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lunedì 12 aprile 2021

Il Conte di Montecristo, Alexandre Dumas

 Devo ammetterlo, forse commetto un errore. L’errore di avere un’opinione così alta ed un tale rispetto verso i classici della letteratura mondiale – e quella ottocentesca in particolare – da attribuir loro quasi la caratteristica dell’infallibilità. Dimentico a volte che quello che oggi è un grande classico è stato un tempo un libro come un altro, un romanzo fresco di pubblicazione verso il quale il lettore comune non nutriva i sentimenti che oggi circondano e ammantano la fama di certi titoli. Vero è però che il mio culto per i classici non nasce dal nulla, ma dal fatto che ormai – seppur me ne mancano ancora tantissimi, e di fondamentali – posso anche affermare di averne macinati parecchi sino ad oggi ed un classico che mi avesse completamente delusa non lo avevo ancora incontrato. Ce n’è stato qualcuno che non mi è piaciuto, certo, come ad esempio Effie Briest di Theodor Fontane – noiosissimo, con dei personaggi antipatici costruiti male ed una visione delle cose retrograda anche per la sua epoca (1894-95) – o Il sosia di Dostoevskij che sono certa di non aver capito. Ma anche in questi casi, pur non comunicando con i miei gusti e la mia sensibilità, ho chiuso quei testi con la sensazione di aver imparato qualcosa, di uscirne arricchita ed in qualche misura appagata. Dopo un intero mese passato a leggere le 1205 pagine che compongono Il Conte di Montecristo, invece, sono esattamente la stessa persona che ero prima di cominciarlo ed oltre alle varie questioni su cui mi dilungherò a breve, su ciò che questo romanzo contiene l’unica domanda che sarei riuscita a farmi sarebbe stata: e quindi?! Ma andiamo con ordine.

Di cosa parla Il Conte di Montecristo.

Il romanzo si apre sul ritorno a Marsiglia, dopo mesi trascorsi in mare aperto, della nave Pharaon, il cui capitano si era ammalato e poi morto durante il viaggio. Per questo, il comando era stato preso in via provvisoria da Edmond Dantès, giovane ed abilissimo marinaio molto amato dagli uomini al suo servizio. Dantès si configura subito come un ragazzo semplice, dal cuore puro, guidato da saldi principi e valori onesti, incapace di secondi fini e pertanto indifeso contro la malizia altrui. Al momento dello sbarco, giudicato ottimo il lavoro da lui svolto, il proprietario della nave – l’armatore Morrel – si sbilancia nel dirgli che ci sono ottime possibilità che venga subito promosso a capitano. Dantès, col cuore colmo di gioia e riconoscenza, sogna già questa prospettiva, che renderebbe più facile la sua vita e quella di coloro che ama, ovvero due sole persone al mondo: il vecchio padre, che vive di ciò che il figlio guadagna, stringendo la cinghia durante le sue lunghe assenze, e la bellissima catalana Mercedes, che aspetta pazientemente il ritorno del suo innamorato. Dantès sta quindi per coronare le sue umili ambizioni – una posizione lavorativa rispettabile e ben retribuita, il matrimonio con la donna che ama e la tranquillità per suo padre – ma c’è chi, nonostante lui non abbia fatto nulla per meritarlo, cova nei suoi confronti odio e gelosia. C’è chi lo invidia per l’avanzamento di carriera, chi lo considera un rivale in amore, chi nutre per lui una grande antipatia. Da quest’avversione comune nascerà un complotto ai danni di Edmond, destinato a stravolgere il corso della sua vita. A causa di una falsa denuncia anonima che lo accusa di bonapartismo nel periodo in cui Napoleone è esiliato all’Elba e la monarchia francese si è ristabilita sul proprio trono, Dantès viene arrestato; ad interrogarlo è il procuratore del re Villefort, che comprende subito l’innocenza del ragazzo, ma ha i suoi interessi personali nell’insabbiare più in fretta possibile tutta questa storia. Così, il povero Dantès viene gettato nelle segrete del castello d’If, dove resterà per ben quattordici anni. Periodo durante il quale, ad un certo punto, avrà la fortuna (ed è il caso di sottolineare questa parola) di conoscere l’abate Faria, creduto da tutti un povero vecchio pazzo perché continua a promettere un immenso tesoro in cambio della propria libertà. Dantès scopre ben presto che Faria è tutt’altro che pazzo, ma al contrario un uomo dalla cultura vastissima e dotato di grande ingegno, che invece di abbandonarsi alla disperazione – come lui invece stava facendo – aveva incessantemente lavorato di mente e di braccia per trovare un modo per evadere. Gli anni di prigionia diventano così immensamente preziosi, perché Edmond si farà insegnare da Faria tutto ciò che sa ed il vecchio, che finisce con l’amarlo come un figlio, gli svela tutti i segreti circa il suo famoso tesoro, lasciandoglielo in eredità se mai fosse riuscito ad uscire vivo di lì. E’ grazie a questi presupposti – cultura, conoscenza e denaro – che Edmond Dantès si trasformerà nel Conte di Montecristo, sposando come unico scopo della propria esistenza quello di vendicarsi dei colpevoli della propria sorte.

Pubblicato a puntate a partire dal 1844, Il Conte di Montecristo si inserisce a pieno titolo nel filone del feuilleton – tanto in voga a quell’epoca – ovvero il romanzo d’appendice, un genere letterario che aveva come obiettivo principale quello d’intrattenere le masse, e per questo presentava di solito trame avventurose e grandi intrecci che avrebbero mantenuto vivo l’interesse nonostante la pubblicazione episodica.

I motivi per cui questo romanzo non mi è piaciuto per niente.

1.      La superficialità di Alexandre Dumas, ed il suo stile di scrittura.

Fin dalla prima pagina la scrittura di Dumas mi è parsa molto semplice, tant’è che la prima cosa che vien da pensare, leggendolo, è quanto sia scorrevole. Dal canto mio però credo che l’aggettivo scorrevole non sia nulla di particolarmente lusinghiero: da un romanzo scritto bene quasi mi aspetto che sia scorrevole, così come esistono libri assolutamente mediocri di cui si può comunque dire che siano scritti in modo scorrevole. Se fossi stata onesta con me stessa avrei storto un po’ di più il naso fin dal principio, ma ben conoscendo l’entusiasmo generale che circonda i romanzi di Dumas mi son detta di dargli un po’ più di tempo. Ebbene, il tempo non ha fatto altro che peggiorare sempre più la mia percezione della sua penna: lo stile di Dumas non è semplice – qualità che spesso apprezzo moltissimo – ma sempliciotto, ai limiti del banale e del grossolano. Non c’è stato un singolo momento in 1205 pagine in cui io possa dire di essermi veramente emozionata, qualsiasi momento o personaggio egli stia raccontando il tono è sempre il medesimo, incredibilmente piatto. Ed a questo si deve, evidentemente, il piattume dei suoi personaggi: benché ce ne sia qualcuno riuscito meglio (e più tardi ne parlerò) in linea di massima hanno tutti lo spessore delle comparse. Anche verso quelli principali, si sviluppa una certa familiarità solo a forza di vederli ricomparire ed a causa dell’importanza che rivestono all’interno della trama, ma mancano tutti del più vago senso di tridimensionalità. Non c’è costruzione emotiva né scavo psicologico, e di tutti loro alla fine non sappiamo molto di più di quanto ne sapessimo all’inizio. Non c’è vera e propria crescita o evoluzione: non sono i personaggi a muoversi ma soltanto le cose attorno a loro e loro restano, in fin dei conti, sempre uguali.

Non riesco a pensare ad una sola frase interessante dal punto di vista letterario, un guizzo in qualche scelta lessicale o costruzione sintattica (e no, non è colpa del traduttore perché, grazie alla scelta di leggerlo in compagnia, ho potuto confrontarmi con chi teneva in mano edizioni e traduzioni diverse dalla mia). Semmai rabbrividisco ancora – dalla noia e dalla bruttezza – di certe pagine fatte solo da dialoghi sterili ed un po’ inutili che hanno il solo scopo di far camminare la trama, ma che dubito possano soddisfare chiunque apprezzi una scrittura un minimo più sofisticata.

La superficialità di Dumas emerge tutta nel suo modo di gestire la materia storica, che ha voluto per forza buttare all’interno del romanzo ma dalla quale – secondo me – sarebbe stato molto meglio se si fosse tenuto lontano. Nella parte iniziale il contesto storico è – anche se sarebbe più corretto dire che sarebbe stato – di fondamentale importanza, ma Dumas non fa il minimo sforzo né per costruire veramente il contesto che ha deciso di usare né tanto meno di approfondire le questioni di cui si è voluto servire. Non pretendo un’accurata digressione storica da un romanzo d’intrattenimento, ma sono dell’idea che se decidi di usare come comparsa Napoleone in persona, e di usare elementi di un periodo delicato come quello post-Rivoluzione francese o lo fai bene, oppure meglio evitare. Mi chiedo come potrebbe, una persona che ha scarsa conoscenza del periodo, comprendere tutta una serie di cose di cui si parla, un po’ alla rinfusa, nella prima parte del romanzo e soprattutto come potrebbe capire perché essere accusati di bonapartismo in quel momento sia un’accusa tanto grave da essere sbattuti nelle segrete di un castello-prigione. Certo, esiste sempre l’opzione “se non sai le cose e vuoi capire te le vai a cercare da te” ma io mi chiedo: il bello di leggere romanzi di altre epoche non consiste anche proprio nell’imparare da essi, nella possibilità di approfondire nozioni fredde e distanti grazie ad una storia che le rende vive?

