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mercoledì 3 febbraio 2021

Il giardino dei Finzi-Contini / Giorgio Bassani

 Voglio cominciare raccontando una sensazione. Leggendo la prima pagina del primo capitolo del romanzo più noto di Bassani ho provato la stessa sensazione che, appena sedicenne, provai leggendo la prima pagina de La casa degli spiriti di Isabel Allende. Sono cose che si ricordano, perché anche se non hai idea di cosa ti aspetta, bastano quelle poche righe a farti spalancare qualcosa dentro - qualcosa che deve spalancarsi, perché un nuovo mondo - vite, viaggi, voci, cose, ricordi, lontananze e ritorni - sta per caderti dentro. Fin da subito, allora, serve che tu faccia spazio.

La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio tra l'antico e l'orientale, come se ne vedeva nelle scene dell'Aida e del Nabucco in voga nei nostri teatri d'opera fino a pochi anni fa. In qualsiasi altro cimitero, l'attiguo Camposanto Comunale compreso, un sepolcro di tali pretese non avrebbe affatto stupito, ed anzi, confuso nella massa, sarebbe forse passato inosservato. Ma nel nostro era l'unico. E così, sebbene sorgesse assai lontano dal cancello d'ingresso, in fondo a un campo abbandonato dove da oltre mezzo secolo non veniva sepolto più nessuno, faceva spicco, saltava subito agli occhi.

Poco importa che i Trueba ed i Del Valle non c'entrino nulla con i Finzi-Contini, che Bassani e la Allende siano due luoghi così lontani: ai miei occhi un parallelismo esiste ed è dato dalla capacità di far capire al lettore, fin dalla prima riga, che ha tra le mani una storia ad ampio, ampissimo respiro, che comincia da lontano ed ha così tanto da dire, che parlerà di famiglie antichissime la cui storia si intreccia in nodi sottili con la Storia. Quella narrata da Bassani, poi, è un pezzo della nostra Storia, un pezzo triste, oscuro, di cui c'è ben poco d'andar fieri.

Siamo a Ferrara. A condurci per le sue strade è un narratore di cui ignoro il nome e di cui però so tutto il resto. L'ho visto crescere, gli sono stata al centro del garbuglio della sua testa adolescente, giovane adulto l'ho guardato in silenzio dal centro del tumulto dei sentimenti. Per colpa sua ho incontrato Alberto, Micòl, il professor Ermanno, Giampi Malnate che adesso mi mancano tutti da morire.

I Finzi-Contini sono una famiglia aristocratica che vive in una casa maestosa, circondata da un bellissimo giardino. Conducono una vita appartata, gli altri cittadini di Ferrara li rispettano, pur ritenendoli un po' stravaganti. Alberto e Micòl sono i figli del professor Ermanno e della signora Olga, due ragazzi intelligenti e carismatici che però non fanno molta vita sociale. Studiano a casa, ed a scuola si presentano solo alla fine dell'anno per sostenere l'esame da privatisti. Hanno ben poche occasioni d'incontrarsi col nostro narratore - coetaneo di Micòl, Alberto di appena qualche anno più grande - ma in quell'occasionale incrociarsi scatta subitaneo un riconoscimento: riconoscimento che inizia con la consapevolezza di essere ebrei, e di condividere quindi le medesime tradizioni, un retaggio culturale estraneo agli altri ragazzi e ragazze, ma che prosegue poi con un'istintiva sintonia. Siamo negli anni Trenta. Presto piombano su di loro le leggi razziali, la loro vita viene come messa in pausa, posta in dubbio la possibilità di concludere quei percorsi universitari ormai cominciati - il nostro narratore alla facoltà di Lettere di Bologna, Micòl che prova a tradurre Emily Dickinson alla Ca' Foscari di Venezia, Alberto ingegneria a Milano - ed una generale emarginazione che piomba su di loro da un giorno all'altro, senza un reale perché. Sarà proprio questa questa esclusione da tutto il resto, però, a portare il protagonista dentro casa Finzi-Contini - già che sono nella medesima spiacevole situazione, perché non farsi compagnia almeno tra loro - ed è così che egli salderà la propria giovinezza a quella di Micòl e di Alberto, ma anche al professor Ermanno, così interessato ai suoi studi in letteratura, al Giampi, migliore amico di Alberto, col quale i dibattiti accesi sulle questioni del mondo che ogni pomeriggio sfiorano la lite, si trasformeranno in uno speciale sodalizio.

Il giardino dei Finzi-Contini però non è un romanzo incentrato sui fatti terribili di quegli anni, o sulla condizione ebraica. Queste sono tematiche presenti, fanno nel vero senso della parola da contesto - storico, culturale - e Bassani è magistrale nel non farceli dimenticare mai senza renderli per questo il fulcro della narrazione. Perché il fulcro è il diventare grandi, è il primo devastante amore, è l'amicizia a vent'anni. La scrittura di Bassani è bella in modo struggente, è malinconica, e ti avvolge come il buio fa con le stradine di Ferrara, percorsa sempre a piedi o in bicicletta. Una Ferrara che non ho mai visto - o forse una volta, troppo piccola per ricordarmene - eppure che ho la sensazione di conoscere come le mie tasche. C'erano scene difficili da raccontare in questo libro, alle quali so che, se scritte da una penna meno capace, avrei reagito storcendo il naso. C'è ad esempio il bacio meglio descritto che io abbia mai letto, e c'è un colloquio bellissimo - bellissimo perché credibile, reale - tra un padre insonne ed un figlio triste. I personaggi si scavano ognuno un proprio posto in un angolo della sensibilità di chi legge, o almeno questo è quanto è accaduto a me.

Non ho potuto riconoscermi in Micòl, perché non le somiglio per niente, ma come non restare affascinati dalla sua intelligenza, dalla sua vivacità, dal suo non essere mai scontata. E poi Alberto, che io non me lo spiego perché, ma col suo solo stare lì, adagiato tra le pagine, mi faceva sentire il pianto in pancia. Un ragazzo silenzioso, discreto, che sospetto fosse innamorato del suo migliore amico - ma non viene mai detto, in nessun modo, perciò non ne sono certa. E poi Giampi Malnate, così diverso dagli altri di questo intimo gurppo, grande e grosso nella fisicità, forte nella voce e nelle idee, fiducioso nel futuro, a Ferrara per lavoro con Milano e l'adorata mamma sempre nei pensieri. 

I personaggi secondari restano altrettanto impressi, come il signor Perotti, tuttofare di casa Finzi-Contini, tanto legato a certi fasti del passato che pian piano vengono lasciati indietro - come la bellissima carrozza che per anni ha avuto il piacere di guidare e che ancora ha cura di tenere come nuova; o il professor Meldolesi, docente di letteratura italiana presso il liceo classico frequentato dai ragazzi, appassionato e vivace, pieno di aspirazioni chiuse nel cassetto. Ed il professor Ermanno, capofamiglia di casa Finzi-Contini, che ho già nominato più volte ma che faccio fatica a decidere come descrivere. Perché è un uomo delicato, elegante, mai meno che educatissimo, che sembra colmo di piccoli ma potentissimi entusiasmi contenuti sotto strati e strati di pacatezza e buona educazione ereditarie. Ed infine il nostro protagonista senza nome ma pieno di cuore, che con immensa generosità ci presta i suoi occhi, le sue orecchie, per raccontarci di quella casa grande e calda da togliersi subito il cappotto, delle discussioni animate nel piccolo studio di Alberto, dei lunghi corridoi, le scale, la biblioteca con centinaia di volumi, avvolti dall'inverno, infine giunto dopo giorni di sole rubati all'autunno, sfruttate per sfidarsi in interminabili partite di tennis. A suo modo, lui è un Sognatore, nel quale son certa molti ventenni potrebbero riconoscersi. E c'è un'atmosfera in quella casa, nelle descrizioni che Bassani riesce a farne, che le nuove generazioni immagino definirebbero dark academia - ma io vengo da quella precedente, e per me è qualcosa senza tempo, fuori dal tempo, sospeso nel tempo.

Tranne per degli squarci, dolorosissimi, come questo qui:
Guardavo in giro ad uno ad uno zii e cugini, gran parte dei quali di lì a qualche anno sarebbero stati inghiottiti dai forni crematori tedeschi, e certo non lo immaginavano che sarebbero finiti così, né io stesso lo immaginavo (...)
Dalla prima all'ultima pagina, oltre ad essere rapita dalla bellezza della scrittura, ho sentito un nodo in gola che nemmeno arrivata all'ultima pagina ho avuto modo di sfogare. Aspettandomi di continuo il peggio, il peggio invece non arriva, perché il romanzo s'arresta prima che le cose più brutte accadano. Finisce con dolori che anche se dolori sono ancora dolori normali, comuni, tristi ma concepibili. Perciò anche a lettura conclusa mi son tenuta il mio nodo in gola, il magone sul petto, ed ho cominciato ad interrogarmi sul perché mi sentissi così. Ci ho messo un po', ma poi ho capito.

Ho pagato lo scotto di leggerlo dal futuro, col peso di una consapevolezza storica che gli abitanti di quelle pagine ignoravano del tutto. Fa male leggere di loro immaginando - talvolta sapendo - dove potrebbero esser finiti, cosa gli sarebbe successo di lì a poco. Fa male conoscerli così a fondo e vedere, al di là di tutta la loro cultura e dei frequenti dibattiti sulle questioni politiche, la totale ingenuità. Fa male vederli riempirsi il tempo, convinti che la vita sia solo in pausa per un po'. Vedere qualcuno laurearsi, nonostante tutto, anche se chissà se servirà mai quel pezzo di carta. Fa male sentirli sottovalutare le leggi razziali, giudicandole qualcosa di assurdo e ridicolo (definizioni giuste, ma di cui la realtà non ha tenuto conto). D'altronde, era impossibile immaginare quale piega folle avrebbero preso gli eventi.

