Visualizzazione post con etichetta tanto non importa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tanto non importa. Mostra tutti i post

lunedì 9 marzo 2020

Prima di tornare a noi.

E' complicato cominciare un commento ad un libro dopo tanto tempo che non lo si fa più. Gli ingranaggi della mente sono arrugginiti, hanno bisogno di essere oliati e nel momento d'impaccio e di imbarazzo mi chiedo se lasciarmi andare ad un'introduzione lunghissima, che mescola confusamente vita, scrittura e lettura - come da un lato mi verrebbe spontaneo fare - o darmi un tono più rigoroso e lanciarmi subito, nonostante la timidezza, a parlare del romanzo che ho concluso sabato sera e che, dopo molto tempo, mi ha fatto pensare che avrei potuto provare a raccontarlo in un post. 

E' vero che non mi trovo di fronte ad un pubblico in carne ed ossa, sola sopra un palco e con un microfono in mano, ed è vero anche che sono sempre meno le persone che ancora decidono di dedicare il proprio tempo a leggere attentamente blog come questo, ormai passati di moda, figuriamoci quelli la cui autrice è incostante come me; eppure, tutte le volte che manco per un po' o che faccio disordine, come se veramente questa pagina fosse la mia stanza, in cui nessun altro dovrebbe entrare, mi sento poi in dovere di spiegare cos'è successo, di spendere anche solo qualche riga per rimettere le cose a posto prima di tornare a più alti argomenti. Non sono proprio a capace a comportarmi - e scrivere - come nulla fosse, mi sembrerebbe quasi una mancanza di rispetto, forse anche verso i libri stessi prima ancora che verso i miei eventuali e preziosi lettori.

Certo non è semplice raccontare il periodo che sto attraversando, come forse avrà dedotto chi ha letto il mio post precedente. La pausa forzata dovuta al coronavirus sta avendo per me un effetto benefico, perché è come se dopo settimane e settimane di tempesta per la prima volta stesse tornando nella mia testa frastornata la calma, e con essa la lucidità e la capacità di riflettere. Venerdì mattina, ad esempio, mentre stendevo il bucato ho pensato che quest'epoca mi ha confuso. Uno di quei pensieri che una volta che li esprimi a parole o li metti su carta sembrano niente di che, ma nel momento in cui per la prima volta ti si erano accesi dentro come un'insegna al neon in una strada buia ti colpiscono con una forza che momentaneamente ti stordisce. Un pensiero fatto di cinque parole, che riassume dentro di sé una matrioska di ragionamenti che non ho neanche avuto bisogno di spiegarmi, mi son stati chiari - tutti insieme - all'istante come se ci avessi speso giorni di analisi, studio e riflessioni. Dentro c'è il fatto che sono nata all'inizio degli anni '90, che ho avuto in mano il primo game boy, la prima play station, ma prima di questo mi son dovuta inventare storie su storie per rendere interessanti le bambole e le Barbie che altrimenti stavano lì ferme senza dire e fare nulla; mi sono arrampicata sugli alberi, sbucciata le ginocchia giocando a pallavolo, mosca cieca, nascondino e tutto il resto, ho attraversato estati che diventavano tanto interminabili da non veder l'ora che a settembre ricominciasse la scuola pur di sfuggire alla noia che ormai mi esauriva. Ho letto tanto fin da bambina, perché i cartoni animati c'erano solo mezz'ora al giorno. Il primo pc comparso in casa era talmente lento che quasi scoraggiava all'uso e le attività più eccitanti che poteva offrire erano Paint e Microsoft Words: in poche parole, disegnare e scrivere. Il mio primo cellulare l'ho avuto a dodici anni circa, ma solo perché dato che ne esisteva la possibilità mia madre voleva potermi contattare quando ero fuori casa, e comunque era un cellulare che non aveva altre funzioni se non quella di telefonare e mandare/ricevere sms, nient'altro. 

Insomma, a cosa serve questo panegirico nostalgico sui bei tempi andati? A nulla, certo, se non a spiegarmi la difficoltà, la fatica e la frammentarietà che sta rendendo così difficile la vita a molti della mia generazione. Siamo svelti con la tecnologia, è vero, ma non l'abbiamo avuta in mano sin da quando ci siamo resi conto di averne un paio e questa è - secondo me - la nostra più grande ricchezza ed uno dei nostri peggiori svantaggi. Abbiamo studiato su libri fatti di carta, scritto su quaderni fatti di carta, andando in giro per tutta la nostra vita scolastica con le dita sporche di inchiostro rosso e blu. I nostri professori non si sarebbero mai sognati di darci i compiti su una chat di gruppo, e questo poneva dei limiti e delle distanze oggi sconosciute. Ancor peggio però è che, le cose che accadono oggi, appena qualche decennio fa non si immaginavano neppure.

Non esistevano i social, e non esisteva di conseguenza quella velocità, quella rapidità che oggi definisco violenta e che si è mangiata proprio tutto: la qualità di ciò che viene proposto, la durata della popolarità di cose e persone, la pazienza e la capacità della gente ormai totalmente disabituata a dedicarsi a qualcosa per più dei canonici 15 secondi o 120 caratteri; sono tanti i ragazzi della mia età o più grandi che sarebbero in totale disaccordo con quanto scrivo, essendo stati in grado al contrario di prendere il meglio da ciò che questa rivoluzione delle abitudini del mondo aveva da offrire, trovando in tutto questo proprio il mezzo più utile e più potente per sviluppare e far conoscere le proprie capacità ed i propri talenti. Ma c'è anche chi, come me, sapeva usare solamente la penna e la carta (per fare un esempio) e trovandosi catapultato in questo nuovo mondo in cui chiunque sembrava avere tutte le possibilità del caso a patto di sapersele creare e prendere, ha tentato di uscire dal proprio microcosmo, salvo poi rendersi conto di non essere capace di farsi strada in un oceano di profili e contenuti governati da leggi invisibili ed incomprensibili, dove avere effettivamente qualcosa da dire conta, ma in maniera spesso piuttosto relativa.

Allora cosa si fa, si fa un passo indietro con l'impressione che si è ormai in quattro gatti a non essere in grado di cavalcare quest'onda pazzesca, e ci si guarda demoralizzati e perplessi con una domanda stampata in faccia: ed ora che me ne faccio di tutte quelle parole che avevo ancora da riversare? Sto immaginando una spiaggia di notte, sulla riva ci sono io e poche altre persone che conosco e che mi vengono in mente - qualcun altro che ha un blog e scrive in maniera strepitosa eppure ha pochissimi lettori e commenti, così come altre persone col cervello in fiamme, che non hanno ancora avuto il proprio momento - ce ne stiamo lì, al buio, a guardare l'acqua che s'avvicina e poi si ritrae. Nessuno la dice ad alta voce, ma la risposta è inequivocabilmente quella. Niente, non ce ne facciamo assolutamente niente.

Mi rendo conto che letto con certi occhi questo può sembrare solo il vaneggiamento di una povera sciocca che voleva far delle cose ed ora passa il proprio tempo ad invidiare chi c'è riuscito. Ma non è così perché, ad esempio, verso i social non ho mai nutrito alcun interesse se non nella piccola speranza di far arrivare quel che scrivevo qui almeno un po' più in là; mi scoraggia anzi, e confesso di trovarlo anche frustrante, il fatto che oggi sia sostanzialmente quello il modo di far sentire la propria voce e che se non si possiede la dovuta dimestichezza nel loro utilizzo è ancor più difficile di quanto fosse in passato farsi avanti attraverso altre strade. Forse me lo sono immaginato, ma è come se crescendo in quel tempo così vicino eppure lontanissimo, governato da tutt'altri standard e parametri, mi fosse stata fatta una promessa che è poi stata completamente cancellata come non fosse mai esistita, ed io fossi l'unica a ricordarmene e per questo guardata come se fossi strana e un po' matta. E' da questa sensazione assurda e molto difficile da spiegare - credo - che nasce la mia ferita più complessa.

Ed è da tutto questo che mi sono ritratta, è per questo che il mio blog non ha mai avuto una continuità o una direzione univoca; perché non ho mai avuto il coraggio e la serenità di essere semplicemente me stessa, limitandomi a fare quel che da sempre è stata l'unica cosa che mi interessava fare: scrivere. In continuazione ho cercato di condire quel che ero io con ciò che vedevo in giro e che sembrava funzionare, perché se altri mossi dalle mie stesse passioni ed interessi riuscivano a farne una qualche forma di mestiere, davvero non poteva capitare anche a me? Certo che no, perché non ci ho mai creduto sul serio. Io sono un'altra cosa, decisamente fuori moda, e intuendo il pericolo del cervello in fiamme dentro una stanza chiusa ho lasciato che quest'epoca mi confondesse, peggiorando solamente le cose. Basta guardare la storia di questo blog, nato dopo averne chiusi svariati altri in preda a febbrile insoddisfazione: ci sono progetti annunciati e mai veramente avviati, rubriche che promettevano cadenze regolari sopravvissute a malapena alle prime pubblicazioni. Ero mossa sì da interessi e stimoli personali e genuini, ma anche dalla voglia, dalla speranza, dal bisogno di avvicinare altri a ciò che proponevo. Non perché in cerca di una notorietà che non mi sono mai e poi mai sognata di avere, ma solo per quella necessità di comunicare che mi ha contraddistinta fin da quando ne ho memoria, e che non si è mai manifestata in altro modo che la scrittura - questo, sicuramente unito ad anni difficili in cui la mia definizione e realizzazione come persona invece che consolidarsi non ha fatto altro che sbrindellarsi e sbiadire sempre più, portandomi a cercare in maniera quasi disperata una definizione di ciò che sono almeno tramite la parola scritta, sperando in un riconoscimento esterno, anche anonimo, che non avevo modo di cercare altrove. 

