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venerdì 4 dicembre 2015

Wine talk friday

Il titolo di questo post non vuole essere un inglesismo affascinante, è che una traduzione italiana di questa espressione non mi convince – chiacchiere da vino? chiacchiero col vino? boh․
Chiarito questo punto e tranquillizzati i fan della Crusca, posso passare col cuore in pace a parlare del fatto che questa settimana ho dovuto per forza di cose trascurare il blog e scrivere mi è mancato tantissimo, perché lavorare ai miei post mi ha dato un senso di calma e di soddisfazione personale che non provavo da non ho idea quanto tempo; ma il ritorno del fidanzato, le pulizie della casetta e la preparazione di un maledetto esame particolarmente lungo e difficile hanno avuto la precedenza․ E l'ultimo punto è ben lungi dall'esser stato portato a termine: mi aspettano due settimane di fuoco e sinceramente non so proprio se ci arriverò tutta intera – o quanto meno decentemente preparata, ecco․ Quel che è certo, invece, è che raggiungere questo obiettivo sarebbe proprio un bel regalo di Natale․

Forse dovrei precisare che questo non è un post con uno scopo, non dirò niente di interessante, illuminante o pregno di significato․ E' venerdì sera, ho avuto tutto il giorno gli occhi incrociati su cose come codice del consumo, contratto del consumatore, clausole vessatorie ecc․, cose che sono un po' l'antitesi di ciò che potrei trovare un minimo interessante․ E quindi ora sono qui seduta davanti al computer, dentro una felpa quattro volte più larga di me, con un bicchiere di rosso a portata di mano e mi concedo il piacere di scrivere a ruota libera․ Lasciatemi fare la Penny della situazione (Big Bang Theory, conoscete tutti sì?)

Il venerdì sera ha smesso di avere un vero senso per me praticamente dalla fine del liceo․ In casa mia il venerdì sera era quasi un'istituzione, il momento verso cui tutti arrancavamo come traguardo delle nostre fatiche․ Dal momento che mia madre è sempre stata a casa ad occuparsi di noi e mio padre è un libero professionista, nel fine settimana potevamo tutti rilassarci un po'․ Per cena mio padre portava la pizza, così mamma non doveva stare ai fornelli, ed era l'unico giorno in cui forse si riusciva a guardare un film o un programma tutti insieme․ Certo, poi ho iniziato ad andare a scuola anche il sabato mattina, ma l'atmosfera del venerdì sera continuava a contagiarmi, anche se la mattina dopo dovevo ancora alzarmi presto․
Poi sono andata all'università, e poi sono andata a convivere col mio ragazzo che spesso e (mal)volentieri come la maggior parte dei comuni mortali e precari ha lavorato sabato domenica feste e festivi․ Tra tutti e due, era scontato che il senso della scansione settimanale si perdesse․

E' una cosa di cui non ti accorgi subito, quando il sabato è uguale al martedì e la domenica come un qualunque lunedì – ci vuole tempo prima di rendersene conto, ed in quel tempo si perde già il sapore dei diversi giorni settimanali․ Per me è appena un ricordo l'alzataccia del lunedì, il mercoledì che ti fa già sentire meglio perché sei a metà strada per arrivare a sabato, o la mia personale avversione per il giovedì․ E' qualcosa di così scontato, vero?, e come la maggior parte delle cose scontate sorprendentemente preziosa․

Quando me ne sono accorta ho provato un fastidioso senso di nostalgia, quel tipo di nostalgia che si prova per quel che era e non è più․ Fortunatamente non sono quel tipo di persona che di una situazione sgradita prende atto e basta: cerco sempre di mettere in moto un cambiamento, a mio modo, che sia anche solo progettandolo nella testa o con un processo molto lento․ Proprio per questo, quando ne ho la fantasia cerco di ritrovare il sapore perduto del venerdì sera, anche se il giorno dopo – come tutti gli altri giorni – mi alzo alle 7 e passo la giornata a piangere sul codice civile

Stasera, il venerdì sera è un bicchiere di vino rosso economico, pop-corn appena fatti e qualche episodio dell'ottava stagione di Big Bang Theory insieme al mio lui e alla mia cucciola․

Auguro a tutti un buon fine settimana, o almeno qualcosa che ci somigli․

giovedì 19 novembre 2015

Vasti orizzonti

Le cose che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni sono le più facile da dimenticare.


