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venerdì 2 luglio 2021

Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina, Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna.

Il commento al romanzo con l’incpit universalmente riconosciuto come il più bello della letteratura mondiale – “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” – meritava un’apertura altrettanto incisiva. Ma non è soltanto per far colpo su chi eventualmente mi sta leggendo che, nel momento in cui questa frase di apertura mi è venuta in mente, mi sono affrettata ad appuntarla prima che mi passasse di mente: è un pensiero onesto e sincero, che la penna di Tolstòj mi ha suscitato pagina dopo pagina. Quest’opera mi ha aspettata pazientemente, su uno scaffale della mia libreria, per anni. E’ un fatto curioso, ma per almeno gli ultimi due o tre mi ripromettevo di leggerlo a febbraio: chissà perché proprio il mese più corto dell’anno mi sembrava quello giusto per un romanzo così lungo e corposo. Alla fine comunque è stato davvero in febbraio che mi sono imbarcata per la sconfinata Russia, scoprendo luoghi da cui non avevo mai veramente voglia di andar via. La lettura di Anna Karénina sarà per sempre legata al tepore del fuoco, anche quando febbraio scivola in marzo e paradossalmente alle prime giornate di sole seguono serate ancora più fredde. E avrà il sapore di quelle serate, segnate dalla ricerca costante di silenzio per non perdere alcun dettaglio tra le righe, accompagnate dal sorseggiare lento di una tisana calda o di un calice di vino rassicurante.

In queste pagine si entra in punta di piedi, resi timidi da un certo timore reverenziale per questo autore che, in vita, fu osannato come un profeta e che da morto non gode certo di minor fama. Ma la timidezza non dura a lungo, ce la si dimentica ben presto sulla soglia del primo capitolo, perché fin da subito tutto è così vivo, movimentato, i personaggi descritti tanto magistralmente che è impossibile opporre alcun tipo di resistenza. Si viene catapultati al centro di un vortice di luoghi, eventi, persone, sentimenti che sembra di non aver mai visto prima – talmente potenti, così ben scritti – eppure di riconoscere alla perfezione come qualcosa di visto o vissuto. Un paradosso irrisolvibile ma chiarissimo, perché Tolstòj parla di tutti noi con una capacità di osservazione fuori dal normale ed una conoscenza intima di un caleidoscopio di caratteri,  e lo fa scrivendo come probabilmente non ha mai scritto nessuno né prima né dopo. E’ impossibile, secondo me, dire che un autore sia il migliore mai esistito. Di Tolstòj mi sento però certamente in grado di dire che egli è stato unico e che semmai fosse possibile fare una radiografia dell’anima – beh, lui c’è andato molto vicino.

I personaggi

I personaggi di Anna Karenina sono tutti collegati tra loro da rapporti di parentela, amicizia o amore. Il primo che incontriamo è Stepàn Arkàd’ič, da tutti chiamato Stìva, ed è con lui che assistiamo al primo tradimento. Egli non è pentito del proprio comportamento, il suo unico rammarico è anzi quello di essere stato scoperto. Stìva è lo stereotipo dell’uomo leggero e mediocre, che Tolstòj riesce a descrivere in modo sintetico ma centrando in pieno il punto in passaggi come questo:

“Si atteneva fermamente alle opinioni sostenute dalla maggioranza e dal suo giornale e le cambiava solo quando la maggioranza le cambiava, ovvero, per dirla meglio, non era lui a cambiare le opinioni, ma loro stesse a cambiarsi inavvertitamente in lui.”

A dimostrare ulteriormente la superficialità di Stìva viene spesso ribadito come egli fosse amico di tutti, come venisse accolto con gran gioia ovunque andasse, nonostante probabilmente tutti questi amici non avrebbero saputo dire quali fossero le sue effettive qualità. Proprio per questi motivi all’inizio si ha – se non una vera antipatia – quanto meno una certa diffidenza nei suoi confronti, ma si finisce chissà come con l’accettarlo per quello che è, riservandogli la medesima benevolenza nutrita da quelli che lo circondano, perché è instancabilmente allegro e di buonumore e nei suoi infiniti difetti e mancanze cerca spesso di fare del bene.

Vittima di questo primo tradimento è sua moglie, Dàr’ja Aleksàndrovna, detta semplicemente Dolly. La prima immagine che abbiamo di lei è per ovvi motivi quella di una donna fragile, ferita e che si fa rappresentante di un’esperienza comune – almeno una volta nella vita – a tutte le donne del mondo: la caduta delle illusioni amorose, quel momento in cui il velo si squarcia e gli occhi che hanno guardato ingenuamente (e puramente) all’uomo amato sono costretti a vedere che egli è diverso da quello che si credeva. Per molti versi, Dolly rappresenta il tipico angelo del focolare, ma col proseguire del romanzo dimostra di essere anche una donna molto forte, estremamente pratica, razionale, capace di accettare la realtà e soprattutto di trarre il meglio da ciò che possiede e che è in suo potere. Per queste ragioni, per la sua profondità, la capacità di fare lo sforzo di comprendere l’altro e per certi versi anche la sua apertura mentale, è un personaggio che mi è piaciuto molto.

Sorella di Dolly è Ekaterìna Aleksàndrovna, chiamata dagli intimi semplicemente Kitty. Kitty è una ragazza giovane, tutta intenta a compiere i primi passi verso l’intricato mondo degli adulti. Nel suo tempo e nella sua società, questo significa per lo più poter – e dovere – prendere parte agli eventi mondani e, neanche a dirlo, fare colpo su un buon partito. Kitty, in questi suoi primi passi, ci appare molto ingenua, e proprio a causa della sua evidente inesperienza commette degli errori. Errori innocenti, ai nostri occhi, ma per i quali lei non riuscirà a perdonarsi facilmente. Kitty si allontana temporaneamente insieme ai genitori, per una di quelle vacanze ristorative di spirito e salute di cui leggiamo sempre nei romanzi ottocenteschi; in questa sua parentesi di riposo, però, ho visto in realtà il suo percorso di ricerca di sé: trovando un modello in una nuova amica, Kitty si interroga su se stessa e compie senza ombra di dubbio una di quelle evoluzioni invisibili e silenziose che tanto piacciono a me. In tutto il resto del romanzo, Kitty dimostra una spiccata sensibilità e di sapere il fatto suo. Similmente alla sorella Dolly, Kitty è un personaggio femminile, nel senso più nobile del termine. E’ dolce, romantica, ha un forte senso materno ed un’istintiva capacità di agire, che la rendono capace di prendersi cura dell’altro anche sotto pressione o in frangenti delicati. Se non si fosse già capito, Kitty è uno dei miei personaggi preferiti.

Stìva invece è niente meno che il fratello della nostra protagonista, Anna Arkàd’evna Karénina, la quale fa nel romanzo un ingresso trionfale: arriva a Mosca per tentare di riportare la pace tra il fratello e la cognata (Dolly) – ed è un po’ assurdo che Tolstòj affidi proprio a lei questo compito. Sin dalla prima riga la si percepisce come una figura molto carismatica, bellissima ed elegante in modo diverso dalle altre donne, in una parola: affascinante. Fin dal viaggio di ritorno a casa però, a San Pietroburgo, la sua immagine cambia radicalmente: è come se perdesse le energie, la vediamo afflosciarsi al pari di un fiore rimasto senz’acqua. Anna Karénina è un personaggio sfuggente ed ambiguo, che non si riesce a condannare del tutto – perché chiunque proverebbe comprensione per la sua infelicità – ma nemmeno si sta dalla sua parte incondizionatamente. I suoi comportamenti, infatti, sono spesso a dir poco discutibili, il più delle volte sembra una persona che non sa cosa vuole e che nemmeno compie lo sforzo di provare a capirlo una volta per tutte. Uno degli strappi fondamentali della sua esistenza è sicuramente la lacerazione che viene a crearsi in lei tra il senso ed il dovere della maternità, e la passione. Nel vuoto che si crea da questo strappo si colloca la sua scelta di abbandonare l’amato figlio, una scelta per cui Anna non va certo demonizzata, ma ancora una volta lei non sembra convinta fino in fondo delle proprie azioni e sembra quasi che non faccia altro che fare passi avventati sulla spinta di emozioni proprie o – peggio ancora – altrui. Nessuno potrebbe negare, credo, che Anna Karénina sia uno dei personaggi più emotivi della storia.

Parte dei problemi di Anna derivano dal suo essere infelicemente sposata ad Alekséj Aleksàndrovic Karénin, che inaspettatamente ho trovato essere uno dei personaggi più interessanti dell’opera. Egli è l’esatto opposto di Anna, è un uomo dominato dalla razionalità, un burocrate da sempre dedito alla carriera, che lei percepisce come freddo, noioso, incapace di provare qualunque sentimento. Ma se a primo impatto è fin troppo facile mettersi dalla parte di Anna e giudicarlo allo stesso modo, proseguendo nella lettura si scopre che non è affatto vero: pur essendo di sicuro molto razionale e poco passionale, Karénin è profondamente umano e trovo che lui capisca lei molto più di quanto lei non capisca lui. Egli cova i propri pensieri e sentimenti e più di una volta compie anche il tentativo di comunicarli alla moglie, stabilendo con lei un vero dialogo; ed è lei che, col suo atteggiamento prevenuto e giudicante, lo fa ritrarre istintivamente. A questo punto lui adotta modalità sarcastiche e minimizzanti per autodifesa. Come padre, invece, è un totale disastro: quando si trova da solo col figlio si rivolge ad un bambino ideale e non al bambino in carne ed ossa che ha davanti, e che si trova in estrema difficoltà.