Io son proprio di quest’idea, tant’è che mentre affrontavo queste pagine in cui si parla a vanvera di bonapartismo e realismo trovandole incredibilmente noiose – e noiose proprio perché superficiali, poco approfondite, scritte male – il pensiero andava da sé al lavoro straordinario svolto da Charlotte Bronte, che nel suo Shirley, avendo deciso di usare come periodo in cui ambientare la propria storia quello della Rivoluzione industriale, ha saputo ricrearne perfettamente tutte le tensioni, facendomi comprendere come mai avevo potuto capire prima che cosa comportasse nella vita quotidiana di un piccolo imprenditore inglese il blocco napoleonico – e guarda caso torna proprio la figura di Napoleone, forse è da questo che scaturisce il mio confronto – e perché l’avvento dei macchinari nell’industria scatenò tanta divisione e tante difficoltà. Eppure, neanche quello è un romanzo storico.

L’idea che Dumas fosse un autore un tantino superficiale viene poi avvalorata da due informazioni. La prima è che venne ripetutamente citato in tribunale per questioni legate ai diritti d’autore, dal collega Auguste Maquet, anch’egli scrittore e drammaturgo. Dumas si era affidato a lui durante la stesura di tutti i suoi romanzi, ricevendo da Maquet un contributo fondamentale per quanto riguarda la costruzione storica e l’ambientazione delle proprie opere. Che si sia però dimenticato di lui, dopo aver ottenuto il successo sfruttando le sue conoscenze? Tra gli esperti c’è chi sostiene che Maquet abbia scritto interi capitoli dei romanzi di Dumas, chi dice che “Maquet realizzava ciò che Dumas non riusciva a scrivere” – fatto sta che in seguito alle guerre in tribunale Maquet ottenne un rimborso di 145.200 franchi, perdendo però i diritti sulle opere che aveva contribuito a scrivere.

La seconda informazione che alimenta il mio giudizio di superficialità sull’approccio che Dumas aveva nei confronti del proprio lavoro, è che il manoscritto de Il Conte di Montecristo è famoso anche per essere pieno di refusi, sviste, imprecisioni, trascuratezze. Sono dettagli che non inficiano in particolar modo la lettura, spesso anzi solo il lettore sempre vigile e meticoloso se ne accorgerebbe. Nella mia edizione – I grandi classici di Bur – però questi momenti venivano sempre segnalati con una nota a piè di pagina, perciò è stato inevitabile ad un certo punto rendermi conto di come a Dumas non importasse più di tanto se certi dettagli della propria costruzione narrativa fossero corretti o meno.

Il Conte di Montecristo si regge solo ed unicamente sulla trama e sul susseguirsi degli eventi. Non dovrei aspettarmi altro da un romanzo d’appendice di destinazione popolare, forse – invece mi aspetto molto, ma molto di più, perché purtroppo non è la prima opera riconducibile a questo filone che leggo. E se penso che Charles Dickens o il suo amico e collega Wilkie Collins operavano con le stesse modalità non posso che mettermi le mani nei capelli per la distanza che separa una qualunque delle loro opere dal capolavoro di Dumas in termini di qualità – sotto ogni punto di vista, ma soprattutto quello stilistico e letterario. Prendete un personaggio qualunque a caso, anche uno che compare una volta sola, in un’opera qualunque di questi due autori e sarà mille volte caratterizzato meglio dello stesso Dantès.

2.      Edmond Dantès alias Conte di Montecristo.

Edmond Dantès riusciva almeno a farmi tenerezza. Chiunque ne proverebbe per il giovane marinaio così puro, onesto e fiducioso e chiunque proverebbe dispiacere per le sue prospettive spezzate a causa della malignità e dell’arrivismo altrui. La mia antipatia profonda e radicata infatti non è tanto verso Dantès – se lo identifichiamo col giovane innocente ingiustamente incarcerato – ma per colui che riemerge dalle segrete del castello d’If, ovvero il Conte di Montecristo.

Personaggio totalmente irrealistico, più piatto degli altri, in preda ad un insanabile delirio di onnipotenza e con quello che secondo me è un grave disturbo narcisistico della personalità.

Affermo questo perché sono incalcolabili i momenti in cui egli afferma di essere strumento della Provvidenza, la quale senz’altro esiste ma non sempre si palesa e concretizza sulla Terra, per questo il buon Dio ci ha mandato lui, grazie al cielo. Siamo tutti d’accordo che abbia subito delle profonde ingiustizie, per di più gratuite, e sebbene l’idea di vendetta sia un sentimento distante anni luce dal mio modo d’essere – sono una persona quasi incapace di portare del semplice rancore, figuriamoci – avrei compreso il suo desiderio di restituire il male subìto a chi per primo lo aveva causato. Ma il suo sentirsi/credersi/porsi come un essere superiore che ha diritto di vita e di morte sugli altri proprio non riesce ad andarmi giù: chi gli ha conferito tale diritto? Chi l’ha eletto a strumento divino sulla Terra?

Dalla sua bocca escono più di una volta espressioni come la seguente:

“Per me il buon servitore è quello su cui ho diritto di vita e di morte”.

E qui non si rivolge neanche ai suoi nemici, ma per l’appunto ai suoi servitori. Ed un personaggio che la pensa così è un personaggio straordinario, che merita tutta l’ammirazione di cui gode? Non riesco proprio a spiegarmelo e lo trovo al contrario totalmente indifendibile, come nella storia del suo schiavo – e sottolineo schiavo – Alì, che non approfondisco per non fare spoiler.

Il suo delirio non sta solo nella percezione di sé come strumento divino del bene con la missione di far


pulizia laddove ha agito il male; la sua follia si manifesta anche in contesti da lui percepiti come positivi: così come punisce quelli che gli hanno tolto tutto, allo stesso modo si prodiga per ricompensare quelli che, al contrario, hanno tentato per quanto possibile di aiutarlo. Ma il suo modo di elargire la ricompensa non appare come disinteressato, è tutto permeato di egocentrismo e narcisismo: nel momento in cui viene riconosciuto come benefattore egli gode smisuratamente dell’adorazione altrui. Infatti ciò che ho visto in determinati momenti del romanzo – quei momenti in cui sembrava doveroso sciogliersi dalla tenerezza per il buon cuore del Conte – io ho visto solamente un uomo pieno di sé che non ne aveva mai abbastanza di essere idolatrato da persone che – come del resto qualunque personaggio del libro – pendono dalle sue labbra.

Ed ecco, parliamo di questo. Perché diamine tutti pendono dalle sue labbra e vengono tramortiti all’istante dal suo carisma?! Questa è un’altra cosa che faccio fatica a spiegarmi, perché se è vero che il Conte, col suo aspetto fuori dal comune, i suoi modi ed abitudini frutto di interminabili viaggi intorno al mondo, non lo fanno passare inosservato nell’alta società piena delle sue convenzioni, mi sembra comunque eccessivo che nessuno sia in grado di tenergli testa (anche perché io tutto questo pozzo di scienza in lui non l’ho visto, ma vabbè).

Per me il Conte è un personaggio totalmente irrealistico, perché Dumas gli attribuisce qualunque dote e qualità. Lo descrive come bellissimo (però pallido e tenebroso), fortissimo, ricchissimo, poliglotta, eccellente in qualunque attività, dottissimo in ogni disciplina! Anche meno verrebbe da dire, no? A ben guardare, il Conte di Montecristo mi sembra l’antesignano perfetto del protagonista maschile dello young adult medio.

A rendere poco credibile il suo personaggio non è nemmeno l’eccessiva perfezione. La storia della letteratura, del cinema o delle serie tv, così come anche la realtà storica è ricca di figure dal genio smisurato, così grande in un campo solo o spalmato in diversi talenti; ma quasi sempre ad una genialità smisurata, cui faremmo quasi fatica a credere, arrivano a fare da contrappeso uno o più profondissimi punti deboli. La fragilità umana, semplicemente, che non risparmia nemmeno i migliori tra di noi. E di solito è proprio quella fragilità che ci permette di amare a pieno il genio inarrivabile, perché lo avvicina a noi e questo accorciamento di distanza è lo spazio in cui ha modo di nascere l’empatia.

Ecco, tra noi ed il Conte la distanza resta vastissima e luoghi di empatia non se ne trovano. Il Conte non ha debolezze, è sempre perfetto, impeccabile, tutto d’un pezzo, non ne sbaglia una. C’è un unico momento in cui va in crisi – ma roba di un attimo, si ripiglia subito – e di cui infatti non ero riuscita a comprendere il motivo.

// inizio spoiler //

Mi riferisco al momento in cui scopre la morte della signora Villefort e di Edouard. Leggendo l’approfondimento a cura del traduttore Guido Paduano ho potuto far chiarezza sul motivo della crisi, che ovviamente è legato soltanto al delirio di onnipotenza: la crisi è infatti dovuta al fatto che quelle due morti non era state premeditate né tanto meno previste da lui, e questo fuori programma gli ricorda che non tutto è in suo potere, trasformando il provvidenzialismo in fatalismo.