Un bel casino, insomma, di cui anno dopo anno ho cominciato a sentirmi sempre più stanca. C'è stato un momento in cui ho avuto una fase di astio totale verso l'attività del blogging, in cui ho pensato che era infine giunto il momento in cui avrei smesso definitivamente di fare questa cosa che è quasi un vizio da quando avevo solo quattordici anni. Mi sono distanziata da tutto, dal blog ed anche dai libri, con la sofferenza di sentirmi rifiutata dal mio stesso mondo senza neanche sapermi spiegare sino in fondo perché. Mi sono rifugiata nella carta, un posto molto più semplice dove non c'è motivo di nutrire inconsce ambizioni, dove non era necessario modificarsi, limitarsi o nascondersi. E piano piano, forse mi sono fatta strada attraverso tutte le sovrastrutture ed i filtri che la confusione, l'ansia, la voglia di fare unita al rammarico di non riuscire mi avevano portato a mettere tra me e tutto il resto, comprese le parole. 

Talmente mi sono sentita oppressa dalla sovraesposizione che ho fatto l'esatto opposto, ritraendomi più di quanto avessi mai fatto prima e custodendo gelosamente quello che continuo a chiamare "il mio mondo". Leggevo, sì, ho letto molte cose belle, alcune importantissime, di cui non solo non ho scritto qui né da nessun altra parte, ma di cui non ho neanche parlato con nessuno. Non ho annoiato il mio ragazzo riassumendogli le trame o analizzando ad alta voce i comportamenti dei personaggi, non ho mandato messaggi vocali da quindici minuti ad una cara amica che puntualmente mi accusa gioiosamente di scombinarle i piani di lettura né ho avuto molta voglia di sapere cosa gli altri stessero leggendo in quel momento. In una maniera ferocemente istintiva, alla quale neppur volendo avrei saputo ribellarmi, mi sono costruita attorno una fortezza con la sensazione che non avrei più trovato la voglia o il bisogno di uscirne. Ed effettivamente, non sono né la voglia né il bisogno i motivi per cui sto rimettendo fuori il naso.

Ho capito che la fortezza mi serviva per ritrovare il più intimo piacere della lettura, quello che mi muoveva da ragazzina e che negli ultimi anni era stato intaccato, sporcato da troppe influenze spesso contraddittorie che non c'entravano niente. E l'ho capito nel momento in cui per motivi di dovere mi sono avventurata più fuori che mai dalla mia comfort zone e più la nuova routine cominciava a schiacciarmi, più forte si faceva dentro di me la voce che diceva che soltanto i libri e le parole potevano salvarmi. Così, sulla carta, ho scritto a volte dei libri belli che leggevo.

Sono giorni ormai che mi risuona nella testa Franco Mari, che in Storia del nuovo cognome dice a Lenù: "Tu devi studiare sempre, Elena", intendendo che qualunque cosa le passi tra le mani - un articolo di giornale, un romanzo, un saggio - lei non deve limitarsi a leggere ma lo deve studiare. Mi risuona nella testa perché è in fondo quello che ho sempre preteso da me stessa e che, ad un certo punto, mi son chiesta: ma a che cosa serve? Nei momenti di stanchezza e di sfiducia è stato inevitabile chiederselo, perché studiare è faticoso, richiede impegno, e perché impegnarmi tanto nella lettura che dovrebbe essere un semplice passatempo, verso cosa sto tendendo con tutto questo impegno, a cosa serve. Credo sia lecito chiederselo, e credo che si esca molto più integri e padroni di sé da questo conflitto quando si è in grado di rispondersi: a nulla. Perché è vero, non c'è un obiettivo pratico o utile da raggiungere, nessuno mi darà alcun riconoscimento per la mia conoscenza della letteratura inglese, non riceverò applausi né medaglie per le annotazioni a margine dei miei libri e per le pagine fitte di intuizioni e riflessioni che riempiono i miei quaderni. Non serve a niente, se non per il puro e semplice bisogno e piacere di farlo. In tutto questo tempo, quando ho letto ho letto e basta, senza impegnarmi oltre, senza analizzare a fondo, senza ricercare e scandagliare. E' servito a rilassarmi, certo, ma è come se nel frattempo stessi al mondo senza percepirmi. Gli altri mi vedono, io non mi sento messa a fuoco, e ogni giorno è uguale all'altro senza lasciarmi addosso alcun segno. Sabato, mentre terminavo il romanzo che stavo leggendo, dopo moltissimo tempo avevo di nuovo in mano una matita - è una sciocchezza, ma è sintomo di una differenza notevole.

Tra i motivi che mi rendono fuori moda c'è che, se mi lascio andare, scrivo troppo come avrà notato chiunque abbia deciso di continuare a leggere questo post, e questa era una delle cose che ho sempre provato a limitare e contenere. Forse è solo il benessere dato da questi giorni di riposo, forse è la bellezza di queste prime giornate primaverili, ho sempre molta paura a lasciarmi andare a sensazioni che paiono troppo rosee e positive. Non faccio promesse, né a voi né a me stessa; diciamo solo che sarebbe molto bello se dopo tutto questo marasma di idee e sentimenti io stessi davvero trovando il tiro giusto almeno per questo spazio, almeno per creare un ponte un po' più solido e bello da attraversare tra il mio mondo e chi ha voglia di farci dentro un salto. Sarebbe davvero bello se fossi riuscita a riappropriarmi di quel piacere intimo e sincero per la lettura, se fossi in grado di studiare i miei libri senza tormentarmi, se la mia testa ricominciasse ad andare in fiamme ed imparassi finalmente a giocare col fuoco piuttosto che a lasciarmi bruciare.
Ho la sensazione, almeno oggi, che se tutto questo fosse possibile la mia voce scritta sarebbe diversa - lo stesso timbro, ma più calma, più piacevole da ascoltare.

La prossima volta vi parlo del libro finito di leggere sabato sera.


Julia

domenica 12 maggio 2019

Una piccola cosa che ne contiene cento

Io e le mie amiche ci diciamo spesso l'un l'altra che esiste un momento giusto per qualunque cosa. Le mie amiche non si conoscono tra di loro, non direttamente o non intimamente almeno, perciò non si tratta di una frase facile divenuta una bizzarra convinzione di massa: è qualcosa che, in certi casi, ci viene spontaneo dire, come fosse una solida costruzione semantica cui aggrapparsi in caso di disordini sismici. E proprio per questo, da qualche tempo, ho cominciato a rifletterci: esiste il momento giusto per ogni cosa - sembrava così vero ogni volta che mi è stato detto, sembrava così vero ogni volta che l'ho detto, eppure - eppure sarà vero, oppure è un'idea di cui abbiamo bisogno per giustificare tutti i ritardi, tutti gli anticipi, tutti gli anelli mancanti? Io e le mie amiche, ormai orbite di quei lontanissimi trent'anni, e nessuna che ha con sé tutto ciò che sembrava indispensabile per arrivare preparate alla soglia di questa fase di vita. C'è chi ha una relazione stabile ma neppure l'ombra di una professione, chi ancora studia e attraversa le giornate convincendosi che l'essere adulti è qualcosa di ancora distante, chi lavora sodo tutti i giorni facendosi al contempo mille domande, chi ha fatto tutto di corsa, raggiungendo tutte le tappe in tempo, per poi trovarsi a fare i conti con l'abc del saper prendersi cura di sé. Non si può avere tutto, non si è mai completi, ma se mi guardo attorno mi vien da pensare che non è giusto neanche sentirsi così tanto incompleti.

Un cantautore che mi è vicino al punto da avere un tatuaggio in omaggio alle sue canzoni sull'avambraccio sinistro dice che è un superpotere essere vulnerabili, ed oggi sto riscoprendo una scossa alla volta quanto potere mi scorre nelle vene. Continuare a scrivere su questa linea mi porterebbe a fare qualcosa che ho deciso di non fare più, non su questo blog, ovvero esporre le viscere, usare il mio superpotere e mettermi a nudo - è già sottopelle quella fatica, quel nodo allo stomaco, sono in piedi sul ciglio, frammenti di terra e di roccia già si frantumano e rotolano a valle, laggiù c'è la lava che bolle, fa già così caldo che mi metterei ad urlare, figuriamoci se mi avvicino. Non so se quella frase che ci diciamo io e le mie amiche è vera, ma se esiste un momento giusto per ogni cosa allora deve esistere anche il posto giusto per ogni cosa. E questo blog, anche se ci ho provato ed anche se in parte mi sarebbe piaciuto, non è il luogo giusto per esporre i miei detriti spaziali. Forse non è vero, forse è l'ennesimo salvagente che sto lanciando tra me stessa e quel dirupo che c'è dentro, è l'ennesimo recinto di protezione che sto costruendo tra il mio dirupo e la gente fuori, che ignara e felice potrebbe finirci dentro senza volerlo mentre si fa una corsa in uno di questi bei giorni primaverili. E va bene così, ho bisogno di salvarmi da tutto questo adesso, perché quella che ho da raccontare io è tutta un'altra storia che non va bene né per questo né per nessun altro blog. Mi sono presa il mio tempo per fare le valigie, piena di confusione, di rimorsi, di rimpianti, di ricordi scacciando un vago senso di delusione, guardandomi attorno con l'aria di una che sta lasciando un posto in cui ha vissuto così tanto eppure con la triste sensazione di non averci lasciato quasi niente. Come una bellissima odissea di cui nessuno si ricorderà, eh sì. C'erano cose da capire, ed ora che almeno questa cosa qui l'ho capita so che non devo andarmene per sempre, ma devo tornare per bermi un cappuccino e fare una chiacchierata, non per sedermi a terra e restarci quattro giorni consecutivi, dai quali riemergere con le occhiaie, i capelli scompigliati, piena di graffi ma piena dentro come non ero da un anno e mezzo. Questa, appunto, è un'altra storia. Prendo il mio superpotere, e vado ad essere vulnerabile da un'altra parte, perché non sono in grado adesso di sopportare facce appese alla finestra. Mi bastano quelle due persone contate che farò entrare io, e che vedendomi ridotta così non saranno né preoccupate né spaventate. L. mi sorriderà piena di orgoglio e nell'incrociarsi i nostri sguardi produrranno scintille tali che non ci sarà bisogno di abbracci, finalmente il coronamento delle nostre battaglie, i nostri sbagli che diventano successi; M. invece mi metterà una mano sulla spalla, delicata e salda, e mi dirà qualcosa come "so com'è stato, ed è tutto bellissimo".
Sono pronta a chiudermi in quella stanza vuota, anche se fa paura quel superpotere che potrebbe esplodermi in mano. Ma sono pronta, soprattutto perché là fuori, sedute come i parenti fuori dalle sale operatorie, ci siete voi due, forti e fiduciose, splendide ed insostituibili. 

