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domenica 27 agosto 2017

Confessioni di una lettrice: ho letto Federico Moccia

Io ero una rompicoglioni, polemica e critica già da ragazzina. Anzi, molto più allora che adesso ed il motivo mi era chiarissimo già dagli undici anni in poi: la maggior parte dei coetanei che avevo attorno mi sembravano degli idioti e non volevo venire identifica con loro soltanto perché avevo la sfortuna di avere la stessa età. Ho sempre pensato di esser nata già adulta - come si dice anche di Rory in Gilmore Girls - perché, soprattutto finché andavo a scuola, trovavo ben poco in comune con la gente che mi circondava (a quanto mi è stato riferito, le maestre mi definivano "matura per la mia età" all'asilo, il che la dice lunga). E se verso il terzo anno delle superiori ero riuscita più o meno ad accettare tale circostanza vivendo più o meno serenamente la mia vita, prima di allora qualsiasi stupidaggine poteva assumere le drammatiche dimensioni di un conflitto - tra me e me, tra me e gli altri, verso il mondo tutto per far capire che ero diversa. Non che mi sentissi superiore - anzi, la maggior parte delle volte mi sentivo l'ultima ruota del carro - ma, per farvi un esempio, quando un adulto dava per scontato che mi piacesse Tre metri sopra il cielo perché in quel periodo piaceva a tutti quelli della mia età, ecco, in circostanze come quelle odiavo la mia generazione e davo inizio a certi comizi - di cui probabilmente, data la concitazione con cui mi esprimevo, il mio interlocutore poteva comprendere ben poco - per spiegare perché non avrebbe proprio dovuto azzardarsi a fare affermazioni così false e tendenziose. 


C'era un'altra cosa, poi, che da ragazzina mi dava molto, molto fastidio, ed era chi giudicava - non soltanto me ma anche ciò che più mi piaceva (il che, a certe età, è praticamente la stessa cosa) - senza conoscere ciò di cui stava parlando. Proprio per questo, io per prima non mi sarei azzardata a sparare a zero su qualcosa che non avessi prima fatto lo sforzo di approfondire e proprio per questo, benché fossi sicura che i "libri" di Federico Moccia fossero terribili anche prima di avvicinarmici, con un coraggio non indifferente decisi di leggerli: per prepararmi alla lotta. 
La lotta in difesa della lingua italiana, della necessità di un senso logico all'interno di una struttura narrativa e, nondimeno, del buongusto. Fatta questa doverosa premessa, partiamo dal principio.
Frequentavo le scuole medie e tutte le mie coetanee - ma anche molti coetanei maschi, diciamocelo - impazzivano per Tre metri sopra il cielo, all'epoca meglio conosciuto come 3MSC (i detrattori erano soliti aggiungerci un bel: Costa Crociere). Il modo più efficace per un gentiluomo che volesse conquistare la sua bella era scriverle da qualche parte "Io e te 3MSC" (i più audaci optavano per il muro sotto casa di lei), mentre le fanciulle, dal canto loro, sognavano che a corteggiarle fosse uno bello & dannato come Step, il protagonista del "romanzo" in questione (ora io non vorrei stare a sottolinearlo ma, dai, step in inglese significa passo o scalino, che razza di soprannome è). Era proprio inevitabile trovarsi talvolta coinvolti in un'accesa discussione attorno alla intensissima (?) e tormentatissima (?) storia d'amore di Step & Babi, la protagonista femminile (come potete notare, i nomi sono uno meglio dell'altro).

Ma di cosa parla, in fondo, Tre metri sopra il cielo? Beh, c'è Babi che è una liceale carina ed educata, che viene da una famiglia molto perbene dell'alta borghesia romana, però un giorno incontra Step che è un ragazzo davvero bellissimo però è un poveraccio, indossa sempre la giacca di pelle e ha la moto, quindi è molto cattivo. I due iniziano ad interagire con battibecchi che non hanno proprio motivo di esistere, ed anche se probabilmente sin dall'inizio avrebbero solo voluto limonare, per un po' portano avanti la farsa del no, lei è una ragazza troppo al di là delle mie possibilità e del no, quello è un ragazzaccio povero, non posso; ovviamente poi invece cominciano ad uscire insieme, si innamorano eccetera e Step tira fuori il lato dolce & sensibile che ogni bello & dannato che si rispetti nasconde sotto la giacca di pelle mentre lei - che prima di conoscerlo ovviamente non aveva mai marinato la scuola, detta una sola bugia in vita sua o avuto un qualunque pensiero impuro - inizia a mentire e rispondere male ai genitori, scappare di casa e stare in giro fino a notte fonda. 
Oltre alla coppia principale, ce n'è anche una secondaria, composta ovviamente dal migliore amico di lui e dalla migliore amica di lei che - se avete storto il naso su Step & Babi non so come reagirete ora - si chiamano Pollo & Pallina. Ora, io ho capito che sono soltanto soprannomi, ma soprannomi del genere non li darei neanche alle mie galline se ne avessi, figuriamoci ai protagonisti di un libro (a meno che non si tratti di un simpatico libro per l'infanzia il cui protagonista è, che ne so, veramente un Pollo molto affezionato alla sua Pallina). Praticamente non c'è altro, perché la trama è questa, e se è vero che è di una banalità sconcertante è anche vero che tocca vette di originalità per gli elementi trash, come le gare clandestine in moto che i nostri protagonisti fanno in luoghi proibiti della Roma notturna, gare che prevedono di percorrere una certa distanza sulla moto impennata, con il super maschio alla guida e relativa ragazza seduta dietro, girata al contrario, legata al guidatore da una cinta rigorosamente della Camomilla (infatti, le ragazze che partecipavano venivano chiamate "le Camomille") e Babi raggiunge il perfezionamento della sua mutazione da brava ragazza a ragazza ribelle nel momento in cui decide di essere la Camomilla di Step. Insomma cose troppo trasgri che trascendono forse le nostre capacità di comprensione. Tra l'altro, Pollo muore facendo questa cosa intelligentissima, perciò c'è anche il lato profondo, di denuncia sociale verso la pericolosità di certi passatempi (no, non gli è riuscito bene neanche questo in realtà).


Nonostante io ci abbia provato più volte, non sono mai riuscita effettivamente a spiegare quanto sia brutto questo libro, per questo mi sono sempre limitata a parlare di quanto sia diseducativo, a partire dalla rappresentazione di attività - come quella sopra descritta delle corse in moto - estreme e pericolose come indispensabili per essere ammirati e rispettati; le protagoniste femminili sono veramente stupide ed antipatiche, ricordo ancora quanto mi davano fastidio i passaggi in cui Babi & Pallina (soprattutto quest'ultima) quasi bullizzavano le compagne di classe studiose per farsi dare i compiti da copiare, perché loro giustamente erano state troppo impegnate a fare le Camomille o altre faccende sì degne di nota per potersene occupare. La cosa che mi pareva grave era che situazioni simili non venivano descritte da Moccia come rappresentazione della realtà, con un tono che dicesse: queste cose purtroppo succedono e tu adolescente le riconoscerai sicuramente e leggendole qui in questo libro comprenderai ancora meglio che è un modo di ragionare sbagliato! No, il modo in cui le raccontava Moccia ad una ragazzina/o non ancora dotato di un profondo senso critico, trasmetteva proprio: se hai gli occhiali, ti comporti bene e studi sei una sfigata che merita di essere insultata, quelle fighe son solo quelle troppo trasgry come Babi & Pallina. Okay, Federico, va bene.
Un'altra cosa bruttissima è che l'"autore" non fa altro che elencare marche in voga tra gli adolescenti di quegli anni, la Camomilla era soltanto un assaggio, perché dall'inizio alla fine non fa che identificare i personaggi tramite le marche delle cose che indossano, che fumano, che vedono, che vogliono, che comprano. Una cosa veramente tristissima.
Veniamo poi a come è scritto, questo "libro". Tre metri sopra il cielo ha anche il merito di aver sfatato un mio mito dell'infanzia, ovvero credevo fermamente che chiunque scrivesse un libro, per lo meno sapeva scrivere. Poteva essere brutta la storia, antipatici i personaggi, ma se uno scrive un libro per forza sa scrivere! - questo pensavo, nella mia ingenuità, poi ho letto Tre metri sopra il cielo ed ho capito che no, non era vero, nel mondo reale non dovevi per forza saper scrivere per pubblicare un libro. Federico Moccia, almeno quando scrisse Tre metri sopra il cielo (ma temo che dopo sia andato persino peggiorando) non possedeva nozioni di grammatica neanche elementari. La sequenza soggetto - verbo - complemento gli era estranea e difficilmente riusciva a comporre una frase che contenesse una subordinata: tre o quattro parole, punto; tre-quattro parole, punto. E non disturbiamo, per carità, forme verbali quali il congiuntivo o il condizionale. A livello di scrittura, insomma, al confronto Fabio Volo meriterebbe veramente il Nobel per la letteratura. Mi chiedo perché - me lo chiedo da allora, da più di dieci anni... - gli sia permesso pubblicare libri, ma so che è una domanda la cui risposta può essere soltanto più triste persino dei suoi "libri".