E così, a Bassani non è servito raccontare gli orrori della Shoah, ha fatto un'altra cosa, forse ancora più efficace e dolorosa: ci ha fatto conoscere intimamente i Finzi-Contini, ci ha permesso di girare e sostare quanto ci pareva nella loro bellissima casa, ci ha descritto nel dettaglio i mobili di Alberto - il suo tavolo da ingegnere -, ci ha fatto innamorare di Micòl, ci ha persino fatto leggere la sua traduzione di una poesia di Emily Dickinson. Ci ha fatto affezionare al professor Ermanno con la tenerezza che proveremmo per nostro padre quando ci accorgiamo che comincia ad invecchiare. Ed a quel punto, quando ce li abbiamo profondamente nel cuore, quando abbiamo come raccolto un album di fotografie già piene di nostalgia, ci costringe a lasciarli soli, consapevoli che solo il narratore - il nostro Sognatore - è arrivato abbastanza lontano da raccontare.

Ma Il giardino dei Finzi-Contini, ve lo voglio ricordare, è soprattutto la storia di un amore.
Ed è uno dei romanzi più belli che io abbia mai avuto la fortuna di leggere.

Grazie, se hai letto sin qui.
Julia

 

 

 

mercoledì 27 gennaio 2021

Lasciami andare, madre / Helga Schneider

Di una stessa storia esistono più versioni - almeno una per ogni persona presente, direttamente o indirettamente coinvolta. E se questo è vero per una qualunque inezia che può accadere tra le quattro mura delle nostre case, figuriamoci quanto può esserlo per un grande evento storico. Ecco perché da quando, ancora bambina, lessi il Diario di Anne Frank - uno dei primi veri libri della mia vita - non ho mai smesso di documentarmi, cercare, ascoltare, leggere le tante testimonianze che ci sono state lasciate in eredità da chi gli eventi della Seconda Guerra Mondiale li ha vissuti sulla propria pelle. E lungi dall'aver esaurito i testi a disposizione sull'argomento, sembra al contrario che più quegli anni oscuri iniziano a scivolare nel passato, più resti ancora da sapere.

Se per molto tempo, ad esempio, ho incontrato solo le voci del popolo ebraico, negli ultimi anni ho avuto la possibilità di incontrarne altre. E' accaduto con Io non mi chiamo Miriam di Majgull Axellson, autrice svedese che nel suo bellissimo romanzo racconta la lunga vita di una donna di origine zingara, che indossando una menzogna riesce a sopravvivere al campo di concentramento nel quale viene deportata. Salvezza che pagherà però continuando a vestire quella menzogna per tutti gli anni a venire, decidendo - con non poco coraggio e paura - di togliersela di dosso solo il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, aprendo i propri cassetti della memoria con una nipote dolce, curiosa e premurosa. E mi è capitato proprio adesso, questo mese, quando tra le letture dedicate al Giorno della Memoria ho deciso di inserire un volume abbastanza noto, acquistato tempo fa incuriosita dalla questione complessa e controversa che sapevo avrei trovato al suo interno: Lasciami andare, madre di Helga Schneider.

Helga Schneider
Quando aveva solo quattro anni Helga ed il suo fratellino Peter furono abbandonati a Berlino dalla madre, la quale - già ausiliaria delle SS - divenne guardiana ad Auschwitz-Birkenau. Fino ad allora non era certo stata una madre facile, spesso assente per dedicarsi al proprio impegno politico, e quando presente era una madre che elargiva ben poco affetto, pretendendo in cambio rigorosa obbedienza. 

Dopo il suo abbandono quella di Helga fu un'infanzia tutt'altro che facile. Una breve parentesi di serenità, trascorsa in Polonia con i nonni paterni, poi la vita che torna a farsi dura e severa, quando suo padre si risposa e la nuova matrigna dimostra sin da subito di stravedere per il piccolo Peter, ma di nutrire una crudele avversione per Helga, che alla prima occasione viene spedita in un collegio, dove trascorrerà buona parte dell'infanzia e dell'adolescenza.

In Lasciami andare, madre la Schneider racconta l'ultimo incontro con quella madre sconosciuta, incontrata prima di allora soltanto una volta, dopo ben ventisette anni di separazione. In quella prima occasione, Helga aveva sentito il bisogno di cercarla perché - divenuta madre a sua volta - desiderava farle incontrare il nipotino di cinque anni, ma anche di compiere quel tentativo in qualità di figlia. In quella prima occasione però lei aveva completamente ignorato il nipote, aveva insistito affinché Helga indossasse l'uniforme da SS ancora orgogliosamente custodita nell'armadio, le aveva messo in mano un mucchietto d'oro splendente che Helga, inorridita intuendo subito da dove potesse provenire, lascia cadere a terra. Profondamente ferita e delusa da quella donna che non mostra il minimo segno né di affetto materno né di pentimento per il proprio passato, Helga decide di non vederla mai più, di provare - per quanto possibile - a dimenticarla.

Salvo poi, molto tempo dopo, ricevere una lettera che la invita ad un ultimo incontro. A scriverla è l'unica amica di sua madre, ex vicina di casa, che la informa di come sua madre viva ormai da tempo in una casa di riposo, da quando la demenza senile che l'aveva colpita aveva cominciato a renderle pericoloso l'abitare da sola. Sta peggiorando rapidamente, la informa, e forse lei avrebbe voluto vederla almeno un'ultima volta. Così, nonostante la paura e l'incertezza, Helga compie nuovamente il viaggio alla ricerca di una madre che in fondo non ha mai avuto, accompagnata dalla cugina Eva a darle sostegno.

Lasciami andare, madre racconta quest'ultimo, difficilissimo incontro, intervallato dai dolorosi ricordi d'infanzia di Helga. Sua madre è ormai una vecchietta piccola che fa capricci come una bambina, che veste solo di verde militare - il colore più bello, dice - e che però si infiamma se appena appena si accenna alla sua carriera. Ed Helga, nonostante il proposito di evitarlo, non riesce a trattenersi dal fare domande, talvolta brutalmente dirette, sui suoi giorni da guardiana a Birkenau, là dove mandavano solo le più coriacee.

Quel che Helga cerca è un barlume di rimorso, di coscienza del male che quella donna aveva attivamente contribuito a perpetrare. Ma questa luce è qualcosa che negli occhi di sua madre non è dato ritrovare: ho fatto un percorso di desensibilizzazione, è tutto ciò che ha da dire sulle azioni disumane che la figlia le ricorda. E come convivere allora con questo conflitto lacerante, quello di avere davanti agli occhi una persona che racchiude in sé un mostro, ed al contempo anche il proprio stesso sangue.

Al momento di andar via Helga è letteralmente distrutta dall'immagine di quell'anziana donna, ora all'apparenza così indifesa, che nei tanti sbalzi d'umore avuti durante il loro colloquio privato ha preteso di essere chiamata Mutti - mamma, una parola che Helga ha pronunciato così poco nella sua vita, e che le resta sullo stomaco - ha preteso baci ed ha accettato di essere portata a pranzo con gli altri ospiti della casa solo strappando la promessa che la figlia sarebbe tornata a trovarla già nel pomeriggio. Una bugia concessa per tranquillizzarla, confidando nel tradimento di quella memoria precaria che avrebbe cancellato la promessa di lì a poco. Eppure, quella stessa donna non aveva avuto pietà, né per madri disperate, né per bambini innocenti, né per vittime già prostrate che lei con le proprie mani aveva legato a tavoli di legno, consapevole che lo scopo era quello di condurre mostruosi esperimenti.

Eventi come quelli che si sono verificati durante la Shoa, che si verificano con ogni guerra o persecuzione, creano una varietà inimmaginabile di vittime. Helga Schneider non è stata in un campo di concentramento, non ha subìto discriminazione o persecuzione; ma è stata una bimba che ha visto città bombardate, che ha vissuto stipata con tanti altri nel buio di un bunker, che è stata abbandonata e molto sola e che, una volta grande abbastanza per capire, ha portato il peso di essere la figlia di una guardia delle SS. 

Lasciami andare, madre è un testo di sole 132 pagine, che nonostante il peso del contenuto ho divorato in due giorni, grazie ad una scrittura fluida che si percepisce tanto onesta da essere disarmata. Helga Schneider racconta quel che doveva raccontare, mettendo nelle nostre mani un conflitto irrisolto e forse irrisolvibile: dovrei amarla, ma non posso per quel che ha fatto e perché non c'è mai stata; dovrei odiarla per quel che ha fatto, ma non posso perché mi ha messa al mondo. E poi, anche se mai esplicitato, si percepisce talvolta un senso di colpa, forse proprio quello che sua madre non è mai stata capace di provare e che forse Helga sente di dover provare al posto suo.

Una storia forte, complicata, raccontata con coraggio e con dolore. Lasciami andare, madre è un libro necessario, che fa comprendere una volta di più quante storie ci sono da conoscere su quella fetta di Storia che, più scivola nel passato, più diventa importante ricordare.

Quante donne, invece, aveva sentito la Helga bambina, nella Berlino bruciante e impregnata del fetore dei cadaveri, imprecare contro il loro Fuhrer. Avevano lottato con le unghie e con i denti, le donne berlinesi, per difendere i loro figli, spesso partoriti nei rifugi o sotto le volte della metropolitana. (...) Nel dopoguerra, vedove e senza apparente futuro, avevano stretto i denti e intrecciato relazioni con gli uomini delle potenze vincitrici, preferendo l'epiteto di puttane al pensiero insopportabile di vedere le proprie creature morire di fame. (...) Consumata la catastrofe, poi, furono ancora le donne berlinesi - soprattutto di loro posso testimoniare - a sgomberare le strade dalle macerie e a consolare e rinfrancare i reduci che a poco a poco tornavano, esausti e svuotati, dalla guerra di Hitler.

