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mercoledì 27 gennaio 2021

Lasciami andare, madre / Helga Schneider

Di una stessa storia esistono più versioni - almeno una per ogni persona presente, direttamente o indirettamente coinvolta. E se questo è vero per una qualunque inezia che può accadere tra le quattro mura delle nostre case, figuriamoci quanto può esserlo per un grande evento storico. Ecco perché da quando, ancora bambina, lessi il Diario di Anne Frank - uno dei primi veri libri della mia vita - non ho mai smesso di documentarmi, cercare, ascoltare, leggere le tante testimonianze che ci sono state lasciate in eredità da chi gli eventi della Seconda Guerra Mondiale li ha vissuti sulla propria pelle. E lungi dall'aver esaurito i testi a disposizione sull'argomento, sembra al contrario che più quegli anni oscuri iniziano a scivolare nel passato, più resti ancora da sapere.

Se per molto tempo, ad esempio, ho incontrato solo le voci del popolo ebraico, negli ultimi anni ho avuto la possibilità di incontrarne altre. E' accaduto con Io non mi chiamo Miriam di Majgull Axellson, autrice svedese che nel suo bellissimo romanzo racconta la lunga vita di una donna di origine zingara, che indossando una menzogna riesce a sopravvivere al campo di concentramento nel quale viene deportata. Salvezza che pagherà però continuando a vestire quella menzogna per tutti gli anni a venire, decidendo - con non poco coraggio e paura - di togliersela di dosso solo il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, aprendo i propri cassetti della memoria con una nipote dolce, curiosa e premurosa. E mi è capitato proprio adesso, questo mese, quando tra le letture dedicate al Giorno della Memoria ho deciso di inserire un volume abbastanza noto, acquistato tempo fa incuriosita dalla questione complessa e controversa che sapevo avrei trovato al suo interno: Lasciami andare, madre di Helga Schneider.

Helga Schneider
Quando aveva solo quattro anni Helga ed il suo fratellino Peter furono abbandonati a Berlino dalla madre, la quale - già ausiliaria delle SS - divenne guardiana ad Auschwitz-Birkenau. Fino ad allora non era certo stata una madre facile, spesso assente per dedicarsi al proprio impegno politico, e quando presente era una madre che elargiva ben poco affetto, pretendendo in cambio rigorosa obbedienza. 

Dopo il suo abbandono quella di Helga fu un'infanzia tutt'altro che facile. Una breve parentesi di serenità, trascorsa in Polonia con i nonni paterni, poi la vita che torna a farsi dura e severa, quando suo padre si risposa e la nuova matrigna dimostra sin da subito di stravedere per il piccolo Peter, ma di nutrire una crudele avversione per Helga, che alla prima occasione viene spedita in un collegio, dove trascorrerà buona parte dell'infanzia e dell'adolescenza.

In Lasciami andare, madre la Schneider racconta l'ultimo incontro con quella madre sconosciuta, incontrata prima di allora soltanto una volta, dopo ben ventisette anni di separazione. In quella prima occasione, Helga aveva sentito il bisogno di cercarla perché - divenuta madre a sua volta - desiderava farle incontrare il nipotino di cinque anni, ma anche di compiere quel tentativo in qualità di figlia. In quella prima occasione però lei aveva completamente ignorato il nipote, aveva insistito affinché Helga indossasse l'uniforme da SS ancora orgogliosamente custodita nell'armadio, le aveva messo in mano un mucchietto d'oro splendente che Helga, inorridita intuendo subito da dove potesse provenire, lascia cadere a terra. Profondamente ferita e delusa da quella donna che non mostra il minimo segno né di affetto materno né di pentimento per il proprio passato, Helga decide di non vederla mai più, di provare - per quanto possibile - a dimenticarla.

Salvo poi, molto tempo dopo, ricevere una lettera che la invita ad un ultimo incontro. A scriverla è l'unica amica di sua madre, ex vicina di casa, che la informa di come sua madre viva ormai da tempo in una casa di riposo, da quando la demenza senile che l'aveva colpita aveva cominciato a renderle pericoloso l'abitare da sola. Sta peggiorando rapidamente, la informa, e forse lei avrebbe voluto vederla almeno un'ultima volta. Così, nonostante la paura e l'incertezza, Helga compie nuovamente il viaggio alla ricerca di una madre che in fondo non ha mai avuto, accompagnata dalla cugina Eva a darle sostegno.

Lasciami andare, madre racconta quest'ultimo, difficilissimo incontro, intervallato dai dolorosi ricordi d'infanzia di Helga. Sua madre è ormai una vecchietta piccola che fa capricci come una bambina, che veste solo di verde militare - il colore più bello, dice - e che però si infiamma se appena appena si accenna alla sua carriera. Ed Helga, nonostante il proposito di evitarlo, non riesce a trattenersi dal fare domande, talvolta brutalmente dirette, sui suoi giorni da guardiana a Birkenau, là dove mandavano solo le più coriacee.

Quel che Helga cerca è un barlume di rimorso, di coscienza del male che quella donna aveva attivamente contribuito a perpetrare. Ma questa luce è qualcosa che negli occhi di sua madre non è dato ritrovare: ho fatto un percorso di desensibilizzazione, è tutto ciò che ha da dire sulle azioni disumane che la figlia le ricorda. E come convivere allora con questo conflitto lacerante, quello di avere davanti agli occhi una persona che racchiude in sé un mostro, ed al contempo anche il proprio stesso sangue.

Al momento di andar via Helga è letteralmente distrutta dall'immagine di quell'anziana donna, ora all'apparenza così indifesa, che nei tanti sbalzi d'umore avuti durante il loro colloquio privato ha preteso di essere chiamata Mutti - mamma, una parola che Helga ha pronunciato così poco nella sua vita, e che le resta sullo stomaco - ha preteso baci ed ha accettato di essere portata a pranzo con gli altri ospiti della casa solo strappando la promessa che la figlia sarebbe tornata a trovarla già nel pomeriggio. Una bugia concessa per tranquillizzarla, confidando nel tradimento di quella memoria precaria che avrebbe cancellato la promessa di lì a poco. Eppure, quella stessa donna non aveva avuto pietà, né per madri disperate, né per bambini innocenti, né per vittime già prostrate che lei con le proprie mani aveva legato a tavoli di legno, consapevole che lo scopo era quello di condurre mostruosi esperimenti.

Eventi come quelli che si sono verificati durante la Shoa, che si verificano con ogni guerra o persecuzione, creano una varietà inimmaginabile di vittime. Helga Schneider non è stata in un campo di concentramento, non ha subìto discriminazione o persecuzione; ma è stata una bimba che ha visto città bombardate, che ha vissuto stipata con tanti altri nel buio di un bunker, che è stata abbandonata e molto sola e che, una volta grande abbastanza per capire, ha portato il peso di essere la figlia di una guardia delle SS

Lasciami andare, madre è un testo di sole 132 pagine, che nonostante il peso del contenuto ho divorato in due giorni, grazie ad una scrittura fluida che si percepisce tanto onesta da essere disarmata. Helga Schneider racconta quel che doveva raccontare, mettendo nelle nostre mani un conflitto irrisolto e forse irrisolvibile: dovrei amarla, ma non posso per quel che ha fatto e perché non c'è mai stata; dovrei odiarla per quel che ha fatto, ma non posso perché mi ha messa al mondo. E poi, anche se mai esplicitato, si percepisce talvolta un senso di colpa, forse proprio quello che sua madre non è mai stata capace di provare e che forse Helga sente di dover provare al posto suo.

Una storia forte, complicata, raccontata con coraggio e con dolore. Lasciami andare, madre è un libro necessario, che fa comprendere una volta di più quante storie ci sono da conoscere su quella fetta di Storia che, più scivola nel passato, più diventa importante ricordare.

Quante donne, invece, aveva sentito la Helga bambina, nella Berlino bruciante e impregnata del fetore dei cadaveri, imprecare contro il loro Fuhrer. Avevano lottato con le unghie e con i denti, le donne berlinesi, per difendere i loro figli, spesso partoriti nei rifugi o sotto le volte della metropolitana. (...) Nel dopoguerra, vedove e senza apparente futuro, avevano stretto i denti e intrecciato relazioni con gli uomini delle potenze vincitrici, preferendo l'epiteto di puttane al pensiero insopportabile di vedere le proprie creature morire di fame. (...) Consumata la catastrofe, poi, furono ancora le donne berlinesi - soprattutto di loro posso testimoniare - a sgomberare le strade dalle macerie e a consolare e rinfrancare i reduci che a poco a poco tornavano, esausti e svuotati, dalla guerra di Hitler.

