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venerdì 2 luglio 2021

Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina, Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna.

Il commento al romanzo con l’incpit universalmente riconosciuto come il più bello della letteratura mondiale – “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” – meritava un’apertura altrettanto incisiva. Ma non è soltanto per far colpo su chi eventualmente mi sta leggendo che, nel momento in cui questa frase di apertura mi è venuta in mente, mi sono affrettata ad appuntarla prima che mi passasse di mente: è un pensiero onesto e sincero, che la penna di Tolstòj mi ha suscitato pagina dopo pagina. Quest’opera mi ha aspettata pazientemente, su uno scaffale della mia libreria, per anni. E’ un fatto curioso, ma per almeno gli ultimi due o tre mi ripromettevo di leggerlo a febbraio: chissà perché proprio il mese più corto dell’anno mi sembrava quello giusto per un romanzo così lungo e corposo. Alla fine comunque è stato davvero in febbraio che mi sono imbarcata per la sconfinata Russia, scoprendo luoghi da cui non avevo mai veramente voglia di andar via. La lettura di Anna Karénina sarà per sempre legata al tepore del fuoco, anche quando febbraio scivola in marzo e paradossalmente alle prime giornate di sole seguono serate ancora più fredde. E avrà il sapore di quelle serate, segnate dalla ricerca costante di silenzio per non perdere alcun dettaglio tra le righe, accompagnate dal sorseggiare lento di una tisana calda o di un calice di vino rassicurante.

In queste pagine si entra in punta di piedi, resi timidi da un certo timore reverenziale per questo autore che, in vita, fu osannato come un profeta e che da morto non gode certo di minor fama. Ma la timidezza non dura a lungo, ce la si dimentica ben presto sulla soglia del primo capitolo, perché fin da subito tutto è così vivo, movimentato, i personaggi descritti tanto magistralmente che è impossibile opporre alcun tipo di resistenza. Si viene catapultati al centro di un vortice di luoghi, eventi, persone, sentimenti che sembra di non aver mai visto prima – talmente potenti, così ben scritti – eppure di riconoscere alla perfezione come qualcosa di visto o vissuto. Un paradosso irrisolvibile ma chiarissimo, perché Tolstòj parla di tutti noi con una capacità di osservazione fuori dal normale ed una conoscenza intima di un caleidoscopio di caratteri,  e lo fa scrivendo come probabilmente non ha mai scritto nessuno né prima né dopo. E’ impossibile, secondo me, dire che un autore sia il migliore mai esistito. Di Tolstòj mi sento però certamente in grado di dire che egli è stato unico e che semmai fosse possibile fare una radiografia dell’anima – beh, lui c’è andato molto vicino.

I personaggi

I personaggi di Anna Karenina sono tutti collegati tra loro da rapporti di parentela, amicizia o amore. Il primo che incontriamo è Stepàn Arkàd’ič, da tutti chiamato Stìva, ed è con lui che assistiamo al primo tradimento. Egli non è pentito del proprio comportamento, il suo unico rammarico è anzi quello di essere stato scoperto. Stìva è lo stereotipo dell’uomo leggero e mediocre, che Tolstòj riesce a descrivere in modo sintetico ma centrando in pieno il punto in passaggi come questo:

“Si atteneva fermamente alle opinioni sostenute dalla maggioranza e dal suo giornale e le cambiava solo quando la maggioranza le cambiava, ovvero, per dirla meglio, non era lui a cambiare le opinioni, ma loro stesse a cambiarsi inavvertitamente in lui.”

A dimostrare ulteriormente la superficialità di Stìva viene spesso ribadito come egli fosse amico di tutti, come venisse accolto con gran gioia ovunque andasse, nonostante probabilmente tutti questi amici non avrebbero saputo dire quali fossero le sue effettive qualità. Proprio per questi motivi all’inizio si ha – se non una vera antipatia – quanto meno una certa diffidenza nei suoi confronti, ma si finisce chissà come con l’accettarlo per quello che è, riservandogli la medesima benevolenza nutrita da quelli che lo circondano, perché è instancabilmente allegro e di buonumore e nei suoi infiniti difetti e mancanze cerca spesso di fare del bene.

Vittima di questo primo tradimento è sua moglie, Dàr’ja Aleksàndrovna, detta semplicemente Dolly. La prima immagine che abbiamo di lei è per ovvi motivi quella di una donna fragile, ferita e che si fa rappresentante di un’esperienza comune – almeno una volta nella vita – a tutte le donne del mondo: la caduta delle illusioni amorose, quel momento in cui il velo si squarcia e gli occhi che hanno guardato ingenuamente (e puramente) all’uomo amato sono costretti a vedere che egli è diverso da quello che si credeva. Per molti versi, Dolly rappresenta il tipico angelo del focolare, ma col proseguire del romanzo dimostra di essere anche una donna molto forte, estremamente pratica, razionale, capace di accettare la realtà e soprattutto di trarre il meglio da ciò che possiede e che è in suo potere. Per queste ragioni, per la sua profondità, la capacità di fare lo sforzo di comprendere l’altro e per certi versi anche la sua apertura mentale, è un personaggio che mi è piaciuto molto.

Sorella di Dolly è Ekaterìna Aleksàndrovna, chiamata dagli intimi semplicemente Kitty. Kitty è una ragazza giovane, tutta intenta a compiere i primi passi verso l’intricato mondo degli adulti. Nel suo tempo e nella sua società, questo significa per lo più poter – e dovere – prendere parte agli eventi mondani e, neanche a dirlo, fare colpo su un buon partito. Kitty, in questi suoi primi passi, ci appare molto ingenua, e proprio a causa della sua evidente inesperienza commette degli errori. Errori innocenti, ai nostri occhi, ma per i quali lei non riuscirà a perdonarsi facilmente. Kitty si allontana temporaneamente insieme ai genitori, per una di quelle vacanze ristorative di spirito e salute di cui leggiamo sempre nei romanzi ottocenteschi; in questa sua parentesi di riposo, però, ho visto in realtà il suo percorso di ricerca di sé: trovando un modello in una nuova amica, Kitty si interroga su se stessa e compie senza ombra di dubbio una di quelle evoluzioni invisibili e silenziose che tanto piacciono a me. In tutto il resto del romanzo, Kitty dimostra una spiccata sensibilità e di sapere il fatto suo. Similmente alla sorella Dolly, Kitty è un personaggio femminile, nel senso più nobile del termine. E’ dolce, romantica, ha un forte senso materno ed un’istintiva capacità di agire, che la rendono capace di prendersi cura dell’altro anche sotto pressione o in frangenti delicati. Se non si fosse già capito, Kitty è uno dei miei personaggi preferiti.

Stìva invece è niente meno che il fratello della nostra protagonista, Anna Arkàd’evna Karénina, la quale fa nel romanzo un ingresso trionfale: arriva a Mosca per tentare di riportare la pace tra il fratello e la cognata (Dolly) – ed è un po’ assurdo che Tolstòj affidi proprio a lei questo compito. Sin dalla prima riga la si percepisce come una figura molto carismatica, bellissima ed elegante in modo diverso dalle altre donne, in una parola: affascinante. Fin dal viaggio di ritorno a casa però, a San Pietroburgo, la sua immagine cambia radicalmente: è come se perdesse le energie, la vediamo afflosciarsi al pari di un fiore rimasto senz’acqua. Anna Karénina è un personaggio sfuggente ed ambiguo, che non si riesce a condannare del tutto – perché chiunque proverebbe comprensione per la sua infelicità – ma nemmeno si sta dalla sua parte incondizionatamente. I suoi comportamenti, infatti, sono spesso a dir poco discutibili, il più delle volte sembra una persona che non sa cosa vuole e che nemmeno compie lo sforzo di provare a capirlo una volta per tutte. Uno degli strappi fondamentali della sua esistenza è sicuramente la lacerazione che viene a crearsi in lei tra il senso ed il dovere della maternità, e la passione. Nel vuoto che si crea da questo strappo si colloca la sua scelta di abbandonare l’amato figlio, una scelta per cui Anna non va certo demonizzata, ma ancora una volta lei non sembra convinta fino in fondo delle proprie azioni e sembra quasi che non faccia altro che fare passi avventati sulla spinta di emozioni proprie o – peggio ancora – altrui. Nessuno potrebbe negare, credo, che Anna Karénina sia uno dei personaggi più emotivi della storia.

Parte dei problemi di Anna derivano dal suo essere infelicemente sposata ad Alekséj Aleksàndrovic Karénin, che inaspettatamente ho trovato essere uno dei personaggi più interessanti dell’opera. Egli è l’esatto opposto di Anna, è un uomo dominato dalla razionalità, un burocrate da sempre dedito alla carriera, che lei percepisce come freddo, noioso, incapace di provare qualunque sentimento. Ma se a primo impatto è fin troppo facile mettersi dalla parte di Anna e giudicarlo allo stesso modo, proseguendo nella lettura si scopre che non è affatto vero: pur essendo di sicuro molto razionale e poco passionale, Karénin è profondamente umano e trovo che lui capisca lei molto più di quanto lei non capisca lui. Egli cova i propri pensieri e sentimenti e più di una volta compie anche il tentativo di comunicarli alla moglie, stabilendo con lei un vero dialogo; ed è lei che, col suo atteggiamento prevenuto e giudicante, lo fa ritrarre istintivamente. A questo punto lui adotta modalità sarcastiche e minimizzanti per autodifesa. Come padre, invece, è un totale disastro: quando si trova da solo col figlio si rivolge ad un bambino ideale e non al bambino in carne ed ossa che ha davanti, e che si trova in estrema difficoltà.

Per certi versi distaccato da tutti loro, ma legato da amicizia prima e parentela acquisita poi, c’è un personaggio che ho scoperto dividere nettamente i lettori, tra chi lo adora e chi l’ha mal sopportato al punto di saltare a volte le pagine che riguardavano lui solo: sto parlando di Lèvin che io – indovinate un po’ – ho amato tantissimo sin dalla sua prima apparizione. Oltre all’affetto che nutro per lui però, è un personaggio particolarmente importante, perché è lui ad essere specchio e portavoce di Tolstòj. Basta leggere anche le brevi note biografiche dell’autore ad inizio o fine romanzo per ritrovare tantissime comunanze, di pensiero o di vissuto. Lèvin si distingue da tutti gli altri personaggi per il suo rifiuto della vita mondana: egli è infatti dedito alla vita bucolica ed al lavoro, tormentato da una spaccatura interiore tra l’agio di cui gode per la propria condizione sociale di nascita, ed i propri valori e principi che lo portano vicino alla condizione miserevole dei contadini russi. A livello personale, invece, Lèvin non ha altro che un forte desiderio di una propria vita famigliare e domestica tranquilla e felice. Sempre mosso da sentimenti veri ed onesti, incapace di sotterfugi e finzioni, è un uomo puro, a tratti ingenuo, dolce, caparbio, capace di ricredersi e di amare.