Non potrei lasciarvi in altro modo se non con il trailer del film che, all'epoca in cui uscì, sentii come fatto apposta per dare soddisfazione a chi la pensava come me, un piccolo grande riscatto ai troppi soprusi visti ed uditi ogni giorno, un film che in una volta sola li parodiava tutti, i cui protagonisti erano Stramarcio (talmente bello & dannato che pioveva persino sul suo ritratto - muoio!), Bambi e Tacchino. Le pericolosissime corse in moto rimpiazzate da altrettanto pericolose corse coi carrelli sono geniali.




giovedì 10 agosto 2017

Quella volta che ho lottato per un libro come Carrie Bradshaw per un paio di Jimmy Choo's

Avete presente quelle scene patetiche che vediamo spesso nei film e telefilm americani - o anche proprio da servizi pseudo-giornalistici - che immortalano la pazzia durante i saldi nei grandi magazzini? Non parlo tanto delle orde di gente che si spinge per entrare nel negozio e neanche tanto delle corse a chi arriva primo calpestando impietosamente qualche disgraziato inciampato nei lacci delle sue stesse scarpe; penso più che altro a quelle immagini in cui due persone, più probabilmente due donne, si contendono un paio di scarpe o un qualche capo di abbigliamento. Lo abbiamo visto più di una volta con Carrie Bradshaw in Sex and The City, e sono sicura che cercando su youtube si troveranno veri e propri incontri di wrestling consumati davanti allo stand più succulento. Ecco, ad una persona - uomo o donna che sia - che non nutre un particolare interesse verso le scarpe o che non sa un'acca di moda questo fenomeno non potrà che sembrare inspiegabile. Perché fare ore di fila, sgomitare, litigare, rischiare la vita per un banale oggetto da indossare? Vaglielo a spiegare che si tratta di una giacca di Vivienne Westwood edizione limitata che ora costa l'iradiddio ma prima costava il doppio. Non avrà comunque alcun senso, per l'umano comune, che per quanto ne sa di moda la nonna con le croks fosforescenti spacca.

Ecco, non che io sia invece una patita delle firme, che ci capisca qualcosa delle settimane della moda o che vada in tilt durante i black friday e, più in generale, la moda non c'entra niente con questo post; l'ho utilizzata come argomento introduttivo perché quando penso alle follie che si fanno per qualcosa che ci piace da matti, nella testa mi appare l'immagine di Carrie Bradshaw che picchia qualcuno pur di accaparrarsi le sue adorate Jimmy Choo


Noi lettori, appassionati di libri, abbiamo quanto meno la fortuna di avere una passione relativamente semplice da seguire. Il nostro problema è che il mondo dell'editoria e delle storie pubblicate passate presenti e - non pensiamoci neanche - future è praticamente infinito e dobbiamo vivere con la consapevolezza che la nostra breve vita umana non sarà mai sufficiente per leggere tutto ciò che vorremmo; se riusciamo a venire a patti con questa triste realtà, però, i nostri problemi non sono poi molti: i libri, a meno che non ci mettiamo a cercare prime rarissime edizioni, hanno prezzi accessibili; capita che un titolo da noi desiderato finisca fuori catalogo, però con un po' d'impegno e fortuna quasi sempre si rimedia dal mercato dell'usato; non c'è alcun bisogno di fare a botte nelle librerie, neanche durante i saldi (al massimo, la gente devi picchiarla per portarcela, in libreria). Insomma, la nostra esistenza da bibliofili pare piuttosto tranquilla, vista dall'esterno. Eppure anche noi - più silenziosamente, pacatamente - facciamo le nostre follie a causa di ciò che più amiamo ed è proprio di queste che oggi ho in mente di raccontare. Le piccole o grandi follie che, fino ad oggi, ho fatto per o a causa di un libro. 

Avevo quindici anni ed un'Amica Lettrice (se per caso mi leggi, ciao E.!). Io e l'Amica Lettrice avevamo gusti simili su tantissime cose, opposti su altri. L'Amica Lettrice ad esempio ebbe un'acuta fase vampirismo che a me non sfiorò neanche minimamente; non so se sia stato sull'onda di questa fase o l'attrazione verso la storia d'amore - l'Amica Lettrice era anche molto sentimentale e romantica - fatto sta che iniziò a leggere Twilight di Stephenie Meyer, iniziò a parlarmene tutti i giorni ed io drasticamente dicevo no, ci sono i vampiri e altre cose strane che schifo non lo leggo. Il problema è che io e l'Amica Lettrice, non avendo altri amici lettori, passavamo davvero tantissimo tempo insieme a parlare e fantasticare su ciò che più ci entusiasmava e daje oggi daje domani - come si dice in italiano forbito - ho detto vabbè dai, lo leggo. Sì, perché l'Amica Lettrice era proprio impazzita per questa saga, quanto meno ero curiosa di capire cosa ci fosse dentro, e per Natale mi feci regalare in blocco i tre libri che erano usciti fino ad allora, ovvero Twilight, New Moon ed Eclipse. Ora, i regali li ho scartati il 24 dicembre e la sera stessa iniziai a leggere Twilight; vi posso giurare che il 30 dicembre stavo leggendo l'ultima pagina di Eclipse. La saga della Meyer è stata l'unica che avesse vampiri e licantropi che io abbia mai letto e lo so, lo so, che chiunque apprezzi il genere è schifato dall'idea del vampiro vegetariano, che splende alla luce del sole e altre cose - come dire - particolari che la Meyer si è inventata. Ad una come me, però, che di vampiri e licantropi non m'interessa proprio queste stranezze non diedero alcun fastidio né era la presenza di queste creature che mi seppe tenere incollata alla lettura. In realtà non saprò mai spiegare cos'è che mi appassionò tanto, anche perché probabilmente se riaprissi oggi quei libri troverei insulsa Bella Swan e improbabili i membri della famiglia Cullen (o forse no, chi lo sa). A differenza di molte altre persone però non rinnegherò mai quanto mi siano piaciuti i libri di Stephenie Meyer perché, gente, tenendo presente il target a cui si rivolge ed il genere di letteratura che propone scrive sicuramente meglio di molti altri. La rovina secondo me son stati i film, che sin dalla scelta degli attori mi fecero inorridire, tant'è che non volevo neanche andarli a vedere (fui costretta, ahimè), rendendo il tutto una macchietta, banalizzato dai soliti isterismi che si creano attorno a grandi fenomeni; perché i libri di per sé, almeno letti a quindici anni, avevano una presa enorme sul lettore.
La follia legata alla saga della Meyer, comunque, non è stata leggermi tutti e tre i libri in una settimana, eh no. La follia è stata quando il 2 agosto 2008 è uscito il quarto ed ultimo libro, ovvero Breaking Dawn. Attenzione però, il 2 agosto 2008 usciva in lingua inglese, non si sapeva ancora quando sarebbe arrivata la traduzione italiana. Io e l'Amica Lettrice aspettavamo quel momento da circa due anni. Potevamo, secondo voi, stare ferme con le mani in mano sapendo che esisteva già fisicamente nelle librerie, seppur non nella nostra lingua madre? Dal momento che con l'inglese ce la cavavamo bene - e che, per la curiosità e l'impazienza, l'avremmo tradotto pure dal russo se necessario - abbiamo confabulato e deciso: il 2 agosto andiamo alla Feltrinelli e se lo troviamo lo prendiamo in inglese.
Ora, io ci tengo a sottolineare vari punti. Primo, era il 2 agosto e non sarà stata un'estate torrida come questa ma era pur sempre agosto e faceva caldo, un sacco caldo. Secondo, avevamo quindici anni, nessuna macchina e la Feltrinelli si trovava nella Grande Città, il che significa che dovevamo prendere l'autobus la metro e camminare un sacchissimo ed era agosto e faceva caldo. Terzo, non avevamo neanche l'ombra della certezza di trovare questo benedetto libro, perché è vero che usciva in inglese ma non era detto che il 2 agosto sarebbe già stato esposto anche nelle librerie italiane, perciò poteva anche essere che ci stavamo per fare questo pellegrinaggio totalmente a vuoto (e ripeto: era agosto, faceva caldissimo), infatti durante tutto il tragitto io e l'Amica Lettrice ci guardavamo facendo spallucce dicendoci "tanto non lo troviamo", non per pessimismo, giusto per prevenire la delusione. Invece, dopo ore di viaggio e vari kg evaporati in sudore, arrivammo davanti alle porte della Feltrinelli nella Grande Città. Appena gettammo lo sguardo oltre le vetrate, vedemmo lo stand più bello che avessimo mai visto, tutto pieno di questi mattoncini neri con la scacchiera in copertina. La nostra reazione nell'ordine fu: restare immobili, sgranare gli occhi, prendere fiato, urlare, abbracciarci. La guardia era indecisa se intervenire o meno.