Helga Schneider

- E voi, avete fatto qualcosa per onorare, nel vostro piccolo, questo 27 Gennaio?
Quali sono libri, film o documentari sull'argomento che, secondo voi, ognuno dovrebbe conoscere? 
 


sabato 16 giugno 2018

Suite francese, Irène Némirovsky

Suite francese. Il romanzo più celebre di Irène Némirovsky, sicuramente una tra le più prolifiche scrittrici della prima metà del Novecento, autrice che prima d'ora avevo incontrato soltanto una volta con il racconto breve intitolato Il ballo. Quella volta però non era successo niente tra me e lei - non era scattata la scintilla, né c'erano state delusioni ed incomprensioni; semplicemente, quel racconto così breve che era come un lampo che squarcia all'improvviso il buio, illuminando una minuscola porzione della vita e della storia della stessa scrittrice, a me non era bastato. Mi era sembrato di prendere un frettoloso caffè con Irène, uno di quelli che ti fa piacere condividere con la tua migliore amica perché tanto sapete tutto l'una dell'altra, e vedervi anche solo cinque minuti in certi periodi è comunque meglio di niente; ma con un'estranea, una con la quale avete scambiato giusto qualche occhiata ed a malapena qualche parola, e che sentite potrebbe diventare una cara e sincera amica, un appuntamento toccata e fuga non basta di certo. Siete ancora ferme sulla soglia dei rispettivi animi, c'è così tanto da sapere, da rivelare e da scoprire. Così tanto ancora da reciprocamente scambiarsi, che quel caffè buttato giù tra il saluto iniziale e quello di commiato era ancora troppo caldo, ha avuto come unico effetto quello di scottarci la lingua ed il palato, e poi era amaro, perché non ci si era presi nemmeno il tempo di mescolare bene lo zucchero. E' un po' questo l'effetto che mi aveva fatto leggere Il ballo, e quando voltando l'ultima pagina avevo visto Irène rivolgermi un ultimo, distratto sorriso per poi andar via a passo svelto, avevo provato quell'insoddisfazione che ti lasciano soltanto le cose a cui tieni. In quel fugace incontro avevo intravisto la possibilità di un'amicizia duratura, c'era qualcosa in chi scriveva che mi attraeva, come può attrarti una persona con la quale senti istintivamente una forte affinità. Sono passati anni, tra quel primo caffè preso di fretta e senza dirci molto, ma questo non è importante; ciò che conta è che stavolta io ed Irène ci siamo date un appuntamento fissato con molto, molto anticipo. Ci siamo preparate con tutta la calma del mondo, curando ogni dettaglio - dalla ciocca di capelli che continuava a sfuggire dalla pettinatura, alla manicure, alla scelta degli accessori - per presentarci eleganti ed ordinate in un ristorante di lusso. Perché Suite francese è stato un lentissimo ed intimo appuntamento a cena, solo io e lei in una sala accogliente e silenziosa. Lume di candela, le mie domande, le sue storie.

Vi dico la verità: questo romanzo spaccato a metà e privato della sua degna conclusione, non mi ha emozionata e coinvolta come potreste immaginare dal trasporto con cui l'ho introdotto. Ma c'è un ma, forse anche più di uno. Il primo è che in questa occasione, ho potuto finalmente conoscere effettivamente il talento letterario della Némirovsky, che se ne Il ballo aveva avuto troppo poco spazio per manifestarsi, qui di spazio ne ha in abbondanza. Irène Némirovsky scrive benissimo, e questo è il modo più banale in assoluto di dirlo, ma anche il più chiaro e diretto che io conosca, ed in certe occasioni non sono necessari grandi giri di parole per esprimere un concetto. Irène Némirovsky scrive(va) benissimo e questo è quanto, a cui poi potrei aggiungere una serie di considerazioni personali sui motivi per cui lo penso. Innanzi tutto, in Suite francese passiamo per una moltitudine di personaggi, o per meglio dire attraverso una serie di nuclei familiari - cosa che ritengo ulteriormente interessante - di estrazione sociale sempre diversa. Abbiamo la famiglia di nobili ed antichissime origini piena di figli e di tradizioni; i coniugi della più umile borghesia; la coppia instabile dell'artista con la sua musa; l'irriducibile scapolo benestante ed avaro; la gente di campagna. Non c'è niente che accomuni tutti loro, a parte la guerra. Suite francese è nettamente diviso in due parti: nella prima siamo a Parigi, cuore pulsante della civiltà e della vita mondana, nel momento in cui la città deve essere evacuata, perché l'avanzata dei tedeschi è ormai inarrestabile, e tutti i civili devono almeno provare a mettersi in salvo. Assistiamo quindi ai preparativi ed ai movimenti dei nuclei familiari scelti come rappresentanti dalla Némirovsky, e seguiamo il lento e faticoso e travagliato esodo che avrà un esito diverso per ognuno di loro. Immaginate una ripresa a volo d'aquila, che inquadra una massa informe ed indefinita di persone - una folla incalcolabile, che riempie le strade, sgomita per salire su un treno, si accampa in un bosco - e poi la lente dell'autrice che si abbassa e pian piano si avvicina sempre di più fino ad individuare di volta in volta i Péricand, i Michaud, Charlie Langelet o Gabriel Corte.

Nella seconda parte, invece, intitolata Dolce, siamo in un paese di campagna, quando i tedeschi sono ormai i vincitori ed i padroni indiscussi, ed ogni casa del paese ha l'obbligo di ospitare un soldato nemico. L'ostilità dei francesi è totale, ma quei soldati tedeschi sono in fondo dei semplici ragazzi a loro volta strappati dalle proprie case, lontani da una madre anziana o da una novella sposa lasciata sola coi suoi sogni. Ragazzi che stanno sacrificando la propria vita, la propria gioventù, rinunciando ad ogni aspirazione personale, perché costretti a rispettare la logica dell'alveare, rincorrendo i sogni di qualcun altro, di un ideale collettivo che non ammette individualità. Allora capita che, nonostante le barriere culturali e linguistiche, uno di questi giovani mostri ai francesi la foto dei propri genitori, o di quel bimbo appena nato che adesso chissà già quanto sarà cresciuto; ed i francesi, che a loro volta hanno sempre un giovane lontano, impegnato chissà dove, per il quale pregano giorno e notte, quei francesi un po' si commuovono e allora si beve qualcosa tutti insieme per dimenticare almeno un secondo tutto quell'insensato dolore. In particolare, all'interno di Dolce ci spostiamo tra casa Angellier, dove Lucile vive sola con la suocera e dove viene stabilito il tenente Bruno von Falk, un uomo buono, gentile e sempre rispettoso; e la fattoria dei Labarie.

Il paragrafo che però più in assoluto mi ha fatto saltare all'occhio la bravura della Némirovsky parla di un gatto. Ebbene sì, di un gatto, estraneo, ignaro ed incurante delle guerre degli uomini. Un gatto di casa, che gode del posto d'onore sul letto ai piedi della padroncina e che, non appena la casa dorme, viene incuriosito da un odore che s'infiltra dalla finestra aperta e che gli stuzzica le narici. Allora lui, furtivamente, si alza e senza farsi notare da nessuno sgattaiola fuori. Salta per i tetti ed i davanzali, fino a raggiungere la strada con un salto misurato e sicuro. E lì resta per un attimo fermo, i baffi e le orecchie tese a percepire l'intera città. Ecco, in quel paragrafo il lettore diventa il gatto, e prima ancora - scrivendolo - Irène Némirovsky si era fatta gatto. Può sembrare un momento frivolo, rispetto a contenuti più importanti del libro, eppure credo sarà ciò che mi rimarrà più a lungo impresso, perché il modo in cui è scritto e descritto è semplicemente sublime.

La prima e la seconda parte, comunque, sono collegate da un filo sottilissimo, che ci viene mostrato soltanto per brevi istanti. Come se l'autrice ci mostrasse i due capi, le due estremità, ma poi tendere quel filo è un lavoro che spetta unicamente a noi. Tuttavia, non posso far a meno di chiedermi - con un po' di rammarico - cosa ne sarebbe stato di Suite francese se Irène (perdonami la confidenza, ma ormai ti sento già un po' più amica) avesse potuto terminarlo. Forse Dolce sarebbe stato soltanto un altro necessario passaggio, e pian piano quel filo sarebbe passato per altre estremità, collegando tutti i punti disseminati tra una pagina e l'altra. Purtroppo non lo sapremo mai, e dovremo accontentarci di un finale che non è il vero finale, eppure non lascia insoddisfatti nel bel mezzo della frase: anzi, il finale è stato proprio il momento che mi ha ripagata di una lettura non semplicissima. Perché devo ammettere di averci messo un sacco di tempo a leggere Suite francese, che almeno nei miei confronti si è imposto come uno di quei romanzi che non ammettono la fretta, la superficialità, la scarsa attenzione; è stato uno di quei libri che decide al posto mio il ritmo di lettura e che mi impone di andare piano - piano - e di ascoltare senza interrompere. E' stato faticoso a volte, ogni tanto avrei voluto dire la mia oppure fare una pausa o ancora, che ne so, ricevere in premio un momento di leggerezza. Invece no, nessuna concessione fino a questo finale che per me è stato il momento più alto di tutto il libro. Una riga dopo l'altra, cominciavo a sentirmi come riempita, per poi infine sciogliermi in pianto. Era tanto che non piangevo con un libro, ed è stato inaspettato perché in fondo non mi ero affezionata particolarmente a nessuno dei personaggi, ma al contempo è stato inevitabile ed anche molto bello.