Ad L., che senza di lei non saprei di cosa scrivere perché la mia scrittura ha la sua forma, il suo passo, il suo odore, anche se non riuscirò mai a spiegare a qualcun altro quel mistero che siamo noi due. Ci sei da sempre, e so che ci sarai per sempre perché troveremo il modo qualunque cosa accada, come quella volta in cui chiunque altro si sarebbe messo in salvo sulla prima scialuppa che trovava, mentre noi siamo rimaste strette su una zattera anche se sembrava destinata ad affondare. E' stata dura, ma avevamo ragione. 

Ad M., la mia amica specchio, che non si prende mai il merito di nulla eppure mi aiuta sempre ad uscire dai grovigli in cui rimango incastrata. Ci sei da poco, ma so che ormai ci saremo per sempre l'una per l'altra, perché due come noi che si legano tanto e così in fretta non potranno mollarsi mai più. 

D'ora in poi, su questi lidi, si torna a parlare di libri.

domenica 3 marzo 2019

Wildflowers

Like wildflowers
you must allow yourself
to grow
E' una domenica di sole, fuori fa quasi caldo, tra le mura di casa invece è ancora inverno pieno. Dopo pranzo, dopo il caffè, avrei voluto prendere la monografia su Frida Kahlo che sto leggendo e sedermi sul balcone, quello più esposto alla luce e di conseguenza il più caldo di tutti. Penso che sarei stata bene, che mi sarei goduta il momento e che avrei letto un bel po'; ma non ho potuto, perché oggi non si scappa, oggi qualcosa di sensato lo devo scrivere. E' la terza o forse anche la quarta volta che ricomincio da zero. Arrivo a metà pagina e cancello tutto, insoddisfatta e frustrata come ho iniziato a sentirmi da ieri sera. Sono andata alla presentazione di un libro, ieri. Un libro che non conoscevo, scritto da un autore che non conoscevo, e ci sono andata quasi per inerzia. La verità è che ormai ho imparato a porre una distanza di sicurezza tra me e questo genere di cose, perché quelle rare volte in cui partecipo ad un incontro con autori o autrici, o in cui si parla di temi caldi come letteratura e scrittura, finisco sempre col sentirmi come se stessi ricevendo in una volta soltanto troppi stimoli tutti insieme, e mi si riempie il corpo di un disgustoso senso di amarezza perché sento che quelli sono i luoghi che dovrei frequentare sempre, che dovrei esserci immersa dentro e che avrei dovuto in qualche modo guadagnarmi il diritto di dialogare con quella categoria di persone, perché soltanto chi già fa quel che sentiamo di voler fare anche noi può guidarci attraverso i tortuosi sentieri del divenire. Ma in realtà sono soltanto una tra tanti, ieri ero una ragazza con la coda spettinata che - come sempre in ritardo - si era buttata addosso i jeans ed il maglione di fiducia, con giusto un tocco di mascara sulle ciglia e una passata di rossetto scuro a darle un tono, seduta in seconda fila su una seggiola di plastica e due occhi come due bracieri ardenti fissati con insistenza sull'autore - un uomo alto, dall'aspetto ordinato e con uno sguardo ed un sorriso davvero gentili - come se volessi carpire anche ciò che non diceva, i sottintesi ed i sotto testi della parabola corrosiva che era stata portare alla luce quel romanzo, esposto come un dipinto su piccola tela sul tavolino di fronte a lui, accanto a due bottigliette di acqua Clivia che non c'è stato bisogno di aprire. E' arrivato il consueto momento, per i presenti che ne avevano, di porre delle domande. Io non ne avevo, non ho mai delle domande, ho dei punti di vista, ho un miliardo di cose che vorrei dire per portare avanti un dialogo di cui ho disperato bisogno, ma come farlo davanti ad un gruppo di sconosciuti? Come avere la faccia tosta di parlare delle ferite inferte dalla scrittura ad uno che scrittore lo è veramente, col suo nome che figura nel catalogo Einaudi? Così, come tutte le altre volte, il mio miliardo e mezzo di cose da dire è rimasto nella testa, mi sono alzata e sono rimasta ad aspettare che una signora esponesse i suoi entusiasmi e si facesse firmare la copia del libro, e quando l'uomo alto dagli occhi gentili ha spostato la sua attenzione su di me gli ho detto: volevo soltanto ringraziarla, è stato bellissimo ascoltarla con la voce incerta, le gambe tremanti, una stretta di mano fugace - perché parlare con gli estranei non è mai stato il mio forte, anzi, faccio una fatica bestiale, tanto più quando è stato bellissimo ascoltarla era una stupidaggine qualunque, un contentino per me stessa, per sapere di non essermene andata senza aver lasciato proprio niente di niente. Lui mi ha risposto grazie con quel sorriso gentile, con i modi di chi dedica piena attenzione a chi ha di fronte, anche se io ero troppo agitata per riceverla o anche solo per incrociare davvero il suo sguardo adesso che non c'era più una fila di sedie e di persone a porre una distanza di sicurezza. Quasi non ricordo la nostra stretta di mano, la mia amica ansia mi fa temere sempre un sacco di cose, come rubare troppo tempo, essere invadente, inopportuna, di troppo; c'era qualcun altro dietro di me, e pensavo che dovevo lasciar spazio al prossimo, così non appena ho pronunciato quella frasetta sciocca che mi ero preparata sono scappata via. Fuori era buio, faceva freddo, e non era stato bellissimo ascoltarlo: era stato interessante, stimolante ma anche incredibilmente difficile, per me. Non appena mi sono incamminata al fianco dell'amica con cui ero entrata nella libreria ho capito che, nonostante avessi cercato di impedirlo, mentre l'autore parlava - del suo romanzo, della sua vita, della scrittura - dentro mi si erano smosse delle cose.

Siamo andate a fare un aperitivo, sorseggiando un drink parlavamo un po' di quanto avevamo ascoltato un po' dei soliti argomenti di tutti i giorni, ed intanto cresceva in me l'impazienza. All'improvviso non mi importava di trovarmi lì, di mangiare o di bere, di cenare fuori come il mio compagno mi aveva proposto, di chiacchierare del più e del mondo. Avevo cose ben più grandi nella testa, circondate dalla paura di perderle perché la memoria avrebbe potuto tradirmi, o perché quella era come una febbre che presto mi sarebbe passata. Impazienza, trascinata da un pub ad un ristorante, mischiata ad un lacerante senso di frustrazione, e poi prendere freddo sotto la luna - intorno le macchine, i gruppi di ragazzi e di ragazze che passano a voce alta - mentre si affidano ad un messaggio vocale su whatsapp tutti quei pensieri disordinati, destinandoli all'unica persona che conosco a cui, anche di sabato sera, potrebbero interessare discorsi sbronzi sulla depressione, sul male che fa scrivere e sul perché lo si faccia lo stesso.

And that's where I stand
Silent in the trees
Why won't you speak
Where I happen to be?
Silent in the trees
Standing cowardly
Tra le tante questioni su cui continuerò a riflettere nei prossimi giorni, una su tutte mi ha punto sul vivo: l'autore - di cui rivelerò il nome e di cui vi parlerò quando avrò letto il libro di cui si è parlato ieri - ad un certo punto ha detto che quando si scrive bisogna avere il coraggio di essere onesti e sinceri fino in fondo, che bisogna cercare di far venire a galla la verità, e che se lo scrittore si scontra invece col proprio pudore (nella maggior parte dei casi, per paura di fare i conti con se stesso) il lettore finirà inevitabilmente con l'accorgersene. 
Da qualche tempo ho ripreso in mano una cosa che avevo scritto qualche anno fa, l'unica che io sia mai riuscita a terminare. Ho cominciato a farne una seconda stesura e, fidatevi, quella sì che è una storia che mi porta a fare i conti con me stessa, che mi mette faccia a faccia con questioni che avevo rinchiuso in uno sgabuzzino e che non avevo più avuto il coraggio di tirar fuori. Ma, vedete, io mi vergogno persino a scrivere che sto scrivendo, mi vergogno a dirlo ad alta voce, faccio fatica a ritagliarmi il mio tempo per farlo perché mi alita sul collo la sensazione di star sprecando del tempo, che anche fare le faccende domestiche sarebbe più utile. Ho paura di sembrare soltanto una delle tante che, sapendo mettere insieme qualche frase leggibile, pensa di essere una grande scrittrice. Più di tutto, ho paura che nonostante le idee, nonostante ventisette anni di guerra e di armistizi con la parola scritta, ho paura che persino questo finirà col rivelarsi del tutto inutile. Lo scrittore, ieri, ha detto anche che scrivere è un'ossessione e che se gli proponessero una pillola che fa passare l'ossessione di scrivere lui la prenderebbe subito, sicuro che starebbe molto meglio. Io penso la stessa cosa. Ricorre spessissimo nei miei diari, ma persino su queste pagine, la metafora dello scrivere come un infierire su ferite già aperte. Ma questi discorsi sono credibili soltanto in bocca a chi ha già fatto del proprio dolore e delle proprie lotte un mestiere. E' credibile Lady Gaga che racconta di come scrivere una canzone sia un'esperienza invasiva, è credibile Virginia Woolf con le sue crisi periodiche, è credibile lo scrittore che ieri raccontava di come la scrittura lo prendesse violentemente a schiaffi davanti a quegli schiaffi elegantemente rilegati in un libro vero. Se lo dico io, sono solo una che si dà delle arie da artistoide, o una che deve sempre esagerare i toni. Mi mordo la lingua, mi mordo le labbra, il sangue mi ribolle nelle vene insieme al mio milione e mezzo di cose da dire.