Tornammo a casa sudate e puzzolenti e con le vesciche ai piedi, però con due sorrisi da un orecchio all'altro. Da quella sera stessa iniziammo entrambe a leggerlo, col veto assoluto di non parlarne neanche per sbaglio finché non l'avessimo finito entrambe, perché il rischio spoiler era altissimo ed uno spoiler avrebbe senz'altro posto fine alla nostra amicizia.
Potrete dirmi che non ne valeva proprio la pena, che ci sono tantissime saghe o libri di ben più alto livello rispetto a quella della Meyer; fa niente. Non è che ancora oggi io ci stia sotto chissà quanto. Ne ho semplicemente un bellissimo ricordo adolescenziale, è stata l'unica saga con elementi fantastici che mi abbia coinvolta ed appassionata e l'unica volta in cui sono corsa in libreria il giorno esatto in cui il libro usciva. Consideratelo pure un guilty pleasure, uno scheletro nell'armadio, fatto sta che non me ne pento

Torniamo un po' indietro nel tempo, perché qui frequentavo ancora le scuole medie, la prima per la precisione. Gli anni delle medie sono stati il periodo più oscuro - o quasi - della mia vita, ma guardandomi indietro è stato anche il periodo in cui ho passato in assoluto più tempo fuori casa ed in cui ho frequentato - numericamente parlando - più persone. Avevo tanti amici o presunti tali, ero molto più socievole di adesso e, cercando gli individui con cui davvero divertirmi e trovarmi bene, provavo a stringere amicizia con qualunque tipologia di persona. Ero una ragazzina che metteva tutta se stessa nella costruzione di un'amicizia, il che significa che non appena mi affezionavo un po' scrivevo lettere straripanti i miei sentimenti, che facevo regali, che ero sempre disposta ad aiutare e che prestavo il mio libro preferito. Il mio libro preferito, a quei tempi, era ancora indiscutibilmente Il diario di Anna Frank. Vi ho già accennato diverse volte su come questo libro mi abbia segnata, di come mi rispecchiassi in Anna e nelle sue riflessioni, di come la sua penna mi abbia ispirata a tenere un diario; è stata insomma fondamentale per me sotto diversi aspetti e spesso trovavo conforto nelle sue parole, come fosse un'amica saggia capace di consolarti o tirarti su. Per questo quando conobbi un'"amica" (durò davvero troppo poco per parlare di amicizia) che sembrava avere molto in comune con me, ansie e sogni compresi, decisi di prestarle Il diario di Anna Frank, con tutto che era una vecchia edizione di mia nonna cui ero affezionatissima. Ascoltatemi bene: i libri non si prestano, a meno che non siano familiari o amici talmente stretti che avete le loro chiavi di casa. Quel che accadde con questa specie di amica fu che il libro che le avevo dato con lo stesso pathos con cui mi sarei strappata il cuore dal petto (sì, noi lettori siamo giusto un pizzico melodrammatici) era evidente che lei non lo stesse affatto leggendo, perché al mio chiederle ogni volta che la vedevo: allora? Com'è? Ti sta piacendo?! *-* le sue risposte erano degli imbarazzati sì, dai, è carino... Cosa?! Il diario di Anna Frank è carino?! Le ho dato un po' di tempo, magari le serviva leggerne di più per capirlo... Il problema era che il tempo passava, ma le cose peggioravano: l'amica in questione subì uno di quei cambiamenti drastici incomprensibili ed inspiegabili, che da personcina timida introversa e sfigatella il giorno dopo hai la sigaretta in bocca, limoni con uno che ha la moto ed entri di diritto nel gruppo dei fighissimi. Dell'"amica" a questo punto non poteva fregarmi di meno ma, cavolo, ridammi il mio libro! Glielo chiesi una volta, glielo ricordai la seconda, la terza, di sicuro anche una quarta... ma il mio adoratissimo diario non tornava da me. Secondo voi, potevo accettare una perdita tanto dolorosa? No, ovvio che no. Un bel pomeriggio, dopo la fine della scuola e prima degli allenamenti di pallavolo, mi sono fatta accompagnare da un'Amica Più Fidata. Insieme siamo arrivate davanti alla porta dell'Amica Rapitrice di Libri, suonammo il citofono e poi il campanello; ad aprirci fu sua madre, alla quale chiesi semplicemente: c'è l'Amica Rapitrice di Libri? - Sì, è in camera sua, rispose lei. Io e l'Amica Più Fidata andammo a passo spedito verso la cameretta (per fortuna ero stata in quella casa, un paio di volte) e senza neanche un saluto all'Amica Rapitrice di Libri cominciai a guardarmi intorno in cerca del mio povero Diario di Anna Frank, che giaceva abbandonato su uno scaffale (per fortuna senza segni di maltrattamento). Lo presi, rivolsi un ultimo sguardo all'Amica Rapitrice di Libri - che si era limitata a guardarmi perplessa - ed io e l'Amica Più Fidata ce ne andammo, rivolgendo un cortese saluto alla mamma - che, poverina, non c'entrava nulla.
C'è un motivo, se quando si vuole intimorire qualcuno si dice so dove abiti.

Siccome non mi piaceva il fantasy, un'estate la passai a leggere Le cronache del mondo emerso di Licia Troisi e Le cronache di Narnia di C.S. Lewis, entrambi per intero, due mattoni che non vi dico il peso di tenerli in mano, specie sdraiata sul letto, che se mi avesse ceduto un braccio e mi fossero caduti in faccia mi avrebbero causato un trauma cranico che 'manco Derek Sheperd poteva salvarmi.
La Troisi me l'aveva consigliata la mia compagna di banco di allora che ci stava in fissa, Narnia mi son detta dai, è un classico, proviamoci. Ma direte voi, se non ti piaceva il fantasy che caspita ti metti a leggere due mattonazzi super fantasy? Eh, gente, appunto per quello. L'amore per la letteratura e per i libri era talmente grande che mi sentivo in colpa a non calcolarne proprio una fetta importante, che faceva appassionare come nient'altro molti altri lettori. Era come una terapia d'urto per provare a curare quella parte di me che non accettava elfi, streghe, lotte tra il bene e il male svolte in mondi che non sono questo. Non sono pentita di averci provato, mi dispiace dirvi però che ne sono uscita esattamente come prima: il fantasy non è per me. Ho solo un'ultima speranza, tutta riposta nel maestro Tolkien. Se neanche lui riuscirà nell'impresa, penso che mi limiterò a farmene una ragione.