In definitiva, non credo che consiglierei Suite francese a chiunque. Se ci penso, vedo molti lettori e lettrici che potrebbero arrancare attraverso tutte queste pagine, spesso faticose e che non sempre fanno la grazia di ricevere la ricompensa. C'è chi senza dubbio si sorprenderebbe a sbadigliare, con la sensazione che non succeda niente o che le stesse cose continuino a ripetersi. Però, c'è una fetta di pubblico per il quale Suite francese potrebbe rivelarsi una lettura forse non fondamentale, ma comunque imprescindibile. Penso a quel tipo di persone che Leopardi definiva anime sensibili, quelle che sanno cogliere il senso meno ovvio della bellezza, quelle che per natura si spingono a scavare più a fondo nelle cose. Ecco, per un animo sensibile leggere Suite francese è qualcosa di quasi inevitabile, anche se non so spiegarne il motivo. Perché io per prima non l'ho amato follemente, non ci sono entrata dentro con tutte le scarpe come succede in altre occasioni; forse perché sembrava tutto troppo reale, ed alla vita vera non ci si appassiona come ad un telefilm: la si osserva, la si comprende e quando non ci riguarda in prima persona ce ne teniamo a cortese distanza per evitare di infiammarci troppo ed inutilmente. Questo è quello che sento nei confronti di Suite francese, un romanzo troppo vero per essere soltanto un romanzo. E sento, in ogni caso, di aver aggiunto un tassello importantissimo al mio percorso da lettrice.

sabato 10 marzo 2018

Beate e suo figlio, Arthur Schnitzler

Arthur Schnitzler, 1862-1931

Sono tornata ad uno dei miei autori preferiti, lo scrittore-medico viennese Arthur Schnitzler del quale vi ho già parlato diverse volte, per la precisione recensendo la sua opera più conosciuta, ovvero Doppio sogno – da cui è tratto anche il film capolavoro di Stanley Kubrick, Eyes wide shut – ed il breve ma intensissimo racconto Geronimo il cieco e suo fratello. Vi invito a dare un’occhiata ai post che scrissi allora – ve li ho linkati appositamente – perché in quelle occasioni mi presi il tempo di raccontarvi qualcosa anche dell’autore e del particolare rapporto che lo legò a Sigmund Freud: i due erano contemporanei, vivevano e lavoravano nella capitale austriaca, eppure si stimarono reciprocamente a cortese distanza senza mai incontrarsi. E’ difficile introdurre un’opera di Schnitzler senza accennare a questi fatti, senza spiegare ai lettori che forse non lo conoscono come le sue storie siano immerse, intrise, affogate nel fango degli aspetti più torbidi della psicologia umana. Schnitzler ci mette con le spalle al muro, ci spoglia delle nostre maschere e ci costringe a guardare proprio in quegli angoli bui in cui evitiamo accuratamente di addentrarci. 

Ogni essere umano impara a capire, nella vita, che dentro ci portiamo una certa quantità di ombre. Quanto siano oscure e pericolose, e quanto vengano percepite dall’esterno, questo dipende dal nostro vissuto, dal nostro carattere, dal modo in cui impariamo o meno a gestirle. Ma tutti abbiamo zone oscure che faremmo volentieri a meno di frequentare – invece Schnitzler prendeva un foglio, la sua penna e metteva nero su bianco parole che avrebbero costretto i suoi lettori a fare i conti con la pericolosità di certi pensieri, con le conseguenze di certe azioni, col baratro che è pronto a spalancarsi se per un attimo smettiamo di stare attenti. E come se tutto questo non bastasse, la penna di Schnitzler va spesso a colpire quanto per le persone c’è di più caro: i rapporti personali, i legami affettivi, quelli che dovrebbero essere il punto fermo delle nostre precarie esistenze, il caposaldo nella confusione dei giorni peggiori, l’unico barlume di purezza in un mondo spesso troppo sporco. Invece no, Schnitzler cancella una dopo l’altra tutte le bugie e le illusioni che sappiamo crearci riguardo le persone a noi care ed il rapporto che faticosamente e con cura cerchiamo di costruire con esse; anzi, è proprio lì che si annidano i segreti più loschi, che stanno in agguato le sofferenze maggiori!, sembra sussurrarci l’autore tra una riga e l’altra. Il rapporto di coppia in Doppio sogno, il rapporto tra fratelli  in Geronimo il cieco e suo fratello, ora persino quello intoccabile tra una madre e suo figlio.



Ve lo dico subito, Beate e suo figlio è il libro di Arthur Schnitzler che finora mi ha coinvolta meno e mi è piaciuto meno, ma ciò vuol dire ben poco visto che il livello di apprezzamento delle opere precedenti è altissimo. Anche questa volta il libro è breve – 124 pagine, anche se piuttosto fitte – ambientate in una località di villeggiatura dove la quotidianità scorre placida, il tempo sembra quasi fermo e gli impegni son quelli di poca reale importanza, come cene, partite a tennis o a carte, sortite notturne in barca sulle acque immobili di un lago. Il luogo sembra incantevole e piccolo, quasi autosufficiente e sospeso nel nulla, se non fosse per quei minimi richiami che lo ricollocano nel nostro mondo, come la ferrovia e la stazione o la posta. I villeggianti appartengono tutti alla borghesia medio-alta, qualcuno ha titoli aristocratici, si conoscono tutti perché sono gli stessi da anni. La nostra protagonista si chiama Beate, è una donna di mezza età, vedova di un famoso ed amatissimo attore di teatro e madre di Hugo, un ragazzo di diciassette anni bello, sano e studioso. Beate è sicuramente una donna affascinante, più di un uomo nella cerchia di persone che frequenta non fa mistero di essere attratto da lei, ma lei, Beate, sembra essere irriducibilmente fedele alla memoria del marito, unico uomo ad aver posseduto il suo amore ed il suo corpo e del quale continua a sentire un’incolmabile nostalgia.

Nelle storie di Schnitzler, per quanto ho letto sinora, la vita dei protagonisti scorre nella sua normalità, fino a quando non sopraggiunge un elemento disturbante che getta il seme del dubbio, sconvolgendo quella normalità, ribaltandola e rigirandola fino ai limiti del possibile. Gli esiti variano di volta in volta: la crisi, per quanto profonda, può rivelarsi utile e portare alla crescita ed al miglioramento; oppure, al contrario, può essere fatale e condurre soltanto a desolazione e dolore.

Ecco, in questo caso l’elemento disturbante è una donna, la contessa Fortunata. Donna matura e voluttuosa, sposata ma sempre sola. C’è qualcosa nella persona di Fortunata che porta Beate a covare dei sospetti nei suoi confronti, e contestualmente un visibile cambiamento nel suo adorato Hugo, all’improvviso così chiuso e solitario, così attento a rifuggire le attenzioni materne. La sensibilità femminile di Beate le suggerisce di stare attenta, i segnali le dicono che Fortunata ha messo gli occhi su suo figlio e pian piano si convince che il suo Hugo, ancora così giovane e innocente, rischia di diventare – se non lo è già diventato – l’amante della contessa.
Beate affronta Fortunata faccia a faccia e se il confronto non le reca forse tutto il sollievo in cui poteva sperare, a fornirglielo ci penserà l’arrivo di un caro amico di Hugo, Fritzl. Grazie alla sua compagnia ed alla sua allegria Beate vedrà Hugo tornare quello di sempre, affettuoso e sorridente, impegnato in escursioni ed altre sane attività col suo compagno. Tutto risolto, quindi? No, perché Beate cederà al disperato desiderio mostrato da Fritzl nei suoi confronti. Fritzl, amico e coetaneo di suo figlio – e lei, Beate, non molto più giovane della contessa Fortunata.
In questo gioco subdolo e malizioso, dove ogni attore custodisce i suoi segreti, c’è spazio per svelare anche quelli del passato e nelle notti solitarie Beate può confessare a se stessa che forse in realtà quel defunto marito, il grande Ferdinand Heinold, lei non l’ha mai amato: ha amato profondamente ed appassionatamente tutti gli altri uomini che lui era stato, Cyrano, Amleto e Re Lear e tutti gli altri – ma non lui, non davvero, no. E certe conversazioni sussurrate portano alle sue orecchie un altro dubbio: la possibilità che lei per lui non fosse stata l’unica, come sempre aveva creduto. Che forse il suo eroe, il suo immortale marito, l’avesse tradita.
Un baratro si apre sull’altro nella mite esistenza di Beate e purtroppo difficilmente potranno richiudersi. Salvare suo figlio e salvare se stessa, questa diventa la missione in quello che invece doveva essere solamente un piacevole periodo di vacanza.
Queste sono le spaccature dell’animo umano che ha voluto mettere in luce Schnitzler in Beate e suo figlio, come si ricuciono e se si ricuciono è qualcosa che ovviamente vi lascio il gusto di scoprire affrontando personalmente la lettura. Tuttavia, se non avete mai letto prima questo autore vi sconsiglierei di cominciare da questo racconto: pur avendovi ritrovato l’inconfondibile impronta, a mio parere lo scavo psicologico in Beate e suo figlio è meno forte e meno sconvolgente rispetto agli altri due libri che ho letto; forse la storia mi ha coinvolta di meno o forse non sono entrata sufficientemente in empatia col personaggio di Beate. Non sono rimasta profondamente turbata come invece mi era accaduto con Doppio sogno e con Geronimo il cielo e suo fratello. Se invece siete già dei lettori di Arthur Schnitzler, allora Beate e suo figlio è sicuramente un tassello da aggiungere alla vostra esperienza di lettura.



sabato 3 marzo 2018

Cosa ho letto dall'inizio dell'anno fino ad ora


Ebbene sì, miei cari lettori, quella che state per beccarvi è una carrellata di tutte le letture che ho affrontato dall'inizio del 2018 sino ad oggi (ecco il prezzo da pagare per i miei lunghi silenzi: altrettanto lunghe carrellate di commenti ed opinioni su libri più o meno belli!). Per rassicurarvi, posso dirvi che non ho intenzione di fare un post chilometrico, sarò rapida e concisa anche perché - per il momento - non ho ancora letto poi così tanti libri ed alcuni di essi son letture davvero brevi, di quelle che un lettore veloce consuma in una sola seduta. Senza ulteriori indugi, cominciamo!