Karénin e Lèvin avranno un rivale in comune: il conte Vrònskij. Anche lui è un personaggio sorprendente, perché se all’inizio l’ho odiato senza riserve, ne ho pian piano scoperto la stratificazione che, se non me lo ha reso simpatico, ne ha fatto come nel caso di Karénin una figura più interessante di quanto sembrasse. Egli si configura dapprima come un uomo frivolo e superficiale, un po’ come Stìva ma connotato da un tratto meschino. Si innamora di Anna e, contrariamente a ciò che ci si aspetta dalla sua natura di donnaiolo, è capace di restarle fedele nelle traversie, ed anche di compromettersi e fare rinunce pur di restarle accanto. Il però sta nell’evidenza che Vrònskij è una di quelle persone che ha bisogno del desiderio e della fatica necessaria a raggiungere l’oggetto del desiderio, che una volta ottenuto viene a noia. Se ciò non è evidente già nel suo rapporto con Anna, lo diventa senz’altro nel suo rapporto con l’arte, alla quale si dedica proprio nel momento in cui la passione amorosa non è più la stessa dei primi tempi. Anche il disegno, una volta fatto il massimo che la propria capacità gli consentiva, viene abbandonato perché non ha altro da dargli. Per gran parte del romanzo mi son chiesta cosa mai avesse Vrònskij per conquistare Anna al punto da stravolgere la propria esistenza. Senz’altro ha quel tratto passionale mancante al marito, ma oltre questo?

Anna vs. società

L’ambientazione si sposta continuamente tra i due poli cittadini di Mosca e San Pietroburgo, dalle quali si hanno parentesi di pausa ed a cui – soprattutto – si contrappone il modello della vita in campagna, in cui la natura ed il lavoro fisico rappresentano delle vere e proprie possibilità alternative, salvifiche per l’uomo che non si rispecchia e che non vuole inserirsi nel contesto offerto dalla routine mondana. Lo sguardo, l’esempio e la lente d’ingrandimento sulla vita bucolica li dobbiamo ovviamente a Lèvin; tornando invece al discorso sulle città, entrambi i due grandi poli russi si fanno teatro della rappresentazione di una vita mondana totalmente frivola, dominata dai salotti dell’alta società nei quali regna sovrano il pettegolezzo: l’alta società russa risulta intrisa di falsità, abbondano i matrimoni di facciata – quasi tutti i mariti hanno l’amante, i tradimenti sono risaputi ma accettati finché vengono salvate le apparenze.

Verrebbe da chiedere: e perché Anna allora fa eccezione?

Proprio perché lei va oltre, rendendo palese e lampante la sua relazione extraconiugale con Vrònskij fino al punto di fuggire con lui, auto-condannandosi ad essere una donna perduta. Il punto di non ritorno nella sua condotta è rappresentato da una scena in cui, proprio in uno di quei salotti alto-borghesi, Anna si apparta a parlare col suo amante in privato, a lungo, sotto gli occhi di tutti scatenando subitaneamente bisbigli ed indignati commenti sottovoce. Ma cos’è che allora viene effettivamente condannato dalla società, il tradimento in sé o piuttosto il coraggio di essere trasparente, coerente con se stessa e la forza di assumersi la responsabilità delle proprie scelte ed azioni? La società – o meglio i suoi membri – vivono infatti secondo convenzioni e convenienze, scegliendo sempre ciò che risulta più semplice, vantaggioso, che comporta meno sacrificio; Anna, in un certo senso, col suo comportamento sbatte in faccia a tutti l’ipocrisia che domina le loro esistenze ma, come spesso accade, piuttosto che accogliere l’elemento critico, di rottura, come possibilità di riflessione ed evoluzione, esso viene allontanato e stigmatizzato, al fine di non mettersi in discussione e non rischiare.

D’altro canto, Anna – come Emma Bovary – sembra già in partenza votata all’infelicità, senza molte possibilità di salvezza. Come accennato precedentemente, mi son chiesta più volte durante la lettura del romanzo se lei amasse davvero Vrònskij, o se lo amasse solo in quanto antitesi di ciò che ormai odiava nel marito. In quest’ottica, Vrònskij diventerebbe poco più che uno strumento per evadere dalla prigione del matrimonio.

Silenziose corrispondenze: Anna e Lèvin

Una delle cose che mi hanno più colpito, e sulle quali mi sono soffermata a riflettere, è che ho riscontrato un’inaspettata forte somiglianza nei personaggi di Anna e Lèvin. Entrambi infatti subiscono un cambiamento interiore innescato da uno spostamento fisico: Anna che si reca a Mosca in aiuto del fratello e della cognata, Lèvin che va in città colmo di dubbi e speranze per chiedere la mano di una donna; prima di subire questo cambiamento fondamentale sono accomunati – secondo me – da un tratto che li rende due sognatori. Entrambi, proprio nel momento in cui sono lontani dalle rispettive quotidianità, si concedono di far vivere quel sognatore che alberga in loro. Al momento del ritorno a casa entrambi, facendo i conti coi propri desideri frustrati, tentano di nuovo di rinchiudere e soffocare dentro di sé il sognatore, e lo fanno proprio mediante il ritorno meticoloso alla quotidianità brevemente lasciata. Tolstòj dedica tanto all’uno quanto all’altra paragrafi in cui descrive meticolosamente le stanze – non posso dimenticare lo studio di Lèv, lo scrittoio di Anna – in cui entrambi, raccontandosi di essere indaffarati con carta e calamaio, fanno del proprio meglio per autoconvincersi che quella sia la loro unica vita possibile, faticando a dominare una mente – un cuore – che invece desidera ardentemente ben altro. Questo ritorno quindi, nella penna di Tolstòj, passa attraverso i cinque sensi, attraverso il contatto fisico con gli oggetti conosciuti contenuti nella casa, che però – per entrambi – sembra avere una connotazione ambivalente: quella della familiarità, che da un lato porta la consolazione delle cose note, conosciute, rassicuranti, ma dall’altro è contenitore di assenza di novità, stimoli, di sentimenti che facciano sentire vivi.

In questo ritorno sia Anna che Lèv tentano di re-inserirsi, ma lo fanno cercando di spegnersi e rendersi quasi un semplice accessorio in più dell’ambiente cui appartengono. Una rassegnazione che però ben presto si rivela impossibile, perché loro per primi sono tutt’altro che convinti di rinunciare per sempre ai propri desideri. Ed è a questo punto che scatta prepotente la ribellione, che in Anna si manifesta naturalmente nella relazione e poi nella fuga con Vrònskij, mentre Lèvin getta tutto se stesso – anima e corpo – nel lavoro, cercando di convincersi che esistere in questo ambito gli sarà sufficiente – illusione distrutta istantaneamente nel secondo esatto in cui all’improvviso rivede la donna amata (e quelle, se me lo chiedete, sono tra le pagine più belle di tutto il romanzo).

Questa somiglianza, che almeno io ho riscontrato, è però spezzata da una differenza sostanziale: il sogno di Lèvin è puro, legittimo, non nuoce a nessuno e lui non fa del male nel tentativo di raggiungerlo – al contrario, nel momento in cui gli pare irrealizzabile si ritira in solitudine impegnandosi a dimenticare. Il suo sogno sarà infatti coronato. Quello di Anna, al contrario, è impossibile fin dal principio: anche lei lo realizzerà, ma ad un prezzo altissimo, ovvero ferire tutti quelli che la circondano – in primis l’adorato figlio – e sarà quindi un sogno realizzato senza vera felicità, macchiato da vergogna, rifiuto, rinuncia, mancanze, rancore.

L'assenza di un divenire.

Ultima questione che mi premeva sottolineare riguarda ancora il personaggio di Anna. Conversando per delle ore al telefono con una cara amica abbiamo convenuto su un’impressione, ovvero che Anna Karénina è quel tipo di persona che ha un bisogno viscerale di una propria realizzazione personale, di incanalare tutta la propria energia e passionalità in qualcosa di concreto, di importante e significativo. Non so perché, ma la immaginavo benissimo come un medico di grande successo – oppure con una carriera in campo politico, suggeriva la mia amica riflettendo sul suo eccezionale carisma. Il punto è che, a prescindere dall’uomo di turno, per una come lei non poteva essere sufficiente essere la “moglie di”, “l’amante di”, “la madre di”. Ed è solamente questo, secondo me, il motivo della sua insanabile infelicità, il dramma misterioso che da donna bella ed intrigante la trasforma in anima tormentata, lunatica, irrazionale. La conosciamo solo in questa fase della sua vita, ma non mi sarei affatto stupita se anche in fasi precedenti ella fosse stata preda di profonde crisi, di insoddisfazione, di inspiegabile frustrazione. Ed in quest’ottica – pensando alle sue possibilità mancate, alla persona che forse sarebbe stata se avesse avuto delle scelte – la pena che provo di fronte al suo dolore è inquantificabile.


Abbastanza inutile sarebbe, da parte mia, tentare di commentare la prosa del maestro Tolstòj. La mia copia del romanzo è uscita dalla mia esperienza di lettura segnata quanto me – abbondano i segnapagina, le sottolineature, i commenti a margine, la costa non ha retto ed ha ceduto sotto il peso delle mie emozioni. Più di una volta sono rimasta totalmente basita per come egli avesse trovato le parole giuste per condensare in poche righe complicatissimi moti interiori che, proprio per averli sperimentati in prima persona, non avrei mai immaginato potessero essere spiegati in maniera così chiara e diretta. Se ci avessi provato io, mi sarei sperticata in spiegazioni lunghissime che avrebbero richiesto pagine su pagine.