Altri episodi che possono venirmi in mente son già meno bizzarri e più comuni a qualunque altro appassionato lettore, come quelle volte in cui un libro ti prende talmente tanto che ne leggi metà in un pomeriggio e poi vaghi da una stanza all'altra come un ubriaco, roba che la gente ti parla e tu, nel migliore dei casi, rispondi e agisci col pilota automatico, nel peggiore li guardi con gli occhi sbarrati spaventando a morte il malcapitato, che inizia a chiedersi se sia iniziata l'invasione dei corpi umani da parte di qualche specie aliena.

Ho scritto questo post dopo essermi divertita tanto a rivangare nelle letture d'infanzia col post precedente, soprattutto perché è stato bellissimo leggere i vostri commenti così partecipi e pieni di ricordi. Oggi ero ispirata, volevo proprio scrivere qualcosa, e mi è venuto in mente questo argomento. Non credo ci sia bisogno di sottolinearlo, ma non vedo letteralmente l'ora di scoprire le cose bizzarre, strane, folli che avete fatto voi a causa della vostra passione per i libri (o fumetti!), perciò non esitate a raccontarle nei commenti!


giovedì 3 agosto 2017

Cosa leggevo da Ragazzina?

Diciamoci la verità: noi lettori e lettrici siamo dei curiosoni incorreggibili. Di fatto leggendo ci facciamo un sacco di affari altrui - leggendo entriamo nelle vite degli altri, veri o immaginari che siano i personaggi - e la nostra curiosità si estende volentieri anche alle abitudini libresche dei nostri compagni bibliofili. Siamo persone un po' fuori di testa, che quando a bordo di un mezzo pubblico notano un soggetto con un libro in mano, iniziano a rispolverare qualche vaga nozione di yoga - vista giusto per sbaglio in qualche video su youtube, sai quei pomeriggi che parti da un tutorial per un'acconciatura che volevi farti per la cresima della cuginetta e non si sa mai cosa finisci a vedere, seguendo i suggerimenti - assumendo posizioni improbabili e affatto discrete, tutto solo per riuscire a sbirciare il titolo del libro che lo sconosciuto in questione sta leggendo. No perché metti che sta leggendo proprio il tuo romanzo preferito di sempre. Non succederà assolutamente niente eh, però è pur sempre una gran soddisfazione, roba che ti inorgoglisci manco fossi tu stesso l'autore. E scendi dall'autobus pensando che il mondo tutto sommato è ancora un bel posto, pieno di esseri umani meravigliosi. Perché in fondo noi lettori siamo anche persone semplici (a volte), che gioiscono come bambini delle piccole coincidenze della vita.
E quindi io lo so, che se in un post vi spiattello le passioni della me-lettrice ragazzina - cosa di cui in teoria non potrebbe fregare di meno a nessuno - ve lo leggerete col massimo interesse. Forse.

Allora, la mia situazione era questa. Quando ero alle elementari non è che per casa mia girassero chissà quanti libri; o meglio, c'erano quelli di mia madre, che però non è che a quell'età suscitassero in me alcun interesse. All'epoca non credo ci fossero librerie qui nei dintorni e, per vari motivi con cui non sto a tediarvi, non ci avventuravamo nella Grande Città tutti i giorni. Capitava una volta ogni tanto, tipo per lo shopping pre-natalizio e altre simili Grandi Occasioni. Perciò i libri alla fine me li trovavo davanti soltanto al supermercato. Un supermercato piccolo tra l'altro, che ormai non c'è più, mangiato da supermercati più grandi, che però io non dimenticherò mai perché, per anni, è stato l'unico a fornirmi la principale e più importante fonte di sostentamento: i libri. La cosa andava così (ed è andata così per tutte le elementari ed i primi anni di medie). Io accompagnavo mia madre al suddetto Piccolo Supermercato. Prendevamo il carrello, varcavamo le porte scorrevoli e giravamo a destra, dove iniziava il percorso - e dove per me terminava anche, perché il reparto libri era piazzato lì subito all'ingresso: ciao mà, a dopo! In teoria la accompagnavo per aiutarla, in pratica tempo che io mi ero guardata tutte le copertine e letta tutte le trame sul retro, lei aveva finito e ci ribeccavamo alle casse, dove io domandavo con gli occhioni posso prendere questo? e lei sempre mi rispondeva . Questo gentile consenso sempre accordato dipendeva da almeno quattro fattori: il primo è che ero una brava bambina; secondo, chiedevo di comprare un libro soltanto dopo aver terminato il precedente, perciò mica tutti i giorni; terzo, è risaputo che leggere fa bene, vuoi lasciare la figliola senza lettura? Quarto, i libri che sceglievo - c'erano ancora le lire - costavano poco. E qui veniamo al bello.

I libri che chiedevo a mamma quando facevamo spesa nel Piccolo Supermercato erano tutti della stessa collana: Le Ragazzine della Mondadori. Mi dispiace per Il battello a vapore o I piccoli brividi, che sicuramente avevano un catalogo di tutto rispetto e che io non ho mai degnato di uno sguardo, ma io avevo occhi soltanto per loro, le mie adorate Ragazzine.

Immagine trovata su internet

Vuoi mettere queste copertine così colorate, coi titoli sgargianti, che in cameretta facevano una porca figura? E poi ovviamente non era solo questo, soprattutto dentro le copertine che si vedevano anche al buio, c'erano storie fichissime! E non sto scherzando. La scrittura di tutti questi brevi romanzi era proprio quella che avrebbe emozionato una bambina e pre-adolescente, però erano scritti e tradotti davvero bene. Le trame erano le più disparate: c'erano storie di prime cotte e primi amori, storie che semplicemente raccontavano la vita e le difficoltà della protagonista in cui la piccola lettrice avrebbe potuto facilmente riconoscersi, oppure quelle che preferivo io, le storie d'amicizia. Ne ricordo uno in cui le due protagoniste, migliori amiche dalla nascita, erano costrette a separarsi perché la famiglia di una delle due si trasferiva dall'altra parte del mondo e loro erano costrette a parlarsi solo tramite lettera (e che mica c'era whatsapp). Lo adoravo. Oppure un altro in cui, novità assoluta, c'era il punto di vista di lei e poi ribaltavi il libro e dall'altra parte trovavi la stessa storia secondo lui. Che esaltazione gente, che bello essere piccoli e ingenui.

Però, il mio preferito in assoluto, che ancora oggi ricordo le grasse risate che mi fece fare è lui:
La mia vita è un disastro - nemmeno il mio gatto mi capisce di Louise Rennison. Voi non avete idea delle risate che mi sono fatta seguendo le avventure ed i disagi della strampalata Georgia Nicolson, che minuziosamente scrive il suo diario, aggiornato a più riprese giorno e notte, dove racconta i mille drammi dei suoi tredici anni in una famiglia fuori di testa dove persino il gatto - ciccione - è completamente pazzo (ricordo ancora che si nascondeva dietro le tende e le faceva agguati tremendi, aggredendola alle gambe). La serie su Georgia Nicolson è continuata con molti altri libri, ma il primo secondo me è il più divertente. 
Da quel che ricordo, Georgia raccontava le sue complicate giornate a scuola, le avventure con la migliore amica, il dramma esistenziale causato dalle prime cotte e dal terrore di non trovare mai nell'intera vita un ragazzo. Il tutto era raccontato con ironia, sdrammatizzando le paure che a tredici anni fanno paura davvero ed io, che in Georgia un po' mi ci riconoscevo, leggendo il suo diario un po' mi sentivo meglio. Se mi era successo qualcosa di spiacevole (cosa che alle medie, a scuola, accedeva sin troppo frequentemente) il diario di Georgia mi aiutava a riderci su. Se avete un'amica o parente che si affaccia a quest'età regalateglielo, le darete un'amica spumeggiante su cui contare.