Titolo: Il giardino di Elizabeth
Autore: Elizabeth von Arnim
Traduzione: Sabina Terziani
Editore: Fazi
Pagine: 180
Prezzo: 16,50 euro
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Il mio anno di lettrice è cominciato alla grande, con la scoperta di questa autrice, Elizabeth von Arnim, che mi incuriosiva molto ormai da qualche anno. La sua opera è in gran parte pubblicata da Bollati Boringhieri, tuttavia mi sono convinta ad acquistare un suo libro solamente con le ristampe della Fazi Editore. Il giardino di Elizabeth è in effetti il primo libro pubblicato dall'autrice, quello con cui Elizabeth è diventata una scrittrice, o per meglio dire una scrittrice pubblicata perché - com'è evidente - lei una scrittrice lo era già. In queste pagine è infatti racchiuso un suo diario, un diario che la von Arnim ha tenuto mentre si occupava di ridare vita al giardino di una proprietà semi-dimenticata del marito, colui che nel suo diario lei chiama l'Uomo della collera, soprannome da cui è facile intuire quale simpatia lei nutrisse verso il consorte. Elizabeth trova in questa vecchia e sontuosa villa isolata un suo personale eremo in cui costruire una felicità frugale, campestre ed incomprensibile ai più. Qui lei si dedica al giardinaggio con la passione e la curiosità dell'autodidatta, legge indisturbata una quantità di libri, si bea della compagnia delle sue tre bambine - la bimba di Aprile, la bimba di Maggio e la bimba di Giugno - e talvolta di qualche ospite, più o meno desiderata. 
Non ci sono accadimenti avvincenti in queste pagine, nessuna storia che s'imprime nella mente del lettore; eppure penso che nessuna donna potrebbe restare indifferente all'ironia, squisitamente femminile, di cui la scrittura della von Arnim è pregna. Io, poi, ho capito di aver trovato in lei un'anima affine - come lei stessa direbbe - esattamente a pagina 35:


La frenesia di stare sempre in compagnia e la paura di rimanere soli sia pure per poche ore, non la capisco proprio. Io riesco a intrattenermi benissimo con me stessa per settimane di fila senza quasi accorgermi di essere sola se non per il senso di pace che mi pervade. (...) Per essere felice, chi viene a trovarmi deve possedere una ricchezza interiore; se è una creatura vacua, dalla testa e dal cuore vuoti, troverà tutto alquanto noioso.

Titolo: Allontanarsi (Saga dei Cazalet, quarto volume)
Autrice: Elizabeth Jane Howard
Traduzione: Manuela Francescon
Editore: Fazi
Pagine: 670
Prezzo: 20 euro
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Volendo andare sul sicuro e mantenere un livello di gradimento super alto, e soprattutto non riuscendo a vincere la nostalgia verso una delle famiglie ormai più amate in letteratura, sono tornata subito ad Elizabeth Jane Howard ed ai suoi Cazalet. Avendo dedicato un post ad ogni libro della saga, sapete bene ormai quanto io mi sia appassionata alle vicende di questa famiglia medio-borghese e, più in generale, allo stile di scrittura di questa fantastica autrice. In Allontanarsi nulla di tutto ciò vien meno, anzi, e come ogni altro libro della saga ha saputo distinguersi per sue caratteristiche particolari. Ad esempio ho trovato che in Allontanarsi il senso di staticità, quell'impressione di "ehi, non sta succedendo niente!" è ancora più accentuata, eppure di cose ne accadono in continuazione, e cose piuttosto importanti anche. Ho avuto l'impressione che in questo volume la Howard abbia spesso fatto il gioco di trasmettere le più sconvolgenti novità riguardo un personaggio da altre voci, di non farci quasi mai essere presenti mentre i fatti avvenivano: ci lascia in sospeso e solo in un secondo momento e solo tramite altri veniamo a sapere cos'è accaduto al nostro personaggio preferito. Capite cosa intendo? Può sembrare un metodo un po' macchinoso, invece le pagine scorrono come sempre fluide e leggere, difficile - impossibile - abbandonare un capitolo a metà, anche quando si rivela lunghissimo. Zoe resta il mio personaggio preferito su tutti, seguita a ruota da Polly e Clary. Tanto affetto in questo volume va anche a Cristopher - ho adorato le parti a lui dedicate - ed a Rachel, che finalmente ha saputo guardare oltre il suo naso, ascoltare ed ascoltarsi ed accettare la possibilità di essere felice. Grandissimo batticuore per il finale - non particolarmente inaspettato, per quanto mi riguarda, ma comunque apprezzatissimo.



Titolo: Amanti e regine - Il potere delle donne
Autrice: Benedetta Craveri
Editore: Adelphi
Pagine: 375
Prezzo: 14 euro
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A febbraio, complici gli sconti del 25% con cui la casa editrice Adelphi ha cercato di renderci tutti più poveri, mi sono regalata un saggio storico di cui avevo spesso sentito parlare, ovvero Amanti e regine di Benedetta Craveri. Negli ultimi tempi ho spesso avuto voglia di addentrarmi in una lettura a sfondo storico ed in questa ricerca avevo fatto qualche buco nell'acqua. Con il testo della Craveri, invece, ho finalmente trovato esattamente ciò che cercavo e, sebbene ci abbia messo del tempo per leggerlo, mi ha dato piena soddisfazione.
In questo saggio la Craveri ci porta alla corte di Francia, dal Cinquecento alla fine del Settecento, a seguire da vicino i passi e le evoluzioni delle donne che - arrivate come future regine o pian piano fattesi spazio come amanti - hanno gravitato attorno o vicino ai vari sovrani di Francia, spesso divenendo di fatto loro le vere regnanti nonostante il poco o nullo credito riservato alle donne. Da Caterina de' Medici a Diane de Poitiers, da Maria Teresa d'Austria e Madame de Pompadour, passando per Madame de Maintenon - che forse ha ispirato la favola di Cenerentola - fino ad arrivare all'ultima, splendida regina di Francia: Maria Antonietta. Sono tante le donne di cui la Craveri ci svela forze e debolezze, vizi, progetti, destini, ambizioni e sentimenti e ci lascia vedere attraverso i loro occhi anche i sovrani di Francia, sui quali splende ovviamente incontrastato Luigi XIV, il Re Sole - anche se devo ammettere di esser rimasta altrettanto affascinata dalle oscure ombre del suo successore, il bisnipote Luigi XVI. La ricostruzione storica dell'autrice è minuziosa e mai noiosa, ad ogni donna è dedicato un capitolo e la disposizione in ordine cronologico e narrativo fa di questa lettura quasi un romanzo. Si legge che è un vero piacere, e la cosa più bella è che nel mentre si impara - o si rinfresca la memoria, per chi avesse già una buona conoscenza della vita di corte francese - moltissime cose nuove. Stra-consigliato!



Titolo: Una rosa per Emily
Autore: William Faulkner
Traduzione: David Mezzacapa, Luciana Pansini Verga
Editore: Adelphi
Pagine: 99
Prezzo: 10 euro
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Un altro Adelphi, ma stavolta lo possedevo già ed anzi lo avevo persino già letto, nel marzo del 2015 c'è annotato a matita sulla prima pagina. Vi capita mai di leggere qualcosa talmente in fretta, o in un momento talmente sbagliato, che quel povero libro è quasi come non l'aveste mai letto? Beh, a me sì purtroppo, raramente ma capita ed ho notato che capita con libri particolarmente brevi. E' probabile che io mi lasci talvolta ingannare dalla brevità, quasi che la brevità fosse un permesso ad andar di fretta, un esonero dal soffermarsi a comprendere e riflettere. Ma non è affatto così, un libro minuscolo può contenere universi - o per lo meno significati universali, e lo so bene, ed è per questo che se commetto un tale errore presto o tardi ci torno, a quel piccolo libro incompreso cui non ho dato abbastanza tempo per parlarmi. E' il caso di Una rosa per Emily, il mio primo e ad oggi unico approccio al rinomatissimo autore americano William Faulkner. Una rosa per Emily contiene tre brevi racconti, che in comune hanno l'ambientazione - un paesino della provincia americana - ed il narratore esterno, una voce che spesso si esprime in prima persona plurale - noi - proprio per sottolineare la coesione degli abitanti del paese nel raccontare le sventure di quelli che evidentemente sono outsider della comunità. Il primo racconto è Miss Zilphia Gant, che racconta l'amore morboso di una madre verso sua figlia, la quale verrà infettata dalla morbosità materna e che la riverserà a modo suo nella sua vita adulta; segue il racconto che dà il titolo alla raccolta, Una rosa per Emily, dove Emily è un'irriducibile vecchina della quale nessuno può varcare le soglie della sua casa e dei suoi segreti sino al giorno della sua morte; infine abbiamo Adolescenza, dove protagonista è una ragazzina difficile, cresciuta in una famiglia disfunzionale verso la quale prova insopprimibili moti di rabbia, che agli albori dell'adolescenza viene spedita dalla nonna paterna. Presso la sua fattoria, tra lavori pesanti ed il tempo libero trascorso come una selvaggia in mezzo alla natura, Juliet - questo il nome della piccola ribelle - sembra trovare un suo equilibrio, fin quando non farà amicizia con un coetaneo e con lui passerà intere stagioni di inconsapevole felicità, fino al giorno in cui, sopra di loro, comparirà il volto incartapecorito dell'anziana nonna.
Ho apprezzato molto questa raccolta, mi sono piaciuti tutti e tre i racconti allo stesso modo, nonostante siano tutti e tre estremamente inquietanti, densi di un senso di desolazione e di ineluttabilità che non lasciano speranze - il tutto, però, trasmesso da una scrittura alta, altissima che mi lascia solo immaginare che cosa potrei trovare nelle opere più lunghe di Faulkner. Ho quasi paura.