Per certi versi distaccato da tutti loro, ma legato da amicizia prima e parentela acquisita poi, c’è un personaggio che ho scoperto dividere nettamente i lettori, tra chi lo adora e chi l’ha mal sopportato al punto di saltare a volte le pagine che riguardavano lui solo: sto parlando di Lèvin che io – indovinate un po’ – ho amato tantissimo sin dalla sua prima apparizione. Oltre all’affetto che nutro per lui però, è un personaggio particolarmente importante, perché è lui ad essere specchio e portavoce di Tolstòj. Basta leggere anche le brevi note biografiche dell’autore ad inizio o fine romanzo per ritrovare tantissime comunanze, di pensiero o di vissuto. Lèvin si distingue da tutti gli altri personaggi per il suo rifiuto della vita mondana: egli è infatti dedito alla vita bucolica ed al lavoro, tormentato da una spaccatura interiore tra l’agio di cui gode per la propria condizione sociale di nascita, ed i propri valori e principi che lo portano vicino alla condizione miserevole dei contadini russi. A livello personale, invece, Lèvin non ha altro che un forte desiderio di una propria vita famigliare e domestica tranquilla e felice. Sempre mosso da sentimenti veri ed onesti, incapace di sotterfugi e finzioni, è un uomo puro, a tratti ingenuo, dolce, caparbio, capace di ricredersi e di amare.

Karénin e Lèvin avranno un rivale in comune: il conte Vrònskij. Anche lui è un personaggio sorprendente, perché se all’inizio l’ho odiato senza riserve, ne ho pian piano scoperto la stratificazione che, se non me lo ha reso simpatico, ne ha fatto come nel caso di Karénin una figura più interessante di quanto sembrasse. Egli si configura dapprima come un uomo frivolo e superficiale, un po’ come Stìva ma connotato da un tratto meschino. Si innamora di Anna e, contrariamente a ciò che ci si aspetta dalla sua natura di donnaiolo, è capace di restarle fedele nelle traversie, ed anche di compromettersi e fare rinunce pur di restarle accanto. Il però sta nell’evidenza che Vrònskij è una di quelle persone che ha bisogno del desiderio e della fatica necessaria a raggiungere l’oggetto del desiderio, che una volta ottenuto viene a noia. Se ciò non è evidente già nel suo rapporto con Anna, lo diventa senz’altro nel suo rapporto con l’arte, alla quale si dedica proprio nel momento in cui la passione amorosa non è più la stessa dei primi tempi. Anche il disegno, una volta fatto il massimo che la propria capacità gli consentiva, viene abbandonato perché non ha altro da dargli. Per gran parte del romanzo mi son chiesta cosa mai avesse Vrònskij per conquistare Anna al punto da stravolgere la propria esistenza. Senz’altro ha quel tratto passionale mancante al marito, ma oltre questo?

Anna vs. società

L’ambientazione si sposta continuamente tra i due poli cittadini di Mosca e San Pietroburgo, dalle quali si hanno parentesi di pausa ed a cui – soprattutto – si contrappone il modello della vita in campagna, in cui la natura ed il lavoro fisico rappresentano delle vere e proprie possibilità alternative, salvifiche per l’uomo che non si rispecchia e che non vuole inserirsi nel contesto offerto dalla routine mondana. Lo sguardo, l’esempio e la lente d’ingrandimento sulla vita bucolica li dobbiamo ovviamente a Lèvin; tornando invece al discorso sulle città, entrambi i due grandi poli russi si fanno teatro della rappresentazione di una vita mondana totalmente frivola, dominata dai salotti dell’alta società nei quali regna sovrano il pettegolezzo: l’alta società russa risulta intrisa di falsità, abbondano i matrimoni di facciata – quasi tutti i mariti hanno l’amante, i tradimenti sono risaputi ma accettati finché vengono salvate le apparenze.

Verrebbe da chiedere: e perché Anna allora fa eccezione?

Proprio perché lei va oltre, rendendo palese e lampante la sua relazione extraconiugale con Vrònskij fino al punto di fuggire con lui, auto-condannandosi ad essere una donna perduta. Il punto di non ritorno nella sua condotta è rappresentato da una scena in cui, proprio in uno di quei salotti alto-borghesi, Anna si apparta a parlare col suo amante in privato, a lungo, sotto gli occhi di tutti scatenando subitaneamente bisbigli ed indignati commenti sottovoce. Ma cos’è che allora viene effettivamente condannato dalla società, il tradimento in sé o piuttosto il coraggio di essere trasparente, coerente con se stessa e la forza di assumersi la responsabilità delle proprie scelte ed azioni? La società – o meglio i suoi membri – vivono infatti secondo convenzioni e convenienze, scegliendo sempre ciò che risulta più semplice, vantaggioso, che comporta meno sacrificio; Anna, in un certo senso, col suo comportamento sbatte in faccia a tutti l’ipocrisia che domina le loro esistenze ma, come spesso accade, piuttosto che accogliere l’elemento critico, di rottura, come possibilità di riflessione ed evoluzione, esso viene allontanato e stigmatizzato, al fine di non mettersi in discussione e non rischiare.

D’altro canto, Anna – come Emma Bovary – sembra già in partenza votata all’infelicità, senza molte possibilità di salvezza. Come accennato precedentemente, mi son chiesta più volte durante la lettura del romanzo se lei amasse davvero Vrònskij, o se lo amasse solo in quanto antitesi di ciò che ormai odiava nel marito. In quest’ottica, Vrònskij diventerebbe poco più che uno strumento per evadere dalla prigione del matrimonio.

Silenziose corrispondenze: Anna e Lèvin

Una delle cose che mi hanno più colpito, e sulle quali mi sono soffermata a riflettere, è che ho riscontrato un’inaspettata forte somiglianza nei personaggi di Anna e Lèvin. Entrambi infatti subiscono un cambiamento interiore innescato da uno spostamento fisico: Anna che si reca a Mosca in aiuto del fratello e della cognata, Lèvin che va in città colmo di dubbi e speranze per chiedere la mano di una donna; prima di subire questo cambiamento fondamentale sono accomunati – secondo me – da un tratto che li rende due sognatori. Entrambi, proprio nel momento in cui sono lontani dalle rispettive quotidianità, si concedono di far vivere quel sognatore che alberga in loro. Al momento del ritorno a casa entrambi, facendo i conti coi propri desideri frustrati, tentano di nuovo di rinchiudere e soffocare dentro di sé il sognatore, e lo fanno proprio mediante il ritorno meticoloso alla quotidianità brevemente lasciata. Tolstòj dedica tanto all’uno quanto all’altra paragrafi in cui descrive meticolosamente le stanze – non posso dimenticare lo studio di Lèv, lo scrittoio di Anna – in cui entrambi, raccontandosi di essere indaffarati con carta e calamaio, fanno del proprio meglio per autoconvincersi che quella sia la loro unica vita possibile, faticando a dominare una mente – un cuore – che invece desidera ardentemente ben altro. Questo ritorno quindi, nella penna di Tolstòj, passa attraverso i cinque sensi, attraverso il contatto fisico con gli oggetti conosciuti contenuti nella casa, che però – per entrambi – sembra avere una connotazione ambivalente: quella della familiarità, che da un lato porta la consolazione delle cose note, conosciute, rassicuranti, ma dall’altro è contenitore di assenza di novità, stimoli, di sentimenti che facciano sentire vivi.

In questo ritorno sia Anna che Lèv tentano di re-inserirsi, ma lo fanno cercando di spegnersi e rendersi quasi un semplice accessorio in più dell’ambiente cui appartengono. Una rassegnazione che però ben presto si rivela impossibile, perché loro per primi sono tutt’altro che convinti di rinunciare per sempre ai propri desideri. Ed è a questo punto che scatta prepotente la ribellione, che in Anna si manifesta naturalmente nella relazione e poi nella fuga con Vrònskij, mentre Lèvin getta tutto se stesso – anima e corpo – nel lavoro, cercando di convincersi che esistere in questo ambito gli sarà sufficiente – illusione distrutta istantaneamente nel secondo esatto in cui all’improvviso rivede la donna amata (e quelle, se me lo chiedete, sono tra le pagine più belle di tutto il romanzo).

Questa somiglianza, che almeno io ho riscontrato, è però spezzata da una differenza sostanziale: il sogno di Lèvin è puro, legittimo, non nuoce a nessuno e lui non fa del male nel tentativo di raggiungerlo – al contrario, nel momento in cui gli pare irrealizzabile si ritira in solitudine impegnandosi a dimenticare. Il suo sogno sarà infatti coronato. Quello di Anna, al contrario, è impossibile fin dal principio: anche lei lo realizzerà, ma ad un prezzo altissimo, ovvero ferire tutti quelli che la circondano – in primis l’adorato figlio – e sarà quindi un sogno realizzato senza vera felicità, macchiato da vergogna, rifiuto, rinuncia, mancanze, rancore.

L'assenza di un divenire.

Ultima questione che mi premeva sottolineare riguarda ancora il personaggio di Anna. Conversando per delle ore al telefono con una cara amica abbiamo convenuto su un’impressione, ovvero che Anna Karénina è quel tipo di persona che ha un bisogno viscerale di una propria realizzazione personale, di incanalare tutta la propria energia e passionalità in qualcosa di concreto, di importante e significativo. Non so perché, ma la immaginavo benissimo come un medico di grande successo – oppure con una carriera in campo politico, suggeriva la mia amica riflettendo sul suo eccezionale carisma. Il punto è che, a prescindere dall’uomo di turno, per una come lei non poteva essere sufficiente essere la “moglie di”, “l’amante di”, “la madre di”. Ed è solamente questo, secondo me, il motivo della sua insanabile infelicità, il dramma misterioso che da donna bella ed intrigante la trasforma in anima tormentata, lunatica, irrazionale. La conosciamo solo in questa fase della sua vita, ma non mi sarei affatto stupita se anche in fasi precedenti ella fosse stata preda di profonde crisi, di insoddisfazione, di inspiegabile frustrazione. Ed in quest’ottica – pensando alle sue possibilità mancate, alla persona che forse sarebbe stata se avesse avuto delle scelte – la pena che provo di fronte al suo dolore è inquantificabile.