Altrettanto stupore mi ha suscitato la sua capacità di raccontare l’animo e la sensibilità femminile. Ci sono scene, momenti, sottilissime pieghe del sentire che non credo di esser mai riuscita veramente a spiegare ad un uomo: vederli non solo compresi così a fondo, ma addirittura narrati in una maniera così efficace da un uomo – vissuto tra l’altro secoli fa – mi ha totalmente spiazzata. Sapere che poi, ad esempio, la moglie di Tolstòj ha avuto tutt’altro che vita facile al suo fianco lascia piuttosto perplessi, ma questo è un altro discorso, che forse affronterò il giorno in cui avrò letto i diari di Sòf’ja.

Altri temi: un accenno

Anna Karénina è un romanzo non solo corposo nella mole, ma così ricco di temi, di questioni che non soltanto lo rileggerei volentieri – io che non sono propensa alle riletture – ma di cui sento che non si finirebbe mai di parlare. Per questa mia analisi ho scelto di concentrarmi su alcuni punti, ma avrei potuto mettere in luce invece, ad esempio, come attraverso i suoi personaggi e le coppie da loro formate Tolstòj abbia rappresentato quattro diversi modelli di rapporto amoroso: quello tra Stìva e Dolly, che somiglia ancora oggi a tantissimi matrimoni, in cui le cose non funzionano più alla perfezione ma si decide di chiudere un occhio ed accettare compromessi; Anna e Karénin, dove invece la disfunzione non viene accettata e si pone fine al rapporto facendosi del male a vicenda (ed anche a chi non c’entra nulla, come i figli); Anna e Vrònskij, l’amore passionale che esplode e non può essere domato, ma che forse sotto la fiamma non ha molto altro da offrire; ed infine quello tra Lèv e Kitty, l’unico rapporto sano, costruito un pezzo per volta, dolce e romantico, ma non esente dalle difficoltà che sorgono mentre si fa lo sforzo di conoscersi e di capirsi, e di incastrare la propria vita – i gusti, le abitudini, i desideri – con quelli di qualcun altro. Il racconto dell’inizio della loro quotidianità di convivenza mi ha ricordato tantissimo ciò che ho vissuto e provato io in quel momento, perciò mi è parso estremamente reale e veritiero.

Infine, non posso non menzionare anche solo brevemente le pagine dell’ultima parte, dedicate al climax di disperazione nel quale finisce per versare Anna. L’ansia attanagliante, gli sbalzi vorticosi dei suoi pensieri ormai privi di logica e razionalità, si trasmette fittamente dalla pagina a te che leggi e credo, pur non essendo un’addetta ai lavori e quindi corro il rischio di sbagliarmi, che Tolstòj compia in quel frangente una descrizione abbastanza accurata di alcuni sintomi e sensazioni della depressione. Se questa mia lettura fosse corretta, rendiamoci conto dell’avanguardia di quest’uomo.

Come spesso mi succede quando leggo un libro acquistato molto tempo prima, mi son sentita in realtà felice di averlo affrontato solamente adesso, sentendo di averne colto a pieno la grandezza – cosa che forse sarei stata in grado di fare anche da più giovane, o forse no. La lettura di Anna Karénina è stata un’esperienza maestosa, che ho intenzione di cercare nuovamente nel corso di quest’anno perché di certo non ne ho abbastanza della penna di Tolstòj. Pochi romanzi mi hanno costretta a continuare a rimuginare per giorni e giorni – mesi! –, a confronti così stimolanti ed inesauribili con chi aveva già letto ed amato quest’opera. Cosa che spero si ripeta ora ed in futuro, con chiunque dopo aver letto questo post avrà voglia di dirmi la sua.

Grazie, se hai letto sin qui.

Julia

 

lunedì 12 aprile 2021

Il Conte di Montecristo, Alexandre Dumas

 Devo ammetterlo, forse commetto un errore. L’errore di avere un’opinione così alta ed un tale rispetto verso i classici della letteratura mondiale – e quella ottocentesca in particolare – da attribuir loro quasi la caratteristica dell’infallibilità. Dimentico a volte che quello che oggi è un grande classico è stato un tempo un libro come un altro, un romanzo fresco di pubblicazione verso il quale il lettore comune non nutriva i sentimenti che oggi circondano e ammantano la fama di certi titoli. Vero è però che il mio culto per i classici non nasce dal nulla, ma dal fatto che ormai – seppur me ne mancano ancora tantissimi, e di fondamentali – posso anche affermare di averne macinati parecchi sino ad oggi ed un classico che mi avesse completamente delusa non lo avevo ancora incontrato. Ce n’è stato qualcuno che non mi è piaciuto, certo, come ad esempio Effie Briest di Theodor Fontane – noiosissimo, con dei personaggi antipatici costruiti male ed una visione delle cose retrograda anche per la sua epoca (1894-95) – o Il sosia di Dostoevskij che sono certa di non aver capito. Ma anche in questi casi, pur non comunicando con i miei gusti e la mia sensibilità, ho chiuso quei testi con la sensazione di aver imparato qualcosa, di uscirne arricchita ed in qualche misura appagata. Dopo un intero mese passato a leggere le 1205 pagine che compongono Il Conte di Montecristo, invece, sono esattamente la stessa persona che ero prima di cominciarlo ed oltre alle varie questioni su cui mi dilungherò a breve, su ciò che questo romanzo contiene l’unica domanda che sarei riuscita a farmi sarebbe stata: e quindi?! Ma andiamo con ordine.

Di cosa parla Il Conte di Montecristo.

Il romanzo si apre sul ritorno a Marsiglia, dopo mesi trascorsi in mare aperto, della nave Pharaon, il cui capitano si era ammalato e poi morto durante il viaggio. Per questo, il comando era stato preso in via provvisoria da Edmond Dantès, giovane ed abilissimo marinaio molto amato dagli uomini al suo servizio. Dantès si configura subito come un ragazzo semplice, dal cuore puro, guidato da saldi principi e valori onesti, incapace di secondi fini e pertanto indifeso contro la malizia altrui. Al momento dello sbarco, giudicato ottimo il lavoro da lui svolto, il proprietario della nave – l’armatore Morrel – si sbilancia nel dirgli che ci sono ottime possibilità che venga subito promosso a capitano. Dantès, col cuore colmo di gioia e riconoscenza, sogna già questa prospettiva, che renderebbe più facile la sua vita e quella di coloro che ama, ovvero due sole persone al mondo: il vecchio padre, che vive di ciò che il figlio guadagna, stringendo la cinghia durante le sue lunghe assenze, e la bellissima catalana Mercedes, che aspetta pazientemente il ritorno del suo innamorato. Dantès sta quindi per coronare le sue umili ambizioni – una posizione lavorativa rispettabile e ben retribuita, il matrimonio con la donna che ama e la tranquillità per suo padre – ma c’è chi, nonostante lui non abbia fatto nulla per meritarlo, cova nei suoi confronti odio e gelosia. C’è chi lo invidia per l’avanzamento di carriera, chi lo considera un rivale in amore, chi nutre per lui una grande antipatia. Da quest’avversione comune nascerà un complotto ai danni di Edmond, destinato a stravolgere il corso della sua vita. A causa di una falsa denuncia anonima che lo accusa di bonapartismo nel periodo in cui Napoleone è esiliato all’Elba e la monarchia francese si è ristabilita sul proprio trono, Dantès viene arrestato; ad interrogarlo è il procuratore del re Villefort, che comprende subito l’innocenza del ragazzo, ma ha i suoi interessi personali nell’insabbiare più in fretta possibile tutta questa storia. Così, il povero Dantès viene gettato nelle segrete del castello d’If, dove resterà per ben quattordici anni. Periodo durante il quale, ad un certo punto, avrà la fortuna (ed è il caso di sottolineare questa parola) di conoscere l’abate Faria, creduto da tutti un povero vecchio pazzo perché continua a promettere un immenso tesoro in cambio della propria libertà. Dantès scopre ben presto che Faria è tutt’altro che pazzo, ma al contrario un uomo dalla cultura vastissima e dotato di grande ingegno, che invece di abbandonarsi alla disperazione – come lui invece stava facendo – aveva incessantemente lavorato di mente e di braccia per trovare un modo per evadere. Gli anni di prigionia diventano così immensamente preziosi, perché Edmond si farà insegnare da Faria tutto ciò che sa ed il vecchio, che finisce con l’amarlo come un figlio, gli svela tutti i segreti circa il suo famoso tesoro, lasciandoglielo in eredità se mai fosse riuscito ad uscire vivo di lì. E’ grazie a questi presupposti – cultura, conoscenza e denaro – che Edmond Dantès si trasformerà nel Conte di Montecristo, sposando come unico scopo della propria esistenza quello di vendicarsi dei colpevoli della propria sorte.

Pubblicato a puntate a partire dal 1844, Il Conte di Montecristo si inserisce a pieno titolo nel filone del feuilleton – tanto in voga a quell’epoca – ovvero il romanzo d’appendice, un genere letterario che aveva come obiettivo principale quello d’intrattenere le masse, e per questo presentava di solito trame avventurose e grandi intrecci che avrebbero mantenuto vivo l’interesse nonostante la pubblicazione episodica.

I motivi per cui questo romanzo non mi è piaciuto per niente.

1.      La superficialità di Alexandre Dumas, ed il suo stile di scrittura.

Fin dalla prima pagina la scrittura di Dumas mi è parsa molto semplice, tant’è che la prima cosa che vien da pensare, leggendolo, è quanto sia scorrevole. Dal canto mio però credo che l’aggettivo scorrevole non sia nulla di particolarmente lusinghiero: da un romanzo scritto bene quasi mi aspetto che sia scorrevole, così come esistono libri assolutamente mediocri di cui si può comunque dire che siano scritti in modo scorrevole. Se fossi stata onesta con me stessa avrei storto un po’ di più il naso fin dal principio, ma ben conoscendo l’entusiasmo generale che circonda i romanzi di Dumas mi son detta di dargli un po’ più di tempo. Ebbene, il tempo non ha fatto altro che peggiorare sempre più la mia percezione della sua penna: lo stile di Dumas non è semplice – qualità che spesso apprezzo moltissimo – ma sempliciotto, ai limiti del banale e del grossolano. Non c’è stato un singolo momento in 1205 pagine in cui io possa dire di essermi veramente emozionata, qualsiasi momento o personaggio egli stia raccontando il tono è sempre il medesimo, incredibilmente piatto. Ed a questo si deve, evidentemente, il piattume dei suoi personaggi: benché ce ne sia qualcuno riuscito meglio (e più tardi ne parlerò) in linea di massima hanno tutti lo spessore delle comparse. Anche verso quelli principali, si sviluppa una certa familiarità solo a forza di vederli ricomparire ed a causa dell’importanza che rivestono all’interno della trama, ma mancano tutti del più vago senso di tridimensionalità. Non c’è costruzione emotiva né scavo psicologico, e di tutti loro alla fine non sappiamo molto di più di quanto ne sapessimo all’inizio. Non c’è vera e propria crescita o evoluzione: non sono i personaggi a muoversi ma soltanto le cose attorno a loro e loro restano, in fin dei conti, sempre uguali.

