata un suo personale eremo in cui costruire una felicità frugale, campestre ed incomprensibile ai più. Qui lei si dedica al giardinaggio con la passione e la curiosità dell'autodidatta, legge indisturbata una quantità di libri, si bea della compagnia delle sue tre bambine - la bimba di Aprile, la bimba di Maggio e la bimba di Giugno - e talvolta di qualche ospite, più o meno desiderata. 
Non ci sono accadimenti avvincenti in queste pagine, nessuna storia che s'imprime nella mente del lettore; eppure penso che nessuna donna potrebbe restare indifferente all'ironia, squisitamente femminile, di cui la scrittura della von Arnim è pregna. Io, poi, ho capito di aver trovato in lei un'anima affine - come lei stessa direbbe - esattamente a pagina 35:


La frenesia di stare sempre in compagnia e la paura di rimanere soli sia pure per poche ore, non la capisco proprio. Io riesco a intrattenermi benissimo con me stessa per settimane di fila senza quasi accorgermi di essere sola se non per il senso di pace che mi pervade. (...) Per essere felice, chi viene a trovarmi deve possedere una ricchezza interiore; se è una creatura vacua, dalla testa e dal cuore vuoti, troverà tutto alquanto noioso.

Titolo: Allontanarsi (Saga dei Cazalet, quarto volume)
Autrice: Elizabeth Jane Howard
Traduzione: Manuela Francescon
Editore: Fazi
Pagine: 670
Prezzo: 20 euro
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Volendo andare sul sicuro e mantenere un livello di gradimento super alto, e soprattutto non riuscendo a vincere la nostalgia verso una delle famiglie ormai più amate in letteratura, sono tornata subito ad Elizabeth Jane Howard ed ai suoi Cazalet. Avendo dedicato un post ad ogni libro della saga, sapete bene ormai quanto io mi sia appassionata alle vicende di questa famiglia medio-borghese e, più in generale, allo stile di scrittura di questa fantastica autrice. In Allontanarsi nulla di tutto ciò vien meno, anzi, e come ogni altro libro della saga ha saputo distinguersi per sue caratteristiche particolari. Ad esempio ho trovato che in Allontanarsi il senso di staticità, quell'impressione di "ehi, non sta succedendo niente!" è ancora più accentuata, eppure di cose ne accadono in continuazione, e cose piuttosto importanti anche. Ho avuto l'impressione che in questo volume la Howard abbia spesso fatto il gioco di trasmettere le più sconvolgenti novità riguardo un personaggio da altre voci, di non farci quasi mai essere presenti mentre i fatti avvenivano: ci lascia in sospeso e solo in un secondo momento e solo tramite altri veniamo a sapere cos'è accaduto al nostro personaggio preferito. Capite cosa intendo? Può sembrare un metodo un po' macchinoso, invece le pagine scorrono come sempre fluide e leggere, difficile - impossibile - abbandonare un capitolo a metà, anche quando si rivela lunghissimo. Zoe resta il mio personaggio preferito su tutti, seguita a ruota da Polly e Clary. Tanto affetto in questo volume va anche a Cristopher - ho adorato le parti a lui dedicate - ed a Rachel, che finalmente ha saputo guardare oltre il suo naso, ascoltare ed ascoltarsi ed accettare la possibilità di essere felice. Grandissimo batticuore per il finale - non particolarmente inaspettato, per quanto mi riguarda, ma comunque apprezzatissimo.