Abbastanza inutile sarebbe, da parte mia, tentare di commentare la prosa del maestro Tolstòj. La mia copia del romanzo è uscita dalla mia esperienza di lettura segnata quanto me – abbondano i segnapagina, le sottolineature, i commenti a margine, la costa non ha retto ed ha ceduto sotto il peso delle mie emozioni. Più di una volta sono rimasta totalmente basita per come egli avesse trovato le parole giuste per condensare in poche righe complicatissimi moti interiori che, proprio per averli sperimentati in prima persona, non avrei mai immaginato potessero essere spiegati in maniera così chiara e diretta. Se ci avessi provato io, mi sarei sperticata in spiegazioni lunghissime che avrebbero richiesto pagine su pagine.

Altrettanto stupore mi ha suscitato la sua capacità di raccontare l’animo e la sensibilità femminile. Ci sono scene, momenti, sottilissime pieghe del sentire che non credo di esser mai riuscita veramente a spiegare ad un uomo: vederli non solo compresi così a fondo, ma addirittura narrati in una maniera così efficace da un uomo – vissuto tra l’altro secoli fa – mi ha totalmente spiazzata. Sapere che poi, ad esempio, la moglie di Tolstòj ha avuto tutt’altro che vita facile al suo fianco lascia piuttosto perplessi, ma questo è un altro discorso, che forse affronterò il giorno in cui avrò letto i diari di Sòf’ja.

Altri temi: un accenno

Anna Karénina è un romanzo non solo corposo nella mole, ma così ricco di temi, di questioni che non soltanto lo rileggerei volentieri – io che non sono propensa alle riletture – ma di cui sento che non si finirebbe mai di parlare. Per questa mia analisi ho scelto di concentrarmi su alcuni punti, ma avrei potuto mettere in luce invece, ad esempio, come attraverso i suoi personaggi e le coppie da loro formate Tolstòj abbia rappresentato quattro diversi modelli di rapporto amoroso: quello tra Stìva e Dolly, che somiglia ancora oggi a tantissimi matrimoni, in cui le cose non funzionano più alla perfezione ma si decide di chiudere un occhio ed accettare compromessi; Anna e Karénin, dove invece la disfunzione non viene accettata e si pone fine al rapporto facendosi del male a vicenda (ed anche a chi non c’entra nulla, come i figli); Anna e Vrònskij, l’amore passionale che esplode e non può essere domato, ma che forse sotto la fiamma non ha molto altro da offrire; ed infine quello tra Lèv e Kitty, l’unico rapporto sano, costruito un pezzo per volta, dolce e romantico, ma non esente dalle difficoltà che sorgono mentre si fa lo sforzo di conoscersi e di capirsi, e di incastrare la propria vita – i gusti, le abitudini, i desideri – con quelli di qualcun altro. Il racconto dell’inizio della loro quotidianità di convivenza mi ha ricordato tantissimo ciò che ho vissuto e provato io in quel momento, perciò mi è parso estremamente reale e veritiero.

Infine, non posso non menzionare anche solo brevemente le pagine dell’ultima parte, dedicate al climax di disperazione nel quale finisce per versare Anna. L’ansia attanagliante, gli sbalzi vorticosi dei suoi pensieri ormai privi di logica e razionalità, si trasmette fittamente dalla pagina a te che leggi e credo, pur non essendo un’addetta ai lavori e quindi corro il rischio di sbagliarmi, che Tolstòj compia in quel frangente una descrizione abbastanza accurata di alcuni sintomi e sensazioni della depressione. Se questa mia lettura fosse corretta, rendiamoci conto dell’avanguardia di quest’uomo.

Come spesso mi succede quando leggo un libro acquistato molto tempo prima, mi son sentita in realtà felice di averlo affrontato solamente adesso, sentendo di averne colto a pieno la grandezza – cosa che forse sarei stata in grado di fare anche da più giovane, o forse no. La lettura di Anna Karénina è stata un’esperienza maestosa, che ho intenzione di cercare nuovamente nel corso di quest’anno perché di certo non ne ho abbastanza della penna di Tolstòj. Pochi romanzi mi hanno costretta a continuare a rimuginare per giorni e giorni – mesi! –, a confronti così stimolanti ed inesauribili con chi aveva già letto ed amato quest’opera. Cosa che spero si ripeta ora ed in futuro, con chiunque dopo aver letto questo post avrà voglia di dirmi la sua.

Grazie, se hai letto sin qui.

Julia

 

mercoledì 3 febbraio 2021

Il giardino dei Finzi-Contini / Giorgio Bassani

 Voglio cominciare raccontando una sensazione. Leggendo la prima pagina del primo capitolo del romanzo più noto di Bassani ho provato la stessa sensazione che, appena sedicenne, provai leggendo la prima pagina de La casa degli spiriti di Isabel Allende. Sono cose che si ricordano, perché anche se non hai idea di cosa ti aspetta, bastano quelle poche righe a farti spalancare qualcosa dentro - qualcosa che deve spalancarsi, perché un nuovo mondo - vite, viaggi, voci, cose, ricordi, lontananze e ritorni - sta per caderti dentro. Fin da subito, allora, serve che tu faccia spazio.

La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio tra l'antico e l'orientale, come se ne vedeva nelle scene dell'Aida e del Nabucco in voga nei nostri teatri d'opera fino a pochi anni fa. In qualsiasi altro cimitero, l'attiguo Camposanto Comunale compreso, un sepolcro di tali pretese non avrebbe affatto stupito, ed anzi, confuso nella massa, sarebbe forse passato inosservato. Ma nel nostro era l'unico. E così, sebbene sorgesse assai lontano dal cancello d'ingresso, in fondo a un campo abbandonato dove da oltre mezzo secolo non veniva sepolto più nessuno, faceva spicco, saltava subito agli occhi.

Poco importa che i Trueba ed i Del Valle non c'entrino nulla con i Finzi-Contini, che Bassani e la Allende siano due luoghi così lontani: ai miei occhi un parallelismo esiste ed è dato dalla capacità di far capire al lettore, fin dalla prima riga, che ha tra le mani una storia ad ampio, ampissimo respiro, che comincia da lontano ed ha così tanto da dire, che parlerà di famiglie antichissime la cui storia si intreccia in nodi sottili con la Storia. Quella narrata da Bassani, poi, è un pezzo della nostra Storia, un pezzo triste, oscuro, di cui c'è ben poco d'andar fieri.

Siamo a Ferrara. A condurci per le sue strade è un narratore di cui ignoro il nome e di cui però so tutto il resto. L'ho visto crescere, gli sono stata al centro del garbuglio della sua testa adolescente, giovane adulto l'ho guardato in silenzio dal centro del tumulto dei sentimenti. Per colpa sua ho incontrato Alberto, Micòl, il professor Ermanno, Giampi Malnate che adesso mi mancano tutti da morire.

I Finzi-Contini sono una famiglia aristocratica che vive in una casa maestosa, circondata da un bellissimo giardino. Conducono una vita appartata, gli altri cittadini di Ferrara li rispettano, pur ritenendoli un po' stravaganti. Alberto e Micòl sono i figli del professor Ermanno e della signora Olga, due ragazzi intelligenti e carismatici che però non fanno molta vita sociale. Studiano a casa, ed a scuola si presentano solo alla fine dell'anno per sostenere l'esame da privatisti. Hanno ben poche occasioni d'incontrarsi col nostro narratore - coetaneo di Micòl, Alberto di appena qualche anno più grande - ma in quell'occasionale incrociarsi scatta subitaneo un riconoscimento: riconoscimento che inizia con la consapevolezza di essere ebrei, e di condividere quindi le medesime tradizioni, un retaggio culturale estraneo agli altri ragazzi e ragazze, ma che prosegue poi con un'istintiva sintonia. Siamo negli anni Trenta. Presto piombano su di loro le leggi razziali, la loro vita viene come messa in pausa, posta in dubbio la possibilità di concludere quei percorsi universitari ormai cominciati - il nostro narratore alla facoltà di Lettere di Bologna, Micòl che prova a tradurre Emily Dickinson alla Ca' Foscari di Venezia, Alberto ingegneria a Milano - ed una generale emarginazione che piomba su di loro da un giorno all'altro, senza un reale perché. Sarà proprio questa questa esclusione da tutto il resto, però, a portare il protagonista dentro casa Finzi-Contini - già che sono nella medesima spiacevole situazione, perché non farsi compagnia almeno tra loro - ed è così che egli salderà la propria giovinezza a quella di Micòl e di Alberto, ma anche al professor Ermanno, così interessato ai suoi studi in letteratura, al Giampi, migliore amico di Alberto, col quale i dibattiti accesi sulle questioni del mondo che ogni pomeriggio sfiorano la lite, si trasformeranno in uno speciale sodalizio.

Il giardino dei Finzi-Contini però non è un romanzo incentrato sui fatti terribili di quegli anni, o sulla condizione ebraica. Queste sono tematiche presenti, fanno nel vero senso della parola da contesto - storico, culturale - e Bassani è magistrale nel non farceli dimenticare mai senza renderli per questo il fulcro della narrazione. Perché il fulcro è il diventare grandi, è il primo devastante amore, è l'amicizia a vent'anni. La scrittura di Bassani è bella in modo struggente, è malinconica, e ti avvolge come il buio fa con le stradine di Ferrara, percorsa sempre a piedi o in bicicletta. Una Ferrara che non ho mai visto - o forse una volta, troppo piccola per ricordarmene - eppure che ho la sensazione di conoscere come le mie tasche. C'erano scene difficili da raccontare in questo libro, alle quali so che, se scritte da una penna meno capace, avrei reagito storcendo il naso. C'è ad esempio il bacio meglio descritto che io abbia mai letto, e c'è un colloquio bellissimo - bellissimo perché credibile, reale - tra un padre insonne ed un figlio triste. I personaggi si scavano ognuno un proprio posto in un angolo della sensibilità di chi legge, o almeno questo è quanto è accaduto a me.