Da dare per scontate, a volte fino al punto di non vederle nemmeno più. E' il motivo per cui capita – immagino – di accorgersi d'improvviso di aver smesso di amare la persona che credevamo di amare fino al giorno prima.
E' il motivo per cui non diciamo ogni giorno ti voglio bene alle persone a cui vogliamo bene.
E' il motivo per cui accade così spesso di percepire la vita – o almeno quella quotidiana – come opprimente, noiosa, ripetitiva. E' il motivo per cui molte persone spesso si comportano come se fosse tutto già visto, tutto già fatto, tutto già sentito.

Trovare l'originale nel banale.
Tirar fuori lo straordinario dall'ordinario.

Ad un certo punto ho pensato che semmai ci fosse una missione nella mia vita sarebbe stata questa. Era quel che cercavo di fare quando scrivevo, era quel che più ammiravo negli altri quando notavo qualcuno in grado di farlo. L'importanza dell'oggi è qualcosa che ho sempre riconosciuto, perché la mia è una storia di distanze e le distanze hanno come unico pregio quello d'insegnarti un paio di cose importanti. Una di queste, è proprio non dar nulla per scontato. Non esser ciechi davanti a qualcosa solo perché c'era ieri, c'è oggi, e con buona probabilità sarà qui anche domani.

Un altro aiuto in questo senso mi arriva dai miei cani, coi quali vivo in simbiosi. Delle loro esistenze sì che si potrebbe dire che scorrono sempre uguali, senza grandi scossoni. Svegliarsi, mangiare, giocare, uscire per la passeggiata, fare gli occhioni per qualche spuntino, sonnellini per la stanchezza o per la noia; seguire gli umani e cercare di far parte delle loro attività, curiosare in giro, coccolarsi. A grandi linee è tutto qui. Le varianti possono essere una passeggiata in un posto diverso, persone nuove che vengono in casa, incontri con altri pelosi. Eppure, la loro gioia per le stesse cose non diminuisce mai. E' una festa, sempre, per ogni attenzione che gli dedichi. Felicità appena apro gli occhi al mattino, felicità quando prendo il guinzaglio, felicità appena alzo le ciotole per preparare il pasto, felicità quando con un colpetto della mano sul divano li invito ad accoccolarsi accanto a me. Felicità espressa con tutto il corpo, dagli occhi che si spalancano e si illuminano, alle code che impazzano a destra e sinistra, alla forma serena che prendono i loro musi. E okay, che si continui pure a dire che sono menti tanto più semplici, come se questo collocasse gli animali a qualche gradino sotto di noi; io continuo a pensare che da loro abbiamo solo ed esclusivamente da imparare. E tanto.

Ero fuori con loro, poco fa. Li ho svegliati dal loro sonnellino accoccolati addosso a me sul divano, mentre mi rilassavo davanti alla tv, e sono uscita con loro in giardino per assicurarmi che facessero i loro bisogni. L'aria era di un fresco pungente, piacevole, così li ho incoraggiati a seguirmi nel terreno confinante. Mentre loro gironzolavano annusando e raccogliendo rametti – felici – io mi sono ritrovata a guardare il panorama. Da questa casa, la casa in campagna dei miei genitori, situata in cima ad una collina, si gode di un panorama bellissimo. Il paese in cui abitiamo non è un granché, è piccolo, noioso, decisamente poco stimolante; ma visto da quassù puoi dimenticartene, specialmente di notte, con le luci che sanno dare un tocco d'atmosfera agli ambienti più insulsi. Quando una persona veniva la prima volta in questa casa era la prima cosa che diceva: accidenti, che bel panorama! E noi si rispondeva quasi in coro be', sì, ma poi tanto non ci fai più caso. Quello a cui continuavi a fare caso invece era il lavoro per tenere tutto pulito, la scomodità di abitare un po' fuori mano, la noia di avere ben poco intorno.

Ho respirato a pieni polmoni, e mi sono lasciata andare ai pensieri guardando le luci lontane. Quelle dei posti che so riconoscere anche con un'occhiata distratta – la Chiesa, le scuole elementari e le medie, la piazza, qualche strada – e quelli di cui a stento conosco il nome. Le montagne, che sembrano un disegno.