Non riesco a pensare ad una sola frase interessante dal punto di vista letterario, un guizzo in qualche scelta lessicale o costruzione sintattica (e no, non è colpa del traduttore perché, grazie alla scelta di leggerlo in compagnia, ho potuto confrontarmi con chi teneva in mano edizioni e traduzioni diverse dalla mia). Semmai rabbrividisco ancora – dalla noia e dalla bruttezza – di certe pagine fatte solo da dialoghi sterili ed un po’ inutili che hanno il solo scopo di far camminare la trama, ma che dubito possano soddisfare chiunque apprezzi una scrittura un minimo più sofisticata.

La superficialità di Dumas emerge tutta nel suo modo di gestire la materia storica, che ha voluto per forza buttare all’interno del romanzo ma dalla quale – secondo me – sarebbe stato molto meglio se si fosse tenuto lontano. Nella parte iniziale il contesto storico è – anche se sarebbe più corretto dire che sarebbe stato – di fondamentale importanza, ma Dumas non fa il minimo sforzo né per costruire veramente il contesto che ha deciso di usare né tanto meno di approfondire le questioni di cui si è voluto servire. Non pretendo un’accurata digressione storica da un romanzo d’intrattenimento, ma sono dell’idea che se decidi di usare come comparsa Napoleone in persona, e di usare elementi di un periodo delicato come quello post-Rivoluzione francese o lo fai bene, oppure meglio evitare. Mi chiedo come potrebbe, una persona che ha scarsa conoscenza del periodo, comprendere tutta una serie di cose di cui si parla, un po’ alla rinfusa, nella prima parte del romanzo e soprattutto come potrebbe capire perché essere accusati di bonapartismo in quel momento sia un’accusa tanto grave da essere sbattuti nelle segrete di un castello-prigione. Certo, esiste sempre l’opzione “se non sai le cose e vuoi capire te le vai a cercare da te” ma io mi chiedo: il bello di leggere romanzi di altre epoche non consiste anche proprio nell’imparare da essi, nella possibilità di approfondire nozioni fredde e distanti grazie ad una storia che le rende vive?

Io son proprio di quest’idea, tant’è che mentre affrontavo queste pagine in cui si parla a vanvera di bonapartismo e realismo trovandole incredibilmente noiose – e noiose proprio perché superficiali, poco approfondite, scritte male – il pensiero andava da sé al lavoro straordinario svolto da Charlotte Bronte, che nel suo Shirley, avendo deciso di usare come periodo in cui ambientare la propria storia quello della Rivoluzione industriale, ha saputo ricrearne perfettamente tutte le tensioni, facendomi comprendere come mai avevo potuto capire prima che cosa comportasse nella vita quotidiana di un piccolo imprenditore inglese il blocco napoleonico – e guarda caso torna proprio la figura di Napoleone, forse è da questo che scaturisce il mio confronto – e perché l’avvento dei macchinari nell’industria scatenò tanta divisione e tante difficoltà. Eppure, neanche quello è un romanzo storico.

L’idea che Dumas fosse un autore un tantino superficiale viene poi avvalorata da due informazioni. La prima è che venne ripetutamente citato in tribunale per questioni legate ai diritti d’autore, dal collega Auguste Maquet, anch’egli scrittore e drammaturgo. Dumas si era affidato a lui durante la stesura di tutti i suoi romanzi, ricevendo da Maquet un contributo fondamentale per quanto riguarda la costruzione storica e l’ambientazione delle proprie opere. Che si sia però dimenticato di lui, dopo aver ottenuto il successo sfruttando le sue conoscenze? Tra gli esperti c’è chi sostiene che Maquet abbia scritto interi capitoli dei romanzi di Dumas, chi dice che “Maquet realizzava ciò che Dumas non riusciva a scrivere” – fatto sta che in seguito alle guerre in tribunale Maquet ottenne un rimborso di 145.200 franchi, perdendo però i diritti sulle opere che aveva contribuito a scrivere.

La seconda informazione che alimenta il mio giudizio di superficialità sull’approccio che Dumas aveva nei confronti del proprio lavoro, è che il manoscritto de Il Conte di Montecristo è famoso anche per essere pieno di refusi, sviste, imprecisioni, trascuratezze. Sono dettagli che non inficiano in particolar modo la lettura, spesso anzi solo il lettore sempre vigile e meticoloso se ne accorgerebbe. Nella mia edizione – I grandi classici di Bur – però questi momenti venivano sempre segnalati con una nota a piè di pagina, perciò è stato inevitabile ad un certo punto rendermi conto di come a Dumas non importasse più di tanto se certi dettagli della propria costruzione narrativa fossero corretti o meno.

Il Conte di Montecristo si regge solo ed unicamente sulla trama e sul susseguirsi degli eventi. Non dovrei aspettarmi altro da un romanzo d’appendice di destinazione popolare, forse – invece mi aspetto molto, ma molto di più, perché purtroppo non è la prima opera riconducibile a questo filone che leggo. E se penso che Charles Dickens o il suo amico e collega Wilkie Collins operavano con le stesse modalità non posso che mettermi le mani nei capelli per la distanza che separa una qualunque delle loro opere dal capolavoro di Dumas in termini di qualità – sotto ogni punto di vista, ma soprattutto quello stilistico e letterario. Prendete un personaggio qualunque a caso, anche uno che compare una volta sola, in un’opera qualunque di questi due autori e sarà mille volte caratterizzato meglio dello stesso Dantès.

2.      Edmond Dantès alias Conte di Montecristo.

Edmond Dantès riusciva almeno a farmi tenerezza. Chiunque ne proverebbe per il giovane marinaio così puro, onesto e fiducioso e chiunque proverebbe dispiacere per le sue prospettive spezzate a causa della malignità e dell’arrivismo altrui. La mia antipatia profonda e radicata infatti non è tanto verso Dantès – se lo identifichiamo col giovane innocente ingiustamente incarcerato – ma per colui che riemerge dalle segrete del castello d’If, ovvero il Conte di Montecristo.

Personaggio totalmente irrealistico, più piatto degli altri, in preda ad un insanabile delirio di onnipotenza e con quello che secondo me è un grave disturbo narcisistico della personalità.

Affermo questo perché sono incalcolabili i momenti in cui egli afferma di essere strumento della Provvidenza, la quale senz’altro esiste ma non sempre si palesa e concretizza sulla Terra, per questo il buon Dio ci ha mandato lui, grazie al cielo. Siamo tutti d’accordo che abbia subito delle profonde ingiustizie, per di più gratuite, e sebbene l’idea di vendetta sia un sentimento distante anni luce dal mio modo d’essere – sono una persona quasi incapace di portare del semplice rancore, figuriamoci – avrei compreso il suo desiderio di restituire il male subìto a chi per primo lo aveva causato. Ma il suo sentirsi/credersi/porsi come un essere superiore che ha diritto di vita e di morte sugli altri proprio non riesce ad andarmi giù: chi gli ha conferito tale diritto? Chi l’ha eletto a strumento divino sulla Terra?

Dalla sua bocca escono più di una volta espressioni come la seguente:

“Per me il buon servitore è quello su cui ho diritto di vita e di morte”.

E qui non si rivolge neanche ai suoi nemici, ma per l’appunto ai suoi servitori. Ed un personaggio che la pensa così è un personaggio straordinario, che merita tutta l’ammirazione di cui gode? Non riesco proprio a spiegarmelo e lo trovo al contrario totalmente indifendibile, come nella storia del suo schiavo – e sottolineo schiavo – Alì, che non approfondisco per non fare spoiler.

Il suo delirio non sta solo nella percezione di sé come strumento divino del bene con la missione di far


pulizia laddove ha agito il male; la sua follia si manifesta anche in contesti da lui percepiti come positivi: così come punisce quelli che gli hanno tolto tutto, allo stesso modo si prodiga per ricompensare quelli che, al contrario, hanno tentato per quanto possibile di aiutarlo. Ma il suo modo di elargire la ricompensa non appare come disinteressato, è tutto permeato di egocentrismo e narcisismo: nel momento in cui viene riconosciuto come benefattore egli gode smisuratamente dell’adorazione altrui. Infatti ciò che ho visto in determinati momenti del romanzo – quei momenti in cui sembrava doveroso sciogliersi dalla tenerezza per il buon cuore del Conte – io ho visto solamente un uomo pieno di sé che non ne aveva mai abbastanza di essere idolatrato da persone che – come del resto qualunque personaggio del libro – pendono dalle sue labbra.

Ed ecco, parliamo di questo. Perché diamine tutti pendono dalle sue labbra e vengono tramortiti all’istante dal suo carisma?! Questa è un’altra cosa che faccio fatica a spiegarmi, perché se è vero che il Conte, col suo aspetto fuori dal comune, i suoi modi ed abitudini frutto di interminabili viaggi intorno al mondo, non lo fanno passare inosservato nell’alta società piena delle sue convenzioni, mi sembra comunque eccessivo che nessuno sia in grado di tenergli testa (anche perché io tutto questo pozzo di scienza in lui non l’ho visto, ma vabbè).

Per me il Conte è un personaggio totalmente irrealistico, perché Dumas gli attribuisce qualunque dote e qualità. Lo descrive come bellissimo (però pallido e tenebroso), fortissimo, ricchissimo, poliglotta, eccellente in qualunque attività, dottissimo in ogni disciplina! Anche meno verrebbe da dire, no? A ben guardare, il Conte di Montecristo mi sembra l’antesignano perfetto del protagonista maschile dello young adult medio.

A rendere poco credibile il suo personaggio non è nemmeno l’eccessiva perfezione. La storia della letteratura, del cinema o delle serie tv, così come anche la realtà storica è ricca di figure dal genio smisurato, così grande in un campo solo o spalmato in diversi talenti; ma quasi sempre ad una genialità smisurata, cui faremmo quasi fatica a credere, arrivano a fare da contrappeso uno o più profondissimi punti deboli. La fragilità umana, semplicemente, che non risparmia nemmeno i migliori tra di noi. E di solito è proprio quella fragilità che ci permette di amare a pieno il genio inarrivabile, perché lo avvicina a noi e questo accorciamento di distanza è lo spazio in cui ha modo di nascere l’empatia.