// fine spoiler //

Un’altra cosa che rende il Conte un personaggio lontanissimo da qualunque cosa mi possa piacere è la divisione sempre nettissima che esiste nella sua testa, nelle sue azioni e nella sua visione della realtà in bianco e nero, bene o male. Forse dovrebbe essere tutto così semplice, ma la realtà è che esistono sempre un milione di sfumature ed io un personaggio che le sfumature non sa neanche cosa sono – e che infatti quando gliene si presenta una è l’unico momento in cui dà di matto – non lo posso amare né quasi concepire.

3.      L’unica cosa che avrei salvato e poi invece no.

In tutto questo, sì, c’era una cosa che avrei salvato: okay – mi dicevo – non mi è piaciuto quasi niente, ma che Dumas abbia una fantasia smisurata glielo possiamo concedere, la trama di per sé era avvincente e l’ha tenuta su bene, almeno questo sì. Ecco, invece no, perché – udite udite – di farina del suo sacco ce n’è ben poca. Il Conte di Montecristo è ampiamente basato – per non dire copiato – su Le diamant et la vengeance (“Il diamante e la vendetta”) di Jacques Peuchet, a sua volta basato su un fatto di cronaca nera (1838). La coincidenza di fatti e personaggi tra l’opera di Dumas e quella di Peuchet è talmente elevata che non potrei esporli senza fare spoiler a chi non ha ancora letto il romanzo, ecco quant’è alta la percentuale di cose identiche tra i due titoli in questione. Perciò no, nemmeno l’inventiva di Dumas può riscuotere da parte mia particolare stima.

4.      Cosa salvo davvero.

Mi sento di salvare dal mio commento impietoso solamente i personaggi ed il filone narrativo legato a casa Villefort. I personaggi di questa famiglia sono gli unici tratteggiati discretamente, a mio avviso, nonno Noirtier e Valentine su tutti e le vicende che si sviluppano in mezzo a loro sono state le uniche che mi hanno dato forza sufficiente per arrivare alla conclusione del romanzo quando veramente non riuscivo a tollerarne più niente.

5.      Per concludere in bellezza:

nelle note biografiche sull’autore presenti a fine volume ho potuto apprendere questo:

            (Dumas) acquista un terreno a Port-Marly, dove progetta di costruire la propria residenza. Il Castello di Montecristo, inaugurato nel 1847, sarà un ritrovo d’obbligo per la Parigi mondana dell’epoca e un simbolo dell’incontenibile istrionismo del proprietario.

Ora, non so che percezione avete voi di un fatto del genere, ma io non sono riuscita a trattenermi dal farmi qualche risata, perché lo trovo assurdo e ridicolo. Questa è stata la ciliegina sulla torta, che ha completato un immagine di Alexandre Dumas come un uomo forse un po’ mediocre ma pieno di sé, che ha farcito il personaggio di Edmond Dantès con tutti gli -issimo che avrebbe voluto essere, e che ha completato il suo vanaglorioso sogno ad occhi aperti costruendosi addirittura un castello in cui continuare ad autocelebrarsi davanti a tutti. Non ci posso credere.



Ma ora per favore, ditemi.

Cosa ci trovate voi tutti nelle pagine de Il Conte di Montecristo?

 

mercoledì 20 maggio 2020

Tess dei d'Urberville, Thomas Hardy

La primissima recensione che portai su questo blog, cinque anni fa, riguardava Via dalla pazza folla di Thomas Hardy, autore cui mi approcciavo allora per la prima volta ed a cui sono tornata solo questo mese - un po' perché avevo provato un'inusitata antipatia per la protagonista di quel romanzo, e temevo di incontrare nelle sue opere un'altra donna simile; un po' per il flusso casuale che mi muove nelle mie scelte libresche. Qualora decidiate di buttare un'occhio su quel vecchio post, infatti, potrete constatare come mi fossi innamorata della prosa dell'autore, soprattutto per la sua capacità di rendere viva e visibile la natura, ma come il fastidio verso Bathsheba Everdene avesse reso difficile l'apprezzamento totale dell'opera. Cosa che invece, con mio grande piacere, è accaduta molto facilmente con Tess dei d'Urberville, un romanzo che non si può definire meno di un capolavoro, uno di quelli che quando mi accingo a scriverne vengo presa dall'insicurezza, che si palesa sotto forma di domanda: cosa mai potrò dirne, io, che non sia già stato detto prima e meglio? Forse niente, ma io per prima quando lessi Via dalla pazza folla non sapevo nulla di Hardy.

Non sapevo, ad esempio, che ci mise del tempo per far della scrittura il suo mestiere, perché terminate le scuole a sedici anni, piuttosto che iscriverlo all'università i genitori preferirono che imparasse una professione, e lo affidarono come apprendista ad un architetto. L'architettura divenne per Hardy una sorta di sentiero obbligato e pur perseverando nell'apprendistato ed intraprendendo la carriera che era stata scelta per lui non vi si appassionò mai, e non appena gli fu possibile conciliare le due cose diede inizio alla sua carriera letteraria. Hardy è uno scrittore, ed un romanziere, che possiamo senz'altro definire atipico, soprattutto considerando l'epoca e la stagione letteraria in cui visse e scrisse. Il suo lavoro infatti s'inserisce a pieno titolo nell'epoca vittoriana, che come ogni amante della classicità inglese ben sa ci ha lasciato in eredità una buona fetta dei migliori romanzi di sempre. Le sorelle Bronte, Dickens, Collins, Thackeray, George Eliot, Elisabeth Gaskell, Trollope - è lunga la lista di autori illustri che hanno segnato la letteratura inglese di quel tempo, e pur avendo ognuno un suo stile, sue caratteristiche riconoscibili ed inimitabili, le loro penne sono in qualche modo legate da quella che potremmo definire un'atmosfera, un senso comune di fondo che deriva probabilmente dall'uso della stessa lingua madre e dalla condivisione delle radici britanniche. Hardy non fa eccezione in questo, eppure ho la sensazione che la materia narrativa da lui scelta si discosti da quella dei colleghi, e mi colpisce il suo aver fatto parte di una letteratura così fervida, restandoci in qualche modo in costante conflitto

 Thomas Hardy, 1840-1928


Arrivò infatti un momento in cui la sua carriera letteraria cominciava ad andar così bene da permettergli di lasciare definitivamente l'attività di architetto. E quando poté a tutti gli effetti definirsi uno scrittore, la sua sensazione fu quella di essere ora legato alla necessità di scrivere romanzi così come era stato costretto agli orari ed agli impegni da architetto. La prima vocazione di Hardy, quando ancora era studente, era stata la poesia ed è significativo - considerato tutto questo - che negli ultimi anni della sua attività egli smise completamente di scrivere romanzi, e si dedicò alla scrittura in versi. La critica parla per questo di due momenti nettamente distinti nella produzione di Hardy, quello in prosa e quello poetico, quando in realtà egli non aveva mai smesso di coltivare in primo luogo la propria vocazione poetica. Hardy, del resto, non fu uno scrittore particolarmente compreso dalla critica e dal pubblico del suo tempo: le sue opere furono spesso accolte con freddezza, se non con aperta ostilità, un risultato che il più delle volte l'autore non si aspettava, e che lo lasciava deluso ed amareggiato. E' probabile che la ragione di questa incrinatura tra Hardy ed il suo tempo stia nel suo essere essenzialmente uno scrittore della transizione, e ciò si nota in particolar modo mettendo a confronto la prima e l'ultima delle sue opere: in Estremi rimedi (1871) addirittura cercò di emulare a modo suo la sensation novel di Wilkie Collins, che tanto successo riscuoteva nel pubblico, mentre in Jude l'Oscuro (1895) anticipa il romanzo del Novecento. Egli è, quindi, l'ultimo dei grandi vittoriani. 

Avete presente la teoria dell'effetto farfalla? Quella teoria secondo cui, un semplice battito d'ali di una farfalla in un punto qualunque della Terra, può causare stravolgimenti dall'altra parte del globo. La scena iniziale di Tess dei d'Urberville (1891) ha un po' il sapore di questa teoria, poiché tutto comincia con una scena che poteva non avere alcuna conseguenza: un prete, che lungo una strada di campagna di sera incrocia un povero carrettiere di mezza età. Il prete, che è appassionato di storia, non si trattiene dal rivelargli una sua recente scoperta, ossia che quell'uomo povero in canna discende in realtà da una delle più antiche ed un tempo ricche famiglie della contea, ormai decaduta, i d'Urberville, di cui il suo cognome - Durbeyfield - ne è un'evidente storpiatura. E' da questa banalità che hanno inizio, quasi ad effetto domino, gli eventi che segneranno il destino di Tess, rendendolo sempre più diverso da quello che avrebbe potuto essere.