Il mio ragazzo è tornato a casa sua per un paio di settimane, in una città tanto più vivibile di quella in cui si è trasferito per poter stare con me. Anche se son passati solo pochi giorni mi manca, e mi mancano le nostre cose di tutti i giorni, quelle normali che si rischia di non notare più, quelle che certe volte potrebbero persino stufarti. Mi rendo conto che non c'è soprattutto quando sto per fare un commento o una battuta che lui capirebbe – per cui riderebbe con me – e provo l'impulso di girarmi verso di lui, poi mi rendo conto che non è qui e mi trattengo. Il mio braccio destro.

Vivo in un conflitto d'interessi quasi perenne. Pensavo di desiderare ardentemente delle cose, che invece adesso quasi mi spaventano; a volte penso di volere l'opposto di quel che ho. In certi giorni cerco di vedermi da fuori, per immaginare cosa mi direi se fossi al di fuori di me. Giorni in cui mi sento sulla retta via, altri in cui penso di andare nella direzione più sbagliata possibile, a cui dovrò in qualche modo mettere le toppe.

Ma ci sono quei momenti, come quello di stasera all'aria aperta e davanti alle luci, in cui niente importa e tutto va bene. Momenti in cui c'è silenzio e pace e solitudine. Momenti che ci vogliono, che dovrei cercare più spesso ed in quei momenti ricordarmi che niente è banale, niente è scontato, niente è uguale.

L'originale dal banale.
Lo straordinario dall'ordinario.

lunedì 9 novembre 2015

C'era una volta l'essere umano

Sinceramente, quando mi è capitato di sentire che una persona veniva presentata come web star, star dei social, di instagram o twitter o facebook che fosse non sono riuscita a reprimere un brivido di ribrezzo chiedendomi al tempo stesso cosa diavolo significasse. Cosa fa esattamente una star dei social? Perché lo è diventata, come fa a vivere solo sfruttando le possibilità offerte da questi mezzi, è un lavoro vero? Non ho mai battuto ciglio quando si parla di youtuber di professione perché a mio avviso quella è un'altra cosa: lasciando stare le migliaia di beauty guru tutte uguali e quei canali che praticamente contengono una sfilza di "consigli per gli acquisti", da youtube sono uscite persone che hanno qualcosa da dare a chi guarda, contenuti da offrire, e il lavoro dietro quei video si percepisce subito. Tra gli italiani penso subito a Yotobi, Cane Secco (basta guardare il suo video in collaborazione con Netflix per capire quanta passione c'è nel suo lavoro) e Claudio Di Biagio.

Ma diventare una celebrity sugli altri social?


La ragazza che vedete in questa foto si chiama Essena O'Neill, è australiana ed ha appena diciotto anni. Lei era una cosiddetta star di instagram. Dico era, perché improvvisamente ha deciso di smantellare pezzo per pezzo il suo modesto impero. Foto dopo foto, aveva collezionato migliaia di follower che non mancavano mai di commentare ogni selfie, di sottolineare quanto fosse bella, di venerare qualsiasi cosa tenesse in mano o avesse addosso. Ragazzine che volevano diventare come lei, ragazzi che volevano stare con una come lei; ed Essena sorrideva nelle sue foto, che sembravano sempre scattate quasi per caso, nei momenti qualunque di una vita bella e tranquilla. Ma la vita di Essena non era esattamente così, perché da un giorno all'altro ha deciso di raccontare la verità a tutti i suoi fan, confidando quanto disagio, depressione e pressione ci fossero dietro il suo successo. Le foto che ha scattato o si è fatta scattare per anni erano l'esatto opposto di quel che sembravano: non c'era nulla di spontaneo e naturale, era tutto studiato nel minimo dettaglio, in giornate che ruotavano attorno all'unico scopo di riuscire a fare la foto perfetta. Essena ha iniziato pazientemente a riscrivere tutte le didascalie delle foto sul suo profilo instagram, raccontando cosa davvero era accaduto dietro quello scatto. Sotto una fotografia che la ritrae in bikini, in una posa da sirenetta su una bellissima spiaggia – e che sembrava una semplice foto che tutti potremmo fare per immortalare un bel momento di relax – ha raccontato di come quel giorno quasi non avesse mangiato affinché la pancia fosse completamente piatta e di come non si fosse goduta affatto il sole e il mare ma di come avesse tormentato la sorella minore per farle foto su foto fin quando la pancia non fosse apparsa perfetta. Sotto la foto che ho scelto per questo post – e che, di nuovo, sembra così normale e casuale – ha confessato di esser stata pagata fior fior di quattrini per indossare quel vestito. Valanghe di soldi anche per mostrare una banalissima tazza di tè. Perché è questo che accade, ed è questo alla fine che significa essere una star dei social: raggiungere una visibilità abbastanza importante da attirare l'attenzione di aziende che iniziano a pagarti se mostri i loro prodotti nelle tue foto, nei tuoi video, nei tuoi post. Ma qual è il risultato di questa situazione?
Normalmente una persona decide di aprire un proprio profilo su una qualunque piattaforma per avere un luogo dove esprimersi, dove possibilmente trovare altre persone che condividono gli stessi interessi, che hanno gli stessi gusti; un luogo virtuale dove potere, insomma, comunicare. Nel momento in cui si decide di mostrare prodotti non di nostra scelta che ne è dell'aspetto personale ed individuale della faccenda?