Titolo: Daisy Miller
Autore: Henry James
Traduzione: Barbara Antonucci
Editore: BUR
Pagine: 125
Prezzo: 6,80 euro
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Ultimo libro di cui vi parlo in questa carrellata è il celebre Daisy Miller dell'autore americano naturalizzato inglese Henry James. Anche in questo caso è il mio primo approccio all'autore ed è un libro che aspettava da anni il suo turno di esser letto. Le mie aspettative erano cresciute non poco dopo il capitolo che Azar Nafisi aveva dedicato a questo testo all'interno del suo meraviglioso Leggere Lolita a Teheran, ma devo dire subito che le mie aspettative son state deluse. Ciò non significa che Daisy Miller non mi sia piaciuto: è una lettura piacevole, frizzante, leggerissima che si affronta in breve tempo e con molta tranquillità. Il personaggio che ci narra la storia è il giovane Mr. Winterbourne, americano da anni residente a Ginevra, in visita in una località balneare svizzera per andare a trovare una zia; qui fa casualmente la conoscenza di Daisy Miller, del suo scalmanato fratellino Randolph e della fin troppo cheta e passiva madre dei due. Anche i Miller sono americani, impegnati in un viaggio europeo necessario per la formazione dei due giovani. Daisy fa subito colpo su Mr. Winterbourne, prima di tutto per la sua bellezza e poi per il suo modo particolare e bizzarro di comportarsi ed esprimersi. La storia continuerà poi tra le bellezze, i salotti ed i ruderi di Roma, che sarà anche teatro delle incertezze di Winterbourne: Daisy non si comporta in quel modo esclusivamente con lui, ma anche con un gentiluomo - o presunto tale - italiano dal quale sembra ormai inseparabile. Le voci su Daisy Miller corrono implacabili già da tempo, al punto che qualche gentildonna già le volta le spalle ed evita di rivolgerle la parola. Mr Winterbourne si aggrapperà a qualunque cosa pur di continuare a credere nell'innocenza della fanciulla, ma fino all'ultimo sembra difficile discernere la verità. Chi è davvero Daisy Miller, com'è la sua personalità? E' davvero una civettuola di bassa lega, oppure la malizia è tutta negli occhi di chi guarda?
Sono questi sostanzialmente gli interrogativi posti da Henry James nel suo breve romanzo, e credo che il motivo principale per il quale esco da questa esperienza un po' insoddisfatta sia che ho avuto l'impressione che non ci venisse data una vera risposta, o forse ci è stata data ma a me non è bastata. Non sono stata capace di guardare oltre ciò che la parabola di Daisy Miller ci racconta, col risultato che per me è stato un libro piacevole da leggere, ma che non mi ha lasciato nulla di particolarmente significativo da custodire a lungo termine. 

Bene lettori e lettrici,
sono giunta finalmente al termine di questa veloce carrellata di mini-recensioni. Fatemi sapere nei commenti se avete letto qualcuno dei titoli di cui ho parlato e che cosa ne pensate voi, o se qualcuno di questi è nelle vostre wishlist.
Vi mando un abbraccio e vi auguro buone letture!


giovedì 14 dicembre 2017

L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Oliver Sacks

Essere dei lettori, dei collezionisti di libri, dei cultori tanto dell'oggetto-libro quanto del contenuto fa sì che - come ogni categoria di appassionati che si rispetti - tutti noi abbiamo in allegato un bagaglio di elementi caratterizzanti, di stramberie, che al tempo stesso ci accomunano e ci contraddistinguono l'uno dall'altro. Parlo di tutte quelle piccole peculiarità di cui amiamo tanto parlare, sulle quali non smetteremo mai di confrontarci col massimo gusto e divertimento. Orecchie alle pagine: abitudine vissuta con nonchalance o reato perseguibile con la legge? Sottolineare: ammissibile solo a matita, fatto con qualsiasi oggetto scrivente trovato nei paraggi al momento del bisogno, o inconcepibile perché i libri sono qualcosa di sacro che non va sfiorato 'manco con un petalo di rosa? Prestare un libro: sempre ed a chiunque o mai ed a nessun costo? Insomma, ogni lettore ha il suo personale decalogo di principi e valori rigorosamente rispettati, ma ci sono almeno due punti, due fattori che penso ci accomunino veramente tutti, mettendo sulla stessa barca persino quelli che leggono gli eBook ed i lettori che non potrebbero fare a meno dell'odore della carta. Questi due elementi sono 1) il continuare ad acquistare libri anche quando a casa la mole dei libri da leggere ha superato da un pezzo quella dei libri già letti; 2) la mole dei libri ancora da leggere.

Ecco, L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello è sicuramente tra i titoli che hanno trascorso più tempo in attesa sullo scaffale; e se andiamo a guardare anche per quanto tempo l'ho avuto in wishlist prima di acquistarlo, direi che è in generale uno dei libri che da più tempo desideravo leggere. Un signore di tutto rispetto, che può vantare un'anzianità che gli altri libri, pur attendendo il loro turno da anni, possono solo sognarsi. E com'è che proprio adesso mi sono decisa a leggerlo? Beh, semplice: agli inizi di dicembre ho osservato la mia libreria e tirato fuori tutti quei libri che assolutamente volevo aver letto entro la fine dell'anno. Ho avuto compassione per questo veterano Adelphi vestito di blu, ed ho deciso che era proprio ora di incontrarci – e di smetterla di posticipare l'incontro con la scusa che certamente sarebbe accaduto presto.

L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello è uno dei molti testi scritti da Oliver Sacks (1933-2015), neurologo di origine inglese e di fama mondiale, che durante la sua vita fu medico, scrittore e docente universitario tra l'Inghilterra e l'America. Con le sue raccolte di casi clinici Oliver Sacks contribuì a riportare in auge una tradizione molto in voga durante l'Ottocento, ma gradualmente spentasi col progredire della scienza: la narrativa medica. Secondo Sacks, infatti, in materie sì scientifiche ma che hanno pur sempre come soggetto l'essere umano la pura tecnica, la totale razionalità, l'asettico dato biologico non sarà mai sufficiente per comprendere a fondo ciò che si ha davanti. E ciò che si ha davanti in neurologia solitamente è un paziente, ed un paziente è una persona, ed una persona ha sempre una storia che non può esaurirsi nella sua malattia – nel suo deficit o nel suo eccesso neurologico. Un approccio alla scienza ed alla medicina che trovo giusto e che dovrebbe esser condiviso non solo da chi si occupa del cervello, come Sacks, ma da chiunque è preposto dal suo mestiere ad occuparsi dell'altro. Un altro uomo di scienza – da me molto amato – che condivide questa necessità di empatia, di usare sì la tecnologia ma senza escludere del tutto l'aspetto umano è Konrad Lorenz, il quale si è occupato di ogni forma di esseri viventi (tranne gli uomini) e che nei suoi stupendi testi di divulgazione scientifica ha sempre ribadito la stessa cosa: la scienza ed il suo inarrestabile (e mirabile) progresso non deve prevaricare del tutto quella sensibilità che nessun calcolo matematico può dare. Di fronte ad un problema, talvolta è la fantasia, un personalissimo intuito della persona l'unico strumento che possa portare se non sempre ad una soluzione, per lo meno ad una spiegazione.

Non ho la presunzione di essermi fatta un'idea del pensiero di Sacks dalla lettura di un solo suo testo; tuttavia traspare con chiarezza dalle sue parole quanto questo medico-scrittore abbia dato spazio all'umanità, utilizzando la sua per arrivare a quella dei suoi pazienti. Più volte Sacks ci dimostra come i test clinici appositamente studiati e preparati non rivelassero nulla sull'uomo o sulla donna che aveva davanti, e di come invece osservando quegli stessi individui quand'erano in un ambiente naturale, liberi e spontanei, egli abbia potuto assistere ad episodi straordinari, che si rivelavano poi essere la chiave per raggiungere il mondo apparentemente incomprensibile ed inaccessibile di queste persone difettose. Gli articoli sui casi clinici scritti da Sacks son spesso stati rifiutati dalle riviste scientifiche, perché ritenuti troppo 'narrativi', letterari, troppo poco scientifici: mancavano i grafici e le tabelle, dice ironicamente Sacks. Eppure la storia della narrativa medica del passato è ricca ed interessante, e Sacks cita e ricorda in continuazione i suoi maestri: primo fra tutti il russo A.R. Lurija, il padre della moderna neurologia. Ed è sulla scia di opere di quest'ultimo, come Viaggio nella mente dell'uomo che non dimenticava nulla o Un mondo perduto e ritrovato, che Sacks si arma di carta e penna e racconta alcuni dei tanti ed incredibili casi – non meno umani che clinici – incontrati nel corso della sua vita professionale.

L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello è diviso in parti, ognuna dedicata ad un preciso difetto (o eccesso) del cervello. Ogni parte ha una breve introduzione, nella quale Sacks spiega quale parte del cervello è interessata da tali danni, in cosa consistono, cosa comportano, ci offre insomma un quadro generico su cosa affronteremo nelle storie contenute in quella sezione. Abbiamo quindi Perdite – dove oltre allo stranissimo caso dell'uomo che dà il titolo alla raccolta, sono inseriti casi di perdita della memoria e di altre capacità umane che quasi diamo per scontate, ma che quando vengono meno rivelano in modo sconvolgente quanto fossero fondamentali; segue Eccessi, dove sono collezionati tic, manie, l'improvviso manifestarsi di esuberanze e stranezze in persone fino al giorno prima sobrie, meste e tranquille; in Trasporti si parla del comparire, in modo improvviso ed inspiegabile di ricordi consci o inconsci, voluti o indesiderati, sotto forma di visioni o suoni: ci sono qui i casi di due anziane signore che d'improvviso udivano canzoni dimenticate con la stessa chiarezza che se fosse stata una radio a trasmetterle, col guaio però che non potevano più spegnerle, così come c'è anche il caso di uno studente che sotto effetto di droghe aveva ucciso la fidanzata, ma non ricordava assolutamente nulla della violenta azione compiuta finché non ebbe un danno cerebrale causato da un brutto incidente. Si conclude con Il mondo dei semplici, dove Sacks riporta le storie di una manciata di ragazzi ritardati.