Trattandosi di un classico molto popolare, anche di questi tempi a quanto pare dalla comunità web dei lettori, raccontare oltre della trama mi pare superfluo. Più interessante, forse, è approfondire alcuni di quelli che secondo me sono i temi centrali dell'opera. La tragica storia di Tess fa riflettere il lettore su due nodi fondamentali:

  • l'ancestrale senso di colpa della donna. Ha cominciato Eva, ed ogni donna che calpesterà questo mondo se ne porterà dietro le conseguenze. Tess, che è una ragazza buona, ingenua e volenterosa, si porta dentro fin da quando la conosciamo il peso di colpe che non possiede. I genitori sono due sprovveduti, sfaticati ed irresponsabili, cosa che però lei non vede o non vuole riconoscere ed invece di essere arrabbiata o amareggiata per l'esser figlia di due simili soggetti si sobbarca senza nessuna lamentela le responsabilità che spetterebbero agli adulti. E quando il loro unico cavallo, indispensabile al loro sostentamento, viene perduto per un incidente di cui subito Tess si sente colpevole, il suo senso di colpa comincia ad emergere chiaramente, facendola sentire in dovere di accettare ogni richiesta avanzata dai genitori per ripagarli di quella grave perdita da lei causata. Quando poi sarà vittima - e sottolineo vittima - dell'evento che segnerà la sua vita, il senso di colpa si gonfia a dismisura e non se ne andrà mai più. Quest'ombra che la accompagna si incontra per tutto il romanzo, in scene strazianti come quando durante un lungo e stancante viaggio a piedi viene importunata a parole da uno sconosciuto e lei, dopo averlo seminato, si fascia la testa in un fazzoletto e si strappa le sopracciglia per imbruttirsi, come se la sua bellezza fosse qualcosa per cui merita di punirsi. Quello di Tess è un sentimento dolorosissimo a leggersi, ma ancor più doloroso è pensare che da questo punto di vista Hardy abbia scritto un romanzo incredibilmente attuale, perché credo che troppe donne ancora oggi siano vittime di questo tipo di pensieri, inculcati da mentalità tossiche e retrograde o da brutte esperienze mai elaborate.
  • Il sacrificio di sé come reazione. Allo stesso tempo, o conseguentemente a questo, ho letto in quest'opera un messaggio molto chiaro, ossia la dimostrazione che l'arrendevolezza, la sottomissione, la totale abnegazione non rappresentino affatto una via per la redenzione. Tess, infatti, ha uno spirito di sacrificio ed una forza di volontà a dir poco notevoli. Non si piange mai addosso, né si ribella contro ciò che le accade o chi la fa soffrire. La sua risposta ai problemi ed alle sfide che una dopo l'altra si presentano sul suo percorso è quella di chiudere la bocca e rimboccarsi le maniche, convinta che non chiedendo mai niente a nessuno, restando il più possibile al suo posto (o quello che lei considera tale) e dandosi da fare, dimostrerà il proprio valore, e riuscirà a farsi perdonare - per quelle colpe che non ha - ed infine amare. Tutto, nella sua vicenda, dimostra che non sia così e di come invece avrebbe avuto forse qualche chance in più se si fosse rinnegata meno e se avesse avuto qualche pretesa in più. Se si fosse amata un po', e se pensando di avere un valore, dei diritti, una dignità non si fosse consegnata ad un destino tanto crudele. 


Tess dei d'Urberville, almeno a mio giudizio, è nettamente superiore a Via dalla pazza folla, col quale comunque condivide quella potenza descrittiva senza pari. Ci sarebbe ancora molto altro da dire, parlando ad esempio del famoso Wessex, ambientazione rurale immaginaria nella quale sono ambientate tutte le opere hardiane. Tess dei d'Urberville è un romanzo imperdibile per gli amanti della letteratura classica, una storia tragica e potentissima che mi ha fatta soffrire come da tempo non mi accadeva leggendo un romanzo. Da tenere quindi per un momento in cui ci si sente pronti, ma decisamente da non trascurare.

Vi segnalo inoltre, anche se non l'ho ancora visto, che nel 2008 ne è stato tratto un film con Eddie Redmayne nel ruolo di Angel Clare. Ho sempre del timore nel guardare un film tratto da un libro molto amato, ma la presenza di questo talentuosissimo attore è un motivo sufficiente per rischiare.

sabato 3 marzo 2018

Cosa ho letto dall'inizio dell'anno fino ad ora


Ebbene sì, miei cari lettori, quella che state per beccarvi è una carrellata di tutte le letture che ho affrontato dall'inizio del 2018 sino ad oggi (ecco il prezzo da pagare per i miei lunghi silenzi: altrettanto lunghe carrellate di commenti ed opinioni su libri più o meno belli!). Per rassicurarvi, posso dirvi che non ho intenzione di fare un post chilometrico, sarò rapida e concisa anche perché - per il momento - non ho ancora letto poi così tanti libri ed alcuni di essi son letture davvero brevi, di quelle che un lettore veloce consuma in una sola seduta. Senza ulteriori indugi, cominciamo!


Titolo: Il giardino di Elizabeth
Autore: Elizabeth von Arnim
Traduzione: Sabina Terziani
Editore: Fazi
Pagine: 180
Prezzo: 16,50 euro
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Il mio anno di lettrice è cominciato alla grande, con la scoperta di questa autrice, Elizabeth von Arnim, che mi incuriosiva molto ormai da qualche anno. La sua opera è in gran parte pubblicata da Bollati Boringhieri, tuttavia mi sono convinta ad acquistare un suo libro solamente con le ristampe della Fazi Editore. Il giardino di Elizabeth è in effetti il primo libro pubblicato dall'autrice, quello con cui Elizabeth è diventata una scrittrice, o per meglio dire una scrittrice pubblicata perché - com'è evidente - lei una scrittrice lo era già. In queste pagine è infatti racchiuso un suo diario, un diario che la von Arnim ha tenuto mentre si occupava di ridare vita al giardino di una proprietà semi-dimenticata del marito, colui che nel suo diario lei chiama l'Uomo della collera, soprannome da cui è facile intuire quale simpatia lei nutrisse verso il consorte. Elizabeth trova in questa vecchia e sontuosa villa isolata un suo personale eremo in cui costruire una felicità frugale, campestre ed incomprensibile ai più. Qui lei si dedica al giardinaggio con la passione e la curiosità dell'autodidatta, legge indisturbata una quantità di libri, si bea della compagnia delle sue tre bambine - la bimba di Aprile, la bimba di Maggio e la bimba di Giugno - e talvolta di qualche ospite, più o meno desiderata. 
Non ci sono accadimenti avvincenti in queste pagine, nessuna storia che s'imprime nella mente del lettore; eppure penso che nessuna donna potrebbe restare indifferente all'ironia, squisitamente femminile, di cui la scrittura della von Arnim è pregna. Io, poi, ho capito di aver trovato in lei un'anima affine - come lei stessa direbbe - esattamente a pagina 35:


La frenesia di stare sempre in compagnia e la paura di rimanere soli sia pure per poche ore, non la capisco proprio. Io riesco a intrattenermi benissimo con me stessa per settimane di fila senza quasi accorgermi di essere sola se non per il senso di pace che mi pervade. (...) Per essere felice, chi viene a trovarmi deve possedere una ricchezza interiore; se è una creatura vacua, dalla testa e dal cuore vuoti, troverà tutto alquanto noioso.

Titolo: Allontanarsi (Saga dei Cazalet, quarto volume)
Autrice: Elizabeth Jane Howard
Traduzione: Manuela Francescon
Editore: Fazi
Pagine: 670
Prezzo: 20 euro
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Volendo andare sul sicuro e mantenere un livello di gradimento super alto, e soprattutto non riuscendo a vincere la nostalgia verso una delle famiglie ormai più amate in letteratura, sono tornata subito ad Elizabeth Jane Howard ed ai suoi Cazalet. Avendo dedicato un post ad ogni libro della saga, sapete bene ormai quanto io mi sia appassionata alle vicende di questa famiglia medio-borghese e, più in generale, allo stile di scrittura di questa fantastica autrice. In Allontanarsi nulla di tutto ciò vien meno, anzi, e come ogni altro libro della saga ha saputo distinguersi per sue caratteristiche particolari. Ad esempio ho trovato che in Allontanarsi il senso di staticità, quell'impressione di "ehi, non sta succedendo niente!" è ancora più accentuata, eppure di cose ne accadono in continuazione, e cose piuttosto importanti anche. Ho avuto l'impressione che in questo volume la Howard abbia spesso fatto il gioco di trasmettere le più sconvolgenti novità riguardo un personaggio da altre voci, di non farci quasi mai essere presenti mentre i fatti avvenivano: ci lascia in sospeso e solo in un secondo momento e solo tramite altri veniamo a sapere cos'è accaduto al nostro personaggio preferito. Capite cosa intendo? Può sembrare un metodo un po' macchinoso, invece le pagine scorrono come sempre fluide e leggere, difficile - impossibile - abbandonare un capitolo a metà, anche quando si rivela lunghissimo. Zoe resta il mio personaggio preferito su tutti, seguita a ruota da Polly e Clary. Tanto affetto in questo volume va anche a Cristopher - ho adorato le parti a lui dedicate - ed a Rachel, che finalmente ha saputo guardare oltre il suo naso, ascoltare ed ascoltarsi ed accettare la possibilità di essere felice. Grandissimo batticuore per il finale - non particolarmente inaspettato, per quanto mi riguarda, ma comunque apprezzatissimo.