Non ho potuto riconoscermi in Micòl, perché non le somiglio per niente, ma come non restare affascinati dalla sua intelligenza, dalla sua vivacità, dal suo non essere mai scontata. E poi Alberto, che io non me lo spiego perché, ma col suo solo stare lì, adagiato tra le pagine, mi faceva sentire il pianto in pancia. Un ragazzo silenzioso, discreto, che sospetto fosse innamorato del suo migliore amico - ma non viene mai detto, in nessun modo, perciò non ne sono certa. E poi Giampi Malnate, così diverso dagli altri di questo intimo gurppo, grande e grosso nella fisicità, forte nella voce e nelle idee, fiducioso nel futuro, a Ferrara per lavoro con Milano e l'adorata mamma sempre nei pensieri. 

I personaggi secondari restano altrettanto impressi, come il signor Perotti, tuttofare di casa Finzi-Contini, tanto legato a certi fasti del passato che pian piano vengono lasciati indietro - come la bellissima carrozza che per anni ha avuto il piacere di guidare e che ancora ha cura di tenere come nuova; o il professor Meldolesi, docente di letteratura italiana presso il liceo classico frequentato dai ragazzi, appassionato e vivace, pieno di aspirazioni chiuse nel cassetto. Ed il professor Ermanno, capofamiglia di casa Finzi-Contini, che ho già nominato più volte ma che faccio fatica a decidere come descrivere. Perché è un uomo delicato, elegante, mai meno che educatissimo, che sembra colmo di piccoli ma potentissimi entusiasmi contenuti sotto strati e strati di pacatezza e buona educazione ereditarie. Ed infine il nostro protagonista senza nome ma pieno di cuore, che con immensa generosità ci presta i suoi occhi, le sue orecchie, per raccontarci di quella casa grande e calda da togliersi subito il cappotto, delle discussioni animate nel piccolo studio di Alberto, dei lunghi corridoi, le scale, la biblioteca con centinaia di volumi, avvolti dall'inverno, infine giunto dopo giorni di sole rubati all'autunno, sfruttate per sfidarsi in interminabili partite di tennis. A suo modo, lui è un Sognatore, nel quale son certa molti ventenni potrebbero riconoscersi. E c'è un'atmosfera in quella casa, nelle descrizioni che Bassani riesce a farne, che le nuove generazioni immagino definirebbero dark academia - ma io vengo da quella precedente, e per me è qualcosa senza tempo, fuori dal tempo, sospeso nel tempo.

Tranne per degli squarci, dolorosissimi, come questo qui:
Guardavo in giro ad uno ad uno zii e cugini, gran parte dei quali di lì a qualche anno sarebbero stati inghiottiti dai forni crematori tedeschi, e certo non lo immaginavano che sarebbero finiti così, né io stesso lo immaginavo (...)
Dalla prima all'ultima pagina, oltre ad essere rapita dalla bellezza della scrittura, ho sentito un nodo in gola che nemmeno arrivata all'ultima pagina ho avuto modo di sfogare. Aspettandomi di continuo il peggio, il peggio invece non arriva, perché il romanzo s'arresta prima che le cose più brutte accadano. Finisce con dolori che anche se dolori sono ancora dolori normali, comuni, tristi ma concepibili. Perciò anche a lettura conclusa mi son tenuta il mio nodo in gola, il magone sul petto, ed ho cominciato ad interrogarmi sul perché mi sentissi così. Ci ho messo un po', ma poi ho capito.

Ho pagato lo scotto di leggerlo dal futuro, col peso di una consapevolezza storica che gli abitanti di quelle pagine ignoravano del tutto. Fa male leggere di loro immaginando - talvolta sapendo - dove potrebbero esser finiti, cosa gli sarebbe successo di lì a poco. Fa male conoscerli così a fondo e vedere, al di là di tutta la loro cultura e dei frequenti dibattiti sulle questioni politiche, la totale ingenuità. Fa male vederli riempirsi il tempo, convinti che la vita sia solo in pausa per un po'. Vedere qualcuno laurearsi, nonostante tutto, anche se chissà se servirà mai quel pezzo di carta. Fa male sentirli sottovalutare le leggi razziali, giudicandole qualcosa di assurdo e ridicolo (definizioni giuste, ma di cui la realtà non ha tenuto conto). D'altronde, era impossibile immaginare quale piega folle avrebbero preso gli eventi.

E così, a Bassani non è servito raccontare gli orrori della Shoah, ha fatto un'altra cosa, forse ancora più efficace e dolorosa: ci ha fatto conoscere intimamente i Finzi-Contini, ci ha permesso di girare e sostare quanto ci pareva nella loro bellissima casa, ci ha descritto nel dettaglio i mobili di Alberto - il suo tavolo da ingegnere -, ci ha fatto innamorare di Micòl, ci ha persino fatto leggere la sua traduzione di una poesia di Emily Dickinson. Ci ha fatto affezionare al professor Ermanno con la tenerezza che proveremmo per nostro padre quando ci accorgiamo che comincia ad invecchiare. Ed a quel punto, quando ce li abbiamo profondamente nel cuore, quando abbiamo come raccolto un album di fotografie già piene di nostalgia, ci costringe a lasciarli soli, consapevoli che solo il narratore - il nostro Sognatore - è arrivato abbastanza lontano da raccontare.

Ma Il giardino dei Finzi-Contini, ve lo voglio ricordare, è soprattutto la storia di un amore.
Ed è uno dei romanzi più belli che io abbia mai avuto la fortuna di leggere.

Grazie, se hai letto sin qui.
Julia

 

 

 

mercoledì 27 gennaio 2021

Lasciami andare, madre / Helga Schneider

Di una stessa storia esistono più versioni - almeno una per ogni persona presente, direttamente o indirettamente coinvolta. E se questo è vero per una qualunque inezia che può accadere tra le quattro mura delle nostre case, figuriamoci quanto può esserlo per un grande evento storico. Ecco perché da quando, ancora bambina, lessi il Diario di Anne Frank - uno dei primi veri libri della mia vita - non ho mai smesso di documentarmi, cercare, ascoltare, leggere le tante testimonianze che ci sono state lasciate in eredità da chi gli eventi della Seconda Guerra Mondiale li ha vissuti sulla propria pelle. E lungi dall'aver esaurito i testi a disposizione sull'argomento, sembra al contrario che più quegli anni oscuri iniziano a scivolare nel passato, più resti ancora da sapere.

Se per molto tempo, ad esempio, ho incontrato solo le voci del popolo ebraico, negli ultimi anni ho avuto la possibilità di incontrarne altre. E' accaduto con Io non mi chiamo Miriam di Majgull Axellson, autrice svedese che nel suo bellissimo romanzo racconta la lunga vita di una donna di origine zingara, che indossando una menzogna riesce a sopravvivere al campo di concentramento nel quale viene deportata. Salvezza che pagherà però continuando a vestire quella menzogna per tutti gli anni a venire, decidendo - con non poco coraggio e paura - di togliersela di dosso solo il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, aprendo i propri cassetti della memoria con una nipote dolce, curiosa e premurosa. E mi è capitato proprio adesso, questo mese, quando tra le letture dedicate al Giorno della Memoria ho deciso di inserire un volume abbastanza noto, acquistato tempo fa incuriosita dalla questione complessa e controversa che sapevo avrei trovato al suo interno: Lasciami andare, madre di Helga Schneider.

Helga Schneider
Quando aveva solo quattro anni Helga ed il suo fratellino Peter furono abbandonati a Berlino dalla madre, la quale - già ausiliaria delle SS - divenne guardiana ad Auschwitz-Birkenau. Fino ad allora non era certo stata una madre facile, spesso assente per dedicarsi al proprio impegno politico, e quando presente era una madre che elargiva ben poco affetto, pretendendo in cambio rigorosa obbedienza. 

Dopo il suo abbandono quella di Helga fu un'infanzia tutt'altro che facile. Una breve parentesi di serenità, trascorsa in Polonia con i nonni paterni, poi la vita che torna a farsi dura e severa, quando suo padre si risposa e la nuova matrigna dimostra sin da subito di stravedere per il piccolo Peter, ma di nutrire una crudele avversione per Helga, che alla prima occasione viene spedita in un collegio, dove trascorrerà buona parte dell'infanzia e dell'adolescenza.

In Lasciami andare, madre la Schneider racconta l'ultimo incontro con quella madre sconosciuta, incontrata prima di allora soltanto una volta, dopo ben ventisette anni di separazione. In quella prima occasione, Helga aveva sentito il bisogno di cercarla perché - divenuta madre a sua volta - desiderava farle incontrare il nipotino di cinque anni, ma anche di compiere quel tentativo in qualità di figlia. In quella prima occasione però lei aveva completamente ignorato il nipote, aveva insistito affinché Helga indossasse l'uniforme da SS ancora orgogliosamente custodita nell'armadio, le aveva messo in mano un mucchietto d'oro splendente che Helga, inorridita intuendo subito da dove potesse provenire, lascia cadere a terra. Profondamente ferita e delusa da quella donna che non mostra il minimo segno né di affetto materno né di pentimento per il proprio passato, Helga decide di non vederla mai più, di provare - per quanto possibile - a dimenticarla.

Salvo poi, molto tempo dopo, ricevere una lettera che la invita ad un ultimo incontro. A scriverla è l'unica amica di sua madre, ex vicina di casa, che la informa di come sua madre viva ormai da tempo in una casa di riposo, da quando la demenza senile che l'aveva colpita aveva cominciato a renderle pericoloso l'abitare da sola. Sta peggiorando rapidamente, la informa, e forse lei avrebbe voluto vederla almeno un'ultima volta. Così, nonostante la paura e l'incertezza, Helga compie nuovamente il viaggio alla ricerca di una madre che in fondo non ha mai avuto, accompagnata dalla cugina Eva a darle sostegno.

Lasciami andare, madre racconta quest'ultimo, difficilissimo incontro, intervallato dai dolorosi ricordi d'infanzia di Helga. Sua madre è ormai una vecchietta piccola che fa capricci come una bambina, che veste solo di verde militare - il colore più bello, dice - e che però si infiamma se appena appena si accenna alla sua carriera. Ed Helga, nonostante il proposito di evitarlo, non riesce a trattenersi dal fare domande, talvolta brutalmente dirette, sui suoi giorni da guardiana a Birkenau, là dove mandavano solo le più coriacee.