Helga Schneider

- E voi, avete fatto qualcosa per onorare, nel vostro piccolo, questo 27 Gennaio?
Quali sono libri, film o documentari sull'argomento che, secondo voi, ognuno dovrebbe conoscere? 
 


lunedì 23 marzo 2020

E' stato così, Natalia Ginzburg

Due anni fa lessi finalmente il più famoso romanzo di Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, e sfiderei qualsiasi lettore - specie se amante della miglior letteratura nostrana - a restare indifferente - per non dire a non innamorarsi perdutamente - della prosa della Ginzburg, ma soprattutto del suo sguardo sul mondo, della sua sensibilità, della sua capacità di riassumere entro il confine delle parole il sapore di un'intera epoca, la grandezza di una persona o i suoni di una casa. In Lessico famigliare l'autrice racconta non la sua vita, quanto le cose e le persone e i rumori ed i colori che le son stati attorno, quasi che lei fosse una spettatrice incaricata di restituirci i vezzi, gli accenti, le abitudini, i pregi ed i difetti delle personalità che la circondavano. E ciò che la circondava non era solo la famiglia d'origine, già di per sé interessantissima, ma anche ad un certo punto una certa famosa casa editrice torinese, da sempre vestita in bianco, ed ecco che allora la Ginzburg ci fa il regalo più grande, raccontandoci come camminava Cesare Pavese, della sua abitudine di mangiar ciliegie d'estate e dei discorsi che si tenevano alla sera tra lui, il marito Leone Ginzburg e altri nomi di spicco della cultura italiana. Ma questa è un'altra storia.

Un'altra storia fino ad un certo punto, perché è difficile separare il nome della Ginzburg da quello di Pavese, se non altro per il fatto che furono non solo contemporanei, ma per lungo tempo colleghi nelle stanze dell'Einaudi, scrivendo e leggendo ognuno alla propria scrivania a distanza di un tiro di schioppo. Forse per questa vicinanza, forse semplicemente perché figli dello stesso tempo, forse perché le loro opere furono spesso pubblicate a poca distanza l'una dall'altra, ma più di una volta i loro lavori vennero comparati, messi a confronto, giudicati l'uno in relazione all'altro: è il caso, ad esempio, di E' stato così e Il compagno di Pavese (sul quale, non avendolo letto, non posso dire la mia). Nonostante questo, tra Pavese e la Ginzburg non ci fu mai competizione, furono anzi legati da profonda amicizia e la sua scomparsa fu per Natalia un altro dei tragici eventi che colpirono la sua vita privata. Cesare Pavese fu tra i primi a promuovere E' stato così, secondo romanzo da lei scritto, raccomandandolo per una pubblicazione a puntate sul quotidiano romano L'Italia Socialista, proprio a scapito de Il compagno originariamente scelto dal direttore Aldo Garosci. Scrisse Pavese:
Caro Garosci, | ti abbiamo telegrafato di pubblicare Natalia. (...) oltre al fatto che Natalia ha tre figli da mantenere e io no, ci è parso - oggettivamente - che sia più opportuno un racconto dove il lettore dimentichi la politica (...) Sono anche certo che E' stato così servirà a far leggere il giornale a gente che normalmente non lo leggerebbe.
 E' stato così è un monologo in prima persona. La voce è quella di una donna ed una delle prime frasi che si leggono è: "Gli ho sparato negli occhi."
Ad essersi preso quel colpo di pistola è Alberto, marito della protagonista e voce narrante, che resterà per tutte le 84 pagine soltanto una voce. Lei non si presenta mai, se non attraverso la sua storia, e resterà una figura di donna senza nome. A proposito di quel colpo di pistola, la Ginzburg scrisse nel 1964: "Il colpo di pistola è nato dal caso. Desideravo scrivere e trovai un colpo di pistola, e gli andai dietro." (Che meraviglia questo modo di raccontare un'ispirazione, la scelta del verbo trovai in questa frase mi ha incantata per giorni). In una conferenza tenuta nello stesso anno, disse che la scelta di aprire il romanzo con un atto di violenza fu dovuta probabilmente all'atmosfera del momento, e che se per qualche motivo avesse dovuto riscriverlo non era affatto certa che la protagonista avrebbe sparato quel colpo. Il romanzo è infatti del 1947, non solo l'immediato dopoguerra ma anche tre anni appena dopo la morte del marito Leone, ucciso nel carcere romano di Regina Coeli in seguito alle percosse subite dai carcerieri nazisti. E questa morte tragica e brutale fu solo la conclusione di anni difficili, fatti prima di confino e poi di prigionia. Dal giorno del suo arresto, avvenuto il 20 novembre 1943, a quello della morte (5 febbraio 1944) Natalia non vide più suo marito. 

Dopo un breve periodo a Roma, Natalia era tornata a vivere a Torino:
Avevo ritrovato Torino, la nebbia, il grigio inverno e i muti viali dalle panchine deserte. Questo racconto E' stato così lo scrissi tutto nella sede della casa editrice dove allora lavoravo. Era subito dopo la guerra e c'erano stufe di terracotta molto fumose, perché gli impianti dei termosifoni, distrutti nella guerra, non funzionavano ancora. Questo racconto è intriso di fumo, di pioggia e di nebbia.
E dice poi, riguardo il proprio stato d'animo mentre scriveva:
Mentre scrivevo non mi curai di sapere se nella donna che dice "io" c'ero o non c'ero io stessa. Perché ero molto infelice e lasciavo che la mia infelicità pascolasse dove le pareva. (...) non si trattava per me di diventare meno infelice, ma di riuscire a scrivere a malgrado della mia infelicità (...).
Natalia Ginzburg

Per il lettore, quel colpo di pistola sparato nella sesta riga della prima pagina è il punto di sutura del racconto, perché per tutte le pagine che seguono sarà consapevole di come si concluderà quel matrimonio di cui la protagonista vuole ora con calma spiegarci e spiegarsi tutto - da come erano i suoi giorni prima di incontrare Alberto, a come è nata quella specie di affetto a forza di passeggiare e sedere assieme nei caffè, a come diventarono marito e moglie e come arrivò, lei, a sparare quel colpo. La protagonista esce di casa lasciando dov'è il corpo senza vita del marito, va a sedersi su una panchina nel parco, cammina, entra in un bar e prende un caffè, torna alla panchina; e intanto, per quelle che devono essere ore lunghissime, dispiega mentalmente tutta la propria storia - così che saprà farsi ascoltare quando poi andrà in questura, dove chiederà che la lascino parlare. Ma forse, in realtà, è solo a se stessa che ha bisogno di raccontare tutto per filo e per segno.

Questo espediente narrativo ha creato sin dall'inizio un parallelismo nella mia mente, quello con La mite di Dostoevskij. La differenza è che nel racconto dell'autore russo, all'incirca della stessa lunghezza di E' stato così, il narratore - che è un uomo - non ha ucciso la moglie, almeno non nel vero senso della parola: di molti anni più giovane di lui, e con una vita miserevole alle spalle, la mite si è suicidata, lasciando il marito a raccontarsi il loro rapporto da cima a fondo in cerca di una spiegazione per quella fine violenta, proprio come fa la protagonista della Ginzburg.

Ridotta all'osso, la storia di E' stato così è quella di un matrimonio sbagliato come tanti, partito con i presupposti sbagliati, che sembra un triste fatto di cronaca come al telegiornale se ne sentono purtroppo ogni giorno - quei casi in cui poi intervistano i vicini di casa ed i baristi del quartiere che sottolineano quanto i coniugi tal dei tali fossero una bella coppia, due persone così gentili, normali e nessuno si spiega come possano essersi un bel giorno annientati a vicenda. Se scavassero a fondo sotto anni di quotidiana infelicità, come fa la Ginzburg in queste pagine, potrebbero forse intravederne le ragioni - che non servono a giustificare, ma soltanto a spiegare.


La grandezza di E' stato così sta - oltre che nello stile della sua autrice - nella costruzione psicologica dei personaggi. La Ginzburg non fa descrizioni precise e minuziose, né dell'aspetto fisico né dei tratti caratteriali. Ad esempio di Alberto, nelle prime pagine, la protagonista dice:
(...) e mi tremava il cuore ogni volta che vedevo un uomo piccolo con un impermeabile bianco e una spalla più alta dell'altra.
E poi:
(...) e i riccioli grigi intorno al viso magro e il piccolo corpo gracile nell'impermeabile bianco che andava nella città.
E' tramite la ripetizione di questi dettagli - i riccioli grigi, il corpo gracile, l'impermeabile bianco - che il lettore riesce ad immaginare quanto basta la figura di Alberto. La Ginzburg ne tratteggia abilmente i contorni, perché essendo lui un irresoluto, un carattere interno ben definito non ce l'ha. Alberto è un irresoluto in tutto: da sempre innamorato di un'altra donna, Giovanna, già sposata quando si sono conosciuti, resta in balia di questa situazione, sostanzialmente aspettando che lei gli faccia un fischio per stare insieme; inizialmente rifiuta l'amore della protagonista sostenendo di non potersi legare a nessun altra donna, poi torna sui suoi passi - forse per ripiego o forse per avere anche lui, come Giovanna, una vita sua dalla quale escluderla - ma continuando, anche da sposato, a dividersi tra Giovanna e la moglie, mentendo in continuazione a se stesso e agli altri, senza costruire nulla di vero né da una parte né dall'altra. E la stessa irresolutezza vale per tutto il resto:
Disegnava ma non era mai diventato pittore e suonava il pianoforte ma non gli era mai riuscito di suonar bene, era avvocato ma non aveva mai avuto bisogno di guadagnarsi da vivere e per questo se anche non andava all'ufficio non poteva succedere niente di grave.
La protagonista, dal canto suo, non è in fondo tanto più forte o determinata di lui. Appare al contrario una di quelle persone che, essendo incapaci di far accadere le cose, si lasciano trasportare dagli eventi e dalle decisioni degli altri, covando rancori e dispiaceri in maniera passivo-aggressiva fino ad arrivare a situazioni estreme, come quella di impugnare una rivoltella e sparare. Non era sicura che Alberto le piacesse, ma continua a frequentarlo perché era meglio che star sola alla pensioncina dove aveva una camera in affitto; aveva il doppio dei suoi anni, se pensava di baciarlo o andarci a letto l'idea la ripugnava, ma si diceva che forse all'inizio è così per tutte le ragazze. Sapeva bene che c'era un'altra donna nella sua testa e che difficilmente avrebbe potuto scacciarla, ma si rassegna a chiudere un occhio sulle tante misteriose partenze del marito, continuando in silenzio ad avvelenarsi il sangue.