Ma c'è di più: Essena ha infatti sottolineato come secondo lei non ci sia niente di male nell'accettare soldi per fare pubblicità. Semmai, l'errore sta nel non chiarire questo dettaglio a tutti gli utenti che ti seguono e si fidano. La parte più grave della sua storia però è il fatto che Instagram per lei fosse diventato una schiavitù e che sin dall'inizio non pubblicava tanto le sue foto perché questo la divertisse o fosse una sua passione: ha ammesso che per lei si trattava solo di cercare disperatamente l'approvazione degli altri, e come le sembrasse di ottenerla solo in base ai like che riceveva. Ha detto che le sarebbe piaciuto tanto che qualcuno le avesse aperto gli occhi a sedici anni, spiegandole come quella non fosse la realtà.

Questo è proprio il problema dei cosiddetti nativi digitali, quelli che sono nati con uno smartphone in mano e non hanno avuto la possibilità di vedere prima come fosse il mondo reale e acquisire così la capacità di valutare le situazioni come si deve, sapendo dare alle cose il giusto peso. Il motivo per cui la vicenda di Essena O'Neill mi ha colpita è che le critiche e le polemiche sul lavaggio del cervello che l'uso eccessivo di internet ha fatto all'umanità intera si sentono ogni giorno, ma solo in modo universale e generalizzato. E' raro che qualcuno metta se stesso al centro della polemica.

Certo, poi anche Essena ha dato più la colpa ai social che a se stessa, dichiarando platealmente che dietro questi mezzi di comunicazione non c'è altro che menzogna e falsità; ovviamente parole come queste hanno scatenato l'ira dei suoi colleghi, instagrammiani youtubiani e in vario modo ricchi e famosi grazie al web, i quali giustamente hanno sottolineato come dipenda tutto dall'uso che la persona ne fa e che se Essena sentiva il suo mondo come falso e bugiardo evidentemente era lei a non essere stata onesta nel mostrarsi al pubblico.

Ad ogni modo, questa è la piega che sta prendendo l'umanità. Gli adolescenti di oggi si basano su questi modelli e su questi idoli, sanno sempre meno di ciò che un tempo era ritenuto importante sapere e si convincono della possibilità di un successo che appare facile, veloce e alla portata di tutti. Non esiste più la fotografia casuale insieme agli amici, solo selfie studiate nel look e nella postura, che servono non a serbare il ricordo di un momento felice ma a dimostrare qualcosa agli altri, persone che nemmeno si conoscono e a cui in fondo non importa un fico secco anche quando cliccano un cuore un pollice all'insù o un ok per dire che gli piaci. Tanto anche loro sono impegnati a cercare sterile approvazione, piuttosto che a darne.