Quel che Helga cerca è un barlume di rimorso, di coscienza del male che quella donna aveva attivamente contribuito a perpetrare. Ma questa luce è qualcosa che negli occhi di sua madre non è dato ritrovare: ho fatto un percorso di desensibilizzazione, è tutto ciò che ha da dire sulle azioni disumane che la figlia le ricorda. E come convivere allora con questo conflitto lacerante, quello di avere davanti agli occhi una persona che racchiude in sé un mostro, ed al contempo anche il proprio stesso sangue.

Al momento di andar via Helga è letteralmente distrutta dall'immagine di quell'anziana donna, ora all'apparenza così indifesa, che nei tanti sbalzi d'umore avuti durante il loro colloquio privato ha preteso di essere chiamata Mutti - mamma, una parola che Helga ha pronunciato così poco nella sua vita, e che le resta sullo stomaco - ha preteso baci ed ha accettato di essere portata a pranzo con gli altri ospiti della casa solo strappando la promessa che la figlia sarebbe tornata a trovarla già nel pomeriggio. Una bugia concessa per tranquillizzarla, confidando nel tradimento di quella memoria precaria che avrebbe cancellato la promessa di lì a poco. Eppure, quella stessa donna non aveva avuto pietà, né per madri disperate, né per bambini innocenti, né per vittime già prostrate che lei con le proprie mani aveva legato a tavoli di legno, consapevole che lo scopo era quello di condurre mostruosi esperimenti.

Eventi come quelli che si sono verificati durante la Shoa, che si verificano con ogni guerra o persecuzione, creano una varietà inimmaginabile di vittime. Helga Schneider non è stata in un campo di concentramento, non ha subìto discriminazione o persecuzione; ma è stata una bimba che ha visto città bombardate, che ha vissuto stipata con tanti altri nel buio di un bunker, che è stata abbandonata e molto sola e che, una volta grande abbastanza per capire, ha portato il peso di essere la figlia di una guardia delle SS

Lasciami andare, madre è un testo di sole 132 pagine, che nonostante il peso del contenuto ho divorato in due giorni, grazie ad una scrittura fluida che si percepisce tanto onesta da essere disarmata. Helga Schneider racconta quel che doveva raccontare, mettendo nelle nostre mani un conflitto irrisolto e forse irrisolvibile: dovrei amarla, ma non posso per quel che ha fatto e perché non c'è mai stata; dovrei odiarla per quel che ha fatto, ma non posso perché mi ha messa al mondo. E poi, anche se mai esplicitato, si percepisce talvolta un senso di colpa, forse proprio quello che sua madre non è mai stata capace di provare e che forse Helga sente di dover provare al posto suo.

Una storia forte, complicata, raccontata con coraggio e con dolore. Lasciami andare, madre è un libro necessario, che fa comprendere una volta di più quante storie ci sono da conoscere su quella fetta di Storia che, più scivola nel passato, più diventa importante ricordare.

Quante donne, invece, aveva sentito la Helga bambina, nella Berlino bruciante e impregnata del fetore dei cadaveri, imprecare contro il loro Fuhrer. Avevano lottato con le unghie e con i denti, le donne berlinesi, per difendere i loro figli, spesso partoriti nei rifugi o sotto le volte della metropolitana. (...) Nel dopoguerra, vedove e senza apparente futuro, avevano stretto i denti e intrecciato relazioni con gli uomini delle potenze vincitrici, preferendo l'epiteto di puttane al pensiero insopportabile di vedere le proprie creature morire di fame. (...) Consumata la catastrofe, poi, furono ancora le donne berlinesi - soprattutto di loro posso testimoniare - a sgomberare le strade dalle macerie e a consolare e rinfrancare i reduci che a poco a poco tornavano, esausti e svuotati, dalla guerra di Hitler.

Helga Schneider

- E voi, avete fatto qualcosa per onorare, nel vostro piccolo, questo 27 Gennaio?
Quali sono libri, film o documentari sull'argomento che, secondo voi, ognuno dovrebbe conoscere? 
 


mercoledì 20 maggio 2020

Tess dei d'Urberville, Thomas Hardy

La primissima recensione che portai su questo blog, cinque anni fa, riguardava Via dalla pazza folla di Thomas Hardy, autore cui mi approcciavo allora per la prima volta ed a cui sono tornata solo questo mese - un po' perché avevo provato un'inusitata antipatia per la protagonista di quel romanzo, e temevo di incontrare nelle sue opere un'altra donna simile; un po' per il flusso casuale che mi muove nelle mie scelte libresche. Qualora decidiate di buttare un'occhio su quel vecchio post, infatti, potrete constatare come mi fossi innamorata della prosa dell'autore, soprattutto per la sua capacità di rendere viva e visibile la natura, ma come il fastidio verso Bathsheba Everdene avesse reso difficile l'apprezzamento totale dell'opera. Cosa che invece, con mio grande piacere, è accaduta molto facilmente con Tess dei d'Urberville, un romanzo che non si può definire meno di un capolavoro, uno di quelli che quando mi accingo a scriverne vengo presa dall'insicurezza, che si palesa sotto forma di domanda: cosa mai potrò dirne, io, che non sia già stato detto prima e meglio? Forse niente, ma io per prima quando lessi Via dalla pazza folla non sapevo nulla di Hardy.

Non sapevo, ad esempio, che ci mise del tempo per far della scrittura il suo mestiere, perché terminate le scuole a sedici anni, piuttosto che iscriverlo all'università i genitori preferirono che imparasse una professione, e lo affidarono come apprendista ad un architetto. L'architettura divenne per Hardy una sorta di sentiero obbligato e pur perseverando nell'apprendistato ed intraprendendo la carriera che era stata scelta per lui non vi si appassionò mai, e non appena gli fu possibile conciliare le due cose diede inizio alla sua carriera letteraria. Hardy è uno scrittore, ed un romanziere, che possiamo senz'altro definire atipico, soprattutto considerando l'epoca e la stagione letteraria in cui visse e scrisse. Il suo lavoro infatti s'inserisce a pieno titolo nell'epoca vittoriana, che come ogni amante della classicità inglese ben sa ci ha lasciato in eredità una buona fetta dei migliori romanzi di sempre. Le sorelle Bronte, Dickens, Collins, Thackeray, George Eliot, Elisabeth Gaskell, Trollope - è lunga la lista di autori illustri che hanno segnato la letteratura inglese di quel tempo, e pur avendo ognuno un suo stile, sue caratteristiche riconoscibili ed inimitabili, le loro penne sono in qualche modo legate da quella che potremmo definire un'atmosfera, un senso comune di fondo che deriva probabilmente dall'uso della stessa lingua madre e dalla condivisione delle radici britanniche. Hardy non fa eccezione in questo, eppure ho la sensazione che la materia narrativa da lui scelta si discosti da quella dei colleghi, e mi colpisce il suo aver fatto parte di una letteratura così fervida, restandoci in qualche modo in costante conflitto

 Thomas Hardy, 1840-1928


Arrivò infatti un momento in cui la sua carriera letteraria cominciava ad andar così bene da permettergli di lasciare definitivamente l'attività di architetto. E quando poté a tutti gli effetti definirsi uno scrittore, la sua sensazione fu quella di essere ora legato alla necessità di scrivere romanzi così come era stato costretto agli orari ed agli impegni da architetto. La prima vocazione di Hardy, quando ancora era studente, era stata la poesia ed è significativo - considerato tutto questo - che negli ultimi anni della sua attività egli smise completamente di scrivere romanzi, e si dedicò alla scrittura in versi. La critica parla per questo di due momenti nettamente distinti nella produzione di Hardy, quello in prosa e quello poetico, quando in realtà egli non aveva mai smesso di coltivare in primo luogo la propria vocazione poetica. Hardy, del resto, non fu uno scrittore particolarmente compreso dalla critica e dal pubblico del suo tempo: le sue opere furono spesso accolte con freddezza, se non con aperta ostilità, un risultato che il più delle volte l'autore non si aspettava, e che lo lasciava deluso ed amareggiato. E' probabile che la ragione di questa incrinatura tra Hardy ed il suo tempo stia nel suo essere essenzialmente uno scrittore della transizione, e ciò si nota in particolar modo mettendo a confronto la prima e l'ultima delle sue opere: in Estremi rimedi (1871) addirittura cercò di emulare a modo suo la sensation novel di Wilkie Collins, che tanto successo riscuoteva nel pubblico, mentre in Jude l'Oscuro (1895) anticipa il romanzo del Novecento. Egli è, quindi, l'ultimo dei grandi vittoriani. 

Avete presente la teoria dell'effetto farfalla? Quella teoria secondo cui, un semplice battito d'ali di una farfalla in un punto qualunque della Terra, può causare stravolgimenti dall'altra parte del globo. La scena iniziale di Tess dei d'Urberville (1891) ha un po' il sapore di questa teoria, poiché tutto comincia con una scena che poteva non avere alcuna conseguenza: un prete, che lungo una strada di campagna di sera incrocia un povero carrettiere di mezza età. Il prete, che è appassionato di storia, non si trattiene dal rivelargli una sua recente scoperta, ossia che quell'uomo povero in canna discende in realtà da una delle più antiche ed un tempo ricche famiglie della contea, ormai decaduta, i d'Urberville, di cui il suo cognome - Durbeyfield - ne è un'evidente storpiatura. E' da questa banalità che hanno inizio, quasi ad effetto domino, gli eventi che segneranno il destino di Tess, rendendolo sempre più diverso da quello che avrebbe potuto essere.