Quel coraggio necessario a scrivere qualcosa di credibile un tempo ce l'avevo, ed era per quello che scrivere era così doloroso. Quando avevo vent'anni stavo molto male, e una notte scrissi un racconto che parlava di suicidio. Ho sempre pensato che fosse stata un'esperienza catartica, e che attraverso il suicidio di Cassie - una ragazza dai capelli lunghi e piena di anelli alle dita, che non riusciva a tenersi nessun lavoro ed aveva soltanto un'amica, che aveva una voce roca e conosceva molte poesie a memoria - avessi esorcizzato i demoni che mi seguivano in quel periodo. Ricordo che mi sentii malissimo, e poi semplicemente vuota. Oltre al coraggio avevo anche una faccia tosta che adesso mi sogno, perché presi quel racconto e lo feci leggere alla docente universitaria di letteratura moderna e contemporanea il cui corso mi aveva appassionata tantissimo, e lei mi disse che era molto buono, grezzo ma interessante. Quando lo lesse la mia migliore amica non disse niente, anche se le si inumidirono gli occhi. Il mio fidanzato disse che era preoccupato per me. 

Non ero io a decidere quando e cosa scrivere. Capitava di sentirmi turbata, e questo turbamento diventava malessere, ed il malessere cresceva fino a sentirmi oppressa: soltanto allora provavo a scrivere, e mi rendo conto che era come tuffarsi in un pozzo, scendendo più in fondo frase dopo frase e che il fondo non sempre riuscivo a toccarlo. Se non ci riuscivo, quel che scrivevo mi sembrava insulso, stupido e lo cancellavo o lo lasciavo lì senza prestargli mai più attenzione. Questo tuffo però aveva un prezzo, che ad un certo punto non ho più avuto la forza di pagare. Non era facile - anzi, era impossibile - essere una figlia, una sorella, una fidanzata, un'amica e al contempo andare in cerca delle ombre necessarie a scrivere. E siccome non sono mai stata capace di credere fino in fondo che la mia scrittura fosse qualcosa di importante, tra le due cose ho sacrificato quest'ultima. Durante il periodo in cui sono stata in psicoterapia, la mia psicoterapeuta mi diceva che avrei dovuto imparare ad entrare ed uscire dal pozzo - per continuare con questa banale metafora - quando e come decidevo io, senza portarmi le conseguenze nella mia vita. Sicuramente ero troppo giovane per acquisire questa capacità, che credo si basi su un equilibrio personale che ho iniziato ad intravedere solo negli ultimi anni. Non sono pronta nemmeno adesso, lo dimostra la nuova ferita che si è aperta ieri sera, lo dimostra questo post, lo dimostrano quel paio di lacrime che mi sono scese scrivendolo. L'unica cosa che mi preme sapere, e che al tempo stesso mi spaventa, è se sarò ancora capace di raggiungere veramente il fondo e se laggiù ci saranno ancora quelle fiamme, quelle ombre, quegli organi esposti che ora più che mai dovrei portarmi via. 

Carver una volta disse: e come faccio a spiegare a mia moglie che anche quando sto guardando fuori dalla finestra, in realtà sto lavorando?

mercoledì 30 gennaio 2019

Devo tornare, a scrivere.

Il blocco dello scrittore. Lo conosce bene chiunque abbia l'abitudine di scrivere in prima persona, e lo conosce anche chiunque altro almeno per sentito dire. Lo chiamo in causa per aprire questo post perché è in parte la causa del mio silenzio da settembre a questa parte. In realtà avevo intenzione di ricominciare a parlare dei libri che leggo come nulla fosse, come se la mia voce non fosse mai sparita da questo spazio, senza inutili e noiose spiegazioni sui motivi di una delle mie tante pause - una delle più lunghe, credo. La verità, però, è che non ci riesco. Ho una bozza salvata che contiene appena qualche riga, riguardante il primo libro letto nel nuovo anno. Un libro che mi è piaciuto molto ma che soprattutto mi riempie di gioia ogni volta che lo guardo, perché è stato un regalo inaspettato da parte di una persona divenuta ormai indispensabile e fondamentale per me - ma questa è una storia bellissima, che vi racconterò forse in un'altra occasione. Il punto era che ho provato a più riprese a scrivere di quel libro, senza alcun risultato. I pensieri che sono soliti trasmettersi in maniera più o meno fluida alle dita, alla tastiera, fino a riempire tutto il bianco del foglio sullo schermo, non volevano andare da nessuna parte; continuavano ad inciampare su se stessi, ogni frase che mi trovavo sotto gli occhi mi sembrava di una banalità imbarazzante e finivo ogni volta col chiudere la pagina con un po' di frustrazione, o di insoddisfazione, o di una crescente mancanza di voglia di provarci ancora. 





Negli ultimi tre/quattro mesi dello scorso anno sono capitate cose difficili da attraversare. Di quelle che prima o poi sono inevitabili per tutti, come la morte di una persona cara. A me però - a noi - sono capitate a raffica, tutte insieme, all'improvviso e talvolta del tutto inaspettatamente. E' stata dura essere presente in quei momenti, ed essere presente in quei momenti ha fatto sì che sparissi del tutto o quasi da qualsiasi altro luogo, reale, virtuale, personale, altrui. Per un attimo ho sentito il diritto di mettere in sospeso tutto ciò che mi riguardava, comprese le mie preoccupazioni personali che, di fronte a questioni veramente insolubili, son sembrate in fondo piccole come un granello di sabbia. Passato il peggio, però, hanno ripreso subito le loro dimensioni abituali, ossia tanto più grandi e più pesanti di me, ma costantemente aggrappate alle mie spalle, che di conseguenza se ne vanno per il mondo ingobbite e trascinate verso il basso. Sentivo disordine intorno a me, dentro di me c'era sempre un chiasso insopportabile, e l'unica cosa che mi è venuto in mente di fare è stata aggrapparmi ad una penna e provare a fare una lunghissima passeggiata su un foglio di carta. Per la prima volta dopo un sacco di tempo ho scritto quasi quotidianamente, ho finito un intero quaderno che ho comprato in una cartoleria molto lontana da qui, spinta da un forte impulso e da uno strano senso di bisogno. Ho scoperto che le parole a volte non mi bastano, ma che posso raccontarmi anche con ritagli di carta, con immagini, con disegni semplici che - tazza di tè, candela accesa - se voglio mi allontanano ogni giorno da tutto ciò che mi sta stretto, ed impercettibilmente mi permettono di avvicinarmi a me stessa, quel nucleo che troppo spesso ignoro, evito di ascoltare o addirittura scaccio via in un angolo con una severità esagerata. Raramente ho scritto di come mi sentivo, di cosa provavo. Molto più spesso mi limitavo al racconto della mia giornata, come facevo da bambina, e proprio come da bambina sono tornata a sentirmi insoddisfatta anche di questo: oggi ho fatto questo e quest'altro; oggi è successo così e cosà; possibile che non hai nulla di più interessante da scrivere? Persino nei miei diari "segreti" son sempre stata molto rigida nei miei confronti.


Tornare sulla carta mi ha ulteriormente allontanata dal blog e dall'ambito virtuale in generale. Non sentivo quella particolare necessità di esprimermi che necessita di una controparte, di qualcuno che legga, che senta o che incontri quello che scrivo: anzi. Per qualche ragione, ho scoperto al contrario un bisogno estremo di privacy, ho scoperto in me una discrezione ed una chiusura di tutto ciò che avevo in testa che credo non mi sia mai appartenuta, perché da che ho memoria ho affidato tutto il mio interno alla scrittura, e la mia scrittura l'ho sempre data in mano - o in pasto - a chiunque. La usavo al posto della voce tutte le volte che le cose erano troppo difficili da dire, appena ho avuto un computer ed ho scoperto l'esistenza dei blog - avevo tredici o quattordici anni - l'ho lanciata dentro quella realtà virtuale come un grido nel buio, sperando che sopperisse a tutti i miei silenzi nella vita di tutti i giorni, che era piena di amici e di impegni ma mi sembrava non desse alcuno spazio a ciò che per me era realmente importante. Non ho mai avuto alcun pudore, riguardo i miei sentimenti. Se ci ripenso, non ho mai avuto paura di esporli per quello che erano, nudi e crudi, anche quelli più sporchi, più affilati, più contorti, più difficili per l'altro da comprendere. Protetta dall'anonimato di un nickname, che mi faceva sentire al sicuro come se indossassi un mantello invisibile, mi sentivo libera di tirar fuori tutto. Libera - anche se scrivere per me è sempre stato un girar il dito nella piaga, e poi gettarci del sale con anche una spruzzatina di limone. Ma anche quando faceva davvero male, riuscivo a trovarci un senso. Che è inspiegabile, al momento, ma so che chi può capire lo capirà. 

E' successo tutto questo, ed ora sono trascorse almeno un paio di settimane dall'ultima volta che mi sono seduta al tavolo col mio diario. Lo sto evitando come si evita un nemico che ci segue ma non ci aggredisce, perché sa che il nostro incontro è inevitabile ed ha tutta la pazienza necessaria ad attendere che avremo il coraggio di presentarci a volto scoperto. Perché tutto quello che deve succedere, prima o poi succede e basta. Sul finire dell'anno vecchio, non ho fatto nemmeno uno straccio di buon proposito, non ho concepito alcun obiettivo. E' stata una fatica titanica passare da un anno all'altro, come scavalcare qualcosa di monumentale che ci blocca il passaggio con le mani legate ed una gamba sola. L'unica frase - l'unico motto o pensiero - che ho voluto scrivere sulla prima pagina del 2019 è stata: trust the path unseen, credi nel sentiero nascosto. Quel sentiero esiste, ed anche quando sembra che non stiamo andando proprio da nessuna parte in realtà ci stiamo muovendo, e prima o poi ce ne accorgeremo. Avevo bisogno - ho bisogno - di credere che sia così. 