 Di tutt'altra pasta è fatta sua cugina Francesca, di diversi anni più giovane ma con parecchia più esperienza del mondo e soprattutto degli uomini. Lei sarà la prima - ed unica - a non vedere di buon occhio quel rapporto e consiglierà alla protagonista, ogni volta che potrà, di lasciarlo perdere. Inutile dire che non verrà ascoltata e le due cugine avranno, proprio per questa differenza di mentalità, un rapporto fatto di alti e bassi, pur costituendo una sorta di punto di riferimento l'un per l'altra. Francesca è un personaggio originale e variopinto all'interno del racconto, che rappresenta la modernità:
- Ho avuto molti amanti, - ha detto, - prima uno a Roma quando mi provavo a recitare. Mi ha chiesto di sposarlo e ho tagliato la corda. Non lo sopportavo più dopo un paio di volte. L'avrei buttato giù dalla finestra. Ma allora ero spaventata di me. Dicevo: cosa diavolo sono? una puttana sono, che mi piace tanto cambiare? Fanno molta paura le parole quando siamo giovani. E anch'io credevo allora che mi ci volesse un marito e una vita come tutte le donne. Ma invece a poco a poco ho capito che non bisogna pigliare le cose sul tragico. Dobbiamo accettare noi stessi così come siamo.
Infine c'è Augusto, migliore amico di Alberto con cui la protagonista potrà aprirsi più che col marito benché all'inizio tra i due non vi fosse simpatia; e persino la misteriosa Giovanna farà la sua apparizione sulle pagine, dicendo una delle cose più sagge contenute nel libro:
E' difficile sapere cosa vogliamo e siamo scemi da giovani.
E la vita comincia che siamo troppo giovani per capire.
Sebbene si conoscano in partenza certi eventi salienti, altre esperienze intercorrono nel racconto, esperienze cariche di speranze che si trasformano invece in sciagura, preparando il campo ad un tragico epilogo che pure si è rivelato diverso da quanto mi aspettavo.

Ottantaquattro pagine sufficienti a contenere una tragedia, un dramma familiare in un atto solo. La scrittura di Natalia Ginzburg si conferma bellissima, di quelle che proprio piacciono a me, capaci di costruire intere e nitide immagini usando soltanto e sapientemente la potenza dei dettagli.



Un abbraccio,
a qualche metro di distanza.

Julia







domenica 25 agosto 2019

The danish girl, David Ebershoff

Pasadena, Copenhagen, Parigi, Dresda. Città che non hanno quasi niente l'una in comune con l'altra e che nella mia mente non si erano mai incrociate dentro lo stesso pensiero o lo stesso nucleo di parole - che motivo avrei avuto, del resto, per collegarle l'una all'altra? 
Da qualche settimana, invece, sono luoghi inscindibili. Lo sono diventati un po' per volta, all'improvviso, intanto che il tintinnio dei braccialetti di Greta si sommava ai paesaggi dipinti da Einar e nell'aria si diffondeva il profumo di latte e menta emanato da Lili. Questi suoni, queste immagini, questi odori sono accaduti uno per volta, e poi hanno cominciato a coesistere nei corridoi di certe case, nelle strade di molti posti, simultaneamente e per sempre. Quella fragranza di latte e menta è stata sentita per la prima volta in un appartamento di Copenhagen, anche se era nata parecchi anni prima in una palude in un posto sperduto della Danimarca. E' diventata sempre più preziosa frizzando nelle romantiche sere parigine ed a Dresda c'era un uomo con delle bacchette magiche che avrebbero fatto in modo che quel profumo così delicato e riconoscibile non sarebbe svanito più. Lili, non sarebbe svanita più. Il tintinnio dei braccialetti invece veniva da Pasadena, ma aveva scoperto un'acustica migliore nella capitale danese, dove divenne inseparabile prima da Einar e dai suoi paesaggi, poi da Lili e dal suo profumo di latte e menta.
Lasciate che vi racconti una storia.



C'era una volta Einar Wegener, che viveva a Copenhagen e dipingeva solo paesaggi. L'Europa li apprezzava, concedendo al suo autore una discreta fama ed un ottimo stipendio. Benché fosse piuttosto giovane e la sua carriera da poco decollata, Einar insegnava già all'Accademia d'arte, dove un giorno arrivò tra i suoi studenti Greta Waud. Era giovane, determinata, veniva dall'America ed aveva una spina dorsale da cowboy. Greta dipingeva solo ritratti, era brava ma non eccellente e un giorno prese tra le mani il viso di Einar - che era il suo professore - e lo baciò. Non ci fu molto tempo per soppesare i pro ed i contro di un'eventuale relazione, perché la prima guerra mondiale stava per sconvolgere l'Europa ed i genitori di Greta la costrinsero a tornare in America con loro. Greta odiava l'America, o per lo meno odiava Pasadena, dove il cognome che portava pesava di aspettative e destini prestabiliti cui lei era decisa a non piegarsi. Campi di aranceti, da lì venivano i soldi ed il prestigio dei Waud, terre e alberi che producevano arance grosse e succose. Da Greta ci si aspettava quello che facevano le altre ragazze della sua età: un marito di buona famiglia, una bella casa ed un adeguato numero di figli, cui dedicare il resto della vita tra conversazioni sterili, svaghi inutili e i pomeriggi di pioggia passati a fare l'uncinetto. Su Greta gravava ancora lo scandalo di essersene andata a zonzo sul carretto del giovane salumiere quando era una ragazzina, ecco quanto era stupido e piccolo quel posto, ecco perché era stato così salutare per lei muoversi nell'aria fredda di Copenhagen, dove nessuno la conosceva e tutti erano pronti a perdonare ogni stravaganza in virtù del fatto che era un'americana. Inchiodata di nuovo a Pasadena, Greta si aggrappò a quel bacio lasciato tra le labbra di Einar, sicura che la distanza e la guerra non potessero impedire ad un destino che era già scritto di compiersi. Lui però era molto più passivo e timoroso di lei ed in uno dei pochi pezzi di carta che riuscirono a travalicare l'oceano le scrisse che date le circostanze, probabilmente non si sarebbero visti mai più. Greta costrinse il boccone amaro a scenderle nello stomaco, e poi si diede da fare per trarre il meglio da quella che ormai era la sua vita. Conobbe un ceramista, all'inizio solo per svago, ma poi se ne innamorò perdutamente - perché Greta sapeva amare solo a quel modo, perdutamente - si sposarono sotto gli sguardi perplessi di tutti, ebbero un figlio che nacque morto e più tardi morì anche il ceramista a causa della tubercolosi, esalando l'ultimo faticoso respiro tra le braccia di Greta. Lei allora non perse un minuto, fece le valigie e salpò alla volta della sua casa scelta, la Danimarca. Quando si trovarono di nuovo faccia a faccia, lei ed Einar - che nel frattempo aveva condotto la stessa vita di prima, solitario, insegnando e dipingendo - non ebbero altra scelta che sposarsi. E così trovarono l'appartamento che faceva al caso loro, a due passi da Nyhavn, dove lui dipingeva solo paesaggi, lei dipingeva solo ritratti.

Landscape with Poplars
Einar Wegener, 1908
Ritratti di noiosi burocrati, delle loro mogli boriose, che finivano ignorati nei freddi corridoi degli uffici o a dare un tono nei salotti delle loro ville, mentre i quadri di Einar - anche se lei non riusciva a spiegarsi come potesse non annoiarsi dipingendo incessantemente lo stesso soggetto - venivano esposti alle mostre e ricevevano trafiletti entusiasti sui quotidiani. Non c'era invidia da parte di Greta, così come non c'era accondiscendenza da parte di Einar. Poi, un giorno, arrivò il giorno che cambiò qualunque cosa. Greta stava lavorando al ritratto di Anna, una cantante lirica di mezza età che ritardava sempre alle sedute di posa per via delle prove in teatro. Forse fu davvero perché si sentiva indietro col lavoro, forse colse questa scusa per portare alla luce qualcosa che, in qualche modo, aveva già intravisto. Greta chiese ad Einar di indossare le scarpe, le calze, infine anche il vestito di Anna - lui oppose qualche resistenza, ma fu costretto a cedere in nome dell'arte e dell'insistenza di sua moglie. Così indossò i panni di Anna, dicendosi che se anche lei fosse entrata in quel momento e lo avesse trovato conciato a quel modo non sarebbe stato troppo imbarazzante, in fondo Anna era un'artista ed in teatro gli uomini travestiti da donne erano una cosa più che normale. Greta lo osservava attentamente, intanto che dipingeva, mentre lui si ricordò di quella volta, quando era ancora un ragazzino e viveva nella palude, che Hans gli aveva chiesto di cucinare qualcosa e lui aveva indossato il grembiule della nonna e Hans... Anna entrò all'improvviso, restò stupita ma subito si allargò tutta in un sorriso lanciandogli addosso complimenti come coriandoli. In mano aveva un gran mazzo di fiori, forse per scusarsi del ritardo. Greta li accolse, e poi guardando Einar disse: ti chiameremo Lili.