Titolo: Amanti e regine - Il potere delle donne
Autrice: Benedetta Craveri
Editore: Adelphi
Pagine: 375
Prezzo: 14 euro
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A febbraio, complici gli sconti del 25% con cui la casa editrice Adelphi ha cercato di renderci tutti più poveri, mi sono regalata un saggio storico di cui avevo spesso sentito parlare, ovvero Amanti e regine di Benedetta Craveri. Negli ultimi tempi ho spesso avuto voglia di addentrarmi in una lettura a sfondo storico ed in questa ricerca avevo fatto qualche buco nell'acqua. Con il testo della Craveri, invece, ho finalmente trovato esattamente ciò che cercavo e, sebbene ci abbia messo del tempo per leggerlo, mi ha dato piena soddisfazione.
In questo saggio la Craveri ci porta alla corte di Francia, dal Cinquecento alla fine del Settecento, a seguire da vicino i passi e le evoluzioni delle donne che - arrivate come future regine o pian piano fattesi spazio come amanti - hanno gravitato attorno o vicino ai vari sovrani di Francia, spesso divenendo di fatto loro le vere regnanti nonostante il poco o nullo credito riservato alle donne. Da Caterina de' Medici a Diane de Poitiers, da Maria Teresa d'Austria e Madame de Pompadour, passando per Madame de Maintenon - che forse ha ispirato la favola di Cenerentola - fino ad arrivare all'ultima, splendida regina di Francia: Maria Antonietta. Sono tante le donne di cui la Craveri ci svela forze e debolezze, vizi, progetti, destini, ambizioni e sentimenti e ci lascia vedere attraverso i loro occhi anche i sovrani di Francia, sui quali splende ovviamente incontrastato Luigi XIV, il Re Sole - anche se devo ammettere di esser rimasta altrettanto affascinata dalle oscure ombre del suo successore, il bisnipote Luigi XVI. La ricostruzione storica dell'autrice è minuziosa e mai noiosa, ad ogni donna è dedicato un capitolo e la disposizione in ordine cronologico e narrativo fa di questa lettura quasi un romanzo. Si legge che è un vero piacere, e la cosa più bella è che nel mentre si impara - o si rinfresca la memoria, per chi avesse già una buona conoscenza della vita di corte francese - moltissime cose nuove. Stra-consigliato!



Titolo: Una rosa per Emily
Autore: William Faulkner
Traduzione: David Mezzacapa, Luciana Pansini Verga
Editore: Adelphi
Pagine: 99
Prezzo: 10 euro
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Un altro Adelphi, ma stavolta lo possedevo già ed anzi lo avevo persino già letto, nel marzo del 2015 c'è annotato a matita sulla prima pagina. Vi capita mai di leggere qualcosa talmente in fretta, o in un momento talmente sbagliato, che quel povero libro è quasi come non l'aveste mai letto? Beh, a me sì purtroppo, raramente ma capita ed ho notato che capita con libri particolarmente brevi. E' probabile che io mi lasci talvolta ingannare dalla brevità, quasi che la brevità fosse un permesso ad andar di fretta, un esonero dal soffermarsi a comprendere e riflettere. Ma non è affatto così, un libro minuscolo può contenere universi - o per lo meno significati universali, e lo so bene, ed è per questo che se commetto un tale errore presto o tardi ci torno, a quel piccolo libro incompreso cui non ho dato abbastanza tempo per parlarmi. E' il caso di Una rosa per Emily, il mio primo e ad oggi unico approccio al rinomatissimo autore americano William Faulkner. Una rosa per Emily contiene tre brevi racconti, che in comune hanno l'ambientazione - un paesino della provincia americana - ed il narratore esterno, una voce che spesso si esprime in prima persona plurale - noi - proprio per sottolineare la coesione degli abitanti del paese nel raccontare le sventure di quelli che evidentemente sono outsider della comunità. Il primo racconto è Miss Zilphia Gant, che racconta l'amore morboso di una madre verso sua figlia, la quale verrà infettata dalla morbosità materna e che la riverserà a modo suo nella sua vita adulta; segue il racconto che dà il titolo alla raccolta, Una rosa per Emily, dove Emily è un'irriducibile vecchina della quale nessuno può varcare le soglie della sua casa e dei suoi segreti sino al giorno della sua morte; infine abbiamo Adolescenza, dove protagonista è una ragazzina difficile, cresciuta in una famiglia disfunzionale verso la quale prova insopprimibili moti di rabbia, che agli albori dell'adolescenza viene spedita dalla nonna paterna. Presso la sua fattoria, tra lavori pesanti ed il tempo libero trascorso come una selvaggia in mezzo alla natura, Juliet - questo il nome della piccola ribelle - sembra trovare un suo equilibrio, fin quando non farà amicizia con un coetaneo e con lui passerà intere stagioni di inconsapevole felicità, fino al giorno in cui, sopra di loro, comparirà il volto incartapecorito dell'anziana nonna.
Ho apprezzato molto questa raccolta, mi sono piaciuti tutti e tre i racconti allo stesso modo, nonostante siano tutti e tre estremamente inquietanti, densi di un senso di desolazione e di ineluttabilità che non lasciano speranze - il tutto, però, trasmesso da una scrittura alta, altissima che mi lascia solo immaginare che cosa potrei trovare nelle opere più lunghe di Faulkner. Ho quasi paura.


Titolo: Daisy Miller
Autore: Henry James
Traduzione: Barbara Antonucci
Editore: BUR
Pagine: 125
Prezzo: 6,80 euro
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Ultimo libro di cui vi parlo in questa carrellata è il celebre Daisy Miller dell'autore americano naturalizzato inglese Henry James. Anche in questo caso è il mio primo approccio all'autore ed è un libro che aspettava da anni il suo turno di esser letto. Le mie aspettative erano cresciute non poco dopo il capitolo che Azar Nafisi aveva dedicato a questo testo all'interno del suo meraviglioso Leggere Lolita a Teheran, ma devo dire subito che le mie aspettative son state deluse. Ciò non significa che Daisy Miller non mi sia piaciuto: è una lettura piacevole, frizzante, leggerissima che si affronta in breve tempo e con molta tranquillità. Il personaggio che ci narra la storia è il giovane Mr. Winterbourne, americano da anni residente a Ginevra, in visita in una località balneare svizzera per andare a trovare una zia; qui fa casualmente la conoscenza di Daisy Miller, del suo scalmanato fratellino Randolph e della fin troppo cheta e passiva madre dei due. Anche i Miller sono americani, impegnati in un viaggio europeo necessario per la formazione dei due giovani. Daisy fa subito colpo su Mr. Winterbourne, prima di tutto per la sua bellezza e poi per il suo modo particolare e bizzarro di comportarsi ed esprimersi. La storia continuerà poi tra le bellezze, i salotti ed i ruderi di Roma, che sarà anche teatro delle incertezze di Winterbourne: Daisy non si comporta in quel modo esclusivamente con lui, ma anche con un gentiluomo - o presunto tale - italiano dal quale sembra ormai inseparabile. Le voci su Daisy Miller corrono implacabili già da tempo, al punto che qualche gentildonna già le volta le spalle ed evita di rivolgerle la parola. Mr Winterbourne si aggrapperà a qualunque cosa pur di continuare a credere nell'innocenza della fanciulla, ma fino all'ultimo sembra difficile discernere la verità. Chi è davvero Daisy Miller, com'è la sua personalità? E' davvero una civettuola di bassa lega, oppure la malizia è tutta negli occhi di chi guarda?
Sono questi sostanzialmente gli interrogativi posti da Henry James nel suo breve romanzo, e credo che il motivo principale per il quale esco da questa esperienza un po' insoddisfatta sia che ho avuto l'impressione che non ci venisse data una vera risposta, o forse ci è stata data ma a me non è bastata. Non sono stata capace di guardare oltre ciò che la parabola di Daisy Miller ci racconta, col risultato che per me è stato un libro piacevole da leggere, ma che non mi ha lasciato nulla di particolarmente significativo da custodire a lungo termine. 

Bene lettori e lettrici,
sono giunta finalmente al termine di questa veloce carrellata di mini-recensioni. Fatemi sapere nei commenti se avete letto qualcuno dei titoli di cui ho parlato e che cosa ne pensate voi, o se qualcuno di questi è nelle vostre wishlist.
Vi mando un abbraccio e vi auguro buone letture!


giovedì 24 novembre 2016

Confessioni di una lettrice: Dio di illusioni, Donna Tartt

Ognuno di noi, in quanto lettore con alle spalle una più o meno lunga vita passata tra i libri, ha i suoi scheletri nell'armadio, o per meglio dire nella libreria, ne sono più che convinta. Ognuno di noi si sarà appassionato ed emozionato ad almeno un romanzo di cui vergognarsi, ognuno di noi avrà odiato a morte un libro che invece sembra esser piaciuto unanimemente al mondo intero, ad ognuno di noi sarà capitato di non sentirsi neanche lontanamente attratti dal più grande successo letterario degli ultimi decenni. Non c'è nulla di sbagliato in questo, anzi, è uno degli aspetti più interessanti quando si ha la possibilità di condividere le proprie opinioni, perché è proprio dalle divergenze più forti che nasce il vero dibattito.
Io non sono da meno in tutto ciò, forse di scheletri nella libreria non ne ho moltissimi ma quelli che ho mi paiono piuttosto eclatanti, ed ho pensato che potesse essere divertente, ogni tanto, svelarne apertamente qualcuno. Eccomi qui, quindi, per raccontarvi uno dei più recenti casi in cui mi son sentita molto lontana dal sentire comune della maggior parte dei lettori che avevano affrontato Dio di illusioni di Donna Tartt.