Titolo: Amanti e regine - Il potere delle donne
Autrice: Benedetta Craveri
Editore: Adelphi
Pagine: 375
Prezzo: 14 euro
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A febbraio, complici gli sconti del 25% con cui la casa editrice Adelphi ha cercato di renderci tutti più poveri, mi sono regalata un saggio storico di cui avevo spesso sentito parlare, ovvero Amanti e regine di Benedetta Craveri. Negli ultimi tempi ho spesso avuto voglia di addentrarmi in una lettura a sfondo storico ed in questa ricerca avevo fatto qualche buco nell'acqua. Con il testo della Craveri, invece, ho finalmente trovato esattamente ciò che cercavo e, sebbene ci abbia messo del tempo per leggerlo, mi ha dato piena soddisfazione.
In questo saggio la Craveri ci porta alla corte di Francia, dal Cinquecento alla fine del Settecento, a seguire da vicino i passi e le evoluzioni delle donne che - arrivate come future regine o pian piano fattesi spazio come amanti - hanno gravitato attorno o vicino ai vari sovrani di Francia, spesso divenendo di fatto loro le vere regnanti nonostante il poco o nullo credito riservato alle donne. Da Caterina de' Medici a Diane de Poitiers, da Maria Teresa d'Austria e Madame de Pompadour, passando per Madame de Maintenon - che forse ha ispirato la favola di Cenerentola - fino ad arrivare all'ultima, splendida regina di Francia: Maria Antonietta. Sono tante le donne di cui la Craveri ci svela forze e debolezze, vizi, progetti, destini, ambizioni e sentimenti e ci lascia vedere attraverso i loro occhi anche i sovrani di Francia, sui quali splende ovviamente incontrastato Luigi XIV, il Re Sole - anche se devo ammettere di esser rimasta altrettanto affascinata dalle oscure ombre del suo successore, il bisnipote Luigi XVI. La ricostruzione storica dell'autrice è minuziosa e mai noiosa, ad ogni donna è dedicato un capitolo e la disposizione in ordine cronologico e narrativo fa di questa lettura quasi un romanzo. Si legge che è un vero piacere, e la cosa più bella è che nel mentre si impara - o si rinfresca la memoria, per chi avesse già una buona conoscenza della vita di corte francese - moltissime cose nuove. Stra-consigliato!



Titolo: Una rosa per Emily
Autore: William Faulkner
Traduzione: David Mezzacapa, Luciana Pansini Verga
Editore: Adelphi
Pagine: 99
Prezzo: 10 euro
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Un altro Adelphi, ma stavolta lo possedevo già ed anzi lo avevo persino già letto, nel marzo del 2015 c'è annotato a matita sulla prima pagina. Vi capita mai di leggere qualcosa talmente in fretta, o in un momento talmente sbagliato, che quel povero libro è quasi come non l'aveste mai letto? Beh, a me sì purtroppo, raramente ma capita ed ho notato che capita con libri particolarmente brevi. E' probabile che io mi lasci talvolta ingannare dalla brevità, quasi che la brevità fosse un permesso ad andar di fretta, un esonero dal soffermarsi a comprendere e riflettere. Ma non è affatto così, un libro minuscolo può contenere universi - o per lo meno significati universali, e lo so bene, ed è per questo che se commetto un tale errore presto o tardi ci torno, a quel piccolo libro incompreso cui non ho dato abbastanza tempo per parlarmi. E' il caso di Una rosa per Emily, il mio primo e ad oggi unico approccio al rinomatissimo autore americano William Faulkner. Una rosa per Emily contiene tre brevi racconti, che in comune hanno l'ambientazione - un paesino della provincia americana - ed il narratore esterno, una voce che spesso si esprime in prima persona plurale - noi - proprio per sottolineare la coesione degli abitanti del paese nel raccontare le sventure di quelli che evidentemente sono outsider della comunità. Il primo racconto è Miss Zilphia Gant, che racconta l'amore morboso di una madre verso sua figlia, la quale verrà infettata dalla morbosità materna e che la riverserà a modo suo nella sua vita adulta; segue il racconto che dà il titolo alla raccolta, Una rosa per Emily, dove Emily è un'irriducibile vecchina della quale nessuno può varcare le soglie della sua casa e dei suoi segreti sino al giorno della sua morte; infine abbiamo Adolescenza, dove protagonista è una ragazzina difficile, cresciuta in una famiglia disfunzionale verso la quale prova insopprimibili moti di rabbia, che agli albori dell'adolescenza viene spedita dalla nonna paterna. Presso la sua fattoria, tra lavori pesanti ed il tempo libero trascorso come una selvaggia in mezzo alla natura, Juliet - questo il nome della piccola ribelle - sembra trovare un suo equilibrio, fin quando non farà amicizia con un coetaneo e con lui passerà intere stagioni di inconsapevole felicità, fino al giorno in cui, sopra di loro, comparirà il volto incartapecorito dell'anziana nonna.
Ho apprezzato molto questa raccolta, mi sono piaciuti tutti e tre i racconti allo stesso modo, nonostante siano tutti e tre estremamente inquietanti, densi di un senso di desolazione e di ineluttabilità che non lasciano speranze - il tutto, però, trasmesso da una scrittura alta, altissima che mi lascia solo immaginare che cosa potrei trovare nelle opere più lunghe di Faulkner. Ho quasi paura.