Trattandosi di un classico molto popolare, anche di questi tempi a quanto pare dalla comunità web dei lettori, raccontare oltre della trama mi pare superfluo. Più interessante, forse, è approfondire alcuni di quelli che secondo me sono i temi centrali dell'opera. La tragica storia di Tess fa riflettere il lettore su due nodi fondamentali:

  • l'ancestrale senso di colpa della donna. Ha cominciato Eva, ed ogni donna che calpesterà questo mondo se ne porterà dietro le conseguenze. Tess, che è una ragazza buona, ingenua e volenterosa, si porta dentro fin da quando la conosciamo il peso di colpe che non possiede. I genitori sono due sprovveduti, sfaticati ed irresponsabili, cosa che però lei non vede o non vuole riconoscere ed invece di essere arrabbiata o amareggiata per l'esser figlia di due simili soggetti si sobbarca senza nessuna lamentela le responsabilità che spetterebbero agli adulti. E quando il loro unico cavallo, indispensabile al loro sostentamento, viene perduto per un incidente di cui subito Tess si sente colpevole, il suo senso di colpa comincia ad emergere chiaramente, facendola sentire in dovere di accettare ogni richiesta avanzata dai genitori per ripagarli di quella grave perdita da lei causata. Quando poi sarà vittima - e sottolineo vittima - dell'evento che segnerà la sua vita, il senso di colpa si gonfia a dismisura e non se ne andrà mai più. Quest'ombra che la accompagna si incontra per tutto il romanzo, in scene strazianti come quando durante un lungo e stancante viaggio a piedi viene importunata a parole da uno sconosciuto e lei, dopo averlo seminato, si fascia la testa in un fazzoletto e si strappa le sopracciglia per imbruttirsi, come se la sua bellezza fosse qualcosa per cui merita di punirsi. Quello di Tess è un sentimento dolorosissimo a leggersi, ma ancor più doloroso è pensare che da questo punto di vista Hardy abbia scritto un romanzo incredibilmente attuale, perché credo che troppe donne ancora oggi siano vittime di questo tipo di pensieri, inculcati da mentalità tossiche e retrograde o da brutte esperienze mai elaborate.
  • Il sacrificio di sé come reazione. Allo stesso tempo, o conseguentemente a questo, ho letto in quest'opera un messaggio molto chiaro, ossia la dimostrazione che l'arrendevolezza, la sottomissione, la totale abnegazione non rappresentino affatto una via per la redenzione. Tess, infatti, ha uno spirito di sacrificio ed una forza di volontà a dir poco notevoli. Non si piange mai addosso, né si ribella contro ciò che le accade o chi la fa soffrire. La sua risposta ai problemi ed alle sfide che una dopo l'altra si presentano sul suo percorso è quella di chiudere la bocca e rimboccarsi le maniche, convinta che non chiedendo mai niente a nessuno, restando il più possibile al suo posto (o quello che lei considera tale) e dandosi da fare, dimostrerà il proprio valore, e riuscirà a farsi perdonare - per quelle colpe che non ha - ed infine amare. Tutto, nella sua vicenda, dimostra che non sia così e di come invece avrebbe avuto forse qualche chance in più se si fosse rinnegata meno e se avesse avuto qualche pretesa in più. Se si fosse amata un po', e se pensando di avere un valore, dei diritti, una dignità non si fosse consegnata ad un destino tanto crudele. 


Tess dei d'Urberville, almeno a mio giudizio, è nettamente superiore a Via dalla pazza folla, col quale comunque condivide quella potenza descrittiva senza pari. Ci sarebbe ancora molto altro da dire, parlando ad esempio del famoso Wessex, ambientazione rurale immaginaria nella quale sono ambientate tutte le opere hardiane. Tess dei d'Urberville è un romanzo imperdibile per gli amanti della letteratura classica, una storia tragica e potentissima che mi ha fatta soffrire come da tempo non mi accadeva leggendo un romanzo. Da tenere quindi per un momento in cui ci si sente pronti, ma decisamente da non trascurare.

Vi segnalo inoltre, anche se non l'ho ancora visto, che nel 2008 ne è stato tratto un film con Eddie Redmayne nel ruolo di Angel Clare. Ho sempre del timore nel guardare un film tratto da un libro molto amato, ma la presenza di questo talentuosissimo attore è un motivo sufficiente per rischiare.

lunedì 23 marzo 2020

E' stato così, Natalia Ginzburg

Due anni fa lessi finalmente il più famoso romanzo di Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, e sfiderei qualsiasi lettore - specie se amante della miglior letteratura nostrana - a restare indifferente - per non dire a non innamorarsi perdutamente - della prosa della Ginzburg, ma soprattutto del suo sguardo sul mondo, della sua sensibilità, della sua capacità di riassumere entro il confine delle parole il sapore di un'intera epoca, la grandezza di una persona o i suoni di una casa. In Lessico famigliare l'autrice racconta non la sua vita, quanto le cose e le persone e i rumori ed i colori che le son stati attorno, quasi che lei fosse una spettatrice incaricata di restituirci i vezzi, gli accenti, le abitudini, i pregi ed i difetti delle personalità che la circondavano. E ciò che la circondava non era solo la famiglia d'origine, già di per sé interessantissima, ma anche ad un certo punto una certa famosa casa editrice torinese, da sempre vestita in bianco, ed ecco che allora la Ginzburg ci fa il regalo più grande, raccontandoci come camminava Cesare Pavese, della sua abitudine di mangiar ciliegie d'estate e dei discorsi che si tenevano alla sera tra lui, il marito Leone Ginzburg e altri nomi di spicco della cultura italiana. Ma questa è un'altra storia.

Un'altra storia fino ad un certo punto, perché è difficile separare il nome della Ginzburg da quello di Pavese, se non altro per il fatto che furono non solo contemporanei, ma per lungo tempo colleghi nelle stanze dell'Einaudi, scrivendo e leggendo ognuno alla propria scrivania a distanza di un tiro di schioppo. Forse per questa vicinanza, forse semplicemente perché figli dello stesso tempo, forse perché le loro opere furono spesso pubblicate a poca distanza l'una dall'altra, ma più di una volta i loro lavori vennero comparati, messi a confronto, giudicati l'uno in relazione all'altro: è il caso, ad esempio, di E' stato così e Il compagno di Pavese (sul quale, non avendolo letto, non posso dire la mia). Nonostante questo, tra Pavese e la Ginzburg non ci fu mai competizione, furono anzi legati da profonda amicizia e la sua scomparsa fu per Natalia un altro dei tragici eventi che colpirono la sua vita privata. Cesare Pavese fu tra i primi a promuovere E' stato così, secondo romanzo da lei scritto, raccomandandolo per una pubblicazione a puntate sul quotidiano romano L'Italia Socialista, proprio a scapito de Il compagno originariamente scelto dal direttore Aldo Garosci. Scrisse Pavese:
Caro Garosci, | ti abbiamo telegrafato di pubblicare Natalia. (...) oltre al fatto che Natalia ha tre figli da mantenere e io no, ci è parso - oggettivamente - che sia più opportuno un racconto dove il lettore dimentichi la politica (...) Sono anche certo che E' stato così servirà a far leggere il giornale a gente che normalmente non lo leggerebbe.
 E' stato così è un monologo in prima persona. La voce è quella di una donna ed una delle prime frasi che si leggono è: "Gli ho sparato negli occhi."
Ad essersi preso quel colpo di pistola è Alberto, marito della protagonista e voce narrante, che resterà per tutte le 84 pagine soltanto una voce. Lei non si presenta mai, se non attraverso la sua storia, e resterà una figura di donna senza nome. A proposito di quel colpo di pistola, la Ginzburg scrisse nel 1964: "Il colpo di pistola è nato dal caso. Desideravo scrivere e trovai un colpo di pistola, e gli andai dietro." (Che meraviglia questo modo di raccontare un'ispirazione, la scelta del verbo trovai in questa frase mi ha incantata per giorni). In una conferenza tenuta nello stesso anno, disse che la scelta di aprire il romanzo con un atto di violenza fu dovuta probabilmente all'atmosfera del momento, e che se per qualche motivo avesse dovuto riscriverlo non era affatto certa che la protagonista avrebbe sparato quel colpo. Il romanzo è infatti del 1947, non solo l'immediato dopoguerra ma anche tre anni appena dopo la morte del marito Leone, ucciso nel carcere romano di Regina Coeli in seguito alle percosse subite dai carcerieri nazisti. E questa morte tragica e brutale fu solo la conclusione di anni difficili, fatti prima di confino e poi di prigionia. Dal giorno del suo arresto, avvenuto il 20 novembre 1943, a quello della morte (5 febbraio 1944) Natalia non vide più suo marito. 

Dopo un breve periodo a Roma, Natalia era tornata a vivere a Torino:
Avevo ritrovato Torino, la nebbia, il grigio inverno e i muti viali dalle panchine deserte. Questo racconto E' stato così lo scrissi tutto nella sede della casa editrice dove allora lavoravo. Era subito dopo la guerra e c'erano stufe di terracotta molto fumose, perché gli impianti dei termosifoni, distrutti nella guerra, non funzionavano ancora. Questo racconto è intriso di fumo, di pioggia e di nebbia.
E dice poi, riguardo il proprio stato d'animo mentre scriveva:
Mentre scrivevo non mi curai di sapere se nella donna che dice "io" c'ero o non c'ero io stessa. Perché ero molto infelice e lasciavo che la mia infelicità pascolasse dove le pareva. (...) non si trattava per me di diventare meno infelice, ma di riuscire a scrivere a malgrado della mia infelicità (...).
Natalia Ginzburg

Per il lettore, quel colpo di pistola sparato nella sesta riga della prima pagina è il punto di sutura del racconto, perché per tutte le pagine che seguono sarà consapevole di come si concluderà quel matrimonio di cui la protagonista vuole ora con calma spiegarci e spiegarsi tutto - da come erano i suoi giorni prima di incontrare Alberto, a come è nata quella specie di affetto a forza di passeggiare e sedere assieme nei caffè, a come diventarono marito e moglie e come arrivò, lei, a sparare quel colpo. La protagonista esce di casa lasciando dov'è il corpo senza vita del marito, va a sedersi su una panchina nel parco, cammina, entra in un bar e prende un caffè, torna alla panchina; e intanto, per quelle che devono essere ore lunghissime, dispiega mentalmente tutta la propria storia - così che saprà farsi ascoltare quando poi andrà in questura, dove chiederà che la lascino parlare. Ma forse, in realtà, è solo a se stessa che ha bisogno di raccontare tutto per filo e per segno.