Nel 2014 Donna Tartt vinceva il Premio Pulitzer con il suo terzo romanzo, l'osannatissimo Il cardellino. Io, sono sincera, prima di quel momento non avevo mai sentito nominare questa scrittrice, la cui carriera era cominciata da giovanissima e subito col botto. Dopo la vittoria del prestigioso premio, il suo nome ed i titoli dei suoi romanzi mi saltavano agli occhi ovunque: sul web, sui giornali, nelle librerie; alla fine non ho potuto far altro che cedere ed incuriosirmi, ma mai mi sarei avvicinata a lei proprio dal romanzo più chiacchierato del momento: ho cominciato informandomi un po' su chi fosse la misteriosa (almeno per me) autrice. E voglio iniziare col dire che la trovo una donna affascinante ed interessante come poche: con quel suo stile mascolino (indossa quasi sempre completi tipo smoking, con tanto di cravatta) e al tempo stesso così femminile ed elegante, il suo stile di vita volutamente indipendente, il suo modo di parlare così colto e raffinato, e poi questa storia che ad ogni libro ha dedicato dieci anni esatti. Potrei dire senza esitazioni che Donna Tartt come persona m'incuriosisce più dei suoi romanzi.

Donna Tartt
Il primo libro letto nel 2015, quindi, fu il primo romanzo scritto dalla Tartt, Dio di illusioni, che iniziò quand'era ancora all'università e terminò, come di consueto, dopo dieci anni di stesura. Si tratta di un romanzo dalle tinte fosche, cupe, che devono ammaliare ed al tempo stesso inquietare il lettore. Il protagonista è uno squattrinato ragazzo californiano - se non sbaglio - di cui non sono mai riuscita a ricordare il nome (forse era Robert?), il che la dice lunga su quanto mi sia rimasto impresso. Questo ragazzo decide di trasferirsi in un piccolo e prestigioso college del Vermont, dove ben presto nota un gruppo di ragazzi che sembrano non aver nulla in comune col resto del mondo. Sono ricchissimi, belli di una bellezza fredda e distante, sembrano eterei come antiche divinità greche; e proprio dell'antica Grecia essi si occupano: fanno infatti parte di un'élite, sono i pochissimi studenti scelti da un particolare professore di greco che ammette solo una manciata di studenti al suo corso, che si svolge in un salottino privato in un'atmosfera un po' surreale. Il nostro protagonista - Robert? - decide di provare ad entrare nell'élite e non arrendendosi ai primi rifiuti, riesce a farsi accettare dal professore. A questo punto si trova coinvolto in ben più che delle semplici lezioni di greco, perché il gruppo di studenti vive in maniera strettamente connessa. Con l'aria annoiata e superficiale di chi ha sempre avuto troppo, sono ragazzi che non sanno fare a meno degli eccessi; sperperano a dismisura i soldi delle loro famiglie profondamente sbagliate, trascorrono giorni e notti nei fumi dell'alcol e delle droghe, spingono l'acceleratore molto più di quanto sarebbe normale. Robert (?) si trova coinvolto in una serie di vicende - compreso un delitto, che sarebbe il fulcro dell'opera - che inevitabilmente segneranno la sua vita e quella dei suoi compagni per sempre.

Ho letto tante recensioni e visto tanti video in cui la gente esprime pareri a dir poco entusiastici su Dio di illusioni. Ecco, a me invece non è piaciuto per niente. Perché? Provo a spiegarlo.
La scrittura è quasi troppo perfetta. Levigata ad arte, ossessivamente precisa, chirurgica. Il che, se da una parte mi pare elegante e sapiente, dall'altra fa sì che difficilmente io provi vere emozioni, mi senta coinvolta da ciò che provano i personaggi, provi empatia nei loro confronti, ossia mi nega la parte più importante del rapporto tra libro e lettore. In secondo luogo, l'ho trovato un romanzo fin troppo pretenzioso: come ho detto prima, l'intenzione delle atmosfere è palesemente quella di creare un misto di fascinazione ed inquietudine, ma proprio l'intenzione così palese mi ha fatto sembrare tutto molto finto. Potrei paragonarlo ad una donna che vuole fare la sexy a tutti i costi e proprio per questo non ci riuscirà mai, al contrario di una che non ci pensa affatto e trasuda invece sensualità dai suoi modi spontanei e naturali. Ho reso l'idea? Poi viene la trama, che sostanzialmente è un giallo, ma i meccanismi del delitto li ho trovati abbastanza idioti, prevedibili e noiosi; ricordo distintamente che a pagina 400 non ne potevo più, ma non essendo mia abitudine abbandonare un libro ho tirato avanti con fatica ed ostinazione e solo nelle ultime cento pagine sono riuscita a proseguire più spedita. Insomma, ciò che doveva costituire il fulcro della storia, la parte più carica di pathos e suspence, è stata invece proprio quella che mi ha interessato meno. Infine, veniamo ai personaggi.
Innanzi tutto il protagonista - Robert? Di lui ricordo solo che era in perenne disagio perché lui era povero e gli altri ricchi, che tutto sommato era bravo negli studi, che a casa non aveva praticamente niente se non due genitori mediocri e superficiali. E che mi stava profondamente antipatico. L'ho trovato un protagonista indefinito, che sembrava più una telecamera attraverso la quale raccontare la storia piuttosto che parte della storia stessa. Mi era sembrato privo di tratti che lo definissero davvero, privo di carattere e di spina dorsale, sempre in balìa degli eventi e trascinato dagli altri. Una palla. Quanto al gruppetto degli studenti di greco... Mamma mia. Surreali, noiosi, fastidiosi, immaturi. Si tratta di ragazzi che vivono completamente nel mondo antico e che del mondo moderno non sapevano praticamente nulla; nonostante questo, di cultura classica all'interno del romanzo si parla davvero pochissimo, il che mi ha delusa ed anche un po' infastidita. Mentre leggevo, più che raffinati studenti di un élite di grecisti di un piccolo college sperduto nel nord America, mi sembrava di avere davanti dei ginnasiali dei Parioli (per chi non lo conoscesse, è un quartiere bene di Roma).
A distanza di quasi due anni, ricordo davvero poco di Dio di illusioni e ciò che ricordo, come vedete, non è poi così gradevole.

Le pochissime volte in cui mi è capitato di provare ad esprimere - ovviamente in maniera più contenuta e ridotta di quanto ho fatto adesso - questi miei pensieri, mi sono sempre trovata davanti chi difendeva a spada tratta ogni dettaglio del libro, in un modo così convinto e determinato che mi scoraggiava dal provare a spiegare le mie ragioni. Quindi posso dire di non esser mai riuscita ad avere un vero confronto con chi Dio di illusioni l'ha amato e dunque non ho mai capito cosa, di questo libro, non ho capito io. O semplicemente cosa, tra me e lui, non ha funzionato. Mi piacerebbe molto se nei commenti nascesse un sano scambio di opinioni, fatemi sapere se l'avete letto o avete intenzione di leggerlo, se l'avete apprezzato e perché oppure se concordate con quanto ho scritto io.
Ci tengo a precisare che, per quanto può sembrare strano, non ritengo chiuso qui il mio percorso con Donna Tartt, anzi: appena finito Dio di illusioni pensai che, lasciato passare abbastanza tempo, avrei provato col suo secondo romanzo, ovvero Il piccolo amico. Ho la netta sensazione che il meno conosciuto e citato dei suoi libri, sia invece quello che potrebbe piacermi di più (lo spirito del bastiancontrario, eh!). Il momento non è ancora arrivato, ma sono davvero curiosa di dare e darmi una seconda chance con la cara Donna.

A presto,
cari lettori e lettrici

mercoledì 15 giugno 2016

Libero chi legge #16: Masha e Orso e altre fiabe russe, A. Puskin e A. Afanasjev

Chissà quand'è successo, che la definizione fiaba ha cominciato a farci pensare a piccole realtà edulcorate. A paesaggi di zucchero coi panorami fatati, nei quali ambientiamo modi di dire che lasciano ad intendere che in una fiaba non esiste il male, non esiste il pericolo, non esistono i problemi.

Che idea sbagliata! La fiaba nacque proprio per poter mettere in guardia i bambini dalle insidie della vita, per impartir loro severe lezioni attraverso racconti carichi di pathos ed immaginazione che ben si sarebbero impressi nelle loro menti infantili. Il lettore adulto che oggi si confronta con la versione originale de La sirenetta di Andersen, tanto per fare un esempio, non dovrebbe quindi stupirsi per le atmosfere tragiche che potrebbe ravvisarvi.

E non differiscono, in questo, le fiabe popolari russe raccolte e curate da due grandi nomi della letteratura: Aleksandr Puskin e Aleksandr N. Afanasjev, portate al pubblico italiano in un meraviglioso volume della collana che fa gola ad ogni lettore-collezionista, ovvero la collana Classici Bur Deluxe. Un formato più grande del consueto, con copertine lucide una più bella dell'altra; impaginazioni originali e illustrazioni bellissime a corredare il tutto. Cosa chiedere di più ad un libro?

Classici Bur Deluxe
prezzo di copertina: 14,50 euro
Leggere questo volume è stato piacere puro. Le storie parlano di coraggio, di astuzia, di avidità, di amore, di magia, di malvagità, di fiducia, di attesa, di sacrificio, di forza di volontà, di lungimiranza, di umiltà, di saggezza, di amicizia, di pavidità, di onore - per dire ciò che di primo acchitto mi vien da pensare ripercorrendo mentalmente tutte le fiabe che ho letto.