In tutti quegli anni penso di aver collezionato tutti i titoli proposti dal catalogo che erano stati pubblicati fino ad allora. Andavo fierissima della mia collezione, che guardavo assorta con la stessa ammirazione con cui oggi guardo la mia libreria "adulta". Purtroppo non appena imparò a leggere li regalai tutti, in blocco, alla mia sorellina, pensando che le mie amate Ragazzine le avrebbero dato le stesse gioie che avevano dato a me; invece non sono sicura ne abbia mai letto uno, spero soltanto che la mia collezione sia ancora sepolta da qualche parte nella sua cameretta e che un giorno io possa ritrovarla. Il valore affettivo di certe cose non si esaurisce né dimentica facilmente.
Le Ragazzine non mi pare si trovino più nei supermercati, né mi è capitato di vederle in qualche libreria. Facendo ora qualche ricerca però ho visto con grande piacere che su internet si trovano ancora, pare che la gente li compri e da vecchietta sentimentale quale sono mi fa felice pensare che ci siano nuove generazioni di fanciulline cresciute con Georgia Nicolson e le altre.

Adesso però, come minimo, nei commenti dovete raccontarmi cosa leggevate voi, da piccoli.
Scatenatevi.

giovedì 24 novembre 2016

Confessioni di una lettrice: Dio di illusioni, Donna Tartt

Ognuno di noi, in quanto lettore con alle spalle una più o meno lunga vita passata tra i libri, ha i suoi scheletri nell'armadio, o per meglio dire nella libreria, ne sono più che convinta. Ognuno di noi si sarà appassionato ed emozionato ad almeno un romanzo di cui vergognarsi, ognuno di noi avrà odiato a morte un libro che invece sembra esser piaciuto unanimemente al mondo intero, ad ognuno di noi sarà capitato di non sentirsi neanche lontanamente attratti dal più grande successo letterario degli ultimi decenni. Non c'è nulla di sbagliato in questo, anzi, è uno degli aspetti più interessanti quando si ha la possibilità di condividere le proprie opinioni, perché è proprio dalle divergenze più forti che nasce il vero dibattito.
Io non sono da meno in tutto ciò, forse di scheletri nella libreria non ne ho moltissimi ma quelli che ho mi paiono piuttosto eclatanti, ed ho pensato che potesse essere divertente, ogni tanto, svelarne apertamente qualcuno. Eccomi qui, quindi, per raccontarvi uno dei più recenti casi in cui mi son sentita molto lontana dal sentire comune della maggior parte dei lettori che avevano affrontato Dio di illusioni di Donna Tartt.

Nel 2014 Donna Tartt vinceva il Premio Pulitzer con il suo terzo romanzo, l'osannatissimo Il cardellino. Io, sono sincera, prima di quel momento non avevo mai sentito nominare questa scrittrice, la cui carriera era cominciata da giovanissima e subito col botto. Dopo la vittoria del prestigioso premio, il suo nome ed i titoli dei suoi romanzi mi saltavano agli occhi ovunque: sul web, sui giornali, nelle librerie; alla fine non ho potuto far altro che cedere ed incuriosirmi, ma mai mi sarei avvicinata a lei proprio dal romanzo più chiacchierato del momento: ho cominciato informandomi un po' su chi fosse la misteriosa (almeno per me) autrice. E voglio iniziare col dire che la trovo una donna affascinante ed interessante come poche: con quel suo stile mascolino (indossa quasi sempre completi tipo smoking, con tanto di cravatta) e al tempo stesso così femminile ed elegante, il suo stile di vita volutamente indipendente, il suo modo di parlare così colto e raffinato, e poi questa storia che ad ogni libro ha dedicato dieci anni esatti. Potrei dire senza esitazioni che Donna Tartt come persona m'incuriosisce più dei suoi romanzi.

Donna Tartt
Il primo libro letto nel 2015, quindi, fu il primo romanzo scritto dalla Tartt, Dio di illusioni, che iniziò quand'era ancora all'università e terminò, come di consueto, dopo dieci anni di stesura. Si tratta di un romanzo dalle tinte fosche, cupe, che devono ammaliare ed al tempo stesso inquietare il lettore. Il protagonista è uno squattrinato ragazzo californiano - se non sbaglio - di cui non sono mai riuscita a ricordare il nome (forse era Robert?), il che la dice lunga su quanto mi sia rimasto impresso. Questo ragazzo decide di trasferirsi in un piccolo e prestigioso college del Vermont, dove ben presto nota un gruppo di ragazzi che sembrano non aver nulla in comune col resto del mondo. Sono ricchissimi, belli di una bellezza fredda e distante, sembrano eterei come antiche divinità greche; e proprio dell'antica Grecia essi si occupano: fanno infatti parte di un'élite, sono i pochissimi studenti scelti da un particolare professore di greco che ammette solo una manciata di studenti al suo corso, che si svolge in un salottino privato in un'atmosfera un po' surreale. Il nostro protagonista - Robert? - decide di provare ad entrare nell'élite e non arrendendosi ai primi rifiuti, riesce a farsi accettare dal professore. A questo punto si trova coinvolto in ben più che delle semplici lezioni di greco, perché il gruppo di studenti vive in maniera strettamente connessa. Con l'aria annoiata e superficiale di chi ha sempre avuto troppo, sono ragazzi che non sanno fare a meno degli eccessi; sperperano a dismisura i soldi delle loro famiglie profondamente sbagliate, trascorrono giorni e notti nei fumi dell'alcol e delle droghe, spingono l'acceleratore molto più di quanto sarebbe normale. Robert (?) si trova coinvolto in una serie di vicende - compreso un delitto, che sarebbe il fulcro dell'opera - che inevitabilmente segneranno la sua vita e quella dei suoi compagni per sempre.

Ho letto tante recensioni e visto tanti video in cui la gente esprime pareri a dir poco entusiastici su Dio di illusioni. Ecco, a me invece non è piaciuto per niente. Perché? Provo a spiegarlo.
La scrittura è quasi troppo perfetta. Levigata ad arte, ossessivamente precisa, chirurgica. Il che, se da una parte mi pare elegante e sapiente, dall'altra fa sì che difficilmente io provi vere emozioni, mi senta coinvolta da ciò che provano i personaggi, provi empatia nei loro confronti, ossia mi nega la parte più importante del rapporto tra libro e lettore. In secondo luogo, l'ho trovato un romanzo fin troppo pretenzioso: come ho detto prima, l'intenzione delle atmosfere è palesemente quella di creare un misto di fascinazione ed inquietudine, ma proprio l'intenzione così palese mi ha fatto sembrare tutto molto finto. Potrei paragonarlo ad una donna che vuole fare la sexy a tutti i costi e proprio per questo non ci riuscirà mai, al contrario di una che non ci pensa affatto e trasuda invece sensualità dai suoi modi spontanei e naturali. Ho reso l'idea? Poi viene la trama, che sostanzialmente è un giallo, ma i meccanismi del delitto li ho trovati abbastanza idioti, prevedibili e noiosi; ricordo distintamente che a pagina 400 non ne potevo più, ma non essendo mia abitudine abbandonare un libro ho tirato avanti con fatica ed ostinazione e solo nelle ultime cento pagine sono riuscita a proseguire più spedita. Insomma, ciò che doveva costituire il fulcro della storia, la parte più carica di pathos e suspence, è stata invece proprio quella che mi ha interessato meno. Infine, veniamo ai personaggi.
Innanzi tutto il protagonista - Robert? Di lui ricordo solo che era in perenne disagio perché lui era povero e gli altri ricchi, che tutto sommato era bravo negli studi, che a casa non aveva praticamente niente se non due genitori mediocri e superficiali. E che mi stava profondamente antipatico. L'ho trovato un protagonista indefinito, che sembrava più una telecamera attraverso la quale raccontare la storia piuttosto che parte della storia stessa. Mi era sembrato privo di tratti che lo definissero davvero, privo di carattere e di spina dorsale, sempre in balìa degli eventi e trascinato dagli altri. Una palla. Quanto al gruppetto degli studenti di greco... Mamma mia. Surreali, noiosi, fastidiosi, immaturi. Si tratta di ragazzi che vivono completamente nel mondo antico e che del mondo moderno non sapevano praticamente nulla; nonostante questo, di cultura classica all'interno del romanzo si parla davvero pochissimo, il che mi ha delusa ed anche un po' infastidita. Mentre leggevo, più che raffinati studenti di un élite di grecisti di un piccolo college sperduto nel nord America, mi sembrava di avere davanti dei ginnasiali dei Parioli (per chi non lo conoscesse, è un quartiere bene di Roma).
A distanza di quasi due anni, ricordo davvero poco di Dio di illusioni e ciò che ricordo, come vedete, non è poi così gradevole.