Ecco, tra noi ed il Conte la distanza resta vastissima e luoghi di empatia non se ne trovano. Il Conte non ha debolezze, è sempre perfetto, impeccabile, tutto d’un pezzo, non ne sbaglia una. C’è un unico momento in cui va in crisi – ma roba di un attimo, si ripiglia subito – e di cui infatti non ero riuscita a comprendere il motivo.

// inizio spoiler //

Mi riferisco al momento in cui scopre la morte della signora Villefort e di Edouard. Leggendo l’approfondimento a cura del traduttore Guido Paduano ho potuto far chiarezza sul motivo della crisi, che ovviamente è legato soltanto al delirio di onnipotenza: la crisi è infatti dovuta al fatto che quelle due morti non era state premeditate né tanto meno previste da lui, e questo fuori programma gli ricorda che non tutto è in suo potere, trasformando il provvidenzialismo in fatalismo.

// fine spoiler //

Un’altra cosa che rende il Conte un personaggio lontanissimo da qualunque cosa mi possa piacere è la divisione sempre nettissima che esiste nella sua testa, nelle sue azioni e nella sua visione della realtà in bianco e nero, bene o male. Forse dovrebbe essere tutto così semplice, ma la realtà è che esistono sempre un milione di sfumature ed io un personaggio che le sfumature non sa neanche cosa sono – e che infatti quando gliene si presenta una è l’unico momento in cui dà di matto – non lo posso amare né quasi concepire.

3.      L’unica cosa che avrei salvato e poi invece no.

In tutto questo, sì, c’era una cosa che avrei salvato: okay – mi dicevo – non mi è piaciuto quasi niente, ma che Dumas abbia una fantasia smisurata glielo possiamo concedere, la trama di per sé era avvincente e l’ha tenuta su bene, almeno questo sì. Ecco, invece no, perché – udite udite – di farina del suo sacco ce n’è ben poca. Il Conte di Montecristo è ampiamente basato – per non dire copiato – su Le diamant et la vengeance (“Il diamante e la vendetta”) di Jacques Peuchet, a sua volta basato su un fatto di cronaca nera (1838). La coincidenza di fatti e personaggi tra l’opera di Dumas e quella di Peuchet è talmente elevata che non potrei esporli senza fare spoiler a chi non ha ancora letto il romanzo, ecco quant’è alta la percentuale di cose identiche tra i due titoli in questione. Perciò no, nemmeno l’inventiva di Dumas può riscuotere da parte mia particolare stima.

4.      Cosa salvo davvero.

Mi sento di salvare dal mio commento impietoso solamente i personaggi ed il filone narrativo legato a casa Villefort. I personaggi di questa famiglia sono gli unici tratteggiati discretamente, a mio avviso, nonno Noirtier e Valentine su tutti e le vicende che si sviluppano in mezzo a loro sono state le uniche che mi hanno dato forza sufficiente per arrivare alla conclusione del romanzo quando veramente non riuscivo a tollerarne più niente.

5.      Per concludere in bellezza:

nelle note biografiche sull’autore presenti a fine volume ho potuto apprendere questo:

            (Dumas) acquista un terreno a Port-Marly, dove progetta di costruire la propria residenza. Il Castello di Montecristo, inaugurato nel 1847, sarà un ritrovo d’obbligo per la Parigi mondana dell’epoca e un simbolo dell’incontenibile istrionismo del proprietario.

Ora, non so che percezione avete voi di un fatto del genere, ma io non sono riuscita a trattenermi dal farmi qualche risata, perché lo trovo assurdo e ridicolo. Questa è stata la ciliegina sulla torta, che ha completato un immagine di Alexandre Dumas come un uomo forse un po’ mediocre ma pieno di sé, che ha farcito il personaggio di Edmond Dantès con tutti gli -issimo che avrebbe voluto essere, e che ha completato il suo vanaglorioso sogno ad occhi aperti costruendosi addirittura un castello in cui continuare ad autocelebrarsi davanti a tutti. Non ci posso credere.



Ma ora per favore, ditemi.

Cosa ci trovate voi tutti nelle pagine de Il Conte di Montecristo?

 

mercoledì 20 maggio 2020

Tess dei d'Urberville, Thomas Hardy

La primissima recensione che portai su questo blog, cinque anni fa, riguardava Via dalla pazza folla di Thomas Hardy, autore cui mi approcciavo allora per la prima volta ed a cui sono tornata solo questo mese - un po' perché avevo provato un'inusitata antipatia per la protagonista di quel romanzo, e temevo di incontrare nelle sue opere un'altra donna simile; un po' per il flusso casuale che mi muove nelle mie scelte libresche. Qualora decidiate di buttare un'occhio su quel vecchio post, infatti, potrete constatare come mi fossi innamorata della prosa dell'autore, soprattutto per la sua capacità di rendere viva e visibile la natura, ma come il fastidio verso Bathsheba Everdene avesse reso difficile l'apprezzamento totale dell'opera. Cosa che invece, con mio grande piacere, è accaduta molto facilmente con Tess dei d'Urberville, un romanzo che non si può definire meno di un capolavoro, uno di quelli che quando mi accingo a scriverne vengo presa dall'insicurezza, che si palesa sotto forma di domanda: cosa mai potrò dirne, io, che non sia già stato detto prima e meglio? Forse niente, ma io per prima quando lessi Via dalla pazza folla non sapevo nulla di Hardy.

Non sapevo, ad esempio, che ci mise del tempo per far della scrittura il suo mestiere, perché terminate le scuole a sedici anni, piuttosto che iscriverlo all'università i genitori preferirono che imparasse una professione, e lo affidarono come apprendista ad un architetto. L'architettura divenne per Hardy una sorta di sentiero obbligato e pur perseverando nell'apprendistato ed intraprendendo la carriera che era stata scelta per lui non vi si appassionò mai, e non appena gli fu possibile conciliare le due cose diede inizio alla sua carriera letteraria. Hardy è uno scrittore, ed un romanziere, che possiamo senz'altro definire atipico, soprattutto considerando l'epoca e la stagione letteraria in cui visse e scrisse. Il suo lavoro infatti s'inserisce a pieno titolo nell'epoca vittoriana, che come ogni amante della classicità inglese ben sa ci ha lasciato in eredità una buona fetta dei migliori romanzi di sempre. Le sorelle Bronte, Dickens, Collins, Thackeray, George Eliot, Elisabeth Gaskell, Trollope - è lunga la lista di autori illustri che hanno segnato la letteratura inglese di quel tempo, e pur avendo ognuno un suo stile, sue caratteristiche riconoscibili ed inimitabili, le loro penne sono in qualche modo legate da quella che potremmo definire un'atmosfera, un senso comune di fondo che deriva probabilmente dall'uso della stessa lingua madre e dalla condivisione delle radici britanniche. Hardy non fa eccezione in questo, eppure ho la sensazione che la materia narrativa da lui scelta si discosti da quella dei colleghi, e mi colpisce il suo aver fatto parte di una letteratura così fervida, restandoci in qualche modo in costante conflitto. 

 Thomas Hardy, 1840-1928


Arrivò infatti un momento in cui la sua carriera letteraria cominciava ad andar così bene da permettergli di lasciare definitivamente l'attività di architetto. E quando poté a tutti gli effetti definirsi uno scrittore, la sua sensazione fu quella di essere ora legato alla necessità di scrivere romanzi così come era stato costretto agli orari ed agli impegni da architetto. La prima vocazione di Hardy, quando ancora era studente, era stata la poesia ed è significativo - considerato tutto questo - che negli ultimi anni della sua attività egli smise completamente di scrivere romanzi, e si dedicò alla scrittura in versi. La critica parla per questo di due momenti nettamente distinti nella produzione di Hardy, quello in prosa e quello poetico, quando in realtà egli non aveva mai smesso di coltivare in primo luogo la propria vocazione poetica. Hardy, del resto, non fu uno scrittore particolarmente compreso dalla critica e dal pubblico del suo tempo: le sue opere furono spesso accolte con freddezza, se non con aperta ostilità, un risultato che il più delle volte l'autore non si aspettava, e che lo lasciava deluso ed amareggiato. E' probabile che la ragione di questa incrinatura tra Hardy ed il suo tempo stia nel suo essere essenzialmente uno scrittore della transizione, e ciò si nota in particolar modo mettendo a confronto la prima e l'ultima delle sue opere: in Estremi rimedi (1871) addirittura cercò di emulare a modo suo la sensation novel di Wilkie Collins, che tanto successo riscuoteva nel pubblico, mentre in Jude l'Oscuro (1895) anticipa il romanzo del Novecento. Egli è, quindi, l'ultimo dei grandi vittoriani. 

Avete presente la teoria dell'effetto farfalla? Quella teoria secondo cui, un semplice battito d'ali di una farfalla in un punto qualunque della Terra, può causare stravolgimenti dall'altra parte del globo. La scena iniziale di Tess dei d'Urberville (1891) ha un po' il sapore di questa teoria, poiché tutto comincia con una scena che poteva non avere alcuna conseguenza: un prete, che lungo una strada di campagna di sera incrocia un povero carrettiere di mezza età. Il prete, che è appassionato di storia, non si trattiene dal rivelargli una sua recente scoperta, ossia che quell'uomo povero in canna discende in realtà da una delle più antiche ed un tempo ricche famiglie della contea, ormai decaduta, i d'Urberville, di cui il suo cognome - Durbeyfield - ne è un'evidente storpiatura. E' da questa banalità che hanno inizio, quasi ad effetto domino, gli eventi che segneranno il destino di Tess, rendendolo sempre più diverso da quello che avrebbe potuto essere.