I miei capitoli preferiti in assoluto son stati Ray dei mille tic (in Eccessi) e L'artista autistico (Il mondo dei semplici), ma in ognuno dei casi analizzati e riportati da Sacks scienza e narrativa si alternano e si allacciano, col risultato che si imparano un sacco di cose – si sbircia attraverso una minuscola fessura nel cranio, ci si affaccia su quella cosa incredibile e misteriosa e un po' spaventosa, il cervello, che tutti abbiamo nella testa senza effettivamente saperne un accidente. E' affascinante ed al tempo stesso terrificante scoprire quante cose potrebbero andare storte, quante assurdità potrebbero sopravvenire, da un giorno all'altro, a renderci impossibile la vita per come la conosciamo.

Sono sempre stata interessata alla mente umana, ma più per quanto riguarda l'aspetto psicologico (ed al massimo psichiatrico) della faccenda; sinceramente non immaginavo di poter essere così coinvolta anche dalla neurologia, ma probabilmente perché facevo l'errore – come i medici poco graditi a Sacks – di pensarla sotto un aspetto solamente scientifico, freddo e sterile. Dimenticavo il lato umano, dimenticavo la storia dietro una terminologia complicata che definisce un problema.

Con L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello Sacks mi ha aperto un mondo e mi ha accompagnata, tenendomi per mano, durante i primi passi in un nuovo percorso che sarà sicuramente fonte di grandi soddisfazioni. Un percorso che proseguirà sicuramente con gli altri libri di Oliver Sacks, primi fra tutti Risvegli (ampiamente citato dall'autore) e Musicofilia.

E voi, avete mai letto qualcosa di Oliver Sacks?

martedì 25 luglio 2017

Due libri stupendi di cui, senza motivo, non vi ho parlato.

Guardate il mio archivio di quest'anno. Notato qualcosa? Esatto, dopo gennaio viene direttamente giugno, come avessi completamente saltato i mesi di mezzo. Non lo so proprio perché in quel frangente non sono riuscita a pubblicare neanche un post - mille piccoli disagi ed inconvenienti, il tempo che manca, la routine che ti inghiotte... Sicuramente ci sono tante ragioni e nessuna veramente valida, se non che in quei mesi non sono riuscita a prendermi dei momenti per me, da dedicare con serenità a fare una cosa che tanto mi piace come scrivere e scrivere di ciò che leggo. A febbraio ed a marzo ho letto due romanzi che rientrano tra le letture più belle di sempre, e mi dispiace troppo non averne lasciato traccia e non averle segnalate a voi, lettori e lettrici. E' una mancanza a cui debbo per forza porre rimedio, anche perché son libri a cui - a distanza di mesi - non smetto di pensare. Perciò eccovi qui due mini-recensioni, che già so non renderanno minimamente giustizia ai titoli in questione.

Charles Dickens non ha bisogno di nessuna presentazione. E' un mostro sacro della letteratura, che ancora oggi spacca a metà il pubblico, tra chi non può soffrire i suoi mattonazzi vittoriani e chi invece lo venera come un profeta; io, superfluo sottolinearlo, sono nella categoria dei veneratori, al punto che mi sono posta la folle impresa di leggere tutta la sua produzione, per di più in ordine cronologico. Ecco perché mi sono trovata con Il Circolo Pickwick in mano, primo romanzo dell'autore inglese, pubblicato in fascicoli dal marzo 1836 all'ottobre del 1837. Il Circolo Pickwick fu il primo vero caso editoriale della storia, con un successo di vendite mai verificatosi in precedenza, che portò il suo autore a fare tourneé di letture pubbliche che registravano sempre il tutto esaurito.
E non me ne stupisco affatto, perché Il Circolo Pickwick, con le sue 1016 pagine, è il libro più divertente che io abbia mai letto. Il romanzo non racconta altro che le avventure dell'illustre fondatore del Circolo, Samuel Pickwick, che decide di partire nell'anno 1827 assieme ai suoi più intimi e fedeli amici, Nathaniel Winkle, Augustus Snodgrass e Tracy Tupman - ovvero lo sportivo, il poeta e il dongiovanni. Il quartetto, almeno negli intenti, vuole girare in lungo e in largo l'Inghilterra, per descriverne gli abitanti, gli usi e costumi di inizio Ottocento. Nella pratica, sono un gruppo di sprovveduti allo sbando. Un capitolo dopo l'altro i nostri incapperanno in una miriade di personaggi più o meno sopra le righe, talvolta fidati amici e talvolta furfanti, che devieranno il loro percorso dando svolte sempre più inaspettate al viaggio del rinomato Circolo Pickwick. L'ironia che Dickens ha qui usato nella sua scrittura è senza pari e senza eguali, ho riso fino ad avere le lacrime agli occhi, soprattutto per come Samuel Pickwick viene in continuazione osannato come fosse il più brillante e migliore tra gli uomini, quando poi ci viene spesso fatto notare che fosse tutt'altro che una cima. I suoi compagni, tutti eleganti e sommi gentiluomini, non sono meno esilaranti di lui: da Winkle - tanto mitizzato come sportivo - che tanto nell'arte della caccia quanto in quella del pattinaggio sul ghiaccio vi farà piegare in due dal ridere a Tupman che, a causa del suo debole per il gentil sesso, metterà tutta la compagnia in situazioni sempre più folli. I personaggi di questo romanzo sono indimenticabili: dal malefico Job Trotter, brigante dalla parlantina inarrestabile, abile trasformista, che farà dannare il nostro beniamino ad ogni loro incontro fino alla redenzione finale; a Samuel Weller, fido servitore, assistente, tuttofare di Mr Pickwick, che non a caso porta il suo stesso nome: Weller è in tutto e per tutto la controparte di Pickwick. Tanto Mr Pickwick è sbadato, sprovveduto, poco pratico delle cose del mondo, tanto Mr Weller è sveglio, abile, furbo, esperto. E poi, vi dico che vale la pena leggere questo romanzo anche soltanto per le conversazioni tra Samuel Weller e suo padre. La loro saggezza ed i loro modi di dire sono qualcosa che semplicemente non potete perdervi.
Dentro questo romanzo c'è qualsiasi cosa: l'avventura, le scoperte, la suspense, storie romantiche, d'amicizia, di politica, di tradimento... qualsiasi cosa vi venga in mente, buttatecela dentro, ripassatela in salsa vittoriana, condite con abbondante talento narrativo e ricoprite tutto con litri d'ironia. Ecco a voi la ricetta de Il Circolo Pickwick.

L'altro libro non so se e quando l'avrei letto se non fosse stato per mia nonna, che un giorno mi ha allungato la sua vecchia edizione di Uccelli di rovo - molto più bella di questa moderna che in copertina mette gli attori del film, che fanno subito pensare ad una storia qualunque tra lui&lei invece NO! - dicendomi: "Questo è il libro più bello che io abbia mai letto, vedi un po' se ti piace".
Me lo sono portato a casa, la sera stessa l'ho aperto e nella prima pagina l'autrice descriveva una bimba che in mano teneva una bambola, un bene prezioso perché era la prima che avesse mai ricevuto. Niente di sconvolgente, vero? Eppure sin da quelle prime righe la magia era compiuta, ero dentro, assorbita, trasportata nella vasta e sconfinata Australia dove tutto il romanzo è ambientato. Uccelli di rovo è stato uno di quei libri, uno di quelli che ci entri dentro e non ne esci più neanche dopo che l'hai terminato. Racconta di una famiglia, e la racconta dall'inizio alla fine, in un perfetto cerchio che compie il suo corso e poi si chiude.
Non voglio dirvi proprio nulla della trama, perché per me è stato incredibile scoprirla pagina dopo pagina. Vi dico piuttosto di quanto sia straordinaria Colleen McCullough, capace di descrivere i paesaggi dell'Australia come ne stesse facendo una fotografia, dipingendo per il lettore l'immensità degli spazi, l'odore delle bestie, l'aria appiccicosa nei periodi di siccità, e poi quelli che a me sono piaciuti di più: i cieli stellati, infiniti sopra la testa di te, piccolo umano, fermo in mezzo ad una strada, dove per chilometri e chilometri non c'è niente né da un lato né dall'altro della strada se non la terra che corre e corre, e sopra quel tappeto di stelle di cui, nel silenzio assoluto, quasi senti il suono.
Colleen McCullough è talmente brava che ti fa entrare non soltanto nel cuore dei suoi personaggi, ma persino nella loro testa e nella loro carne. Conseguenza di un così grande talento, è che il lettore si vive in prima persona tutto ciò che capita ai protagonisti. Uccelli di rovo mi ha fatto provare ogni emozione possibile. Mi ha fatto sorridere, mi ha dato dolcezza, compassione, mi ha fatto provare rabbia, sdegno, dispiacere, speranza, delusione, ho provato il senso di rivalsa così come quello di sconfitta; c'è tanta bellezza, tanto rimorso, certi conflitti come tra forze primordiali. Per quanto famoso il titolo, non avevo mai letto né sentito qualcuno che ne parlasse, e questo non è assolutamente giusto perché Uccelli di rovo è un capolavoro assoluto e se non lo avete sulle vostre librerie vi consiglio di rimediare al più presto.
Sì nonna, m'è piaciuto, è una delle cose più belle che abbia mai letto.

martedì 7 giugno 2016

Libero chi legge #15: L'anello di re Salomone, Lorenz

Sono cresciuta in una grande casa in cima ad una collina. La casa è divisa in due, sopra c'è la mia famiglia e sotto i nonni paterni; un grande giardino circonda la costruzione e da ogni finestra si vede la campagna che si estende in lungo ed in largo. Fin da piccola per me le stagioni, prima che dal cambio di temperatura o di abiti negli armadi, erano scandite dai colori degli alberi, dai tipi di frutta, dagli odori che potevo sentire non appena varcavo la porta. Era autunno quando dalle porte della cantina arrivava inconfondibile l'odore del mosto, era primavera quando uscendo sul balcone della mia camera potevo vedere il romantico rosa dei fiori sugli alberi di pesco. Era indubbiamente estate quando i nonni salivano dalla campagna portando pesanti secchi ricolmi di ciliegie grandi e rosse.
In tutto questo spazio, ovviamente non sono mai mancati gli animali. Intorno ho sempre avuto cani, gatti, uccellini... senza contare tutti gli animaletti selvatici che da piccola andavo a cercare e osservavo incuriosita.