Le pochissime volte in cui mi è capitato di provare ad esprimere - ovviamente in maniera più contenuta e ridotta di quanto ho fatto adesso - questi miei pensieri, mi sono sempre trovata davanti chi difendeva a spada tratta ogni dettaglio del libro, in un modo così convinto e determinato che mi scoraggiava dal provare a spiegare le mie ragioni. Quindi posso dire di non esser mai riuscita ad avere un vero confronto con chi Dio di illusioni l'ha amato e dunque non ho mai capito cosa, di questo libro, non ho capito io. O semplicemente cosa, tra me e lui, non ha funzionato. Mi piacerebbe molto se nei commenti nascesse un sano scambio di opinioni, fatemi sapere se l'avete letto o avete intenzione di leggerlo, se l'avete apprezzato e perché oppure se concordate con quanto ho scritto io.
Ci tengo a precisare che, per quanto può sembrare strano, non ritengo chiuso qui il mio percorso con Donna Tartt, anzi: appena finito Dio di illusioni pensai che, lasciato passare abbastanza tempo, avrei provato col suo secondo romanzo, ovvero Il piccolo amico. Ho la netta sensazione che il meno conosciuto e citato dei suoi libri, sia invece quello che potrebbe piacermi di più (lo spirito del bastiancontrario, eh!). Il momento non è ancora arrivato, ma sono davvero curiosa di dare e darmi una seconda chance con la cara Donna.

A presto,
cari lettori e lettrici

venerdì 17 giugno 2016

Breve storia di un lento cambiamento


In questi ultimi giorni commentando gli articoli dei vari blog che seguo ho avuto modo di ripensare al mio rapporto con l'universo delle storie - nelle varie forme in cui è possibile narrarne - e ciò, in concomitanza al farsi largo di una voglia che già da un po' si stava facendo sentire, mi ha spinta a raccontarvi quanto sto per scrivere. E per scrivere questo post devo partire da molto lontano, addirittura dagli anni prima delle elementari.

Non lo ricordo personalmente, ma i miei ricordi sono stati aiutati dai filmini registrati dai miei genitori: da piccola andavo letteralmente pazza per Sailor Moon. In quei vecchi video, in cui ovviamente è difficile riconoscermi davvero, ballo e canto la sigla italiana con una passione travolgente. Ricordo abbastanza bene invece qualche bambolina che riproduceva le guerriere Sailor. Insomma, Sailor Moon è stato di sicuro il mio primo cartone animato preferito. Poi, senza abbandonare le Sailor, fu la volta di Lady Oscar. Era forse possibile non amarla, del resto? L'amore per Lady Oscar lasciò spazio anche agli indimenticabili Mila & Shiro, a causa dei quali giocai a pallavolo fino alle scuole medie.

Tutti i ragazzi e le ragazze cresciuti come me negli anni '90 ricorderanno di sicuro con nostalgia il programma per bambini che andava in onda su Italia1 verso le 16.30, il meraviglioso Bim, Bum, Bam. E' grazie a questo programma se la me bambina ha potuto conoscere Sailor Moon e tutti gli altri. Ora che è passato tanto tempo ricordo con nostalgia quelle lunghe giornate in cui uscivo da scuola alle 16.30, arrivavo a casa stanca e non vedevo l'ora di sedermi a far merenda davanti alla tv, ritrovando così le forze necessarie per affrontare poi l'ardua impresa di finire i compiti per il giorno dopo. Ah, l'infanzia...

Poi, ricordo chiaramente come quando ero ancora in quinta elementare qualcosa cambiò piano piano. Sarà per i discorsi degli adulti che avevo intorno, sia in casa che a scuola, sarà perché tra tutti i fratelli e cugini ero la maggiore; fatto sta che tra i 9 ed i 10 anni iniziai a sentirmi annoiata da tutto ciò che spensieratamente avevo fatto fino ad allora per passare il tempo libero, compresi quindi i cartoni animati. Modificai la mia routine pomeridiana: facevo i compiti prima, abbandonando per sempre il caro vecchio Bim Bum Bam e mi rilassavo dopo con i film per ragazzi che Italia1 trasmetteva nella fascia oraria successiva.

Ecco, da quel momento in poi non solo non seppi più nulla del mondo degli anime, ma addirittura mi stupivo che un mio coetaneo potesse ancora esserne tanto appassionato. Non ricordo con esattezza chi o cosa, ma sono certa che qualcuno mi avesse convinta che si trattasse di cose infantili, ed io ci ho ingenuamente creduto. Tant'è che quando arrivai al liceo ed entrai in contatto con molte persone che in quel mondo ci erano ancora dentro fino al collo, restai veramente a bocca aperta. Ma fu anche il momento in cui finalmente scoprii qualcosa di nuovo.

Infatti, fino ai 13-14 anni, ignoravo completamente l'esistenza dei manga. Anzi, forse nemmeno sapevo che quei cartoni che tanto amavo da piccola venissero dal Giappone (o forse sì, boh). Ok, vi lascio il tempo di ridere della mia ignoranza... Finito? Sì, bene, continuiamo. Come dicevo, fu grazie alle amicizie del liceo che scoprii l'universo degli anime e dei manga. Nonostante questo, non provai particolari spinte ad avvicinarmici, fino ai 16 anni. Non ne ricordo il motivo, ma un giorno decisi di entrare nell'unica fumetteria esistente da queste parti (che ancora c'è ed è ancora l'unica) ed acquistare il primo volume di Nana della bravissima Ai Yazawa. Fui la prima a sorprendermene, ma nonostante facessi un po' fatica a leggerlo - tra la lettura da destra verso sinistra e il non essere affatto abituata a dover "leggere" anche i disegni... - la storia mi piacque un sacco sin dal primo momento. Tanto che tornai in fumetteria a prendere i seguiti, fino al numero 8. Non so dove fosse arrivata la pubblicazione all'epoca, ma io non andai mai avanti né acquistai altri manga. Credo che il motivo fosse che, nonostante il piacere provato durante quella prima lettura di Nana, mi sentivo troppo lontana da quel mondo, da quel modo di narrare. Mi sentivo molto più al sicuro ed a mio agio nel mio habitat di sempre, ovvero i romanzi ed i racconti. E decisi di rimanere lì.

Beck Mongolian Chop Squad

Il mio progressivo avvicinamento alla narrativa disegnata lo devo senza dubbio al mio compagno. Grazie a lui ho visto per la prima volta un anime dall'inizio alla fine: si trattava di Beck Mongolian Chop Squad, la storia delicata e piena di emozioni di un semplicissimo ragazzo che prendendo un giorno una chitarra in mano scopre la passione per la musica, e con tanta dedizione ed impegno riesce a tirar fuori un talento che non immaginava di avere. Da contorno fanno le storie di amicizia e dei primi amori. Il motivo per cui accettai di vederlo era che sapevo quanto questo anime fosse stato fondamentale nella vita del mio compagno, dal momento che fu proprio guardandolo che anche lui, un giorno, prese in mano una chitarra.