Trattandosi di un classico molto popolare, anche di questi tempi a quanto pare dalla comunità web dei lettori, raccontare oltre della trama mi pare superfluo. Più interessante, forse, è approfondire alcuni di quelli che secondo me sono i temi centrali dell'opera. La tragica storia di Tess fa riflettere il lettore su due nodi fondamentali:

  • l'ancestrale senso di colpa della donna. Ha cominciato Eva, ed ogni donna che calpesterà questo mondo se ne porterà dietro le conseguenze. Tess, che è una ragazza buona, ingenua e volenterosa, si porta dentro fin da quando la conosciamo il peso di colpe che non possiede. I genitori sono due sprovveduti, sfaticati ed irresponsabili, cosa che però lei non vede o non vuole riconoscere ed invece di essere arrabbiata o amareggiata per l'esser figlia di due simili soggetti si sobbarca senza nessuna lamentela le responsabilità che spetterebbero agli adulti. E quando il loro unico cavallo, indispensabile al loro sostentamento, viene perduto per un incidente di cui subito Tess si sente colpevole, il suo senso di colpa comincia ad emergere chiaramente, facendola sentire in dovere di accettare ogni richiesta avanzata dai genitori per ripagarli di quella grave perdita da lei causata. Quando poi sarà vittima - e sottolineo vittima - dell'evento che segnerà la sua vita, il senso di colpa si gonfia a dismisura e non se ne andrà mai più. Quest'ombra che la accompagna si incontra per tutto il romanzo, in scene strazianti come quando durante un lungo e stancante viaggio a piedi viene importunata a parole da uno sconosciuto e lei, dopo averlo seminato, si fascia la testa in un fazzoletto e si strappa le sopracciglia per imbruttirsi, come se la sua bellezza fosse qualcosa per cui merita di punirsi. Quello di Tess è un sentimento dolorosissimo a leggersi, ma ancor più doloroso è pensare che da questo punto di vista Hardy abbia scritto un romanzo incredibilmente attuale, perché credo che troppe donne ancora oggi siano vittime di questo tipo di pensieri, inculcati da mentalità tossiche e retrograde o da brutte esperienze mai elaborate.
  • Il sacrificio di sé come reazione. Allo stesso tempo, o conseguentemente a questo, ho letto in quest'opera un messaggio molto chiaro, ossia la dimostrazione che l'arrendevolezza, la sottomissione, la totale abnegazione non rappresentino affatto una via per la redenzione. Tess, infatti, ha uno spirito di sacrificio ed una forza di volontà a dir poco notevoli. Non si piange mai addosso, né si ribella contro ciò che le accade o chi la fa soffrire. La sua risposta ai problemi ed alle sfide che una dopo l'altra si presentano sul suo percorso è quella di chiudere la bocca e rimboccarsi le maniche, convinta che non chiedendo mai niente a nessuno, restando il più possibile al suo posto (o quello che lei considera tale) e dandosi da fare, dimostrerà il proprio valore, e riuscirà a farsi perdonare - per quelle colpe che non ha - ed infine amare. Tutto, nella sua vicenda, dimostra che non sia così e di come invece avrebbe avuto forse qualche chance in più se si fosse rinnegata meno e se avesse avuto qualche pretesa in più. Se si fosse amata un po', e se pensando di avere un valore, dei diritti, una dignità non si fosse consegnata ad un destino tanto crudele. 


Tess dei d'Urberville, almeno a mio giudizio, è nettamente superiore a Via dalla pazza folla, col quale comunque condivide quella potenza descrittiva senza pari. Ci sarebbe ancora molto altro da dire, parlando ad esempio del famoso Wessex, ambientazione rurale immaginaria nella quale sono ambientate tutte le opere hardiane. Tess dei d'Urberville è un romanzo imperdibile per gli amanti della letteratura classica, una storia tragica e potentissima che mi ha fatta soffrire come da tempo non mi accadeva leggendo un romanzo. Da tenere quindi per un momento in cui ci si sente pronti, ma decisamente da non trascurare.

Vi segnalo inoltre, anche se non l'ho ancora visto, che nel 2008 ne è stato tratto un film con Eddie Redmayne nel ruolo di Angel Clare. Ho sempre del timore nel guardare un film tratto da un libro molto amato, ma la presenza di questo talentuosissimo attore è un motivo sufficiente per rischiare.

lunedì 16 marzo 2020

Senza nome, Wilkie Collins

Era il 1862 quando Wilkie Collins, dopo il successo di Basil e La donna in bianco, tornava a far compagnia ai lettori inglesi con un nuovo romanzo, intitolato Senza nome. Ancora una volta, il suo pubblico restò appeso ad un filo per un anno intero, aspettando di mese in mese che il capitolo successivo venisse pubblicato sulla rivista All The Year Around, diretta dal celebre collega ma soprattutto caro amico Charles Dickens.

Il lettore contemporaneo è per fortuna salvo dal patimento dell'attesa alla fine di un capitolo avvincente, e può bearsi di Senza nome nella sue gloriose 800 pagine tutte insieme, presentate in una nuova bellissima veste da Fazi Editore nel 2015.

Credo che una persona normale, sapendo di andare incontro ad un periodo ricco di impegni che lascerà ben poco tempo ed energie da dedicare alle proprie passioni, avrebbe scelto di affrontare letture più brevi ed agevoli; all'inizio dello scorso febbraio invece, io ho guardato le mie librerie e fatto proprio il ragionamento opposto: sarò spesso stanca, stressata e sotto pressione - mi son detta - i momenti che riuscirò a dedicare alla lettura saranno sicuramente pochi, ma voglio che quei momenti mi facciano immergere dalla testa ai piedi in un altrove. Il miglior altrove che mi è venuto in mente, è stata la mia amatissima Inghilterra vittoriana e, memore dell'esperienza più che positiva del mio primo incontro con l'autore, avvenuto leggendo La donna in bianco, ho deciso di buttarmi su Senza nome.


Senza nome è la storia di due giovanissime sorelle - appena diciottenne l'una, di un paio d'anni più grande l'altra -, Norah e Magdalen Vanstone, che dopo un'infanzia ed un'adolescenza come tante, vissute in seno ad una famiglia amorevole nella tranquillità di Combe Raven - questo il nome della grande proprietà che era la loro casa - si vedono catapultare nella vita adulta nel più triste e più violento dei modi. Una serie di sfortunati eventi - è proprio il caso di dirlo - le priva dall'oggi al domani di tutto ciò che hanno sempre avuto e conosciuto: improvvisamente orfane, perdono assieme agli amati genitori anche il nome che avevano fino ad allora portato, e di conseguenza anche tutto ciò che per diritto sarebbe loro spettato - l'eredità paterna, la casa e tutti i beni in essa contenuti. Le figlie pagano loro malgrado le colpe dei genitori, che fino a poco prima di andarsene tragicamente non erano legalmente sposati, all'insaputa di tutti coloro che gli son stati vicini per una vita intera, come Mrs Garth, arrivata a Combe Raven  come istitutrice per le bambine e poi rimasta come governante della casa, ed ora unico punto di riferimento per le giovani Vanstone, relitti infelici di un'esistenza perduta. Mrs Garth si offre di ospitarle presso la scuola diretta da sua sorella a Londra, dove potranno trovare momentaneamente vitto e alloggio e cercare poi un impiego come istitutrici private presso le buone famiglie inglesi.

Norah e Magdalen sono quanto di più diverso si possa immaginare, mi hanno ricordato almeno per quanto riguarda l'opposizione dei caratteri le sorelle austeniane di Ragione e Sentimento: tanto Norah è introversa, controllata e pacata, quanto Magdalen è al contrario esplosiva e preda delle proprie emozioni. Non stupisce quindi che anche alla tragedia subita risponderanno in maniera totalmente diversa: Norah non pensa neanche per un secondo di potersi ribellare o di poter fuggire dalla situazione in cui si trova, e seguendo le istruzioni di Mrs Garth si impegna a fare l'istitutrice privata; Magdalen, invece, non aspetta un secondo prima di fuggire e di cominciare senza neanche avere le idee chiare o un progetto preciso a lavorare per ottenere quello che fin da subito ha sentito essere il proprio dovere: riportare l'eredità paterna nelle legittime mani, ossia le sue e quelle di sua sorella Norah, non tanto per amor della ricchezza, quanto verso quel caro padre che in una lettera vergata poco prima di morire scriveva come non avrebbe potuto riposare in pace se non avesse risolto quella faccenda e non avesse saputo le sue figlie al sicuro da ogni cosa. Tutti i beni paterni sono finiti nelle mani di uno zio che né Magdalen né Norah hanno mai conosciuto, essendo il loro papà in cattivi rapporti con la propria famiglia di origine da prima che loro nascessero; ed è proprio a causa di quegli antichi dissapori che l'anziano zio rifiuta categoricamente di avere pietà delle nipoti, vedendo nell'intera vicenda il meritato risarcimento che secondo lui gli spettava per riparare ai danni causatigli dal fratello minore. 

L'avaro ed anziano zio Vanstone viene ben presto a mancare, ma la situazione non migliora poiché l'eredità passa interamente nelle mani del suo unico figlio, Noel Vanstone, un essere gracile e malaticcio che nutre dei sentimenti solo verso i beni materiali. Rimasto senza il padre, Noel Vanstone continua a vivere con Mrs Lecount, governante di origini svizzere da sempre al loro servizio, intelligente, astuta, malvagia e capace di comandare a bacchetta Noel Vanstone senza che egli se ne renda conto.

Magdalen, nel frattempo, sola nella grande città, viene ben presto rintracciata da un mezzo parente della defunta madre, un capitano che per tutta la vita non ha fatto altro che campare di stratagemmi e di sotterfugi, definendosi un agricoltore morale: un modo elegante per dire furfante di professione. Pur diffidando di tutti, e di quest'uomo in particolare, non avendo posto dove andare od anima viva a cui rivolgersi, Magdalen decide di seguire il capitano Wragge, iniziando così quella che sarà una lunga convivenza con lui e con la moglie, Mrs Wragge, gigantessa buona col cervello un po' lento, che si affezionerà profondamente a Magdalen e che sarà per molto tempo l'unica creatura a smuovere in lei sentimenti sinceri, sempre più dura ed infelice a causa dei passi che si costringe a compiere pur di portare a compimento il dovere che si è auto-imposta.

La parte centrale del romanzo, ed il cuore dello stesso, è un lungo ed inesauribile duello tra due schieramenti: da una parte Magdalen ed il capitano Wragge, dall'altra quel fantoccio di Noel Vanstone manovrato e protetto da Mrs Lecount. In particolare, il capitano Wragge e Mrs Lecount costituiranno l'un per l'altra un degno nemico, come mai ne avevano incontrati in precedenza e si sfideranno a suon di astuzia senza esclusione di colpi. Il movente di Magdalen resta sempre solo ed unicamente rendere giustizia alla memoria dei propri genitori, quello del capitano Wragge è la ricompensa in denaro che gli spetterà per i servizi resi qualora vincano la battaglia - anche se finirà sorprendentemente con l'affezionarsi davvero a Magdalen -, quello di Mrs Lecount è preservare integro il patrimonio del suo padrone per salvaguardare i propri interessi.  