Questo espediente narrativo ha creato sin dall'inizio un parallelismo nella mia mente, quello con La mite di Dostoevskij. La differenza è che nel racconto dell'autore russo, all'incirca della stessa lunghezza di E' stato così, il narratore - che è un uomo - non ha ucciso la moglie, almeno non nel vero senso della parola: di molti anni più giovane di lui, e con una vita miserevole alle spalle, la mite si è suicidata, lasciando il marito a raccontarsi il loro rapporto da cima a fondo in cerca di una spiegazione per quella fine violenta, proprio come fa la protagonista della Ginzburg.

Ridotta all'osso, la storia di E' stato così è quella di un matrimonio sbagliato come tanti, partito con i presupposti sbagliati, che sembra un triste fatto di cronaca come al telegiornale se ne sentono purtroppo ogni giorno - quei casi in cui poi intervistano i vicini di casa ed i baristi del quartiere che sottolineano quanto i coniugi tal dei tali fossero una bella coppia, due persone così gentili, normali e nessuno si spiega come possano essersi un bel giorno annientati a vicenda. Se scavassero a fondo sotto anni di quotidiana infelicità, come fa la Ginzburg in queste pagine, potrebbero forse intravederne le ragioni - che non servono a giustificare, ma soltanto a spiegare.


La grandezza di E' stato così sta - oltre che nello stile della sua autrice - nella costruzione psicologica dei personaggi. La Ginzburg non fa descrizioni precise e minuziose, né dell'aspetto fisico né dei tratti caratteriali. Ad esempio di Alberto, nelle prime pagine, la protagonista dice:
(...) e mi tremava il cuore ogni volta che vedevo un uomo piccolo con un impermeabile bianco e una spalla più alta dell'altra.
E poi:
(...) e i riccioli grigi intorno al viso magro e il piccolo corpo gracile nell'impermeabile bianco che andava nella città.
E' tramite la ripetizione di questi dettagli - i riccioli grigi, il corpo gracile, l'impermeabile bianco - che il lettore riesce ad immaginare quanto basta la figura di Alberto. La Ginzburg ne tratteggia abilmente i contorni, perché essendo lui un irresoluto, un carattere interno ben definito non ce l'ha. Alberto è un irresoluto in tutto: da sempre innamorato di un'altra donna, Giovanna, già sposata quando si sono conosciuti, resta in balia di questa situazione, sostanzialmente aspettando che lei gli faccia un fischio per stare insieme; inizialmente rifiuta l'amore della protagonista sostenendo di non potersi legare a nessun altra donna, poi torna sui suoi passi - forse per ripiego o forse per avere anche lui, come Giovanna, una vita sua dalla quale escluderla - ma continuando, anche da sposato, a dividersi tra Giovanna e la moglie, mentendo in continuazione a se stesso e agli altri, senza costruire nulla di vero né da una parte né dall'altra. E la stessa irresolutezza vale per tutto il resto:
Disegnava ma non era mai diventato pittore e suonava il pianoforte ma non gli era mai riuscito di suonar bene, era avvocato ma non aveva mai avuto bisogno di guadagnarsi da vivere e per questo se anche non andava all'ufficio non poteva succedere niente di grave.
La protagonista, dal canto suo, non è in fondo tanto più forte o determinata di lui. Appare al contrario una di quelle persone che, essendo incapaci di far accadere le cose, si lasciano trasportare dagli eventi e dalle decisioni degli altri, covando rancori e dispiaceri in maniera passivo-aggressiva fino ad arrivare a situazioni estreme, come quella di impugnare una rivoltella e sparare. Non era sicura che Alberto le piacesse, ma continua a frequentarlo perché era meglio che star sola alla pensioncina dove aveva una camera in affitto; aveva il doppio dei suoi anni, se pensava di baciarlo o andarci a letto l'idea la ripugnava, ma si diceva che forse all'inizio è così per tutte le ragazze. Sapeva bene che c'era un'altra donna nella sua testa e che difficilmente avrebbe potuto scacciarla, ma si rassegna a chiudere un occhio sulle tante misteriose partenze del marito, continuando in silenzio ad avvelenarsi il sangue.

 Di tutt'altra pasta è fatta sua cugina Francesca, di diversi anni più giovane ma con parecchia più esperienza del mondo e soprattutto degli uomini. Lei sarà la prima - ed unica - a non vedere di buon occhio quel rapporto e consiglierà alla protagonista, ogni volta che potrà, di lasciarlo perdere. Inutile dire che non verrà ascoltata e le due cugine avranno, proprio per questa differenza di mentalità, un rapporto fatto di alti e bassi, pur costituendo una sorta di punto di riferimento l'un per l'altra. Francesca è un personaggio originale e variopinto all'interno del racconto, che rappresenta la modernità:
- Ho avuto molti amanti, - ha detto, - prima uno a Roma quando mi provavo a recitare. Mi ha chiesto di sposarlo e ho tagliato la corda. Non lo sopportavo più dopo un paio di volte. L'avrei buttato giù dalla finestra. Ma allora ero spaventata di me. Dicevo: cosa diavolo sono? una puttana sono, che mi piace tanto cambiare? Fanno molta paura le parole quando siamo giovani. E anch'io credevo allora che mi ci volesse un marito e una vita come tutte le donne. Ma invece a poco a poco ho capito che non bisogna pigliare le cose sul tragico. Dobbiamo accettare noi stessi così come siamo.
Infine c'è Augusto, migliore amico di Alberto con cui la protagonista potrà aprirsi più che col marito benché all'inizio tra i due non vi fosse simpatia; e persino la misteriosa Giovanna farà la sua apparizione sulle pagine, dicendo una delle cose più sagge contenute nel libro:
E' difficile sapere cosa vogliamo e siamo scemi da giovani.
E la vita comincia che siamo troppo giovani per capire.
Sebbene si conoscano in partenza certi eventi salienti, altre esperienze intercorrono nel racconto, esperienze cariche di speranze che si trasformano invece in sciagura, preparando il campo ad un tragico epilogo che pure si è rivelato diverso da quanto mi aspettavo.

Ottantaquattro pagine sufficienti a contenere una tragedia, un dramma familiare in un atto solo. La scrittura di Natalia Ginzburg si conferma bellissima, di quelle che proprio piacciono a me, capaci di costruire intere e nitide immagini usando soltanto e sapientemente la potenza dei dettagli.



Un abbraccio,
a qualche metro di distanza.

Julia







lunedì 16 marzo 2020

Senza nome, Wilkie Collins

Era il 1862 quando Wilkie Collins, dopo il successo di Basil e La donna in bianco, tornava a far compagnia ai lettori inglesi con un nuovo romanzo, intitolato Senza nome. Ancora una volta, il suo pubblico restò appeso ad un filo per un anno intero, aspettando di mese in mese che il capitolo successivo venisse pubblicato sulla rivista All The Year Around, diretta dal celebre collega ma soprattutto caro amico Charles Dickens.

Il lettore contemporaneo è per fortuna salvo dal patimento dell'attesa alla fine di un capitolo avvincente, e può bearsi di Senza nome nella sue gloriose 800 pagine tutte insieme, presentate in una nuova bellissima veste da Fazi Editore nel 2015.

Credo che una persona normale, sapendo di andare incontro ad un periodo ricco di impegni che lascerà ben poco tempo ed energie da dedicare alle proprie passioni, avrebbe scelto di affrontare letture più brevi ed agevoli; all'inizio dello scorso febbraio invece, io ho guardato le mie librerie e fatto proprio il ragionamento opposto: sarò spesso stanca, stressata e sotto pressione - mi son detta - i momenti che riuscirò a dedicare alla lettura saranno sicuramente pochi, ma voglio che quei momenti mi facciano immergere dalla testa ai piedi in un altrove. Il miglior altrove che mi è venuto in mente, è stata la mia amatissima Inghilterra vittoriana e, memore dell'esperienza più che positiva del mio primo incontro con l'autore, avvenuto leggendo La donna in bianco, ho deciso di buttarmi su Senza nome.


Senza nome è la storia di due giovanissime sorelle - appena diciottenne l'una, di un paio d'anni più grande l'altra -, Norah e Magdalen Vanstone, che dopo un'infanzia ed un'adolescenza come tante, vissute in seno ad una famiglia amorevole nella tranquillità di Combe Raven - questo il nome della grande proprietà che era la loro casa - si vedono catapultare nella vita adulta nel più triste e più violento dei modi. Una serie di sfortunati eventi - è proprio il caso di dirlo - le priva dall'oggi al domani di tutto ciò che hanno sempre avuto e conosciuto: improvvisamente orfane, perdono assieme agli amati genitori anche il nome che avevano fino ad allora portato, e di conseguenza anche tutto ciò che per diritto sarebbe loro spettato - l'eredità paterna, la casa e tutti i beni in essa contenuti. Le figlie pagano loro malgrado le colpe dei genitori, che fino a poco prima di andarsene tragicamente non erano legalmente sposati, all'insaputa di tutti coloro che gli son stati vicini per una vita intera, come Mrs Garth, arrivata a Combe Raven  come istitutrice per le bambine e poi rimasta come governante della casa, ed ora unico punto di riferimento per le giovani Vanstone, relitti infelici di un'esistenza perduta. Mrs Garth si offre di ospitarle presso la scuola diretta da sua sorella a Londra, dove potranno trovare momentaneamente vitto e alloggio e cercare poi un impiego come istitutrici private presso le buone famiglie inglesi.