Poi, da quando siamo andati a vivere insieme, abbiamo pian piano iniziato a guardare i film dello Studio Ghibli, e con questi ho scoperto davvero qualcosa di diverso, che poco alla volta ha saputo conquistarmi. Se non sono rimasta particolarmente colpita da Ponyo, mi sono piaciuti tantissimo La collina dei papaveri, Kiki consegne a domicilio, Il mio vicino Totoro; ma è stato un film in particolare a colpirmi veramente a fondo...

E' stato Pioggia di ricordi di Isao Takahata. Si tratta di un film con una trama piuttosto semplice, in cui la protagonista Taeko che ha ventisette anni e lavora in ufficio a Tokyo, decide di prendersi una vacanza per andare ad aiutare nel raccolto dei parenti che vivono in campagna. Questa evasione dalla metropoli diventa anche un'occasione per ripercorrere alcuni momenti della sua vita, in particolare le esperienze vissute durante la quinta elementare; Taeko infatti, nonostante sia passato parecchio tempo, sembra molto legata alla sé bambina di allora. Nel film quindi si alternano le sequenze del soggiorno di Taeko in mezzo alla natura e l'immenso piacere che lei riesce a trarne, e le piccole grandi emozioni della Taeko di dieci anni.

Questo film, all'apparenza tanto semplice, mi ha emozionata più di quanto io stessa lì per lì mi sia resa conto. Era colmo di nostalgia, di tranquillità ma al tempo stesso veicolava qualcosa di profondo che non saprei ben formulare a parole. Quel che so è che, dopo, non riuscivo a togliermi il desiderio di imbattermi in altre storie che sapessero trasmettermi qualcosa di simile. Tanto leggere nel modo di arrivare, e tanto intense poi nel contenuto.

Quello di cui mi sono subito resa conto, è che difficilmente avrei trovato una cosa del genere - libro o film che fosse - in un'opera occidentale. E poi è successo che, dopo i tre intensi mesi passati a leggere Via col vento non mi sentivo granché pronta ad affrontare altri romanzi o racconti, così ho letto vari fumetti o graphic novel che avevo in casa e - per farla semplice - ho pensato cacchio che bello.

Mettendo tutto questo insieme, sono giunta alla conclusione che è proprio il momento giusto per riavvicinarmi - e stavolta con ben più consapevolezza - ai manga. Tant'è che ho ripreso Nana con estremo piacere e soddisfazione e acquistato un paio di primi titoli di serie che ero pressoché certa potessero piacermi (e, avendoli già letti, posso dire di non essermi sbagliata). Solo fino a qualche anno fa, non avrei mai creduto possibile che gli anime o i manga avrebbero potuto appassionarmi quanto accadeva agli altri, e invece... E' proprio vero che per ogni cosa esiste il momento giusto, e quanto è bello darsi la possibilità di ricredersi.

In conclusione di tutto questo, posso dirvi che ovviamente vi ritroverete nei prossimi post anche recensioni dei manga che sto iniziando in questo periodo, e spero che la cosa non vi dispiaccia - anzi, spero di far ricredere qualche altro lettore che come me si era limitato alla letteratura "tradizionale"!

Detto ciò, scappo in fumetteria che oggi mi arrivava qualcosina.

A presto!

martedì 8 marzo 2016

Le mie donne di carta


Oggi è la festa della donna, quindi innanzi tutto auguri a tutte voi. Ad essere onesta, non ho mai dato molto peso a tutte quelle che reputavo ricorrenze minori, come appunto la festa della donna o San Valentino. Però negli ultimi anni qualcosa è cambiato, acquisendo finalmente una stabilità ed una tranquillità nel vivere quotidiano, ho scoperto anche il gusto di celebrare le piccole cose, fosse anche solo per usarle come pretesto per fare o farsi un regalo, o per condividere quella giornata con la persona con cui desideriamo festeggiare.

Mi piaceva quindi l'idea di dedicare un post a questa nostra giornata, posticipando il martedì dedicato all'Iliade (non temete, affezionati, la lettura settimanale arriverà domani o al più tardi giovedì!). E quale altro modo avrei potuto scegliere, se non parlando delle scrittrici e dei personaggi letterari femminili che hanno segnato la mia crescita? Quello che vi propongo, dunque, è un percorso cronologico. Dai libri a figure delle elementari ai miei amori femminili più recenti, ecco a voi le mie donne di carta.

1. Uno dei miei primi ricordi di piccola lettrice è legato a questo libro gigante tra le mie manine che mi aveva regalato la mia nonna paterna. Si intitolava Donne famose (o qualcosa del genere) e dentro c'erano tantissimi disegni accompagnati da brevi paragrafi che raccontavano le vite e le imprese di donne che hanno lasciato il segno nella storia. Le donne scelte dagli autori di questo volume erano tante e diversissime tra loro: c'era Cleopatra, c'erano Marylin Monroe, Audrey Hepburn e Brigitte Bardot; c'era Madre Teresa e c'erano Marie Curie e Amelia Earhart, la prima donna ad attraversare in volo senza scalo gli Stati Uniti. Passai un sacco di pomeriggi a sfogliare quelle pagine, restando affascinata ed ammaliata dalle figure di queste donne che tra me e me pensavo di dover prendere ad esempio, per il coraggio e la determinazione che, a modo suo, ognuna di loro aveva avuto. Purtroppo quel libro l'ho poi lasciato a cugine e sorelle sperando che sortisse su di loro lo stesso ascendente che aveva avuto su di me, ed ora non ho un'idea chiara di dove sia andato a finire.

Anne Frank
2. Anche per il secondo libro importante della mia vita bisogna dire grazie alla nonna: un pomeriggio, quando ero credo in seconda elementare, scovai nella sua piccola biblioteca una già piuttosto vecchia edizione de Il diario di Anne Frank. Ho intenzione di dedicare, più avanti, un post tutto dedicato a questo libro, tanto è stata l'importanza che ha avuto per me tanto come lettrice quanto come persona. Fu il mio primo approccio alla tragedia della persecuzione degli ebrei, fu il primo libro più "impegnativo" che lessi da sola e per intero, ma soprattutto mi rivedevo molto in alcuni pensieri di Anne, quindi fu anche la prima volta in cui provai empatia tramite la carta per la persona che scriveva. Anne mi invogliò anche a scrivere sul mio diario, quello bellissimo e segreto che mi aveva regalato l'altra nonna (sì, le nonne sono fantastiche).

3. Immancabile nella libreria di ogni ragazzina: Piccole donne di Louisa May Alcott. Non ricordo bene in che modo arrivò nella mia cameretta (sospetto sempre della nonna però), ma ricordo bene che anche questo era in un formato bello grande e corredato di bellissime immagini. Anche qui mi persi a leggere e rileggere i miei episodi preferiti, e trovai la mia prima eroina letteraria: Jo March, ovviamente, la ribelle della famiglia, con un indole da maschiaccio, la passione per la lettura e la vocazione per la scrittura. Da una parte mi rivedevo in lei e dall'altra volevo essere come lei. Devo però ammettere che forse sono ancora più affezionata al film, che avevo registrato in cassetta (che belli, i tempi del VHS!) e che ho rivisto infinite volte. Nostalgia, nostalgia, nostalgia!

Piccole donne, 1994

4. Poco più tardi, invece, fui profondamente segnata da una donna completamente diversa, una che di possibilità non ne aveva conosciute, una che aveva pagato le conseguenze di esser semplicemente nata femmina nel posto sbagliato: si tratta di Suad, autrice del romanzo-testimonianza Bruciata viva, Vittima della legge degli uomini.
Suad nasce in un povero villaggio della Cisgiordania, come ogni donna il suo ruolo nella vita è fare da schiava agli uomini, siano essi padri, fratelli, mariti e persino figli. A diciassette anni Suad commette la grave colpa di innamorarsi e di rimanere incinta, colpa per la quale la famiglia decide di punirla cospargendola di benzina e dandole fuoco. Suad riesce miracolosamente a sopravvivere, nonostante le gravi ustioni riportante, ma rimane comunque sfigurata a vita. La protagonista di questa tragedia ha la forza di non lasciarsi sconfiggere, con una forza che pochi avrebbero avuto al suo posto trova il modo di lasciare per sempre quel luogo e quella gente dove aveva dovuto subire tanto male, arriva in Francia e trova chi le dà sostegno, anche per tirar fuori la voce e raccontare al mondo la sua storia. Dopo la pubblicazione del libro, Suad ha iniziato - indossando una maschera - a tenere discorsi e conferenze, per far capire alle donne di ogni paese ed età che nessuna di loro merita di subire alcun tipo di violenza. Fu una lettura davvero dura, che mi toccò nel profondo, anche perché all'epoca ancora ignoravo le tante e tristi situazioni in cui troppe donne vivono ancora oggi. Suad fu una pioniera, perché la sua fu la prima testimonianza di una vittima del delitto d'onore.