Appena terminata la lettura, mi son resa conto di non sentirmi poi così entusiasta o appagata come mi sarei aspettata, ed inizialmente mi son detta che doveva essere a causa mia, che avevo sicuramente scelto il momento sbagliato per leggere un romanzo così corposo, e che la lettura così incostante e diluita nell'arco del mese doveva averne inficiato il risultato. Poi, con calma, mi sono accorta che non era affatto così e che c'erano effettivamente delle cose che non mi erano piaciute.

Innanzi tutto, Senza nome è troppo lungo. Non l'ho mai detto a proposito di un libro ed è un commento che mi fa quasi orrore mettere nero su bianco, perché per me i libri non sono mai troppo lunghi, specie i grandi classici o quelli di autori che, a prescindere dalla materia, sanno narrare, e Collins è di sicuro tra questi. Però - e credo sia quasi oggettivo - in Senza nome si avverte un qualcosa di troppo: non sarei in grado di prendere dei paragrafi o dei capitoli e dire "di questa parte se ne poteva fare a meno", ma gli intrighi, il continuo tramare da un lato e dall'altro, lo scoprire le carte di qua solo per poi mescolarle e complicare ulteriormente di là o non è abbastanza avvincente da non farmi stancare mai sino alla risoluzione finale, oppure Collins stavolta ha davvero allungato troppo il brodo. Non c'è dubbio che l'originale pubblicazione a cadenza mensile sortisse tutto un altro tipo di effetto, e che forse Senza nome essendo nato per esser letto in quel modo risenta negativamente dell'essere un tomo fatto e finito; tuttavia, ne ho letti diversi di romanzi nati a puntate - tra cui anche La donna in bianco - e non avevo mai riscontrato questo tipo di problema. A questa eccessiva lunghezza si accompagna per contro un finale che ho trovato sbrigativo e troppo semplicistico.

Ancor peggio, dal mio punto di vista, è il fatto che ho avuto l'impressione che Senza nome mancasse totalmente di originalità, e questo è stato l'elemento che mi ha delusa più di tutto, perché La donna in bianco  si regge su una narrazione geniale che non fa che stupire il lettore ad ogni svolta sino alla fine. Mi sono chiesta se sono io ad aver accumulato troppa esperienza con questo tipo di romanzi e che ormai conosco certe dinamiche come le mie tasche, o se Senza nome è effettivamente fuori tempo massimo per poter stupire il lettore contemporaneo. Fatto sta, che tutti i risvolti di trama importanti mi erano chiari fin dal primo accenno e mi hanno quindi lasciata abbastanza tiepida o indifferente. L'unico evento che effettivamente non mi aspettavo (spoiler: la morte di Noel Vanstone) è avvenuto a) troppo, troppo repentinamente e b) è lampante che all'autore questo evento servisse per mandare avanti la trama ed è quindi niente più che una scelta di comodo.

Infine - e questo è un pensiero molto soggettivo - a me è dispiaciuto perdere di vista personaggi presenti solo nella parte iniziale - quella ancora ambientata a Combe Raven - di cui si avranno per il resto del romanzo solo sporadiche notizie. Mi riferisco ad esempio a Mr Francis Clare, uno dei pochi vicini di casa che nonostante la propria misantropia non era riuscito a resistere all'affabilità di Mr Vanstone, il padre di Norah e Magdalen, col quale era nata discussione dopo discussione una bellissima e bizzarra amicizia. Mr Francis Clare è un filosofo cinico ed aveva tutte le carte in regola per essere uno dei miei personaggi preferiti, se non fosse appunto che ha pochissimo spazio. La sua sparizione dalle pagine è ovviamente giustificata dalle circostanze, poiché le protagoniste allontanandosi da Come Raven perdono i contatti con tutto ciò che resta lì, compreso Mr Francis Clare. Molto meno sensato, secondo me, è la pochissima attenzione data al personaggio di Norah. Magdalen si fa certo protagonista di avventure ben più avvincenti, e capisco che Collins abbia voluto puntare su di lei la luce del palcoscenico; tuttavia, io ero molto interessata a Norah nella prima parte del romanzo, e credo che sarebbe stato più interessante alternare i capitoli facendoci vedere anche come se la stava passando lei nel frattempo. Anche perché, seppur la sua quotidianità poteva essere più normale e meno ricca di eventi, Norah ha subito gli stessi identici traumi e le stesse ingiustizie subite da Magdalen e tra le due fa una scelta non meno difficile: in fin dei conti si tratta di una ragazza che dopo una vita nella bambagia accetta di tirarsi su le maniche e inizia a fare i conti con un mestiere non semplice, avendo a che fare con bambine viziate o famiglie pronte a criticare ogni suo gesto. Insomma, secondo me dedicare un po' di spazio in più a Norah avrebbe alleggerito anche quella sensazione di eccessiva lunghezza di cui parlavo prima, data forse dal fatto che alla lunga le scaramucce tra il capitano Wragge e Mrs Lecount stancano.

Quindi, in definitiva, Senza nome è un brutto romanzo? No, certo che no, sempre perché Wilkie Collins è autore abilissimo, tanto nell'uso delle parole quanto nella costruzione delle trame e nella caratterizzazione dei personaggi. Certo è che non consiglierei mai a qualcuno che vuole avvicinarsi alla sua bibliografia per la prima volta di cominciare da questo titolo: La donna in bianco è cento volte superiore in tutto, comprese le tematiche di fondo. In Senza nome, infatti, si nasconde una denuncia sociale, quella della condizione dei figli illegittimi che - come accade a Norah e Magdalen Vanstone - non avevano alcun diritto secondo la legge vigente all'epoca in Inghilterra. Come ben sappiamo, Collins era un avvocato che non esercitò mai la professione, ma fece largo uso delle competenze giuridiche acquisite all'interno dei propri romanzi. In questo senso Senza nome non fa eccezione, ma purtroppo non è riuscito a farmi capire fino in fondo la gravità del problema che intendeva denunciare, perché mi sembra di aver ricevuto al riguardo troppe poche informazioni, o di essermi distratta troppo con la vicenda delle protagoniste col risultato che anche la questione dei diritti degli illegittimi mi pare un espediente narrativo, più che un grave danno realmente vissuto all'epoca - e sicuramente non solo - da molti individui.

Il mio apprezzamento per la penna di Collins non è diminuito dopo questa esperienza poco entusiasmante. Del resto è stato un autore talmente prolifico che qualche basso nella sua produzione non fa che renderlo umano. A buon rendere, caro Wilkie!






mercoledì 6 marzo 2019

La famiglia Aubrey, Rebecca West - ed una divagazione sulla lentezza

Rebecca West è una delle - purtroppo tante - penne femminili che almeno in Italia era finita nel dimenticatoio, o quasi. Qualche sua opera in realtà era ancora reperibile, edita da case editrici minori, di quelle conosciute solamente dai lettori più scrupolosi; ma se vi dicessi che nel 1947 fu definita dal Time la scrittrice "indiscutibilmente numero uno al mondo", ciò basterebbe a farvi rendere conto di che grave peccato fosse lasciarla nell'ombra?



Rebecca West, di origini miste scozzesi ed irlandesi, nacque a Londra nel 1892. Ad oggi si potrebbe forse sostenere che l'autrice ha pagato lo scotto di essere una contemporanea di Virginia Woolf, ma la West fu una delle intellettuali più brillanti e prolifiche dell'epoca, che mise la sua scrittura al servizio del suo tempo. La cosa che più spesso potrebbe capitarvi di sentir dire, su di lei, è che era una fervente femminista, anche se Rebecca West la pensava così:


Io stessa non sono mai riuscita a capire che cosa significhi con precisione femminismo. So soltanto che mi definiscono femminista tutte le volte che esprimo sentimenti che mi differenziano da uno zerbino o da una prostituta.

Probabilmente l'etichetta di fervente femminista le è rimasta addosso da quando a vent'anni era una suffragetta e si scelse quel nome con cui ancora oggi è ricordata. Rebecca West è infatti uno pseudonimo, ed è esso stesso una precisa dichiarazione d'intenti. Il vero nome della scrittrice britannica era Cicely Isabel Fairfield, mentre quello con cui ha firmato qualsiasi cosa abbia scritto, Rebecca West, è un omaggio all'eroina (o forse anti-eroina) protagonista di Rosmersholm, opera teatrale del 1886 del celebre drammaturgo danese, Henrik Ibsen, passato alla storia forse soprattutto per i suoi magistrali ritratti femminili. Le donne del suo teatro, talvolta vincenti talvolta catastroficamente perdenti, erano comunque donne forti, dalle personalità complesse e profonde, sicuramente anticonvenzionali e spesso scandalose per l'epoca in cui si muovevano (basti pensare al più celebre dei suoi drammi, Casa di bambola, che racconta la storia di una donna che ad un certo punto della sua vita abbandona il marito e la casa coniugale, dando la priorità alla ricerca di sé - un fatto inconcepibile, per la società ottocentesca).

La West fu più una giornalista che una romanziera, firmò articoli per il Times, il New York Herald Tribune, il Sunday Telegraph ed altre importanti testate, occupandosi di critica letteraria e di attualità. Viene ricordata anche per i suoi diari di viaggio, come Black Lamb and Grey Falcon (1941), considerata dalla critica la sua opera più significativa: composta da più parti, l'autrice fa un ritratto completo ed esaustivo della storia e della cultura della Jugoslavia, da lei visitata per la prima volta nel 1934. Lo scrittore britannico Geoff Dyer ne ha recentemente parlato in un articolo sul Guardian, scrivendo che si tratta di "un capolavoro supremo che parla di due cose: la Jugoslavia e tutto il resto".

Ma il suo raggio d'azione non si ferma qui, visto che una voce forte e coraggiosa come la sua non poteva certo restare muta davanti ad un evento della portata della Seconda Guerra Mondiale. E' del 1955 A Train of Powder, un reportage sui Processi di Norimberga ai quali assistette personalmente e pubblicato originariamente sul New Yorker, a cui seguirono più tardi altri testi nei quali l'autrice studia il fenomeno della Seconda Guerra Mondiale nel suo insieme, accompagnandolo con le sue riflessioni e le sue conoscenze dirette della storia.