Lili with Feather Duster
Gerda Wegener, 1920
Da quel momento, il mondo di Einar e di Greta pian piano si capovolse, o forse si dispose finalmente per come sin dall'inizio avrebbe dovuto essere. Lili tornò sempre più spesso a trovarli, Einar dipingeva sempre meno perché non ce n'era più bisogno, Greta iniziò a ritrarre Lili e la società dell'arte impazzì per lei. Le pieghe di questa storia incredibile e verissima sono infinite, e non posso credere di aver aspettato tanto prima di leggerlo: David Ebershoff, autore americano di cui questo romanzo rappresenta l'esordio, avvenuto nel 2000, ha riportato alla luce la vita di Lili Elbe, la prima persona nella storia ad essersi sottoposta ad un intervento di riassegnazione sessuale, e di sua moglie che in realtà si chiamava Gerda, che gli fu accanto fino alla fine. L'autore ci assicura, a fine romanzo, che tutto quanto concerne la biografia di Lili è basato sulla realtà - interviste che rilasciò lei all'epoca, i suoi diari, un testo intitolato Man Into Woman che racconta la sua storia e che lei collaborò a scrivere. Per quanto riguarda gli altri personaggi ed i rapporti che li legavano, l'autore precisa di essere partito da fatti e persone reali e di averli poi romanzati. Parlando strettamente del romanzo, dunque, la cosa che mi ha sorpresa di più è stata che mi aspettavo di maturare un'empatia ed un trasporto emotivo soprattutto nei confronti di Einar e poi di Lili, invece mi sono innamorata soprattutto di Greta: lei, con la sua spina dorsale da cowboy, è secondo me la spina dorsale di questa storia. Ho ammirato sin dall'inizio il suo carattere forte, il suo spirito indipendente, l'onestà e la schiettezza con cui si rapporta a se stessa e con la vita. Ma è quando da Einar esce fuori Lili che ho iniziato ad amarla veramente, perché Greta comprende istintivamente cosa sta accadendo e neanche per un secondo, neanche per un solo attimo, vede qualcosa di sbagliato in ciò che si trova sotto gli occhi. Incoraggia Einar ad indagare fino in fondo la propria identità, lo sprona ad essere Lili per capire chi vuole essere davvero, e quando per Einar rimane sempre meno spazio lei gli resta accanto da amica fedele, protettiva e solida anche se per lei significa perdere l'uomo che ha sposato, l'amore della sua vita. E quando una volta, guardando Lili che si muoveva per casa un dolore bruciante le si mosse dentro pensò mi manca mio marito, non disse niente, ricacciò indietro la tristezza ed aiutò Lili a prepararsi. Ecco come era Greta. 

Lo stile di David Ebershoff non mi ha colpita particolarmente, ma non posso dire nemmeno che mi sia del tutto dispiaciuto. A dispetto delle sue oltre 300 pagine, il libro si è fatto divorare in tre giorni scarsi, segno se non altro di grande scorrevolezza e - ovviamente - di una storia che una volta che ci sei dentro non vuoi più mollare. La vicenda di Lili mi ha preso moltissimo, l'ho seguita ovunque, da sola con la sua valigia, sotto la pioggia e in notti fredde in città sconosciute. Ho avuto paura per lei, ho avuto i brividi davanti alle diagnosi dei medici sbagliati, ho provato sollievo ascoltando quell'uomo venuto da Dresda che prometteva miracoli, ho sentito come se fosse il mio il peso che si scioglieva nel petto sentendo le parole "ne ho incontrato un altro come lei". 
The Danish Girl è un romanzo che non posso fare a meno di definire bellissimo e che merita di essere letto se non altro perché racconta una vita che ha segnato la storia, aprendo una strada, dando una possibilità a persone che fino a quel momento credevano di non averne. Sarei folle se vi svelassi l'epilogo, ma anche quello mi ha convinta pienamente, colpendomi forte e lasciandomi piena di amarezza. Perché era andato tutto bene, se solo l'essere umano avesse riconosciuto il limite, se non avesse peccato di arroganza, se non avesse commesso l'errore di Icaro. 

Terminata la lettura mi sono fiondata - finalmente! - a vedere il film, che desideravo guardare da quando era uscito e che rimandavo proprio perché prima dovevo necessariamente leggere il libro (bibliofili, siete con me?). Mi son trovata davanti ad uno di quei scomodi casi in cui bisogna convincersi a pensare che libro e film, pur raccontando la stessa storia, sono due cose diverse, ugualmente belle. La trasposizione cinematografica, con l'atmosfera degli anni Venti e Trenta e soprattutto con la bravura degli attori, tiene gli occhi incollati allo schermo. Eddie Redmayne nei panni di Einar Wegener e di Lili Elbe è una poesia umana, le sue espressioni ed i suoi movimenti sono un capolavoro e vale senz'altro la pena vedere il film solo per questo. Non posso negare però di esser rimasta piuttosto delusa da come hanno stravolto la figura di Gerda, almeno rispetto al romanzo: è vero che resta accanto ad Einar/Lili, ma lo fa ribellandosi a quanto sta accadendo, versando lacrime e lasciando straripare la sua sofferenza - tutte cose che, la Greta d'acciaio del romanzo, non si sarebbe mai sognata di fare. Vengono meno anche i suoi saldi principi, come il suo non sognarsi nemmeno di guardare un altro uomo finché era ancora sposata, nonostante suo marito non fosse più suo marito. Anche il finale è ben diverso dal libro, ne manca un'intera parte che lo rende forse più triste e molto meno amaro. Anche se avete visto il film e pensate quindi di conoscere questa storia, il mio consiglio è di leggere comunque il romanzo perché molto diverso.





Sei sempre stata più brava di me a fare ritratti.
Divento come mi vedi.
Mi hai fatta bella, e ora mi fai forte...
Quanto potere c'è in te.


sabato 22 settembre 2018

Looking for Alaska, John Green

Con il post precedente sono ricomparsa qui sul blog senza spendere neanche mezza parola sul fatto che il titolo del blog stesso è cambiato (di nuovo). In realtà ho deliberatamente fatto finta di niente - immaginatemi che fischietto passeggiando con aria innocente - proprio perché avevo già dato un nuovo nome ed un nuovo look al mio blog neanche tanto tempo fa, e mi sento un po' in imbarazzo per questi così assidui e repentini cambiamenti quando invece i blogger seri, bravi e costanti restano fedeli al loro progetto iniziale. Ma io sono una che si alza la mattina e decide di cambiare la disposizione dei mobili di tutta la casa, figuriamoci se posso stare ferma e tranquilla con il mio blog. Comunque, spero che questo angolino continui ad interessarvi, e vi invito sulla pagina Instagram linkata qui di fianco, dove cerco di pubblicare almeno una foto al giorno. 

Bene, detto ciò, passiamo all'argomento del giorno. Questo mese ho finalmente deciso di combattere la pigrizia e di leggere un libro in inglese, cosa che mi riproponevo da moltissimo tempo e che non trovavo mai l'audacia e la forza di volontà di fare. L'allenamento con l'inglese si mantiene grazie alla valanga di serie tv guardate quasi tutte in lingua originale, ma la lettura è chiaramente un'altra cosa; e visto che ho portato a termine questo primo libro in poco tempo - per quanto semplice ed elementare il linguaggio - al momento mi sento tanto entusiasta e gasata da pensare di voler provare a leggere un libro in inglese al mese. (Che poi, ammettiamolo, è solo una scusa bella e buona per accaparrarmi libri che mai comprerei in italiano, ma che per motivi più o meno validi mi fanno gola).

Veniamo però alla lettura in inglese di Settembre. Looking for Alaska, John Green, l'amatissimo padre di The fault in our stars (Colpa delle stelle), che lessi sempre in lingua originale parecchi anni fa, uscendone molto contenta e soddisfatta. Al di là della storia d'amore e di malattia, che riuscirebbero ad estorcere una lacrima anche al cuore più arido dell'universo, quel libro mi era piaciuto molto per i suoi protagonisti, Hazel Grace ed Augustus, due adolescenti normali, educati, intelligenti, rispettosi, che non avevano bisogno di bere fumare drogarsi per sentirsi chissà che. Due ragazzi che per conoscersi meglio si scambiavano i loro libri preferiti, e che affrontavano anche i loro problemi - certo non semplicissimi - senza piangersi addosso. Ero contenta se gli adolescenti leggevano Colpa delle stelle, perché Hazel Grace ed Augustus mi sembravano un ottimo esempio. E John Green, lungi dall'essere un autore eccelso, scrive tuttavia meglio di tantissimi altri autori/autrici in voga tra i più giovani. Quindi: promosso! Ed ecco perché poco tempo dopo, di passaggio in un aeroporto, colsi al volo l'occasione per procurarmi un altro suo romanzo in lingua originale, Looking for Alaska per l'appunto, rimasto a prender polvere sugli scaffali fino ad ora.

E quanto mi dispiace dirlo, ma qui tutto ciò che mi era piaciuto in Colpa delle stelle è venuto meno, e mi sono ritrovata a leggere un libro veramente pessimo. A dir la verità, più che un romanzo brutto mi è sembrato un romanzo noiosissimo, che non aveva proprio niente da dire, con sparsi qua e là degli elementi che - da vecchia signora brontolona - mi hanno fatto storcere il naso.

Protagonista e voce narrante è Miles Halter, un liceale che stufo della sua vita monotona in cui non ha mai avuto uno straccio di amico, decide di dare una scossa alla propria esistenza trasferendosi nel campus dove da ragazzo ha studiato il padre, il Culver Creek, un luogo che sembra promettere la possibilità di ricominciare da zero e di sperimentare tutte le esperienze che un'adolescenza degna di questo nome dovrebbe provvedere. Le aspettative di Miles non vengono deluse, perché ha la fortuna di capitare in stanza con Chip Martin, soprannominato The Colonel, il quale lo introduce quasi subito nella sua cerchia di amici: Takumi, Lara e soprattutto Alaska.