Ci sono zar e zarine, principesse che fluttuano nella vita come cigni sull'acqua; ci sono lupi che corrono più veloce del vento capaci di trasformarsi e che servono lealmente un giovane principe per ripagare un debito; è pieno di donne bellissime e fin troppo buone, e di donne meno belle crudeli fino al midollo. Ci sono isole remote che diventano città splendenti dal giorno alla notte, così come ci sono uomini immortali che ostacolano grandi amori. C'è spesso una vecchia strega che abita casine inquietanti nel folto del bosco - si chiama Baba Jaga ed è una figura della tradizione popolare russa. A volte aiuta i protagonisti, altre è una muta minaccia nelle tenebre.

Se mi chiedeste quali fiabe mi sono piaciute di più, non saprei proprio che rispondervi. Tutte sono dotate di un fascino unico, quello di tempi remoti che non esistono più. Ho immaginato il rigido inverno della Russia: fuori dalle finestre neve a non finire, tutto bianco a terra e bianco che cade dal cielo. Boschi, intorno - alberi infreddoliti con la barba bianca. Una casina modesta, arredata all'insegna della praticità: un tavolo, delle sedie e poi un grande tappeto, unico oggetto di valore. E' steso davanti ad un grande camino in pietra, acceso. Sul tappeto c'è una vecchia sedia a dondolo, di paglia, su cui siede una donna ancor più vecchia che lavora a maglia. Ai suoi piedi, sdraiati a pancia in giù, tre bambini hanno occhi e orecchi spalancati, tutti presi dalle storie fantastiche modellate dalla voce calda e rassicurante della nonna. Di là, in cucina, una zuppa bolle a fuoco lento.


La Baba Jaga
Le illustrazioni di Ivan Biblin, poi, sono stupende. Tra una pagina e l'altra mi sono persa ad ammirarne i colori, la poeticità, l'accuratezza dei dettagli che sapevano rievocare il preciso passaggio della storia. Vale la pena avere questo volume in libreria già solo per questi disegni storici.

E poi, lasciatevelo dire: i Masha e Orso che il pubblico conosce oggi per via del cartone animato non c'entrano nulla con quelli originali; non che io l'abbia mai visto, ma mi pare di aver capito che siano due grandi amici... Nella fiaba invece Orso aveva rapito la piccola Masha che si era persa nel bosco, e lei riesce a tornare a casa grazie ad uno stratagemma.

Vi consiglio caldamente di regalarvi questo libro, che si porta a termine in un paio di sessioni di lettura. Tanto più che ci sono ancora gli sconti, e spendete solo dieci euro per tanta meraviglia (giuro, la Bur non mi paga - magari!).


E questo è quanto, per il momento. Come sempre, fatemi sapere se avete letto Masha e Orso e altre fiabe russe e se vi ha entusiasmato quanto a me, o se avete intenzione di inserirlo tra le prossime letture!

A presto

martedì 29 dicembre 2015

Libero chi legge #4: Povera gente

«Improvvisamente si mise a scrivere un romanzo. Stava a tavolino interi giorni e parte della notte. Non diceva una parola di quello che scriveva; alle mie domande rispondeva di malavoglia e laconicamente; conoscendo il suo riserbo smisi di fargli domande».

Questo ricordo è di D.V. Grigorovič, coinquilino di Dostoevskij nel 1844, l'anno in cui un Fëdor ancora pressoché sconosciuto al mondo delle Lettere e brillante studente dell'Istituto Superiore d'Ingegneria si mette per l'appunto a tavolino per scrivere il suo primo romanzo: Povera gente. Lo scrive praticamente di getto ma poi lo copia, lo ricopia, lo corregge, lo rivede; sembra non riuscire ad esserne soddisfatto, fin quando non decide di promettere a se stesso di non toccarlo più. Quando il romanzo viene pubblicato, nel 1846, Dostoevskij ha venticinque anni e si ritrova catapultato al centro di furiose polemiche tra i critici pietroburghesi. Checché se ne dicesse, però, la pubblicazione di Povera gente costituì l'evento dell'anno e, soprattutto, segnò l'inizio della grande carriera letteraria dell'autore russo.

Dostoevskij è uno di quegli autori per i quali mi sono imposta di leggere tutto in ordine cronologico. Il mio primo approccio con questo autore è stato quasi casualmente con Le notti bianche, racconto letto a diciannove o vent'anni, l'età giusta per sentirsi in linea col Sognatore, cosa che forse più tardi riesce più difficile. Comunque, grazie a quest'evento mi ero impuntata anche sull'idea di leggere tutto Dostoevskij prima dei trent'anni. Quindi mi restano poco più di cinque anni (manca così poco ai trenta? magone) per restare fedele ai miei propositi squilibrati.

Dunque, Povera gente. Innanzi tutto si tratta di un romanzo epistolare, un regolare ma non fittissimo scambio di lettere tra Makar Djevuskin e Varvara Dobrosjelova, uniti da un qualche legame di parentela e che prendono a scriversi nel periodo in cui si trovano ad abitare l'uno di fronte all'altra.
Il titolo del romanzo non è certo casuale, perché nessuno dei due può dire di aver conosciuto una vita agiata. Varvara racconta la sua triste storia inviando a Makar un diario nel quale ha annotato le fasi salienti – e più dolorose – della sua vita: dopo un'infanzia relativamente felice trascorsa in campagna, fu costretta a seguire la famiglia in città dove non riuscì mai realmente ad adattarsi; fu mandata in collegio per ricevere un'istruzione quanto meno decente, e qui l'atmosfera era quanto mai fredda e ostile. Il padre aveva problemi nei suoi affari, i soldi scarseggiavano sempre più fin quando il padre arrivò a morire per la fatica e gli affanni lasciando Varvara e sua madre senza un soldo e senza una casa. Fortunatamente vengono accolte da una parente, la quale però fa pesar loro in ogni occasione la propria generosità; madre e figlia s'impegnano a mettere insieme qualche quattrino coi lavori di cucito, ma la madre – già debole e spossata da tempo – peggiora di giorno in giorno, fino ad arrivare, anche lei, ad un tragico epilogo. Quanto a Makar, del suo passato non sappiamo nulla, sappiamo solo che mentre Varvara è ancora una donna giovane lui ormai ha i capelli bianchi. Sappiamo che è infinitamente affezionato alla ragazza, al punto da sacrificarsi più di quanto gli sia possibile per mandarle soldi e regali di ogni sorta. Makar non possiede praticamente nulla, ha una camera in affitto in un luogo dove è difficile persino conoscere pace e silenzio, i cui corridoi sono popolati da una varietà di personaggi accomunati da un'unica cosa: la povertà. Uno di questi è Ratazjajev, un bellimbusto ignorante e borioso che ospita nella sua camera un salotto letterario, al quale Makar prende parte credendo nella sua ingenuità che Ratazjajev sia un brillante letterato. L'aspetto più interessante di tutto il romanzo, in effetti, credo sia questo particolarissimo percorso compiuto da Makar: egli, un semplice impiegato che non ha mai avuto la possibilità di leggere o studiare molto, nutre segretamente l'ambizione di diventare scrittore. Grazie alla conversazione con Varvara, che invece tali possibilità le ha conosciute, ha finalmente occasione di conoscere la vera letteratura, leggendo i testi di Puškin e di Gogol. Quella di Makar è una vera e propria educazione alla lettura, che si riflette pienamente nel suo modo di scrivere: se le sue lettere iniziali sono prolisse e ridondanti, man mano si fanno invece sempre più interessanti, colme di descrizioni suggestive, caratterizzate da un uso della parola possibile solo a chi ne ha anzi tutto compreso pienamente il significato. Makar e Varvara sostanzialmente si raccontano la loro quotidianità: quel che vedono, i malanni e le difficoltà, si preoccupano l'uno per l'altra. Entrambi sperano ovviamente di vedere un giorno le loro sorti sconvolte, scampando finalmente a quel giogo di miseria che da sempre li opprime. La svolta arriverà solo per Varvara, la quale forse perderà altrove quel che guadagnerà in denaro, mentre Makar verrà privato anche di quell'unica consolazione che era la sua piccola «diletta», il suo «passerottino».

Se andrete a cercare le opinioni dei lettori su questo libro, troverete una sorprendente quantità di recensioni negative: i lettori dicono che è noioso, scialbo, inutile, che tutti quei nomignoli usati dai protagonisti sono insopportabili e che alla fin fine non c'è un granché da leggere, in queste pagine. Non ho dubbi che questo è quanto potrebbe suscitare la lettura di Povera gente, l'esordio di Dostoevskij, in chi ha già conosciuto Dostoevskij “il grande”, quello dei romanzi più tardi e corposi sia di mole che di contenuto. Ebbene, io quel Dostoevskij lì non l'ho ancora conosciuto e queste pagine non mi hanno affatto annoiata: ho trovato qui una magnifica e tragica descrizione dei ceti più bassi della società in cui egli viveva, un fervido racconto della miseria più nera, quella in cui i bambini muoiono perché i genitori non hanno nulla da dargli da mangiare. Ho trovato un sapiente e raffinato racconto di un uomo che non sapeva distinguere un buon libro da un libro pessimo e che, leggendo, impara a farlo. In quanto allo stile delle lettere, è lo stesso Dostoevskij a chiarire che per questo romanzo non poteva usare il proprio stile, se a scrivere è un uomo come Makar: la voce doveva essere la sua, doveva essere credibile e doveva testimoniare questa sua ricerca di uno stile. Il tutto, a mio parere, è perfettamente riuscito.