Crescere in questo modo, quasi sempre all'aria aperta ed in mezzo alla natura, ha lasciato in me un'impronta profonda, un amore per il mondo naturale e soprattutto animale di cui nemmeno io fino a qualche anno fa mi ero veramente accorta, essendo per me qualcosa di imprescindibile quasi, una condizione - per l'appunto - naturale.

Non poteva capitare momento della vita più adatto per imbattermi nella figura di Konrad Lorenz (1903-1989).
Konrad Lorenz
Lorenz fu uno zoologo ed etologo austriaco, considerato il fondatore della moderna etologia scientifica. Nel 1973 fu insignito del premio Nobel per la medicina e la fisiologia, insieme ai colleghi Nikolaas Tinbergen e Karl von Frisch. Ma soprattutto Lorenz fu - ed è tutt'ora - una figura fondamentale per la sua opera di divulgazione scientifica. Lorenz è infatti autore di numerosi volumi dedicati al suo amato mondo animale, nei quali racconta in modo semplice e assai coinvolgente tutto ciò che ha studiato e prima di tutto osservato.

La bellezza del mondo di questo autore, infatti, è che pur essendo un grande scienziato egli non perse mai quello spirinto infantile che per primo lo aveva condotto verso quella che sarebbe diventata anche la sua professione: Lorenz racconta di come fin da piccolo si portasse a casa ogni tipo di animali e animaletti, e di come i genitori lo lasciassero fare per assecondare quella curiosità tipica di una grande intelligenza. Il piacere di stare in mezzo agli animali è ciò che ha sostenuto tutta la vita personale e studiosa di quest'uomo brillante e particolare, che con buona pace dei suoi conviventi umani lasciava scorrazzare per casa e nel giardino cani, gatti, scimmie, tassi, criceti e roditori vari, oche e ogni tipo di volatili. Tanto per citarne alcuni.

L'anello di re Salomone è una delle preziose pubblicazioni di cui Lorenz ci ha fatto dono, edito da noi dalla casa editrice Adelphi (alla quale sono ancora una volta infinitamente grata). Il volume conta circa 300 pagine, suddivise in varie parti a seconda della specie animale o dell'argomento trattato. Ciò che mi è piaciuto da matti è che ho imparato tantissime cose divertendomi un sacco, ed è esattamente questo che dovrebbe avvenire nel processo di insegnamento-apprendimento. La scrittura di Lorenz è chiara, coinvolgente e capace di divertire il lettore. Le informazioni di carattere prettamente scientifico arrivano senza neanche rendersene conto, perché sono strettamente legate agli infiniti aneddoti della vita di Lorenz assieme ai suoi tanti amici animali.

Mi sono emozionata leggendo la storia di un pesce, sono rimasta incantata dinnanzi alle intricate vicende del mondo di volatili quali le taccole, i corvi e i pappagalli, ho riso divertita per il modo di fare delle oche e soprattutto ho amato la sezione riservata ai cani, l'animale con cui posso davvero dire di aver fino ad ora condiviso la vita: nella parte dedicata a loro ho potuto riconoscere tantissime cose già osservate personalmente ed approfondirne la storia e la conoscenza di linguaggi e comportamenti.

E' un libro che andrebbe fatto leggere nelle scuole, non solo perché - nonostante l'uomo tenda a dimenticarsene - siamo anche noi parte del mondo animale, ma anche perché il rispetto per la natura e gli animali è qualcosa che andrebbe insegnato e trasmesso in maniera ben più profonda di quanto non venga fatto oggi.

E' una lettura che spassionatamente consiglio a chiunque nutra un minimo di amore o curiosità per gli animali, a chiunque condivide la propria casa con un qualunque essere vivente diverso dall'uomo, ma anche a chiunque abbia voglia di imparare qualcosa divertendosi o di leggere un libro diverso dal romanzo o dal racconto.

Io, dal canto mio, cercherò di procurarmi gli altri libri di questo autore che tanto mi ha appassionata.

E voi, avete degli animali? Raccontatemi di loro nei commenti, o fatemi sapere se il mondo delle tante specie con cui condividiamo il pianeta vi affascina abbastanza da attrarvi verso questa lettura!

Un abbraccio

martedì 29 marzo 2016

Un breve commento ad un libro ancora più breve

Di Elizabeth Bishop (Massachussets, 1911-1979) conoscevo per sentito dire soltanto il nome, perché principalmente questa donna, importante figura della letteratura americana novecentesca, si è dedicata alla poesia. Purtroppo - e me ne rammarico davvero molto - salvo delle eccezioni che si contano sulle dita di una mano, non sono mai stata un'appassionata lettrice di poesia. Si tratta di un mondo cui sono riuscita ad appassionarmi solo da studentessa, quando c'era un professore a guidarmi tra i versi e le figure retoriche. Quello poetico è un universo che mi piace indagare con lo spirito tipico dei bambini che smontano i giocattoli per vedere cosa c'è dentro. Ed è esattamente per questo che non sono capace di godere appieno della semplice lettura di un componimento poetico.

E allora perché ho esordito nominando Elizabeth Bishop?
Be', perché parecchio tempo fa ormai mentre facevo un ordine su Libraccio mi è capitato sotto gli occhi un libro piccolo piccolo, di cui si diceva soltanto: la Callas della poesia novecentesca in due felici arie in prosa. Sono rimasta talmente affascinata ed incuriosita da inserire istintivamente il volumetto nel carrello assieme agli altri libri.

Il volumetto in questione era appunto della Bishop, si intitola Il mare e la sua sponda, edito da Adelphi e conta appena 42 pagine. Contiene due brevi racconti, che mi hanno fatto proprio lo stesso effetto che mi fa la poesia, ovvero hanno scatenato quel desiderio di smontare il giocattolo per provare a capirlo. Li avevo già letti una volta, casualmente proprio nel marzo dello scorso anno; ma mi è venuta voglia di leggerli di nuovo, perché non li ricordavo poi tanto bene.

Le due brevissime storie che ci ha regalato la Bishop sono quanto mai particolari e misteriose. La prima, intitolata proprio Il mare e la sua sponda, ci parla di un uomo che nella vita si occupa di tener pulita una spiaggia. La percorre in lungo e in largo di notte, ed il suo compito nello specifico è raccogliere tutta la carta che trova. A tal fine è munito di una specie di forcone con cui infilzare tutta la cellulosa che trova, e di tutto il necessario per bruciarla. Il fatto è che quest'uomo non la brucia subito, non tutta almeno: opera una selezione immediata, tenendo da parte tutto ciò che potrebbe interessarlo. Poi, nella sua casa che più che altro è un'idea di casa, ricostruisce fantasiosamente pezzi di storie ed articoli di giornale.
La seconda si intitola In prigione e la voce narrante è quella di un uomo sicuro di andare incontro ad un arresto ma che - e questa è la particolarità - sembra felice ed impaziente di tale prospettiva. Non solo: il futuro carcerato ragiona e riflette sulle condizioni della propria detenzione, augurandosi che questa sia il più rigorosa possibile. Non sapremo mai cos'ha fatto né perché sembri tanto desideroso di venir chiuso in una cella fredda e sterile.


Elizabeth Bishop riesce ad inserire in così poche pagine moltissimi riferimenti letterari, espliciti e non, e soprattutto desta una curiosità lancinante nel lettore. Questo non sapere assolutamente nulla di due personaggi tanto fuori dal comune lascia ampio spazio all'immaginazione, fa sorgere domande a cui non avremo mai una risposta. Chi non ama i racconti non potrà mai apprezzare due narrazioni tanto corte e incomplete, chi invece al contrario ne va ghiotto troverà qui un concentrato di ciò che il racconto breve dovrebbe essere: un'occhiata veloce dentro la vita di qualcun altro, come un bagliore dentro una stanza buia che per un attimo ci permette di vederne l'interno. Poi basta, senza conoscere il prima né tanto meno il dopo.

giovedì 18 febbraio 2016

Libero chi legge #12: Leggere Lolita a Teheran, Nafisi

Leggere Lolita a Teheran. Quando l'ho comprato era plastificato, come la maggior parte dei libri editi da Adelphi che si trovano in libreria, perciò solo scartandolo una volta pronta ad iniziarlo ho scoperto che aveva la copertina morbida, molto piacevole da tenere in mano. La mia esperienza con questo libro comincia attraverso il senso del tatto, e non è una cosa di poco conto, perché è una lettura che ha toccato ogni tasto possibile. In copertina c'è la foto di una donna coperta da un abito e dal velo nero, quello che tutti associamo automaticamente alle donne arabe; tutto quel nero non riesce comunque a smorzare la bellezza della donna che avvolge, l'attrice iraniana Leila Hatami. L'oscurità dei suoi abiti nella foto è contrastata dalla mela rossa che tiene in mano, dallo smalto celeste chiaro che si intravede sul pollice, e poi dal cielo azzurrissimo che domina lo sfondo.