E di recente almeno dentro qualcosa si sta muovendo, talmente forte da far rumore sopra le faccende quotidiane, i pensieri pratici e negativi ed i circoli viziosi. Per quello sto evitando la carta e la penna, perché quando ci incontreremo sarà un lento affogare dentro lo specchio, il momento dello scontro è ormai arrivato e sarà un duello spietato, in cui la penna non mi farà nessuno sconto, nessuna grazia, niente pietà. Colpo su colpo, parola dopo parola. E' giunto il momento di affrontarmi perché è seriamente giunto il momento di arrivare a qualcosa, qualcosa a cui ho sempre girato attorno, qualcosa che ho cullato, sfiorato, odiato, sognato, evitato, perseguito, ignorato, custodito, disprezzato con cui ho lottato fin da quando ero piccola ma che, alla fine, non sono mai riuscita a mettere da parte o dimenticare del tutto. Quel qualcosa si chiama scrivere. Io devo scrivere. E stavolta, sul serio, è ora o mai più.


J.

lunedì 11 giugno 2018

"Quali sono i tuoi jeans preferiti?" - Quelli che mi entrano.

Io sono una Donna a Pera. Per coloro che non si fossero mai addentrati nell'affascinante mondo della definizione del corpo della donna secondo precisi parametri fruttiferi, spiego cosa significhi essere una donna a forma di pera. Caratteristiche principali: disequilibrio, una sproporzione tra la parte alta e la parte bassa del corpo, nello specifico spalle e torace tendenzialmente più piccoli dei fianchi. Detto in parole povere, essere una donna a pera significa che non hai le tette ma in compenso cosce e sedere abbondano. Ciò potrebbe diventare interessante, se fossi una donna tipo Jennifer Lopez o una Kardashian (che sull'abbondanza delle chiappe ci hanno tirato su un business!), ma quando sei una ragazza normalissima come me, che non nutre neanche grandi simpatie verso il mondo dell'attività fisica, avere un corpo a forma di pera presenta sicuramente più svantaggi che attrattive. Innanzi tutto, avere il corpo a pera fa sì che anche se mangio una mentina, questa si depositerà sempre e soltanto sul sedere e sui fianchi. I problemi maggiori, però, vengono sicuramente nel momento in cui bisogna vestirsi. Solo negli ultimi anni - dopo un'intera vita passata ad avere crisi isteriche pensando che non mi stesse bene nulla - mi sono decisa a studiare la questione, per capire finalmente come accidenti dovrei abbigliarmi per risultare per lo meno decente. Ho scoperto che la mia epoca erano gli anni Cinquanta  (grazie, grazie molte) ed ho scoperto anche una punta di cattiveria da parte delle Donne Mela, Donne Banana, Donne Rettangolo, Donne Clessidra e via dicendo, che affermano cose come: voi, Donne Pera, vi siete prese tutti gli anni Cinquanta, ora tocca a noi! Ah, okay, scusate, avrei voluto mormorare io, rammaricata per aver rubato la scena e monopolizzato la moda quando neanche ero nata. Gli anni Cinquanta, a quanto pare, erano l'epoca perfetta per le Donne Pera, perché il nostro punto di forza, il Pregio Supremo sul quale concentrare tutta la nostra immagine, è il punto vita; perciò noi Donne Pera vestendoci dobbiamo pensare a come mettere in risalto la nostra vita sottile, concentrando lo sguardo di chiunque incontreremo su quella, distraendolo abilmente dai fianchi e dalle cosce che, poco più sotto, si espandono senza misura. Negli anni Cinquanta giocare con questo trucco era fin troppo facile, con quegli abiti svolazzanti che facevano tutto al posto nostro: erano già ripresi in vita, per poi allargarsi in gonne ampie che nascondevano tutto ciò che c'era da nascondere.

Purtroppo però sono una Donna a Pera di epoca moderna, ed anche una donna che ama vestirsi in modo sì stiloso, ma pratico e comodo: ergo, preferisco i pantaloni ed i jeans ai vestiti ed alle gonne, che restano per me indumenti da sfoggiare per le Occasioni Speciali. Le linee guida per la sopravvivenza della Donna a Pera dicono che devo indossare pantaloni a vita alta, rigorosamente neri o scuri, da abbinare per contrasto a maglie e camicie dai toni chiari, volendo anche super colorate. Della serie: acceca il nemico con un colore talmente acceso che lo colpirà come un pugno dritto in un occhio, e non avrà più alcun modo per accorgersi del sedere abbondante. A patto che la suddetta maglietta sia infilata ad arte dentro i pantaloni per evidenziare la vita sottile, altrimenti il piano fallisce.

La mia vita è complicata.

E si complica ulteriormente quando arriva il terribile, tremendo, spaventoso momento di comprare un paio di jeans. Forse, voi donne che somigliate ad altri frutti, non conoscete e non immaginate le mille difficoltà cui va incontro una povera Donna a Pera come me. Già, perché puntualmente, qualsiasi modello di jeans io scelga, non avrà mai senso. La prima grande prova avviene proprio nel camerino: mentre li infilo e sono ancora ad altezza polpacci, sudando freddo mi chiedo riusciranno questi bellissimi jeans a superare i fianchi? Ma anche quando questo accade - quando la prima temibile prova viene superata - il dramma non è ancora finito. Perché di solito, se i jeans si chiudono sono troppo lunghi, e cadono malissimo sulle mie gambe sproporzionate. Quando invece sono perfetti di lunghezza, non c'è verso che il bottone si chiuda.

Ecco perché, quando tempo fa ho fatto la follia di acquistare un paio di jeans online, li ho attesi con la stessa angoscia con cui si aspetta il risultato di un esame importante. Quando una mattina mi sono alzata ed il pacco era arrivato, l'ho aperto piena di paure e di speranze; mi sono spogliata in salotto, non potendo attendere neanche un secondo per sapere la verità. I nuovi jeans sono scivolati tranquilli oltre i polpacci, oltre le ginocchia, le cosce, contenendo senza troppi sforzi anche quell'abbondante sedere tipico della Donna a Pera, ed infine...

...il bottone che si chiude, la cerniera che si tira su liscia come l'olio.

Ho un nuovo paio di jeans.

giovedì 10 maggio 2018

Temporali

Piove ogni giorno, qui dalle mie parti. Verso le due del pomeriggio scoppiano certi temporali che poi vanno avanti fino a sera, lasciandomi giusto una parentesi di tempo di pioggia meno fitta e più clemente che mi permette di uscire con le mie figlie pelose. Daphne si ferma spesso guardandomi con l'aria interrogativa - andiamo avanti? Torniamo indietro? - stringendo spesso quei suoi occhi bellissimi quando le gocce d'acqua le cadono sul muso; a Daisy invece non interessa, lei va avanti incurante della mia lentezza e della pioggia, anche se il suo pelo lungo è quello che ne esce peggio e quando torniamo a casa sembra un pupazzo rimasto sotto le intemperie per giorni e giorni. I temporali di maggio iniziano con certi tuoni che più che tuoni sono esplosioni, uguale a quella che ho sentito dentro qualche notte fa. Sarà perché maggio è il mio mese, che i temporali primaverili ce li ho anche dentro. Forse per riprendermi. Risvegliarmi. Decostruirmi. Ricompormi.

Avevo un minuscolo pezzetto dentro, tanto tempo fa, che era bello come una pietra preziosa. Aveva tutti i bordi scheggiati e taglienti, però, ed io ero incauta. Lo ammiravo e lo mostravo, mi sembrava la parte più significativa di me. Maneggiavo quel pezzetto luminoso e affilato a mani nude, e lo mostravo a chiunque si avvicinasse, rischiando quasi sempre di farmi male e di fare male. Per questo un giorno decisi di metterlo via, di seppellirlo sotto un mucchietto di polvere e fare finta che non esistesse più. Non sono più tornata a cercarlo per anni, e finalmente ero diventata una ragazza come tante, una a cui bastano le cose semplici, felice con poco e senza quel fastidioso lacerante bisogno di esprimersi. Andava tutto bene, finalmente. Mi bastava leggere le parole degli altri, la sera potevo guardare la tv senza pensieri - niente più notti insonni a rincorrere un'idea, a vomitare un sentimento senza forma - niente più bisogno di isolarmi in luoghi bui in cui muoversi alla cieca, con l'inevitabile necessità di allontanare chi mi voleva bene. Sembrava tutto più facile, più sensato, più logico, più maturo e ragionevole. Andava tutto bene.

Solo ogni tanto mi coglieva questa sensazione di essermi persa qualcosa, di aver dimenticato per strada qualche dettaglio importante. Mi ricordavo - come momenti appartenuti ad un'altra vita - di un gomitolo di emozioni che mi sfidava a districarlo, di notti passate a camminare nella stanza con la musica giusta in sottofondo, e di come poi a volte la tastiera di un computer o una penna nera fossero gli strumenti che scioglievano la matassa, anche se ciò non serviva mai a stare meglio. Serviva ad aprire di più la ferita, a gettarci dentro del sale, ad infilarci dentro una matita appuntita e scavare più a fondo. Serviva soltanto - almeno questo - ad urlare, visto che ad urlare con la voce non avevo mai imparato. Infatti quando non ci riuscivo la frustrazione era talmente tanta che non potevo far altro che accendere una sigaretta rubata a qualcun altro, e fumarla con la finestra aperta. Al mattino ero sempre esausta, e se mi chiedevano delle mie occhiaie io non sapevo come spiegarle, perché chi le avrebbe capite quelle mie guerre solitarie. Era faticoso, questo sì, ma mi faceva sentire viva, e mi faceva capire chi potevo essere.