Davanti ad una produzione così vasta e variegata, spesso incentrata su temi caldi, complessi, ancora sanguinanti nel momento in cui lei ci metteva dentro le mani, la sua produzione narrativa sembra quasi una pausa, una sosta dalla realtà cruda e complicata, anche se ciò non deve cadere - erroneamente - sotto l'etichetta di pura finzione o di evasione letteraria: al contrario, Rebecca West attinge dalla realtà anche quando inventa, perché pare che la sua saga familiare incentrata sugli Aubrey sia di matrice autobiografica, fortemente ispirata alla propria famiglia povera e molto colta.

La famiglia Aubrey (il cui titolo originale, ben più poetico, è The Fountain Overflows) è il primo volume di una trilogia a cui Rebecca West lavorò per trent'anni, e l'unico che venne pubblicato mentre lei era ancora in vita. Il titolo originale dice già ciò che di utile si potrebbe dire sul contenuto: è un flusso, un flusso abbondante e denso, che non attraversa deciso il lettore come acqua, ma gli cade dentro piuttosto come farebbe il miele da un cucchiaino nella tazza di tè. In maniera fluida, sì, ma lenta e corposa. Si parla degli Aubrey infilandoli nella dicitura "saga familiare" perché abbiamo sempre bisogno di etichette, di definizioni che ci facciano capire subito, almeno in linea di massima, di che cosa si sta parlando e cosa ci possiamo o dobbiamo aspettare; del resto, La famiglia Aubrey parla effettivamente di una famiglia - quattro figli, due genitori, una domestica - tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, in un'Inghilterra diversa da quella di tutti gli altri scrittori dell'epoca. Un po' come dice Dyer, però, La famiglia Aubrey parla di questo "e di tutto il resto" ed è molto complicato pensare di descrivere quel tutto il resto a chi non si è mai confrontato con la prosa dell'autrice.

C'è un padre che viene dipinto come geniale, brillante, irresponsabile e sfuggente; una madre che era quasi stata una pianista famosa, che viene da una famiglia che ha la musica nel sangue, che lei ha trasmesso ai suoi figli - tutti tranne una. Una madre pianista ed insegnante di musica tra le mura domestiche, dall'aspetto trasandato ai limiti del presentabile perché corrosa dalla loro situazione economica ai limiti della povertà, una madre con le guance smunte e i vestiti rotti, ma con un modo tutto suo di essere premurosa e sempre presente, e che trova sempre una risposta intelligente anche alle domande più difficili. Una domestica gentile che più che altro è un rifugio, nella cucina piccola dove il riscaldamento è sempre acceso e dove nei momenti più pericolosi si può trovare un compito, una faccenda da sbrigare, che tenga occupata la mente e tranquillizzi il cuore. E poi ci sono loro: Mary e Rose, sempre insieme, in sintonia quasi fossero una persona sola, se non fosse per i guizzi di rabbia di Rose o le parentesi solitarie e silenziose tipiche di Mary. E' Rose la voce narrante della storia, è lei che ci racconta della loro dedizione allo studio del pianoforte, con l'unica certezza che un giorno sarebbero diventate musiciste ricche e famose, dando il futuro che merita al piccolo di casa, l'effervescente Richard Quin, e sistemando le esistenze di tutti gli altri membri familiari; la stessa cosa pensa la sorella maggiore Cordelia, tenacemente aggrappata al suo violino nonostante abbiano tentato di farle capire che non possiede alcun talento. Cordelia, che forse non sa suonare ma è l'unica ad essere bellissima, che è profondamente sola: lontana dalla madre, con cui non può avere quel legame fatto di suoni perfetti; lontana dal padre che non è vicino a nessuno; lontana da Mary e da Rose, esclusa dal loro legame di sorellanza e di amicizia sia per età che per carattere; lontana da Richard Quin, che ritrova se stesso nei giochi pieni d'immaginazione di Mary e di Rose; ed infine, anche lontana dalla cugina Rosamund, ma soltanto fino al momento in cui almeno lei riuscirà ad arrivarle finalmente vicino abbastanza.

La famiglia Aubrey descrive un'Inghilterra diversa da quella che sono abituata a vedere nei romanzi della letteratura inglese; siamo lontanissimi dalle brughiere, dalle case grandi che si riempiono di personale e di invitati, dai salotti in cui si allietano le serate con i balli, la musica o la semplice conversazione; non siamo neanche immersi fino al collo nella città, tanto da sentire il rumore degli zoccoli dei cavalli, la polvere sulla pelle e il caos del fermento di Londra alla maniera di Dickens. Gli Aubrey non frequentano nessuno, tanto per dirne una, sono profondamente isolati ma non esprimono affatto un senso di solitudine o emarginazione: sembrano al contrario bastare a se stessi, tanto che questo dettaglio non viene sfiorato che da qualche preoccupazione sui ragazzi, che forse dovrebbero essere più inseriti in società (soprattutto le ragazze, ovviamente, come troveranno un marito?) o da quei commenti razionali delle ragazze sul fatto che a scuola nessuno le avvicina. A parte Cordelia, certo, lei è diversa, non appartiene veramente a quella famiglia, e riesce sempre a piacere molto agli insegnanti e persino talvolta a farsi qualche amica. 
E così come Rebecca West ci racconta dei luoghi diversi - fisicamente marginali, fatti di singole strade abitate, di abitazioni con giardino i cui paletti limitano l'esistenza di chi vi abita, di piccole botteghe dentro cui contare gli spiccioli, e talvolta un treno, una Chiesa a Natale, persino un'automobile una volta - la sua penna ci racconta anche personaggi estremamente diversi, dei veri e propri outsider, che vivono e pensano e crescono con regole tutte loro, che col tempo si fanno proprie anche del lettore. Infatti è come se anch'io avessi partecipato alla tradizione settimanale del lavaggio dei capelli, seduta poi con loro davanti al camino acceso per farli asciugare, ed intanto arrostire le castagne da mettere in bocca ancora bollenti ed insieme bere latte fresco. Sembra anche a me di aver giocato con gli animali immaginari nei lunghi pomeriggi - i cavalli nelle stalle vuote, i cani addormentati in salotto e poi quella lepre simpatica e saggia. Ancor di più, ho sentito di essere presente in ogni singolo momento ad alta tensione, quelli in cui ora un personaggio ora l'altro non ne può più degli ordini familiari prestabiliti e deve, a modo suo, far qualcosa per distruggerli. Il personaggio di Cordelia, in particolare, mi ha attratta e incuriosita fin dall'inizio, proprio per quel suo essere qualcosa di diverso all'interno di un nucleo così compatto: fin dai primi capitoli mi son fatta l'idea che se fosse stata lei, la voce narrante, avrei avuto tra le mani una storia molto diversa, gli stessi fatti ma condensati in un gusto di tutt'altro tipo - malinconia, frustrazione, solitudine, rabbia. Cordelia ed i suoi tratti egocentrici, Cordelia grandi occhi e boccoli ramati, Cordelia troppo grande per essere bambina e troppo bambina per essere grande, che pure con i grandi condivide obiettivi pragmatici piuttosto che sogni appassionati.

 La storia mi ha affascinata sin dalla prima riga, ed andando avanti mi ha coinvolta sempre di più fino ad un finale che, dopo un vorticoso climax ascendente, mi ha mollata con un violento schiaffo emotivo in piena faccia; ma è la scrittura della West, soprattutto, ad avermi avvolta tutta, come un morbidissimo plaid dal quale, in un freddo pomeriggio invernale, non vorresti più uscire. Il commento dei lettori che ho visto più spesso accompagnare questo romanzo è "lento", ed è un aggettivo che negli ultimi tempi sento usare sempre più spesso. Lenti molti libri fotografati su Instagram, quando parlo con gli amici e chiedo allora, com'è questa serie tv? "Eh, è lenta..." e non capisco mai cos'è che effettivamente le persone vogliono dire, quando commentano qualcosa esaurendo un opinione nell'aggettivo lento. Ogni volta ho l'impressione che in quei momenti il concetto di lentezza riassuma in sé diverse sfumature, ma tutte con un'accezione tendenzialmente negativa, come un modo più gentile o più nobile per dire in realtà noioso. Mi sto facendo l'idea che, anche tra i lettori - persone che proprio in virtù di questa passione in teoria ricercano bolle di tempo in cui la vita non bussa incessantemente alla porta, e ci si può lasciar galleggiare senza fretta sulla carta - si stia diffondendo, come edera urticante, il virus dell'impazienza. Nessuna epoca è andata di fretta come la nostra, e non in un senso positivo: è come se l'obiettivo generale fosse vedere vedere fare vedere il maggior numero di cose possibili nel minor lasso di tempo possibile. E qualsiasi cosa imponga invece un tempo diverso, un ritmo che non può essere riassunto né tradito, viene percepito come troppo lento. Forse però non sono certe cose ad essere lente, ma noi che andiamo sempre troppo di fretta.

La scrittura di Rebecca West è stata, a ragione, paragonata da Alessandro Baricco allo scorrere di un fiume. Un fluire continuo, sostenuto, al quale all'inizio bisogna adeguarsi, ma una volta che ci si entra ci si lascia trasportare magnificamente. Dopo averlo letto ho anche capito come mai lo scrittore torinese avesse affermato che se avesse dovuto scegliere un libro da portarsi su un'isola deserta, quel libro sarebbe stato La famiglia Aubrey: io non rileggo mai i libri già letti, eppure ho la sensazione che se ricominciassi oggi questo romanzo, che pure ho affrontato solo il mese scorso, mi troverei davanti una storia completamente nuova, quasi mai sentita prima. C'è dentro una forza, una corposità, una stratificazione di elementi e così tanta violenta bellezza che fanno de La famiglia Aubrey un libro che non potrà mai esaurirsi, che continuerà a rinnovarsi attingendo alla sua stessa forza. Ci sono dei momenti - ne ricordo nello specifico un paio - in cui la scrittura smette di esser fatta di parole e si fa pittura, dipingendo ritratti brillanti e immagini nitide, dai quali ci si riprende poi come appena svegliati da un sogno ad occhi aperti.

Insomma, io non posso concludere dicendo altro se non che La famiglia Aubrey è un capolavoro supremo che parla di due cose: di una famiglia inglese, e di tutto il resto.

Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina , Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna. Il commento al rom...