Titolo: Daisy Miller
Autore: Henry James
Traduzione: Barbara Antonucci
Editore: BUR
Pagine: 125
Prezzo: 6,80 euro
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Ultimo libro di cui vi parlo in questa carrellata è il celebre Daisy Miller dell'autore americano naturalizzato inglese Henry James. Anche in questo caso è il mio primo approccio all'autore ed è un libro che aspettava da anni il suo turno di esser letto. Le mie aspettative erano cresciute non poco dopo il capitolo che Azar Nafisi aveva dedicato a questo testo all'interno del suo meraviglioso Leggere Lolita a Teheran, ma devo dire subito che le mie aspettative son state deluse. Ciò non significa che Daisy Miller non mi sia piaciuto: è una lettura piacevole, frizzante, leggerissima che si affronta in breve tempo e con molta tranquillità. Il personaggio che ci narra la storia è il giovane Mr. Winterbourne, americano da anni residente a Ginevra, in visita in una località balneare svizzera per andare a trovare una zia; qui fa casualmente la conoscenza di Daisy Miller, del suo scalmanato fratellino Randolph e della fin troppo cheta e passiva madre dei due. Anche i Miller sono americani, impegnati in un viaggio europeo necessario per la formazione dei due giovani. Daisy fa subito colpo su Mr. Winterbourne, prima di tutto per la sua bellezza e poi per il suo modo particolare e bizzarro di comportarsi ed esprimersi. La storia continuerà poi tra le bellezze, i salotti ed i ruderi di Roma, che sarà anche teatro delle incertezze di Winterbourne: Daisy non si comporta in quel modo esclusivamente con lui, ma anche con un gentiluomo - o presunto tale - italiano dal quale sembra ormai inseparabile. Le voci su Daisy Miller corrono implacabili già da tempo, al punto che qualche gentildonna già le volta le spalle ed evita di rivolgerle la parola. Mr Winterbourne si aggrapperà a qualunque cosa pur di continuare a credere nell'innocenza della fanciulla, ma fino all'ultimo sembra difficile discernere la verità. Chi è davvero Daisy Miller, com'è la sua personalità? E' davvero una civettuola di bassa lega, oppure la malizia è tutta negli occhi di chi guarda?
Sono questi sostanzialmente gli interrogativi posti da Henry James nel suo breve romanzo, e credo che il motivo principale per il quale esco da questa esperienza un po' insoddisfatta sia che ho avuto l'impressione che non ci venisse data una vera risposta, o forse ci è stata data ma a me non è bastata. Non sono stata capace di guardare oltre ciò che la parabola di Daisy Miller ci racconta, col risultato che per me è stato un libro piacevole da leggere, ma che non mi ha lasciato nulla di particolarmente significativo da custodire a lungo termine. 

Bene lettori e lettrici,
sono giunta finalmente al termine di questa veloce carrellata di mini-recensioni. Fatemi sapere nei commenti se avete letto qualcuno dei titoli di cui ho parlato e che cosa ne pensate voi, o se qualcuno di questi è nelle vostre wishlist.
Vi mando un abbraccio e vi auguro buone letture!


Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina , Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna. Il commento al rom...