Arrivato immacolato nelle mie mani, adesso questo volume è profondamente segnato – così come io sono stata profondamente segnata dai giorni trascorsi assieme. E' farcito di post-it e linguette segnalibro: quando lo leggevo di notte, a letto, la lampada proiettava l'ombra del suo profilo sulla parete alla mia sinistra che sembrava il profilo lontano di una città. Case, edifici, palazzi – magari quelli di Teheran.

La prima cosa che mi viene da dire a proposito di questo libro è che mi ha fatto sentire grata, grata di avere come passione quella per i libri perché ti capita, nella vita, di leggere cose come le pagine di Azar Nafisi, capaci veramente di aprirti la mente, ma che dico aprire: spalancare la mente. Tra le altre – tante – cose, Leggere Lolita a Teheran è un libro che fa a pezzi pregiudizi e luoghi comuni.
Che immagine abbiamo noi dell'Iran, e soprattutto delle donne dell'Iran?
Una delle cose che ho capito grazie a questo libro è che da questa parte del mondo rischiamo di avere un'immagine falsata di loro almeno quanto alcuni esponenti del loro popolo sbandierano un'immagine sbagliata dell'Occidente, nel bene e nel male – sì perché l'idea dell'Occidente da loro è o bianca o nera: o è la concretizzazione del Male da combattere, o una sorta di mondo ideale per cui vale la pena di rischiare il tutto per tutto pur di raggiungerlo. Ma noi, dell'Iran – e dei paesi arabi in generale – rischiamo di conservare un'idea altrettanto limitata e limitante.

Parlando di me ad esempio, ho avuto un periodo – durante le medie soprattutto – in cui ho letto moltissime testimonianze e biografie, perché non capivo determinati eventi – come l'Olocausto e, per l'appunto, le condizioni di vita delle donne nei paesi islamici. Per caso gli ebrei erano persone orribili che avevano fatto male a qualcuno? Le donne di quei paesi erano diverse da noi, bisognava farle rigare dritto se no chissà che combinavano? Mi chiedevo ad undici, dodici anni. Beh, il frutto delle tante letture di quegli anni mi diedero una risposta: no, tutti quegli eventi non avevano alcun senso né tanto meno valide motivazioni. Devo ammettere però che poi non sono andata oltre quel tipo di approfondimenti, e non so assolutamente nulla della cultura araba, ma non solo: mi sono resa conto, grazie ad Azar Nafisi, che non avevo mai immaginato una ragazza iraniana della mia età andare all'Università ed innamorarsi di Jane Austen, o di Gatsby o di qualunque altro protagonista della letteratura Occidentale. Mi veniva difficile persino immaginare che ad una ragazza fosse permesso andare all'Università e che se anche le fosse stato possibile, difficilmente avrebbe trovato docenti di larghe vedute che si sarebbe spinto ad insegnare agli studenti qualcosa che fuoriuscisse dall'ideologia dominante. Quest'ultima idea non è del tutto sbagliata, perché effettivamente non è scontato che una ragazza iraniana vada all'Università, che possa studiarvi serenamente e che non sia espulsa per una sciocchezza; ancor meno scontato è trovare docenti degni di questo nome, perché Azar Nafisi è l'eccezione e non la regola.

Azar Nafisi
Iniziamo parlando proprio di lei. Azar Nafisi è nata nel 1955 a Teheran, figlia dell'ex sindaco della capitale e della prima donna ad entrare nel parlamento iraniano. A tredici anni i genitori la mandano a studiare in Inghilterra, ed è da questo momento in poi che ha inizio il lungo percorso della Nafisi nell'approfondimento della letteratura Occidentale, che – scolasticamente – terminerà in America con una laurea in letteratura inglese presso la University of Oklahoma ma che personalmente porterà avanti per sempre. Nel '79 torna a Teheran dove per diciotto anni – escluso il periodo dall'81 all'87 durante il quale fu espulsa per aver violato le norme sull'abbigliamento – insegna letteratura inglese presso l'Università Allameh Tabatabai. Nel 1995, non accettando di sottostare al volere delle autorità che non le avrebbero certo permesso di mantenere i suoi corsi per come lei li aveva sempre condotti, decide di licenziarsi. A questo punto, sceglie tra le tante studentesse che ha incontrato nella sua carriera quelle più brillanti e più sinceramente appassionate alla letteratura e per loro e con loro si incontra ogni giovedì mattina a casa sua, per un seminario privato e segreto dove avrebbero letto e discusso una serie di autori e romanzi ormai vietati. E' da questo che nasce Leggere Lolita a Teheran.

Il libro è diviso in quattro parti: Lolita, Gatsby, James, Austen. In ognuna di queste, le brillanti analisi dei vari romanzi si mescolano e si intrecciano a quanto accadeva nel mentre in Iran, ai ricordi personali di Azar Nafisi, alle storie delle «sue ragazze», come affettuosamente chiama le studentesse del seminario. Quella su Lolita è la parte che personalmente ho amato di più, perché la lettura che la Nafisi ci offre del romanzo di Nabokov è di una portata potentissima, chiara ed illuminante. Quella della piccola Lolita diventa la storia di ogni popolo soggiogato da un'ideologia, dove quel popolo non è più composto da persone, da individui, ma soggetti che devono incarnare il sogno di qualcun altro. Dal punto dell'analisi letteraria, quella su Gatsby è la parte che mi è piaciuta meno, ma semplicemente perché per Gatsby non ho mai nutrito una grande passione; ma della sezione dedicata a Fitzgerald ho amato ben altri aspetti, come la lotta – anche con una parte degli stessi studenti stessi – per poterlo leggere in classe. Della parte su Henry James mi resta soprattutto l'immagine di Azar Nafisi che, di notte, quando cominciavano i bombardamenti, andava a sedersi in corridoio per poter stare più vicina ai figli, e restava a leggere Daisy Miller con la sensazione che finché fosse rimasta sveglia tutto sarebbe andato bene. La quarta parte dedicata a Jane Austen dovrebbero leggerla tutti coloro che sottovalutano la madre di capolavori quali Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento, Emma. 

Leggere Lolita a Teheran è un grido d'amore per la letteratura, il ritratto e l'evoluzione della società iraniana – che può chiarirci molto le idee, da questo punto di vista – e una profonda riflessione sui diritti umani fondamentali e sui diritti ed il ruolo della donna. Nondimeno, è anche un libro scritto benissimo, che chiede e che sa poi creare un profondo coinvolgimento emotivo da parte del lettore. Nelle prime pagine Azar Nafisi ci chiede espressamente di fare lo sforzo di immaginare lei e le sue ragazze, nel suo soggiorno, che leggono Lolita a Teheran. Se non saremo in grado di visualizzare questo, non sapremo neanche incamerare tutto ciò che viene dopo. D'altronde uno dei punti su cui la Nafisi torna più spesso e nel quale sembra credere fermamente, è che la letteratura sia essenzialmente un atto di empatia: se non siamo capaci di metterci davvero nei panni di un altro, difficilmente potremo mai appassionarci ad un romanzo o affezionarci al suo protagonista. E credo sia difficile non concordare con questo suo pensiero.
Ma non sono certo "solo" le parti dedicate ai romanzi quelle che mi resteranno impresse... Le immagini che forse mi porterò dietro più a lungo sono le descrizioni delle ragazze che quando entrano a casa sua sono tutte uguali, tutte coperte, tutte nere; e poi si tolgono il velo ed ognuna esplode dei suoi colori. I punti che andrei avanti a sottolineare sono tantissimi, perché questo libro è un concentrato di intelligenza, capacità critica, lungimiranza, uno spaccato di mondo e di realtà che oggi più che mai è importante conoscere. Grazie a questo libro non ho trovato solo una lettura illuminante, ma anche una donna da prendere ad esempio. Vi lascio qui il video della sua partecipazione lo scorso anno al festival Pordenonelegge, dove discute con Loredana Lipperini di un altro suo libro, La Repubblica dell'immaginazione, dove con gli stessi espedienti e meccanismi affronta la strumentalizzazione della letteratura stavolta da quest'altra parte di mondo: nel 1997, infatti, Azar Nafisi ha deciso – a malincuore – di lasciare Teheran. E' tornata in America, dov'è diventata docente presso la Johns Hopkins University. E ha scoperto che, se in Iran c'è chi è pronto a rischiare la vita per leggere Lolita, il più grande nemico della cultura e della bellezza in Occidente è invece l'indifferenza.

«Un romanzo non è un'allegoria. (...) E' l'esperienza sensoriale di un altro mondo. Se non entrate in quel mondo, se non trattenete il respiro insieme ai personaggi, se non vi lasciate coinvolgere nel loro destino, non arriverete mai a identificarvi con loro, non arriverete mai al cuore del libro. E' così che si legge un romanzo: come se fosse qualcosa da inalare, da tenere nei polmoni. Dunque, cominciate a respirare. Ricordate solo questo. E' tutto: potete andare.»


Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina , Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna. Il commento al rom...