Quando ho messo via quel minuscolo pezzo, luminoso e tagliente, ho anche smesso di ascoltare la musica che amavo. Quella malinconica, cattiva, arrabbiata, quella che su poche note lascia correre un fiume di parole; quelle canzoni che mi facevano bene solo la metà di quanto mi facevano male, che mi davano ispirazione e mi stancavano come una seduta intensa dallo psicoterapeuta. Avevo smesso di ascoltare musica, e non sapevo bene il perché. Forse tutto questo non mi appartiene più, mi son detta spesso. Appartiene al passato, come molte altre cose, è soltanto un ricordo, sta già sbiadendo.

E' incredibile come ciò che ci appartiene davvero riesca, prima o poi, a farsi strada, ad attirare l'attenzione con delicatezza o con prepotenza. E' stato un cantautore a dirmi "Ehi, ti sei accorta di cos'hai? Proprio lì, in quell'angolo..." indicando quel pezzetto luminoso abbandonato tanto tempo prima, un po' più opaco adesso, ancora più scheggiato ed ancora più tagliente. Io ho continuato ad ignorarlo, ma il cantautore ormai l'aveva tirato fuori, e quello continuava a muoversi dentro di me smuovendo tutto il resto, urtava le pareti interne del torace continuando a ferirmi a tagliuzzarmi qua e là e non ho più potuto far finta di nulla. L'ho preso in mano, non sapevo proprio più come si maneggiava, subito mi sono provocata un bel taglio sul palmo che ha cominciato a sanguinare. Ho preso il telefono, un paio di cuffie, ho digitato un nome, fatto partire un video ed ho passato una due tre notti a piangere - solo poche lacrime per volta, niente di grave - ed a capire. Chissà se tutto questo servirà a qualcosa, io però lo devo fare.

Sono sincera, questo pomeriggio - mentre iniziava l'ennesimo acquazzone - ho avuto il breve impulso di aprire un altro blog, uno nuovo in cui versare questo nuovo capitolo di vita, durante il quale so bene che non avrò abbastanza tempo, energie, ma soprattutto voglia di scrivere ciò che finora ho scritto qui. Parlarvi di libri, di telefilm, delle cose belle che fanno gli altri. E' un periodo diverso, questo fatto di temporali primaverili, in cui scriverò tantissimo, ma devo parlare di tutt'altro. Di me, del cielo che ho sulla testa, dei chilometri che esistono tra Roma e Milano, dell'avere ventisette anni, del cambiare colore di capelli con le stagioni, dell'attesa per una persona o per una macchina, dell'imparare a sbattere una porta quando sei arrabbiata e delle verdure che cuociono a fuoco lento sul fuoco.

E poi però mi sono detta ma a che serve un nuovo blog. Scriverò di tutto questo qui, sulla carta, sui muri, in un messaggio su whatsapp. Talvolta scrivo soltanto per me stessa, in certe occasioni ho un bisogno disperato che qualcun altro legga e mi dica qualcosa, qualsiasi cosa, solo per dimostrarmi che non ho parlato da sola, che non ho gettato un'altra scheggia di quel pezzetto tagliente nel vuoto, in un dirupo, dalla soglia di un burrone. E' tutto così importante, ed al tempo stesso così insignificante, che non riesco a contenerlo ma neanche a buttarlo fuori.

Un passo alla volta. Devo imparare ad accontentarmi, e forse scriverò anche di questo.

venerdì 2 marzo 2018

Aggiornamenti da un nuovo fronte

Ho fatto dei cambiamenti, come sicuramente noterà chiunque abbia frequentato il mio blog in passato. Ho fatto dei cambiamenti nell'esatto momento in cui, in passato, senza pensarci troppo su - senza tanta pietà - avrei chiuso il blog per poi ricominciare altrove, da zero e con abiti nuovi. Il semplice fatto che invece ho deciso di restare qui, e di cambiare un po' il volto del vecchio Tanto non importa, significa di per sé molto per me. Significa innanzi tutto che ci tengo a ciò che ho creato in questo piccolo spazio e che non vorrei proprio gettare tutto alle ortiche; significa, poi, che ho imparato a riadattarmi, a non dover avere per forza il foglio bianco per sentire di poter continuare. 

C'è stata un'altra lunga pausa, un altro lungo silenzio da parte mia che andrà a creare un vuoto - l'ennesimo - tra un mese e l'altro nell'archivio del blog. Come al solito è stata un pausa non del tutto voluta, ma forse necessaria - adesso me ne rendo conto - proprio per reinventarmi. Il risultato è innanzi tutto ciò che vedete, un semplice cambio di grafica ma soprattutto un nuovo nome per questo blog: In omnia paratus significa pronti a tutto ed è un affettuoso richiamo a Gilmore Girls. Le grandi fan come me ricorderanno sicuramente La brigata della vita e della morte, il gruppo di scapestrati amici di Logan e studenti di Yale, del quale Rory si convince a far parte superando una prova di coraggio: lanciarsi per svariati metri d'altezza (ovviamente con le dovute misure di sicurezza), in abiti eleganti e aggrappati ad un ombrello. 


In omnia paratus è il motto della Brigata, composta da giovani affamati di vita e di esperienze. Non so ben spiegare perché ho scelto proprio questo come titolo, ma lo adoro e lo sento decisamente mio. Gilmore Girls è senza dubbio la serie della mia vita, ci sono cresciuta (ho cominciato a seguirla a dodici anni circa) e come molte altre piccole appassionate lettrici il personaggio di Rory è stato un punto saldo in cui riconoscersi ed a cui ispirarsi. E' giusto che qui ci sia un piccolo tributo dedicato ad una storia che mi ha cosi tanto formata, ed è il titolo giusto anche per ciò che significa: non mi sento proprio pronta a tutto, ma voglio provare ad esserlo, voglio provare ad avvicinarmi a qualche obbiettivo un passo alla volta e soprattutto vorrei fare qualcosa di più con questa mia passione per la letteratura che mi ha spinta a creare questo spazio divenuto irrinunciabile nonostante i momenti d'incertezza e di scoraggiamento, quando sembra che tutti gli altri facciano meglio e riescano di più. E' difficile a volte evitare i paragoni ed è ancor più difficile, in questo momento storico in cui il video, l'immagine e la brevità della comunicazione prendono il sopravvento su tutto, credere fermamente che abbia ancora un senso dedicare tempo ed energie ad un blog, dove i caratteri eccedono qualsiasi limite, dove ci si perde in lungaggini che forse le persone non hanno più voglia - o tempo - di leggere con la dovuta calma e attenzione. Dubitare di questo però, pensare che una forma d'espressione come il blogging vecchio stampo abbia un posto nel presente e nel futuro, mi sembra un po' come dubitare della sopravvivenza dei libri alla tv, al formato audio e video. E ciò è nonostante tutto impensabile. Perciò sono di nuovo qui, e ho deciso piuttosto di dedicare maggiore impegno anche al mio profilo di Instagram - dove potete trovarmi come Inomniaparatus - e forse di aprire anche una pagina Facebook per il blog. E' una cosa a cui penso da molto in realtà, e sulla quale non sono ancora riuscita a decidermi per paura della mia incostanza. Magari fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate! 

Nei prossimi giorni pubblicherò un post con una bella carrellata delle letture affrontate dall'inizio dell'anno ad ora, che non sono moltissime ma tutte davvero belle.
Spero che la nuova faccia del blog sia di vostro gradimento e che avrete voglia di continuare a seguirmi.

Un abbraccio!

venerdì 29 dicembre 2017

"E' buffo come ogni anno brindiamo al passato, guardando al futuro!"

Ci siamo, è quel momento dell'anno, il momento in cui l'anno finisce e tutti noi - quelli che credono nel potere rigenerante dei nuovi inizi così come quelli che, sfiancati dalle aspettative deluse, si ripetono che dei nuovi numeri sul calendario non faranno alcuna differenza - cadiamo inevitabilmente in tunnel di riflessioni. Ci guardiamo indietro e pensiamo ai trecentosessantacinque giorni andati, soppesiamo i pregi ed i difetti di questa nuova fetta di vita da prendere, spolverare e riporre nella scatola dei ricordi; facciamo bilanci, decidendo se possiamo permetterci di sentirci soddisfatti di noi stessi o ancora una volta delusi da personali insuccessi e mancanze. Poi guardiamo avanti, ai trecentosessantacinque giorni a venire, nuovi di zecca, pagine bianche tutte da scrivere per le quali è difficile - anche per i più disincantati, i più cinici e disillusi - non nutrire aspettative, speranze, o come nel mio caso un fievole senso di positività che mi brilla dentro come il fievole lume di una candela: basta poco per spegnerla però, anche tremula com'è, è lì che rompe il buio e promette un po' di calore.

Credo che il mio Capodanno ci sia già stato ed è stato ieri. Il 28 Dicembre ricorre l'anniversario della mia unione con la persona che da sette anni a questa parte ho avuto al mio fianco. Sette anni cominciano ad essere tanti, il che mi porta a riflettere ben più di quanto potrà mai fare il volgere della mezzanotte del 31 Dicembre. La fine e l'inizio per me c'è stata ieri, quando dopo aver fatto l'amore sono scoppiata in un breve quanto intenso pianto sulla sua spalla: una riconciliazione, un'ammissione di stanchezza, uno sfogo, una resa, una dichiarazione d'amore, una promessa, un disfarsi e ricomporsi, un chiudere delle parentesi, un nuovo inizio senza dimenticare nulla. C'era tutto questo nelle poche lacrime che ho versato, probabilmente anche molto altro. Annetto tosto, eh... ha detto lui accarezzandomi i capelli. Però siamo qui, questo è l'importante.
Già, questo è l'importante. 