«(...) In primo luogo, ho avuto il mal di testa tutto il giorno, e sono uscito a passeggio lungo la Fontanka per prendere un po' d'aria; la sera era molto scura, umida: alle cinque cominciava già a far buio; ecco, ora è così! Non pioveva, però c'era una nebbia non migliore di una buona pioggia; le nuvole, in lunghe e ampie fasce, vagavano per il cielo; la gente camminava in folla per il lungofiume e, a farlo apposta, aveva visi paurosi che davano tristezza, contadini ubriachi, donne finlandesi dai nasi camusi, con gli stivali e la testa nuda, artigiani, carrettieri, funzionari per qualche necessità; ragazzacci, un apprendista fabbro con la vestaglia a strisce, magro, deperito, col viso intriso di grasso affumicato, una serratura in mano; un soldato in congedo, alto due metri circa, che aspettava un mercante per vendergli un temperino e un anellino di bronzo: ecco qual era il pubblico; a un'ora simile, evidentemente, non ce ne può essere uno differente. E' un canale navigabile, la Fontanka; vi si vede una tal quantità d'imbarcazioni, che non si capisce dove possano trovar posto tutte; e sui ponti vi sono donne con panpepati fradici e con mele guaste, tutte sono molto sporche, bagnate. Che noia passeggiare per la Fontanka: pietre umide sotto i piedi, ai lati case alte, nere, affumicate; sotto i piedi nebbia, sopra la testa pure nebbia. Era tanto triste, tanto buia la sera, oggi!
Quando ho svoltato nella Gorohovaka era già buio ovunque e cominciavano ad accendere il gas; da un pezzo non vi ero andato, non vi riuscivo più. Che via rumorosa, che botteghe ricche, che ricchi magazzini: qui tutto brilla, splende: le stoffe, i fiori dietro le vetrine, i cappellini di tutte le fogge, con nastri. Si crede che tutte le cose vi siano disposte per bellezza, ma non è così: il fatto è che vi sono persone che comprano tutte queste cose e fanno regali alle loro donne. Che via ricca! Nella Gorohovaja abitano molti panettieri tedeschi, e anch'essi devono essere gente molto agiata. Quante carrozze passano ogni momento; e il selciato vi resiste: equipaggi molto lussuosi, vetri come specchi, broccati e sete all'interno, servitori di palazzo con spalline e spadino. Ho gettato un'occhiata in ogni carrozza, vi siedono sempre signore molto eleganti, forse anche principesse e contesse; del resto era l'ora in cui si affrettavano ai ricevimenti e ai balli. Dev'essere interessante vedere da vicino una principessa e, in generale, una gran dama: dev'essere molto bello; non ne ho mai viste, se non così, – come adesso – gettando uno sguardo nelle carrozze. Allora mi sono ricordato di voi. Ah, passerottino mio, cara, quando mi ricordo di voi, il cuore mi langue di pena. (...)»

mercoledì 18 novembre 2015

Libero chi legge #1: Via dalla pazza folla

Col lento sfumare dell'estate in autunno quasi automaticamente le mie voglie di lettrice volgono verso i paesaggi e le inconfondibili atmosfere della letteratura inglese, sia essa quella corposa dell'epoca vittoriana, quella fatta di tempeste che spazzano le brughiere delle sorelle Brontë, quella vivace della provincia di Jane Austen o quella inimitabile del teatro shakespeariano. I miei tempi di lettura son stati piuttosto lenti, ma nonostante questo dalla fine di settembre ad ora son tornata con piacere nel salotto di casa March – Piccole donne, Louisa May Alcott –, ho seguito le avventure di Pip in Grandi speranze di Dickens e dal cuore palpitante della city ho deciso di spostarmi per un po' verso la campagna, approdando nelle meravigliose ambientazioni bucoliche del Wessex, antico nome del Dorset, dove Thomas Hardy (1840 - 1928) era nato e cresciuto.


La protagonista di Via dalla pazza folla è Bathsheba Everdene. Un nome che mi ha subito incuriosita, che trovo davvero particolare e affascinante: mi aspettavo che l'eroina del romanzo fosse interessante quanto il suo nome. Bathsheba eredita la proprietà dello zio defunto, dovendo trasferirsi nella fattoria di Weatherbury; qui fa innamorare, di proposito o meno, ben tre uomini, di estrazione sociale diverse: un pastore, Gabriel Oak, un fittavolo, William Boldwood e un soldato, Francis Troy. Il romanzo dunque narra le vicende di Bathsheba sia come lavoratrice – poiché decide di restare lei a capo della fattoria – sia come donna, ed il destino dei tre uomini profondamente segnato dalle mosse di Bathsheba.

Quel che ho provato leggendo questo romanzo devo ammettere che non mi era capitato con nessun altro libro. E' stato strano, perché la mia opinione è spaccata in due di netto quasi si trattasse di due opere diverse: ho amato follemente la prosa di Hardy e sopportato a stento la storia. Nonostante la popolarità di Via dalla pazza folla sia al momento alle stelle a causa della recente uscita del film non mi sono informata molto su quel che il pubblico pensa di questo romanzo, sicché non ho idea se sono l'unica a pensarla così o se altri ritengono Bathsheba estremamente irritante. Il difetto più grande di questa donna è la vanità, e questo ci viene detto sin dalle prime pagine, e più di metà romanzo non fa altro che dimostrarlo. Mi aspettavo di trovarmi davanti un'eroina che facesse onore al genere femminile, invece ho provato solo fastidio nei suoi confronti. Se sul piano professionale si dimostra una donna in gamba, che dimostra a chi non lo credeva possibile di saper perfettamente gestire la proprietà che ha ereditato, come persona è estremamente sciocca ed infantile. Ho provato un minimo di interesse e compassione nei suoi confronti solo verso la fine, quando le vicende attraversate le hanno finalmente donato un po' di maturità e consapevolezza. 

Ben diversa, invece, è la caratterizzazione dei personaggi maschili: risultano molto più interessanti e degni di nota, tre uomini completamente diversi l'uno dall'altro che in comune hanno solo la sventura di essere rimasti soggiogati dalla bellezza di Bathsheba. Il pastore Gabriel Oak è stato sin dall'inizio il mio preferito, perché è un uomo pieno di dignità. La sua pacatezza, la sua riservatezza, la piena consapevolezza che ha di sé e dei propri mezzi, la serietà con cui conduce la sua esistenza. E' quel tipo di persona che parla poco ma fa più di chiunque altro ed è impossibile non nutrire per uno così rispetto e stima. Boldwood è invece un uomo particolare: rappresenta quanto di più simile ad un "signore" che Weatherbury potesse vantare e prima che Bathsheba s'insinuasse nella sua placida esistenza era il ritratto della pacatezza. Conoscendolo così – uno scapolo che mai aveva nutrito interesse per il sesso femminile, al punto da non esser nemmeno certo di poter dire se una donna fosse davvero bella – il lettore resta davvero spiazzato nel vederlo perdere completamente la testa per amore, come un bambino che una volta scoperto il suo giocattolo preferito non si sogna più di farne a meno. Il terzo ed ultimo pretendente, il soldato Troy, rispecchia perfettamente la categoria che è chiamato a rappresentare: gli uomini frivoli, quelli in grado di ammaliare le ragazzine grazie al proprio fascino e alla totale sicurezza di sé, quelli che fanno promesse che non hanno la minima intenzione di mantenere e che prendono tutto – soprattutto le questioni sentimentali – ben poco seriamente. Il fatto che Bathsheba si lanci tra le braccia di quest'ultimo sottolinea i motivi per cui non nutro grande simpatia nei suoi confronti.


Ma la cosa che davvero ho amato di questo romanzo, come dicevo, è stata la scrittura di Hardy, che dà il suo massimo nelle descrizioni. A mio avviso le descrizioni sono uno dei banchi di prova per uno scrittore perché – diciamocelo – quanto possono annoiare? Le descrizioni di Hardy invece, tanto quelle dei paesaggi quanto quelle dei personaggi, sono in grado ogni volta di accendere l'interesse, di risvegliare il lettore un po' annoiato dalle sciocchezze di Bathsheba. Le presentazioni dei caratteri maschili, svolte alla giusta distanza l'una dall'altra, sono magistrali; le descrizioni delle vallate e dei campi, invece, delle abitudini e dei caratteri degli animali e dei lavori svolti dai vari dipendenti della fattoria sono assolutamente coinvolgenti e affascinanti: restavo rapita, ogni volta che in scena compariva Gabriel, dalla sua profonda conoscenza dell'ambiente in cui viveva. Bellissimo il racconto di come studiando l'atmosfera una notte capisce per certo che verrà giù un brutto temporale, e che è necessario mettere al riparo il raccolto; tra le pagine più belle lette in vita mia, quelle di Gabriel sotto il cielo stellato, che descrivono il sentimento dell'uomo davanti alla percezione del movimento terrestre. Poesia, magia, arte.

Quindi, anche se ci ho messo un sacco a finirlo e anche se – come penso di aver ampiamente chiarito – non ho sopportato la protagonista, questo è un romanzo assolutamente da leggere per quanto riguarda e la bellezza della prosa e quella dei contenuti – ambientazione e atmosfere bucoliche, periodo storico, Gabriel Oak, i personaggi secondari.

Adesso non vedo l'ora di vedere il film, chissà che Carey Mulligan – attrice che trovo talentuosa ed adorabile – non riesca a farmi stare più simpatica Bathsheba.



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