5. Non poteva mancare, in questo mio percorso, Jane Austen. Tra i tredici ed i quattordici anni infatti lessi il mio primo grande classico, ed era Orgoglio e pregiudizio, romanzo che segnò molte cose... La mia passione per i classici, il mio amore per zia Jane e sì, beh, come per tutte le giovani ragazze la brillante e vivace Lizzy Bennett divenne un vero e proprio idolo. Da quel primo incontro le atmosfere austeniane divennero per me un modo per sentirmi a casa.

6. Per il Natale dei miei 15 o 16 anni mio padre mi regalò L'eleganza del riccio perché ne aveva sentito parlar bene alla radio. Lo considero tra i miei libri preferiti perché attraverso questa storia l'autrice, Muriel Barbery, ha dimostrato quanto poco fondati possano essere i pregiudizi, quanto ci si sbaglia ad etichettare le persona ad una prima e troppo semplice occhiata. Per chi non l'avesse letto, nel romanzo si alternano le voci di due figure femminili, che pur abitando a pochi metri di distanza l'una dall'altra e pur essendo animi tanto affini, non hanno mai avuto occasione di conoscersi. La prima è Reneé Michel, portinaia di mezz'età in un elegante palazzo abitato da famiglie facoltose; nessuno scambia con lei più delle solite parole di circostanza, e nessuno sospetta che lei sia qualcosa di più della donna semplice e banale che sembra. In realtà Reneé è una persona estremamente colta, che nell'arco della sua vita ha letto e studiato di tutto. Conosce l'arte, la filosofia, la musica, la letteratura eppure tiene ben nascosta questa sua natura raffinata, facendo attenzione che nessuno la scopra. Qualche piano più su invece abita Paloma Josse, una dodicenne estremamente intelligente e riflessiva che sente di non aver niente in comune né con la famiglia né coi suoi coetanei, e che è tanto annoiata dalla vita e ha talmente paura che oltre quell'insoddisfazione che prova non ci sia altro da sperimentare, che ha pianificato lucidamente il proprio suicidio. A far conoscere Reneé e Paloma, che pure si conoscono da sempre, servirà l'intervento di un nuovo inquilino, il giapponese Kakuro Ozu, al quale quel primo unico sguardo basta per capire come queste due persone portino ogni giorno una maschera. Sia Reneé che Paloma saranno infatti incuriosite ed affascinate da quest'uomo diverso dagli altri, perché capiscono a loro volta che lui le ha capite. Grazie a Kakuro, Reneé e Paloma costruiscono un legame importante, basato sul loro essere due anime tanto sole e tanto affini.
Il motivo per cui inserisco questo romanzo nel post è che oltre ad essere scritto da una donna, sono anche due donne le narratrici della storia, alle quali mentre lo leggevo mi sono tanto affezionata: in entrambe trovavo un piccolo pezzetto di me, e in entrambe ho trovato dei personaggi da ammirare, divenute un mattoncino importante del mio palazzo fatto di libri.

7. Se dovessi invece scegliere un libro che riassume al meglio il periodo dei 18, 19 anni sceglierei senza dubbio l'unico - meraviglioso - romanzo che ci ha regalato Sylvia Plath, ovvero La campana di vetro. La mia sintonia con la protagonista, che poi sarebbe una maschera dell'autrice, è stata totale, ho amato ogni singola parola di questo libro, che analizza alla perfezione e non senza la vena poetica della Plath l'inquietudine che può provare una giovane donna chiamata a scegliere del proprio futuro e di quanto questo sia difficile quando ci si sente come se, potenzialmente, si potesse diventare qualunque cosa. Ad un certo punto la protagonista arriva a sentirsi come un cavallo da corsa in un mondo senza piste. La mia personalissima interpretazione fu che la campana di vetro è quel tipo di dolore con cui ci si abitua a convivere, quello che ad un certo punto non vuoi più guarire; quel dolore che diventa una malinconia senza la quale non sai nemmeno più riconoscerti, un tipo di malessere che in fondo sai di dover combattere ma nel quale ormai ti culli, e che diventa un qualcosa con cui proteggerti. La campana di vetro, appunto. Se Sylvia Plath avesse scritto altri romanzi senza dubbio li avrei già divorati tutti; purtroppo non sono una grande lettrice di poesia... Ho in wishlist da secoli, però, i suoi Diari, nei quali so che ritroverò la stessa persona de La campana di vetro.

Virginia Woolf


8. Virginia Woolf. E questo è un caso particolare. Perché in realtà io di suo ho letto solamente Le onde finora, ma ho letto - prima - una certa quantità di roba che le gira attorno. Biografie, diari, articoli, analisi dei suoi romanzi e ho sviluppato nei confronti di questa creatura incredibile una sorta di amore platonico. La passione di Virginia è contagiosa, non mi ha mai stupito il fatto che si sia suicidata perché persino sulla carta le sue parole trasmettono tutta la sua frenesia, il sentimento vibrante che lei riusciva ad infondere ad ogni pensiero e ad ogni azione. Doveva esser bello essere così, ma anche fin troppo faticoso. Quel che mi porta ad inserirla nel post è la profonda stima che nutro verso non solo una delle più grandi scrittrici del Novecento ma anche una delle più fini critiche letterarie, nonché una donna colta e affascinante come poche.




9. Il mio più grande amore di carta degli ultimi anni è senz'altro lei, Alice Munro. Scoperta l'anno in cui vinse il Nobel con Chi ti credi di essere? mi sono tanto innamorata della sua scrittura da iniziare pian piano a collezionare tutti i suoi libri. La capacità che ha con la sua penna di mettere a nudo l'universo femminile mi ha lasciata ammirata e stupefatta, nelle donne dei suoi racconti vedo tutta la bellezza di noi donne ma anche i tanti difetti che caratterizzano il nostro genere. I libri di Alice Munro sono, per me, una sorta di specchio davanti al quale andare a riflettere e analizzare ciò che vedo. E al di là di questo, si tratta di un'autrice che scrive davvero divinamente.

Alice Munro

10. Nonostante abbia letto un solo suo libro e nonostante sia una scoperta che risale solo al mese scorso non potevo non includerla: Azar Nafisi, la docente universitaria e scrittrice iraniana da sempre innamorata della letteratura inglese. Se avete letto la mia recensione di Leggere Lolita a Teheran sapete bene quanto io sia rimasta folgorata da questa lettura, ma la Nafisi mi ha colpita anche come persona, per il coraggio e la determinazione che ha dimostrato cercando di prendere posizione contro l'ideologia dominante per difendere tutto ciò in cui più credeva, e per l'amore per la cultura e la letteratura di cui si è fatta portavoce.

Azar Nafisi

Dalle mie prime letture a quelle del mese scorso, come potete vedere le donne che attraverso la parola scritta hanno contribuito a fare di me ciò che oggi sono, sono tante. Vengono da luoghi diversi, da epoche diverse; in comune hanno forti personalità, capaci di travalicare ogni tipo di confine per arrivare a parlare con ogni bambina, giovane adulta ed infine donna di oggi. 
Fatemi sapere se avete letto qualcuno di questi libri o di queste autrici, raccontatemi nei commenti delle vostre donne di carta. Spero che oltre alle tradizionali mimose, qualcuno vi regali anche un libro che vi faccia felici.

Buona festa della donna a tutte!





Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina , Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna. Il commento al rom...