Chi è questa fantomatica Alaska? Beh, è una ragazza di cui Miles si innamora praticamente all'istante, perché è molto bella ed ha un modo di fare e di parlare che, abbinato al suo aspetto esteriore, non potrebbe lasciar indifferente nessun diciassettenne. Alaska dovrebbe essere anche particolarmente brillante, dovrebbe essere una ragazza-enigma, una persona così affascinante e misteriosa, un po' volubile e lunatica ma carismatica come poche. Dai miei dovrebbe avrete forse già capito che a parer mio la costruzione di questo personaggio non è riuscita. Sin dal primo momento Alaska mi è sembrata insignificante, ed ho il sospetto che la mia età non c'entri: ho tanto la sensazione che anche se avessi letto questo romanzo da adolescente, quel che avrei voluto fare sarebbe stato prendere Alaska per le spalle, guardarla dritto negli occhi e dirle di rilassarsi. Lei dovrebbe essere il cuore del romanzo, ma a lettura conclusa è il personaggio che mi è rimasto meno impresso di tutti.

Per farvi capire, Alaska è una che dice cose come: "Tutti voi fumate per godervelo. Io fumo per morire." Okay, cì.

La cosa che mi ha dato più fastidio poi, è che se in Colpa delle stelle avevo apprezzato la normalità dei ragazzi, che non hanno bisogno di fare i trasgry per sentirsi a posto nel mondo, qui proprio questo elemento viene meno e la combriccola di Looking for Alaska non riesce a stare un giorno senza bere fino al coma etilico e fumare quintali di sigarette. Ma perché, mi chiedo io? E non lo dico perché sono una bacchettona, non avrei avuto nulla in contrario se ad esempio il gruppetto si fosse radunato per condividere una bottiglia alla fine della settimana, ma questi bevono e fumano come respirano, praticamente. E poi ci sono un sacco di eventi di dubbio interesse, tipo programmare ed organizzare scherzoni che, dopo lo studio, è l'attività principale del campus.

Il libro è diviso in un prima ed un dopo. Nel mezzo c'è uno di quegli episodi che spaccano la vita in due, in un prima ed un dopo, per l'appunto. Ecco, il "dopo" è stato molto meno interessante del "prima", e mi è sembrato come se non andasse a parare da nessuna parte.

Ora che ho massacrato abbastanza questo romanzo, posso permettermi di sottolineare anche le cose carine o simpatiche. Di sicuro Chip o Colonel che dir si voglia è il personaggio migliore. Sembra uno dei "fighi" in confronto a Miles (tant'è che al primo incontro anche lui dubitava di poter diventare suo amico), ma in realtà non lo è; è tenerissimo il suo rapporto con sua madre, rimasta sola dopo aver reagito ad un marito violento, e che ha continuato a crescerlo con le sue forze vivendo in un camper. Il più grande sogno di Chip infatti è quello di comprarle un giorno una casa grande e di lusso, e probabilmente ci riuscirà perché è una specie di genio della matematica. Anche l'amico Takumi, per quanto sia marginale, è riuscito a conquistarsi la mia simpatia. Il tratto distintivo di Miles invece è la sua passione per le "ultime parole" della gente più o meno famosa, motivo per cui è un avido lettore di biografie. Infine, momenti un po' più alti del libro (anche come scrittura), sono le lezioni di religione, tenute da un professore che sin dal primo giorno conquista il protagonista col suo modo di parlare e di infondere spirito critico ed analitico negli studenti. Un docente molto anziano, molto severo, ma di quelli che insegnano veramente qualcosa di duraturo.

Insomma, sono soddisfatta di aver ripreso a leggere in inglese, nonostante il libro si sia rivelato appena mediocre. Se volete approcciarvi alla lettura in lingua originale, i libri di John Green possono sicuramente essere un punto di partenza, perché ha un linguaggio molto semplice ed accessibile. Il mio consiglio è assolutamente quello di partire però da Colpa delle stelle, che è scritto molto meglio e racconta una storia ben più emozionante e coinvolgente. Looking for Alaska è adatto giusto se cercate una lettura leggera e di evasione dalla quale non vi aspettate nulla di più. 

Sarei comunque curiosa di sapere se sono soltanto io ad essere stata così acida nei confronti di questo libro, o se qualcun altro è d'accordo. Fatemi sapere nei commenti!

venerdì 14 settembre 2018

Una vita come tante, Hanya Yanagihara

Una vita come tante di Hanya Yanagihara è un romanzo che conta 1091 pagine. E' la prima cosa che scrivo qui nel mio commento perché è stato il primo elemento che mi ha spinta a decidere di leggere questo libro. Tra le sue pagine è raccontata soltanto "una vita come tante" e ci son volute tutte queste parole? Il messaggio che ho intravisto in questo accostamento paradossale è che in realtà non esiste una vita come tante: come ci ha insegnato Stoner, anche la vita più ordinaria ha molto da raccontarci ed insegnarci; il paragone con Stoner però si ferma qui - o anche prima - perché la vita che Yanagihara ha scelto di raccontarci è tutt'altro che ordinaria.

Jude, Malcolm, Willem, JB. Quattro ragazzi, amici inseparabili sin dal college, all'inizio delle loro carriere. JB è un'aspirante artista di grande talento, viene da una famiglia di sole donne che stravedono per lui, che credono fermamente nelle sue capacità e che ogni volta che torna a casa lo sommergono di cibo e di calore. JB è la nota stonata e colorata del gruppo, il più estroverso, quello con la battuta sempre pronta che maschera insicurezze e un grande bisogno di affetto. Malcolm invece è una figura molto solida, solida come le case che sogna di costruire un giorno, quando finalmente sarà un vero architetto. Malcolm è così solido anche perché c'è solidità alle sue spalle: due genitori ed una sorella, e l'appartenenza ad un ceto sociale che gli altri se lo sognano; ma nonostante i soldi e la casa nel quartiere di lusso, Malcolm è un ragazzo semplice ed alla mano, felice di cenare con gli altri una volta al mese nel ristorante vietnamita più economico della città. E poi c'è Willem, che ha avuto una famiglia, per quanto fredda e distante, e che adesso invece non ha più nessuno a parte i suoi amici. Willem è un buono, un puro, una persona trasparente e pulita come se ne incontrano di rado. Fa il cameriere all'Ortolan, un ristorante conosciuto per il buon cibo, ma anche perché tutti quelli che ci lavorano sono aspiranti attori, o attori che si sono rassegnati a fare i camerieri. Anche Willem, in effetti, vuole fare l'attore, e tra un turno e l'altro recita in ogni buona commedia che gli capita a tiro. Ed infine c'è Jude, che ha studiato giurisprudenza e lavora nell'ufficio del procuratore, e di cui per le prime 150 pagine non sappiamo quasi niente, e ce ne vogliono ancora molte altre per poter scoprire cos'è stata la sua vita fino ad allora, e perché adesso è quello che è. Il romanzo viene infatti narrato in terza persona, ma per le prime 150 pagine seguiamo i punti di vista degli altri - di Malcolm, di Willem, di JB - e vediamo Jude soltanto attraverso i loro occhi, percependo tutta la segretezza che protegge il passato di Jude.

E per quelle prime 150 pagine non sapevo bene cosa pensare, iniziavo a dubitare che il romanzo potesse piacermi e cresceva la paura di essermi procurata un mattone neanche tanto economico che non valeva in fondo la pena di leggere. Ma poi la palla è passata in mano a Jude, ed il registro di scrittura è cambiato. Si è fatto più acuto, come una ferita che si apre e pian piano ci caschi dentro. Una vita come tante è un romanzo che chiede tanta pazienza al lettore, perché Jude non ha mai raccontato a nessuno chi era prima di arrivare al college, né tutto ciò che gli è accaduto, e non vuole raccontarlo neanche al lettore. Le pagine raccontano presente e passato, e seguiamo i protagonisti sino alla loro mezza età, muovendoci con loro nello spazio e nel tempo, raccogliendo lungo la strada ogni piccolo indizio, ogni piccola fessura attraverso la quale comprendere il mistero ed il disastro che è Jude. 

Una vita come tante parla di amicizia. Parla di abusi indicibili e delle conseguenze impossibili da scardinare. Parla del coraggio che ci vuole per fidarti veramente di una persona, quando le persone ti hanno tradito in tutti i modi possibili. Parla di così tante cose, e di argomenti talmente delicati ed intensi e complessi e faticosi e veri che non si possono esaurire in un commento che sto facendo molta fatica a scrivere, perché di fatto è impossibile estrarre i pregi di questo libro senza rovinare la lettura. Quel che voglio dire, però, è che non credo che il lavoro di Hanya Yanagihara sia perfetto, totalmente esente da difetti; né arrivo a considerarlo uno dei più bei libri che ho mai letto. Ma resta comunque un romanzo che mi ha inghiottita, che talvolta mi ha lasciata senza fiato, che ho dovuto mettere via e distrarmi con altro prima di dormire per via della forza e della crudezza di certe scene; non ho pianto, ma ho sofferto, ed anche se ho provato rabbia così tante volte nei confronti di Jude, non ho potuto far altro che comprendere ogni suo aspetto e comportamento. C'è un grandissimo lavoro di costruzione psicologica, dietro questo personaggio, ed è una cosa che apprezzo sempre enormemente quando è fatta come si deve. 

Ora non puoi capire le mie parole, ma un giorno le capirai: l'unico segreto dell'amicizia, credo, è trovare persone migliori di te - non più furbe o più vincenti, ma più gentili, più generose, e più comprensive -, apprezzarle per ciò che possono insegnarti, cercare di ascoltarle quando ti dicono qualcosa su di te, bella o brutta che sia, e fidarti di loro, che è la parte più difficile di tutte. 
Ma anche la più importante.

domenica 8 luglio 2018

Tutto cambia, Elizabeth Jane Howard

Questa recensione non contiene spoiler, e può pertanto essere letta anche da chi non si è mai avvicinato alla saga dei Cazalet. Buona lettura!