Norah e Magdalen sono quanto di più diverso si possa immaginare, mi hanno ricordato almeno per quanto riguarda l'opposizione dei caratteri le sorelle austeniane di Ragione e Sentimento: tanto Norah è introversa, controllata e pacata, quanto Magdalen è al contrario esplosiva e preda delle proprie emozioni. Non stupisce quindi che anche alla tragedia subita risponderanno in maniera totalmente diversa: Norah non pensa neanche per un secondo di potersi ribellare o di poter fuggire dalla situazione in cui si trova, e seguendo le istruzioni di Mrs Garth si impegna a fare l'istitutrice privata; Magdalen, invece, non aspetta un secondo prima di fuggire e di cominciare senza neanche avere le idee chiare o un progetto preciso a lavorare per ottenere quello che fin da subito ha sentito essere il proprio dovere: riportare l'eredità paterna nelle legittime mani, ossia le sue e quelle di sua sorella Norah, non tanto per amor della ricchezza, quanto verso quel caro padre che in una lettera vergata poco prima di morire scriveva come non avrebbe potuto riposare in pace se non avesse risolto quella faccenda e non avesse saputo le sue figlie al sicuro da ogni cosa. Tutti i beni paterni sono finiti nelle mani di uno zio che né Magdalen né Norah hanno mai conosciuto, essendo il loro papà in cattivi rapporti con la propria famiglia di origine da prima che loro nascessero; ed è proprio a causa di quegli antichi dissapori che l'anziano zio rifiuta categoricamente di avere pietà delle nipoti, vedendo nell'intera vicenda il meritato risarcimento che secondo lui gli spettava per riparare ai danni causatigli dal fratello minore. 

L'avaro ed anziano zio Vanstone viene ben presto a mancare, ma la situazione non migliora poiché l'eredità passa interamente nelle mani del suo unico figlio, Noel Vanstone, un essere gracile e malaticcio che nutre dei sentimenti solo verso i beni materiali. Rimasto senza il padre, Noel Vanstone continua a vivere con Mrs Lecount, governante di origini svizzere da sempre al loro servizio, intelligente, astuta, malvagia e capace di comandare a bacchetta Noel Vanstone senza che egli se ne renda conto.

Magdalen, nel frattempo, sola nella grande città, viene ben presto rintracciata da un mezzo parente della defunta madre, un capitano che per tutta la vita non ha fatto altro che campare di stratagemmi e di sotterfugi, definendosi un agricoltore morale: un modo elegante per dire furfante di professione. Pur diffidando di tutti, e di quest'uomo in particolare, non avendo posto dove andare od anima viva a cui rivolgersi, Magdalen decide di seguire il capitano Wragge, iniziando così quella che sarà una lunga convivenza con lui e con la moglie, Mrs Wragge, gigantessa buona col cervello un po' lento, che si affezionerà profondamente a Magdalen e che sarà per molto tempo l'unica creatura a smuovere in lei sentimenti sinceri, sempre più dura ed infelice a causa dei passi che si costringe a compiere pur di portare a compimento il dovere che si è auto-imposta.

La parte centrale del romanzo, ed il cuore dello stesso, è un lungo ed inesauribile duello tra due schieramenti: da una parte Magdalen ed il capitano Wragge, dall'altra quel fantoccio di Noel Vanstone manovrato e protetto da Mrs Lecount. In particolare, il capitano Wragge e Mrs Lecount costituiranno l'un per l'altra un degno nemico, come mai ne avevano incontrati in precedenza e si sfideranno a suon di astuzia senza esclusione di colpi. Il movente di Magdalen resta sempre solo ed unicamente rendere giustizia alla memoria dei propri genitori, quello del capitano Wragge è la ricompensa in denaro che gli spetterà per i servizi resi qualora vincano la battaglia - anche se finirà sorprendentemente con l'affezionarsi davvero a Magdalen -, quello di Mrs Lecount è preservare integro il patrimonio del suo padrone per salvaguardare i propri interessi.  



Appena terminata la lettura, mi son resa conto di non sentirmi poi così entusiasta o appagata come mi sarei aspettata, ed inizialmente mi son detta che doveva essere a causa mia, che avevo sicuramente scelto il momento sbagliato per leggere un romanzo così corposo, e che la lettura così incostante e diluita nell'arco del mese doveva averne inficiato il risultato. Poi, con calma, mi sono accorta che non era affatto così e che c'erano effettivamente delle cose che non mi erano piaciute.

Innanzi tutto, Senza nome è troppo lungo. Non l'ho mai detto a proposito di un libro ed è un commento che mi fa quasi orrore mettere nero su bianco, perché per me i libri non sono mai troppo lunghi, specie i grandi classici o quelli di autori che, a prescindere dalla materia, sanno narrare, e Collins è di sicuro tra questi. Però - e credo sia quasi oggettivo - in Senza nome si avverte un qualcosa di troppo: non sarei in grado di prendere dei paragrafi o dei capitoli e dire "di questa parte se ne poteva fare a meno", ma gli intrighi, il continuo tramare da un lato e dall'altro, lo scoprire le carte di qua solo per poi mescolarle e complicare ulteriormente di là o non è abbastanza avvincente da non farmi stancare mai sino alla risoluzione finale, oppure Collins stavolta ha davvero allungato troppo il brodo. Non c'è dubbio che l'originale pubblicazione a cadenza mensile sortisse tutto un altro tipo di effetto, e che forse Senza nome essendo nato per esser letto in quel modo risenta negativamente dell'essere un tomo fatto e finito; tuttavia, ne ho letti diversi di romanzi nati a puntate - tra cui anche La donna in bianco - e non avevo mai riscontrato questo tipo di problema. A questa eccessiva lunghezza si accompagna per contro un finale che ho trovato sbrigativo e troppo semplicistico.

Ancor peggio, dal mio punto di vista, è il fatto che ho avuto l'impressione che Senza nome mancasse totalmente di originalità, e questo è stato l'elemento che mi ha delusa più di tutto, perché La donna in bianco  si regge su una narrazione geniale che non fa che stupire il lettore ad ogni svolta sino alla fine. Mi sono chiesta se sono io ad aver accumulato troppa esperienza con questo tipo di romanzi e che ormai conosco certe dinamiche come le mie tasche, o se Senza nome è effettivamente fuori tempo massimo per poter stupire il lettore contemporaneo. Fatto sta, che tutti i risvolti di trama importanti mi erano chiari fin dal primo accenno e mi hanno quindi lasciata abbastanza tiepida o indifferente. L'unico evento che effettivamente non mi aspettavo (spoiler: la morte di Noel Vanstone) è avvenuto a) troppo, troppo repentinamente e b) è lampante che all'autore questo evento servisse per mandare avanti la trama ed è quindi niente più che una scelta di comodo.

Infine - e questo è un pensiero molto soggettivo - a me è dispiaciuto perdere di vista personaggi presenti solo nella parte iniziale - quella ancora ambientata a Combe Raven - di cui si avranno per il resto del romanzo solo sporadiche notizie. Mi riferisco ad esempio a Mr Francis Clare, uno dei pochi vicini di casa che nonostante la propria misantropia non era riuscito a resistere all'affabilità di Mr Vanstone, il padre di Norah e Magdalen, col quale era nata discussione dopo discussione una bellissima e bizzarra amicizia. Mr Francis Clare è un filosofo cinico ed aveva tutte le carte in regola per essere uno dei miei personaggi preferiti, se non fosse appunto che ha pochissimo spazio. La sua sparizione dalle pagine è ovviamente giustificata dalle circostanze, poiché le protagoniste allontanandosi da Come Raven perdono i contatti con tutto ciò che resta lì, compreso Mr Francis Clare. Molto meno sensato, secondo me, è la pochissima attenzione data al personaggio di Norah. Magdalen si fa certo protagonista di avventure ben più avvincenti, e capisco che Collins abbia voluto puntare su di lei la luce del palcoscenico; tuttavia, io ero molto interessata a Norah nella prima parte del romanzo, e credo che sarebbe stato più interessante alternare i capitoli facendoci vedere anche come se la stava passando lei nel frattempo. Anche perché, seppur la sua quotidianità poteva essere più normale e meno ricca di eventi, Norah ha subito gli stessi identici traumi e le stesse ingiustizie subite da Magdalen e tra le due fa una scelta non meno difficile: in fin dei conti si tratta di una ragazza che dopo una vita nella bambagia accetta di tirarsi su le maniche e inizia a fare i conti con un mestiere non semplice, avendo a che fare con bambine viziate o famiglie pronte a criticare ogni suo gesto. Insomma, secondo me dedicare un po' di spazio in più a Norah avrebbe alleggerito anche quella sensazione di eccessiva lunghezza di cui parlavo prima, data forse dal fatto che alla lunga le scaramucce tra il capitano Wragge e Mrs Lecount stancano.

Quindi, in definitiva, Senza nome è un brutto romanzo? No, certo che no, sempre perché Wilkie Collins è autore abilissimo, tanto nell'uso delle parole quanto nella costruzione delle trame e nella caratterizzazione dei personaggi. Certo è che non consiglierei mai a qualcuno che vuole avvicinarsi alla sua bibliografia per la prima volta di cominciare da questo titolo: La donna in bianco è cento volte superiore in tutto, comprese le tematiche di fondo. In Senza nome, infatti, si nasconde una denuncia sociale, quella della condizione dei figli illegittimi che - come accade a Norah e Magdalen Vanstone - non avevano alcun diritto secondo la legge vigente all'epoca in Inghilterra. Come ben sappiamo, Collins era un avvocato che non esercitò mai la professione, ma fece largo uso delle competenze giuridiche acquisite all'interno dei propri romanzi. In questo senso Senza nome non fa eccezione, ma purtroppo non è riuscito a farmi capire fino in fondo la gravità del problema che intendeva denunciare, perché mi sembra di aver ricevuto al riguardo troppe poche informazioni, o di essermi distratta troppo con la vicenda delle protagoniste col risultato che anche la questione dei diritti degli illegittimi mi pare un espediente narrativo, più che un grave danno realmente vissuto all'epoca - e sicuramente non solo - da molti individui.

Il mio apprezzamento per la penna di Collins non è diminuito dopo questa esperienza poco entusiasmante. Del resto è stato un autore talmente prolifico che qualche basso nella sua produzione non fa che renderlo umano. A buon rendere, caro Wilkie!






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