Da quel che sento per strada e che leggo su internet il 2017 non è stato un anno di grandi gioie per molti, ed io non faccio eccezione. Ho avuto un brutto incidente che mi ha lasciata a terra con una gamba rotta in più punti, il che mi ha costretta ad affrontare alcune delle mie più grandi fobie: ancora non mi sembra possibile di aver affrontato più analisi del sangue di quante ne avessi mai fatte nella vita, di esser stata quotidianamente attaccata a delle flebo, di esser stata stesa su un tavolo operatorio, di esser stata aperta e suturata come una bambola di pezza. Non sembra proprio possibile che io abbia vissuto ed affrontato tutto ciò, tra un attacco di panico e l'altro prima, durante e dopo. Eppure è successo, ne porto i segni in tre cicatrici e nei dolori e nelle difficoltà che ancora mi accompagnano. Non so tutt'ora dire se questa esperienza mi abbia resa più forte, perché penso che se mi ritrovassi in una situazione simile non avrei affatto meno paura di allora; se c'è qualcosa che questi lunghi e difficilissimi mesi mi hanno dato, beh, è proprio l'avermi stesa immobile, costringendomi a stare ferma e pensare. Senza le mie lunghe camminate con le mie bimbe pelose, le mie giornate frenetiche senza motivo, indaffarata in piccole cose senza senso tanto per illudermi di avere uno scopo... boom, in una frazione di secondo non ho più potuto nascondermi dietro niente e le riflessioni necessarie che ero solita soltanto sfiorare - o rimuginare in loop, facendole diventare stantie e senza mai trarne qualcosa di utile - mi si son parate davanti senza possibilità di fuga. Che cosa sto facendo della mia vita? Non ho un obiettivo, non ho un lavoro, ho ventisei anni, che devo farmene di me? Da dove inizio? Come sono arrivata qui e come ne esco? Ho sofferto molto e più di prima, sentendo di aver sprecato ogni opportunità che mi è stata data, sentendomi un peso per la mia famiglia ed una delusione per chiunque avesse creduto in me. Poi una sera è bastato parlare, con i miei genitori ed il mio fidanzato, e pian piano è nata un'idea che si è trasformata in un progetto serio. Nel 2018 io, il mio fidanzato e le nostre due figlie pelose cambieremo vita. Ci metteremo in una macchina che ancora non abbiamo, carica di valigie qualche scatolone e due pesantissimi sacchi di cibo per cani ed in qualche modo oltrepasseremo i confini di quest'Italia che tanto ci ha dato ma tanto ci ha tolto, e consumeremo chilometri su chilometri diretti all'estremo nord. Verso un appartamento che è denso di bei ricordi ed un catalogo di nuove possibilità inesplorate. Da allora ho passato innumerevoli momenti ad immaginare il nostro viaggio, che sarà sicuramente lungo e complicato, ma inevitabilmente denso di felicità. Solo noi quattro. Un posto nuovo. Nulla da perdere e tutto da costruire. Un po' fa paura ed a certe cose e persone che si lasciano è meglio non pensare. Ma è ora di crescere, e questo è senz'altro il miglior modo.

Ho una storia in un cassetto pronta per essere scritta. Il mio fidanzato accanto, ancora, nonostante tutti i litigi, le incomprensioni ed i momenti brutti; però è il miglior compagno in assoluto per guardare le serie tv, la sera a letto leggiamo insieme - io i miei libri lui i suoi fumetti - con un piede o una gamba intrecciati tanto per sentire l'uno il calore dell'altro, ascolta sempre i miei monologhi su ciò che mi appassiona ed in generale su ciò che ho in testa. Mi appoggia sempre, non mi fa mai pesare nulla, cerca di migliorarsi per me, mi prepara il caffè la mattina, mi fa ridere e mi dice sei bella anche con le occhiaie e il pigiamone. Quindi mi sa che anche se ha qualche difetto, me lo tengo stretto. Ho le mie figlie pelose sempre intorno, che ci rubano tanto tempo e tante energie ma ci rendono felici come non mai in ogni singolo momento, e spero proprio che la nuova vita in cui verranno con noi - seppure le priverà di qualche abitudine - darà loro tutto il buono ed il bello che meritano. Noi ce la metteremo tutta per farle adattare al meglio. Le amiamo più di quanto le parole possano esprimere, in quel modo che solo chi ha lasciato che un cane si prendesse la parte migliore di sé può capire, e se c'è qualcosa di cui non posso smettere di essere grata anche quando le cose vanno malissimo, è proprio l'avere loro, la mia Daphne e la mia Daisy. 
Ho la mia Amica, anche se lontana da qualche mese. Ma passeremo il Capodanno insieme, che non potrebbe quindi essere più bello di così. La distanza non scalfisce di una virgola la forza del nostro legame che è per la vita e soprattutto il saperla finalmente felice insieme alla persona giusta mi rende l'esistenza più leggera e sicura. E poi c'è un'altra amicizia, mai finita del tutto ma rinsaldatasi poco per volta soprattutto negli ultimi mesi. A volte basta avere il coraggio di parlare un po' più a fondo, di riconoscere i propri errori ed ogni volta che è possibile riderci su. Quando ci si ritrova continuamente, anche a distanza di anni e di periodi di silenzio, un motivo c'è. Le persone su cui si può contare nella vita e quelle con le quali si lega davvero secondo me son proprio poche e quelle poche che trovi bisogna avere il buonsenso di non lasciarle andare. 
Ho la mia famiglia, imperfetta come ogni altra famiglia, ma speciale perché è la mia. Ed anche se piena di contraddizioni, problemi, sottili equilibri che forse andrebbero sconvolti ma vengono cautamente preservati, in fondo mi piace e spero che nel nuovo anno nuovi nodi si sciolgano.

Avrei diverse cose da recensire, potrei fare le top ten come i blogger seri, ma la verità è che probabilmente questo è il mio ultimo post del 2017, trovo più giusto che quest'anno vada così, con un po' più di sentimento e rimandando l'impegno a tra qualche giorno.

Che crediate o no nel potere rigenerante del Capodanno, io vi auguro il meglio per 
un felice anno nuovo!

Julia


giovedì 13 luglio 2017

Qualche riga fuori contesto

Ormai lo sapete, qualche volta utilizzo il blog anche come fosse un diario, per parlare con voi di
ciò che accade nella mia vita o di qualche pensiero in particolare che mi ha riempito la testa, anche se esula dargli argomenti che sono solita trattare e che so interessano maggiormente chi mi segue. Ma spero qualcuno abbia voglia di leggere ciò che scrivo anche se non parlo di libri o cultura.
Se i nuovi post son stati pochi ultimamente dipende in parte dall'essermi arenata con la lettura della biografia di Anna Bolena, che in effetti credo non riuscirò a terminare anche se ormai mancava poco, perché la voglia di leggere ce l'ho ma nel corso della giornata o della serata non mi viene proprio voglia di prendere in mano questo libro ed è un peccato perché ce ne sono tanti altri in attesa che di sicuro mi entusiasmeranno di più. L'altro motivo è che in realtà da qualche giorno mi sono rimessa a scrivere su carta, niente di più del racconto della mia quotidianità o di ciò che mi capita di pensare, ma sto cercando di riprendere la buona abitudine di scrivere sempre - un'abitudine persa e riacquisita in continuazione, fin da quando ero bambina.
Se vi ricordate tempo fa vi ho accennato qualcosa sul mio infortunio, sull'intervento che ho dovuto subire per riaggiustare un paio di ossa rotte e - più in generale - sulla fase di stallo in cui ormai da anni mi ero inceppata. Al momento sono ancora piuttosto impegnata con la fisioterapia tre volte alla settimana, nei giorni liberi devo comunque fare una serie di esercizi di riabilitazione per la gamba, ma ammetto di essere piuttosto pigra - a mia discolpa, il caldo non mi aiuta per niente - e di farne meno del dovuto; però pian piano le cose migliorano: quanto meno adesso mi muovo con le stampelle (già, perché per un paio di mesi son stata proprio in stato vegetale senza riuscire proprio ad alzarmi). Come potrete immaginare, ho avuto davvero molto tempo. Tempo che in qualche modo mi è sembrato scorrere veloce nonostante la mia routine fosse sempre uguale - spesso per me molto pesante, faticosa, dolorosa - ma stare fermi costringe a pensare ancor più di quanto si faccia di solito.
Sinceramente, ero convinta che tutto questo periodo così difficile non mi stesse dando proprio niente di buono. Pensavo a tutte quelle persone che quando si trovano ad affrontare malattie o periodi di disagio fisico iniziano a sentire la voglia di fare un sacco di cose che avevano continuato a rimandare, non appena si saranno rimesse. O di cambiare aspetti della propria vita che non avevano il coraggio di affrontare. Insomma avete capito cosa intendo, quel genere di storie in cui da una brutta situazione sembra uscire del buono, una sorta di piccola o grande rivoluzione da mettere in pratica non appena il peggio è passato. Ecco, tutto bellissimo, ma a me non stava accadendo nulla del genere e già pensavo fosse tutta retorica. Cose che si dicono che però mica accadono a tutti, non così spesso.
Invece no.
Ho passato un paio di giorni a piangere fino a non avere più liquidi in corpo, uno sfogo totale perché io non sono né una persona che si arrabbia né un granché a sfogarmi parlando con qualcuno, perciò accumulo accumulo accumulo e poi piango. Di solito serve solo ad allentare la mia tensione, a buttar fuori il malessere che in quel momento sto provando, tutto qui. Non c'è quasi mai un seguito costruttivo nel vero senso della parola, qualcosa di concreto. Stavolta, al contrario, qualcosa è successo.
Da che non avevo la minima direzione, ora - all'improvviso - ho dei progetti. Progetti veri, non campati in aria come tutti quelli che ho fatto dalla fine del liceo in poi. Progetti grandi, che comunque vadano sconvolgeranno il mio modo di vivere e di affrontare le cose. Progetti che mi fanno sentire esaltata ed al contempo mi spaventano a morte, e proprio questo mix di sentimenti mi fa capire che è una strada giusta da percorrere. Sono progetti che implicano un trasferimento, non a due passi da dove sto ora, perciò ci vorrà del tempo prima che accada e, dovendo anche aspettare di rimettermi completamente, non so proprio immaginare quando sarà il momento giusto. Non ho dubbi che più avanti ve ne parlerò più nel dettaglio, ma per ora è una cosa che ho bisogno di tenere ancora per me.
E non è tutto qui.
Ho anche cominciato a raccogliere materiale per scrivere una storia. Una storia importante, una storia vera, una storia densa ed è qualcosa in cui credo ciecamente ed io non credevo davvero in qualcosa di mio da quando avevo sedici anni. Dieci anni fa. Ed è bello credere in qualcosa, credere in qualcosa che si sta facendo: basta questo a dare del senso a tutto, basta questo a farmi di nuovo sentire quasi una persona vera.
Lo so, lo so, vi ho detto tutto e niente. A tempo debito parlerò meglio di tutto, per adesso mi basta questo e spero basti anche a voi. Volevo rendervi partecipi di questo strano, inaspettato, bizzarro, benaccetto, improvviso cambiamento di rotta perché metterlo nero su bianco - e sapere che qualcun altro lo leggerà - aiuta anche me a crederci di più. Più il tempo passava, più mi sembrava che non sarei mai più uscita del tutto dallo stallo in cui ero finita, ma è proprio vero: everything is temporary, tutto è temporaneo, tutto passa.