Tutto cambia. Quando siamo piccoli – o ancora molto giovani – crediamo ingenuamente che il mondo per come lo conosciamo non cambierà mai, che la realtà che ci circonda non potrà che essere per sempre uguale a se stessa. Ci viene facile dar per scontato che abiteremo nella stessa casa in cui siamo nati, che le tradizioni o abitudini che più amiamo della nostra infanzia ci accompagneranno per tutta la vita, che gli adulti che ci guidano – i genitori, i nonni, gli zii, gli amici – siano eterni ed immutabili, delle rocce che il passare del tempo riuscirà a malapena a scalfire. Ovviamente però nulla di tutto questo è vero, ed è una lezione che prima o poi dobbiamo imparare tutti: chi prematuramente, chi in modo traumatico, chi lentamente e chi in maniera inevitabile e naturale col semplice incedere degli anni, col consumarsi delle cose e della vita. Imparare che tutto cambia è qualcosa che può avvenire in una tale quantità di varianti che è impossibile anche solo provare ad immaginarle tutte. Una persona cara che si ammala, ad esempio, quando siamo ancora talmente giovani da non riuscire nemmeno a concepire il pensiero della morte; un trasloco, che ci costringe ad abbandonare luoghi familiari ed amati; la perdita del nostro primo animaletto domestico; un problema tra adulti, che recide di netto rapporti importanti mettendo fine ai raduni allegri del sabato sera. Il venir meno, semplicemente, di qualcosa di solido e fondamentale, che ieri c'era ed oggi non c'è più, e che con la sua assenza apre inevitabili ferite, ci fa soffrire, e lascia un vuoto che non potrà mai essere colmato. Altre e nuove esperienze fungeranno da balsamo e la ferità smetterà presto o tardi di bruciare così tanto, ma soltanto per esser sostituita da una lacerante ed inguaribile nostalgia per quel qualcosa che credevamo ci sarebbe sempre stato e poi invece ad un certo punto è venuto a mancare, qualcosa che sappiamo bene non potrà mai essere rimpiazzato da niente e da nessuno, non allo stesso modo. Quella volta in cui abbiamo imparato che tutto cambia e che niente è per sempre.

Il lettore che entra per la prima volta ad Home Place prova quella stessa incrollabile fiducia infantile, quella certezza quasi cieca verso le cose, le persone, le tradizioni. Ci saranno per sempre il Generale e la Duchessa, ci sarà per sempre quel rifugio sicuro persino in tempo di guerra che è la grande casa nascosta come una perla nel cuore della campagna del Sussex. E ci sarà per sempre la grande e chiassosa famiglia che vi si raduna, che sarà soltanto più numerosa con l'aggiungersi di altre mogli, di altri mariti, di altri figli.

E' difficile proseguire da qui in poi, pensare esattamente a cosa dire, perché la saga dei Cazalet a lettura conclusa è diventata un accumulo di ricordi, una scatola delle memorie piena di fotografie – alcune in bianco e nero, altre solo ingiallite dal tempo – e di vecchi cimeli che non direbbero proprio niente ad occhi estranei, ma a chi ha camminato per le stanze ed i corridoi di Home Place fanno subito venire in mente “quella volta che...”. Penso con tenerezza allo scetticismo con cui mi sono avvicinata a Gli anni della leggerezza poco tempo dopo la sua pubblicazione. Scetticismo dovuto soltanto al mio totale snobismo, in certe occasioni, che mi fa dubitare fortemente di quei libri che, appena usciti in libreria, viaggiano già sulla bocca di tutti. E chissà, se non fosse stato scelto da mia madre dalla lista di ciò che desideravo per Natale, forse non avrei mai intrapreso questa lunga ed accogliente passeggiata. La saga dei Cazalet per me è qualcosa di quasi indescrivibile, un momento unico ed irripetibile nella mia vita di lettrice, di amante della letteratura e dei libri, di appassionata di storie e di atmosfere e lo è per tante ragioni. Forse dipende dal respiro così ampio, dal tanto spazio che ci viene dato per conoscere così a fondo tutti i personaggi; forse dipende dal talento e dal genio di Elizabeth Jane Howard, che in quest'ultimo volume mi ha colpita con ancora più forza di quanto fosse accaduto prima (e c'è un passaggio in particolare, con cui spiegare questo, ma non mi sognerei mai di svelare un particolare tanto importante!); forse dipende dal fatto eclatante che, con tutti i personaggi che popolano queste pagine, non esiste lettore al mondo che non riuscirebbe a trovare qualcuno con cui identificarsi, talvolta anche più di uno contemporaneamente. E ci sono così tanti momenti, così tante situazioni reali ed oneste che trovo impossibile non sentirsi a poco a poco calare completamente all'interno della vita dei Cazalet.

Non renderò mai onore alla bellezza di quest'opera, in parte perché mi sono troppo affezionata a tutti loro e non riesco a fare neanche mezzo passo indietro per descrivere le cose con quel minimo di necessario distacco. Ho tentato di rallentare, mentre leggevo, perché non volevo proprio allontanarmi da quel vialetto, non volevo che su Home Place si spegnessero le luci; eppure non ci sono riuscita, le seicento e passa pagine son volate in una manciata di giorni. Ed ora è così difficile stare qui e provare a parlarvene, perché prima di tutto è stato difficilissimo – dopo cinque libri, ventuno anni, 3033 pagine – dire addio.

Difficile dire addio a Clary, soprattutto, della quale so talmente tante cose che mi sembra di esserci cresciuta insieme, e che tra tutti è sicuramente quella che mi somiglia di più, col suo interesse verso le parole e quell'esigenza sin da piccola di aggrapparsi ad una penna. Col suo caratteraccio e la sua iper-sensibilità sulle questioni più disparate, con la profondità che si spalanca nel suo animo ben nascosto ed i suoi miliardi di imperfezioni che vanno dai capelli crespi al non riuscire mai a far le cose proprio come si deve. Nelle sue dita sempre macchiate d'inchiostro, nei vestiti sciupati, nelle ciocche di capelli che scappano in maniera scomposta dalle pettinature, nei rossori sul viso, nelle torte bruciate, nell'infinità di lavori quotidiani portati avanti alla bell'e meglio, nel suo continuo e nonostante tutto provarci, provare a vincere sui difetti e sulle imperfezioni nonostante la totale mancanza di quel qualcosa, tipicamente femminile, che rende le altre capaci di portare ordine e bellezza e calore ovunque vadano – in tutto questo e negli occhi di Clary, unico tratto magnetico del suo aspetto, c'è molto più di me di quanto io abbia mai trovato prima in un personaggio. Ed è stato difficile dire addio a Polly, così dolce e così gentile che non si può non volerle bene sin da subito, nonostante una punta d'invidia per la sua bellezza e la sua grazia innata, per la sua capacità di porsi con chiunque e di saper maneggiare con saggezza qualunque situazione ed ogni sentimento, con la stessa destrezza di un giocoliere. Un po' meno complicato dire addio a Louise, alla quale pure son stata affezionata in passato, ma che si era fatta così distante e così sfuggente che quasi non mi sembrava di sapere più molto di lei. Del resto, so che Louise saprà cavarsela, e non mi preoccupo per lei. E dovrei via via nominarli tutti: Zoë, che è stata per tutto il tempo il mio personaggio preferito, quella che sicuramente vive la crescita e le evoluzioni più evidenti e che mi ha emozionata più di tutti; Rupert, che tra i tre fratelli è stato sin dal primo momento il mio preferito, con la sua inadeguatezza rispetto al ruolo di uomo d'affari e la sua vocazione per la pittura, il suo carattere così sfaccettato e solo all'apparenza remissivo; e Hugh, che percepisco come un gigante buono, un uomo testardo ma di una genuina bontà di cuore senza eguali, al contrario di Edward che è sempre stato egoista e meschino ma che, nonostante tutto, ora che ne paga le conseguenze mi causa un fastidioso senso di pietà e di profondo dispiacere. E poi bisogna salutare Rachel, ringraziandola per essersi sempre presa cura di tutto e di tutti, e Villy che non è particolarmente simpatica ma fa comunque parte della famiglia, così come Archie che non è mai stato soltanto un amico, ed ho imparato a volergli un gran bene. E poi ci sono i ragazzi, Neville e Simon e Teddy che abbiamo conosciuto bambini e li lasciamo che sono degli uomini. C'è un'infinità di personaggi secondari, che pure lasciano un segno importantissimo, a cui dire addio, ed anche tutta una nuova scoppiettante generazione che non ha tempo per i nostri lunghi e tediosi commiati.

Ho scritto abbastanza, eppure non a sufficienza. Uscire una volta e per sempre da Home Place è stata una nuova e durissima lezione sull'evidente dato di fatto che tutto cambia, una lezione che avevo già imparato e sulla quale Elizabeth Jane Howard ha deciso di farmi riflettere una volta di più. Home Place lascia in me un nuovo vuoto, una nuova incolmabile nostalgia destinata a restare tale, perché niente e nessuno potrà sostituire questi luoghi e questi personaggi. Perciò non resta che dire grazie, grazie di esserci almeno stata, grazie per avervi potuto conoscere. E siccome bisogna in qualche modo lenire la malinconia, ripenso alle piccole manie della Duchessa – come la sua eccessiva parsimonia, o il suo pensare che la comodità fosse un eccesso dell'epoca moderna – o ai tanti aneddoti sul Generale, come quella volta che fu fermato dalla polizia perché stava guidando sul lato sbagliato della strada, e lui rispose che era sempre passato da là, a cavallo, e che era troppo anziano per cambiare abitudini. 

E tutti, con gli occhi lucidi, sorridono.


giovedì 28 giugno 2018

Una serie tv ed un libro che non c'entrano niente l'uno con l'altra

Il titolo si spiega da solo, perciò direi di non indugiare oltre e di proseguire spediti come un treno diretto, senza soste, senza ritardi perché hanno rubato il rame dei binari, e senza deviazioni sulle tratte storiche (questa mi è successa l'ultima volta che ho preso un treno, giuro).

La serie tv in questione è più che famosa, quindi non vi sto proponendo niente di innovativo o che vi farà esclamare di sorpresa e stupore, ed è anche il motivo per cui potrò permettermi di essere breve (per i miei standard, s'intende). Giustamente, nella mia testa sento un coro di “ma allora a che cosa serve scrivere la tua opinione in merito??!”, beh a niente, assolutamente a niente, però è una serie che ho desiderato ferocemente vedere sin da quando è uscita ed ho aspettato così tanto perché volevo guardarla proprio al momento giusto, col massimo della concentrazione e con la testa libera da eventuali distrazioni, e quindi dopo tutto 'sto pathos – e considerato anche quanto m'è piaciuta – non posso proprio lasciarla scivolar via così, senza spenderci neanche due paroline, e quindi vi beccate questi giri di parole che non servono a nulla, perché sulle serie tv che finiscono col piacermi proprio tanto io non sono brava a scrivere recensioni intelligenti ed interessanti come fanno gli altri. Ma tant'è. Ciò che conta però è che ho già scritto un lunghissimo paragrafo senza dire nemmeno il titolo della serie, quindi la smetto e vengo al sodo: The Crown, prima stagione.


Le cose belle della prima stagione di The Crown (che, a scanso di equivoci, sono tante):

– l'estetica. La cosa che mi ha conquistata sin dal primo fotogramma, e poi per tutti e dieci gli episodi, è il lato puramente estetico di questo telefilm. Non c'è niente che non sia bello, o estremamente elegante: dagli ambienti interni a quelli esterni, dalla perfetta dizione britannica alla moda degli anni Cinquanta. E' tutto così curato, sin nei minimi dettagli, che anche soltanto guardare questa serie (se fosse muta, ad esempio) sarebbe comunque un enorme gioia per gli occhi dello spettatore.
– Claire Foy ed in generale la bravura degli attori, perché il cast è stellare, di un talento puro e totale. Il personaggio di Winston Churchill è monumentale, colossale, gigantesco, mastodontico, tanto nella fisicità quanto nel suo ruolo, veramente immenso, una colonna portante che quasi non accetti possa lasciare il proprio posto, come del resto anche lui stesso difficilmente riesce a fare. Ma dovrei nominarli proprio tutti, perché anche il marito della regina, il principe Filippo, è reso così bene dall'interpretazione di Matt Smith che faccio una grande fatica ad avere il minimo dubbio che il vero principe Filippo non sia davvero così, e mi piace molto l'ambiguità che è stata conferita a questo personaggio, di cui sono molto curiosa di seguire lo sviluppo; un cenno va fatto anche a Vanessa Kirby, che interpreta magistralmente la principessa Margaret, sorella minore e tormentata della regina Elisabetta. Il plauso più grande, però, va ovviamente a lei, Claire Foy, nei panni sontuosi, ingombranti e scomodi della Regina Elisabetta II. La sua bravura è sconcertante, non ruba mai la scena agli altri, ma il più delle volte le basta uno sguardo o una piega della bocca per esprimere tutto il sentimento richiesto dalla circostanza. Sicuramente c'è dietro un grandissimo lavoro di studio e di ricerca, ma lei è talmente naturale che sembra proprio nata per questo ruolo.
– L'accuratezza storica, perché ovviamente non so se tutto ciò che viene raccontato in The Crown sia perfettamente coincidente con la realtà, ma per quanto ci è dato di verificare, i fatti combaciano e poi, il solo fatto che la serie sia stata prodotta, credo significhi che ci sia stato un preventivo permesso da parte dei Windsor, il che dovrebbe far pensare che non ci siano fandonie, all'interno del racconto. Quando mi trovo davanti una storia che prende a piene mani dalla materia storica mi piace che, anche se un po' romanzate, le cose che vengono raccontate rispecchino la verità, così da trarne informazione oltre che intrattenimento, perciò questo è un punto che apprezzo moltissimo.
– I vari filoni narrativi, perché la regina Elisabetta II non è la sola ed unica protagonista, ma intorno a lei ci sono varie altre questioni che mi hanno toccata emotivamente in modo davvero forte, più di quanto mi aspettassi. A partire dalla vicenda della principessa Margaret, della quale ammetto vergognosamente di non aver saputo nulla prima di guardare The Crown; un altro dei miei filoni narrativi preferiti è senza ombra di dubbio quello dedicato allo zio della regina, Edoardo VIII, il re mai arrivato all'incoronazione, che dopo poco meno di un anno sul trono decise di abdicare per amore di Wallis Simpson, un'americana divorziata e già al suo secondo matrimonio, che fu prima amante di Edoardo VIII e poi la sua sposa, scatenando un grave scandalo che non venne mai perdonato. In The Crown vengono rappresentate le tensioni che ancora esistono a distanza di anni tra l'ex reggente e la sua famiglia d'origine, nonostante tra loro sia trascorso tanto tempo e la distanza di un oceano (Edoardo VIII, infatti, lasciò l'Inghilterra). E' affascinante pensare che, se non fosse stato per questo incontro fatale e per questo amore travolgente, Elisabetta II non sarebbe mai salita al trono, e la linea di successione sarebbe stata un'altra.

Se dovessi approfondire ulteriormente, finirei con l'analizzare singoli momenti che mi hanno particolarmente coinvolta ed emozionata, ma ciò costituirebbe uno spoiler, cosa che cerco sempre di non fare, perciò mi fermo qui lasciando a chi non si è ancora approcciato a The Crown tutto il piacere della scoperta.

Veniamo invece all'ultimo libro letto, che come preannunciato dal titolo non potrebbe essere più distante – per genere, atmosfere e tipologia narrativa – da The Crown; li ho accorpati in un unico post puramente per motivi logistici e di tempo. Ma introduciamo questa lettura per me insolita con una breve e simpatica scenetta.

Pomeriggio. Stanza di mia sorella minore. Dopo averle recato un messaggio della nostra genitrice, sto per lasciare i suoi appartamenti, quando i miei occhi abbassandosi sulla scrivania scorgono un oggetto interessante, alias, un libro. Una brutta malattia che mi ha colpito sin dalla tenera età mi costringe a prendere in mano e sbirciare qualunque mucchietto di carta stampata, anche quando si tratta della discutibile (ed ingiustificata) biografia di una youtuber dodicenne che ha fatto successo mostrando la sua collezione di calzini della collezione di Ariana Grande. Fatto sta, che fortunatamente quel pomeriggio il libro poggiato sulla scrivania della mia sorellina era ben altro, ovvero il primo volume della celeberrima saga del Trono di Spade, dell'egregio signor George R.R. Martin (ma fatemi capire, le R.R. le ha rubate a Tolkien? Uno scrittore fantasy – non che i due siano paragonabili, eh – se vuole avere successo deve avere per forza due R puntate nel nome?), più famoso per il terrore che alla sua ormai veneranda età lasci il mondo terreno da un giorno all'altro lasciando senza conclusione l'amata saga, che per la saga stessa. Si trattava di un titolo insolito, da scovare nei dintorni della mia sorellina, che infatti disse:

«Non mi piace. Se vuoi prenditelo.»
«Vabbè.»

E fu così che, curiosa e scettica in egual misura, quella sera attraversai un prologo del quale non capii nulla, per poi trovarmi senza essermene accorta a pagina 100. Maledizione. La trama non la racconto, perché non ne sarei in grado e poi molti di voi la conoscono già; ciò che posso dire, è che anche se Martin non è Tolkien né paragonabile a nessun grande autore/autrice, scrive in una maniera che sa essere al contempo molto asciutta e molto coinvolgente. Ho scoperto dentro questo libro una lettura di puro e piacevole intrattenimento, della quale senza saperlo avevo un gran bisogno. Se mi seguite da un po', avete ormai un'idea di che tipo di lettrice sono: leggo montagne di classici, e raramente faccio letture che si possano definire totalmente leggere, perché se un libro non è impegnativo dal punto di vista del contenuto, magari lo è stilisticamente o per altre caratteristiche; insomma, quasi mi rifiuto di sprecare tempo a leggere cose frivole, perché la maggior parte delle volte mi sembra uno spreco di tempo, oppure si rivelano libri talmente brutti che mi annoio e non riesco proprio a leggerli. Il trono di spade, con tutti i suoi difetti ed il suo essere letteratura “semplice”, è scritto bene, è pieno di personaggi interessanti ed è un fantasy che può benissimo piacere anche a chi non mastica il genere, perché in realtà quello di Martin è un mondo che richiama molto l'epoca medievale, dove ogni tanto si parla di draghi e altre creature fantastiche, ma questo è il massimo di fantasy che c'è dentro. Per il resto, la trama è fatta di intrighi e cospirazioni, e se ci si interessa alla trama il libro scorre che è una meraviglia. L'ho definito un libro da leggere mangiando patatine, perché dovete sapere che io non mangio mai mentre leggo – mangiare mi distrarrebbe, al massimo sorseggio una bevanda calda tra una pagina e l'altra – ma quando prendevo in mano Il trono di spade mi veniva proprio voglia di mangiare patatine, come le serate progettate per guardare un film in compagnia. Per concludere, visto che probabilmente proseguirò la lettura della saga (con molta calma, eh) e che nel corso dei vari libri cambierò idea cinquecentomila volte come tutti, penso possa essere divertente fare un piccolo elenco di cose a caso, tipo così:

Personaggi preferiti: Arya, Daenaerys, Eddard, Bran
Personaggi odiati: Cersei Lannister, Joffrey Lannister
Personaggi più ambigui: Tyrion Lannister, Ditocorto
Premio tragedia: Lady, e non aggiungo altro
Premio perle di saggezza: va assolutamente a Tyrion, che appena apre bocca o fa il buffone, o sputa verità esistenziali come niente fosse, le vie di mezzo non gli piacciono
Premio lacrimoni: se lo becca Jon Snow, che sbaraglia tutti quanti prendendosi a cuore Sam, l'ultimo arrivato nella confraternita e pure sfigatello sotto molti punti di vista

Bene, volevo essere breve ed ho qualche dubbio sulla riuscita di tale proposito, perciò taglio e sorvolo su lunghe conclusioni e vi auguro buone letture ed un ottimo proseguimento di giornata.
A presto!

Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina , Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna. Il commento al rom...