Buonanotte,
Julia

sabato 3 giugno 2017

Mi chiamo Jones, Bridget Jones


Ho un barattolo di Pringles in mano, quelle al gusto Sour cream & onion che sono le mie preferite. I capelli legati così come capita, tra l'altro di un colore ormai incomprensibile perché li tingo di rosso ma sono passati mesi dall'ultimo ritocco. Sono in camicia da notte, spalmata sul divano, a pensare che la mia vita è abbastanza un disastro. Sì, mi sento molto Bridget Jones in questo momento.

Sapete, dall'ultima volta che mi sono fatta leggere da queste parti ho letto davvero molto poco, però ho portato a termine libri meravigliosi, come Il circolo Pickwick di Charles Dickens, rivelatasi probabilmente la lettura più divertente che io abbia mai affrontato, e poi Uccelli di rovo di Colleen McCullough, il romanzo preferito di mia nonna paterna, che proprio lei ha voluto assolutamente prestarmi. Ed è stato una scoperta ad ogni pagina, un lungo viaggio nella selvaggia ed arida Australia, un viaggio appassionante come pochi che mi ha fatto scoprire un'autrice a dir poco straordinaria.
Mi dispiace sul serio non aver scritto nulla a proposito di cose belle come queste, però è successo ed è successo proprio perché la mia vita è abbastanza un disastro.

Se non mi preoccupassi affatto di ciò che potreste pensare di me scenderei più nei dettagli, raccontandovi ad esempio che pochi giorni fa ho compiuto ventisei anni e che in questo poco più di quarto di secolo non ho combinato assolutamente nulla di socialmente utile o accettabile. Quali che siano le motivazioni, i fatti sono che ho mollato gli studi dopo aver tentato più d'una carriera universitaria e non ho mai avuto uno straccio di lavoro né una qualunque occupazione che gli somigliasse vagamente. Nell'ultimo periodo avevo preso in considerazione la possibilità di riprendere gli studi, una cosa che da una parte vorrei senza dubbio e dall'altra - a causa dei precedenti insuccessi e dell'amara verità che cominciando ora vedrei la laurea verso i trent'anni suonati - mi spaventa a morte. Ma pazienza, perché ora sì che ne ho di tempo per pensare.

Già, perché a fine aprile sono riuscita a procurarmi due fratture scomposte alla gamba sinistra, tibia e piatto tibiale (un'oscura e complessa componente del ginocchio di cui ignoravo l'esistenza, e che avrei volentieri continuato ad ignorare). Tra mille disagi, dolori indescrivibili e ansie da star male, sono stata operata dopo circa quindici giorni di attesa - per un totale di venti giorni di ospedalizzazione - passati con la gamba tenuta ferma alla bell'e meglio e senza potermi muovere di mezzo millimetro; se vi dico che prima del mio arrivo in pronto soccorso non avevo mai fatto le analisi del sangue per quanto ne ho sempre avuto la fobia, potrete solo vagamente immaginare quanto io sia rimasta traumatizzata da tutta questa esperienza.

Prima ancora che smettessi di provare i dolori dovuti all'intervento, già stavo provando anche quelli dovuti alla fisioterapia, perché il mio sogno di starmene in pace una volta tornata a casa, finalmente a riposo, è stato fin da subito spazzato via: a quanto pare quando c'è di mezzo il ginocchio il recupero dev'essere più rapido possibile, altrimenti si va incontro ad altre problematiche ancora più complesse.
E quindi niente, da un mese le mie giornate sono scandite dagli esercizi che devo fare, dall'ansia che ho prima di farli, dalla stanchezza devastante dopo averli fatti.

Per lo meno, direte voi, con tutto questo tempo a disposizione avrai letto un sacco!
Proprio per niente, invece, perché come scrissi in un post tempo fa io leggo quando sto bene, ed in questo periodo sono stata giù di morale come poche altre volte prima, e non sono riuscita a leggere neanche una pagina. Fino a qualche giorno fa: non so se è sintomo che almeno di testa e di umore sto un po' meglio, o se è solo che dovevo necessariamente fare qualcosa di diverso; quale che sia la ragione - e non me ne importa un fico secco - ho iniziato Mansfield Park di Jane Austen ed in breve avevo bruciato le prime cento pagine.

Credo sia proprio per questo che non ho saputo trattenermi dal tornare qui. Se leggo, poi avrò tanto da dire al riguardo, e dove potrei farlo se non qui?

E, beh, questo era quanto.
Volete un po' di Pringles?

venerdì 4 dicembre 2015

Wine talk friday

Il titolo di questo post non vuole essere un inglesismo affascinante, è che una traduzione italiana di questa espressione non mi convince – chiacchiere da vino? chiacchiero col vino? boh․
Chiarito questo punto e tranquillizzati i fan della Crusca, posso passare col cuore in pace a parlare del fatto che questa settimana ho dovuto per forza di cose trascurare il blog e scrivere mi è mancato tantissimo, perché lavorare ai miei post mi ha dato un senso di calma e di soddisfazione personale che non provavo da non ho idea quanto tempo; ma il ritorno del fidanzato, le pulizie della casetta e la preparazione di un maledetto esame particolarmente lungo e difficile hanno avuto la precedenza․ E l'ultimo punto è ben lungi dall'esser stato portato a termine: mi aspettano due settimane di fuoco e sinceramente non so proprio se ci arriverò tutta intera – o quanto meno decentemente preparata, ecco․ Quel che è certo, invece, è che raggiungere questo obiettivo sarebbe proprio un bel regalo di Natale․

Forse dovrei precisare che questo non è un post con uno scopo, non dirò niente di interessante, illuminante o pregno di significato․ E' venerdì sera, ho avuto tutto il giorno gli occhi incrociati su cose come codice del consumo, contratto del consumatore, clausole vessatorie ecc․, cose che sono un po' l'antitesi di ciò che potrei trovare un minimo interessante․ E quindi ora sono qui seduta davanti al computer, dentro una felpa quattro volte più larga di me, con un bicchiere di rosso a portata di mano e mi concedo il piacere di scrivere a ruota libera․ Lasciatemi fare la Penny della situazione (Big Bang Theory, conoscete tutti sì?)

Il venerdì sera ha smesso di avere un vero senso per me praticamente dalla fine del liceo․ In casa mia il venerdì sera era quasi un'istituzione, il momento verso cui tutti arrancavamo come traguardo delle nostre fatiche․ Dal momento che mia madre è sempre stata a casa ad occuparsi di noi e mio padre è un libero professionista, nel fine settimana potevamo tutti rilassarci un po'․ Per cena mio padre portava la pizza, così mamma non doveva stare ai fornelli, ed era l'unico giorno in cui forse si riusciva a guardare un film o un programma tutti insieme․ Certo, poi ho iniziato ad andare a scuola anche il sabato mattina, ma l'atmosfera del venerdì sera continuava a contagiarmi, anche se la mattina dopo dovevo ancora alzarmi presto․
Poi sono andata all'università, e poi sono andata a convivere col mio ragazzo che spesso e (mal)volentieri come la maggior parte dei comuni mortali e precari ha lavorato sabato domenica feste e festivi․ Tra tutti e due, era scontato che il senso della scansione settimanale si perdesse․

E' una cosa di cui non ti accorgi subito, quando il sabato è uguale al martedì e la domenica come un qualunque lunedì – ci vuole tempo prima di rendersene conto, ed in quel tempo si perde già il sapore dei diversi giorni settimanali․ Per me è appena un ricordo l'alzataccia del lunedì, il mercoledì che ti fa già sentire meglio perché sei a metà strada per arrivare a sabato, o la mia personale avversione per il giovedì․ E' qualcosa di così scontato, vero?, e come la maggior parte delle cose scontate sorprendentemente preziosa․

Quando me ne sono accorta ho provato un fastidioso senso di nostalgia, quel tipo di nostalgia che si prova per quel che era e non è più․ Fortunatamente non sono quel tipo di persona che di una situazione sgradita prende atto e basta: cerco sempre di mettere in moto un cambiamento, a mio modo, che sia anche solo progettandolo nella testa o con un processo molto lento․ Proprio per questo, quando ne ho la fantasia cerco di ritrovare il sapore perduto del venerdì sera, anche se il giorno dopo – come tutti gli altri giorni – mi alzo alle 7 e passo la giornata a piangere sul codice civile․

Stasera, il venerdì sera è un bicchiere di vino rosso economico, pop-corn appena fatti e qualche episodio dell'ottava stagione di Big Bang Theory insieme al mio lui e alla mia cucciola․

Auguro a tutti un buon fine settimana, o almeno qualcosa che ci somigli․

Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina , Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna. Il commento al rom...