Uno dei rischi più grandi che stiamo correndo – e con la prima persona plurale intendo "noi" come genere umano – è quello di perdere completamente, oltre al senso del reale e del valore diverso che hanno le cose della vita, anche quel modo di essere che si chiamava spontaneità.
E la cosa più grave, forse, è che chi ne è consapevole non sa comunque come impedirlo.

domenica 1 novembre 2015

Parcheggi, muretti, palloni, sorrisi

Ci sono dei ragazzini che tutti i fine settimana giocano a pallone nel parcheggio del nostro condominio. Al mio ragazzo danno fastidio, spesso lo urtano il casino che fanno e il fatto che quel pallone spesso vada a finire sul nostro balcone. Io invece ogni fine settimana mi ritrovo a pensare all'importanza di quegli schiamazzi e di quei tonfi della palla che colpisce i muri attorno.
Tra poco passare il sabato sera a tirare calci al solito vecchio pallone sarà troppo stupido. I ragazzi che oggi ci corrono dietro si accorgeranno presto di preferire di gran lunga un paio di birre, mentre per strada sciamano gruppetti di coetanee scosciate, tutte con la loro inconfondibile ape regina. Ma per adesso, per ora, sono ancora qui, e senza saperlo si stanno costruendo i ricordi di una vita.
In futuro, nel corso della loro vita adulta, questi ragazzi dimenticheranno di prendere il latte al supermercato, dimenticheranno gran parte delle cose studiate a scuola, dimenticheranno persino qualche anniversario e compleanno. Ma tra due decenni ricorderanno sicuramente – e benissimo – di quando sabato sera significava cena e pallone da Niccolò.
Questo perché sono agli inizi dell'adolescenza, e l'adolescenza è quella fase così noiosa e banale e difficile che poi però ti resta attaccata per sempre, anche se pensi di esser cambiato o di essere andato avanti.
Per questo a me non danno fastidio, e per questo anzi mi piacciono: per quel che rappresentano e per quel che mi ricordano.

Mi ricordano i miei sabato sera con qualche amica o amico, a cavalcioni sui muretti, che facesse caldo o freddo e qualunque cielo ci fosse sopra. Mi ricordano di quanto prima di compierli i diciotto anni sembrino lontani, e di come si sia convinti che sarà solo al loro raggiungimento che inizierà davvero la vita. Superfluo sottolineare quanto questa sia solo una delle tante illusioni infantili.

Man mano che mi allontano da quella fase, cerco invece di ricordare bene come l'ho vissuta. Perché è difficile andare da qualche parte senza aver ben chiaro da dove vieni, perché una delle più diffuse illusioni della vita adulta è ricominciare, ricostruire da zero, pagina bianca nuovo inizio. Io credo solo – e nel mio piccolo so per esperienza – nell'andare avanti. Si può imparare a fare del proprio meglio con quel che si ha, ma non cambiare quel che si ha. Ci ho provato a lungo, praticamente per quasi tutta la mia vita: lottarmi contro perché volevo essere qualcosa di drasticamente diverso da quel che sono. Accettare, accettarsi è davvero, davvero difficile. Almeno per me e per molti altri come me. Nell'ultimo anno però sono riuscita almeno ad imparare che non è impossibile. E sebbene io veda ancora lontano il giorno in cui guardandomi allo specchio sarò soddisfatta di ciò che vedo, contemplo almeno l'eventualità che questo accada. Cosa che fino ad un po' di tempo fa invece non riuscivo proprio a concepire.

Il pallone nel parcheggio il sabato sera, dunque, mi ricorda i muretti, i giri a vuoto in un paese piccolo e noioso, i discorsi sul futuro, la capacità di sognare, il pensarsi un giorno grandi non solo per l'età. Mi ricorda la persona che ero, e di conseguenza quella che potrei diventare.

Tonf, di sotto.
Sorrido, in bagno, prima di passare il rossetto.

sabato 31 ottobre 2015

Tanto non importa.

Ero sotto la doccia, questo pomeriggio. Una tra le dieci docce più lunghe che io abbia mai fatto, perché invece di lavarmi ad un certo punto mi sono accucciata per terra, la testa appoggiata alle ginocchia e le ginocchia strette al petto. Dal cellulare poggiato sulla lavatrice arrivava la musica, canzoni popolari scelte distrattamente su Spotify coperte dal rumore più insistente dell'acqua calda che mi piombava addosso. Me ne stavo lì e pensavo che avrei voluto restarci per sempre – abbiamo tutti momenti del genere, no? Momenti in cui chiudiamo la vita fuori dalla porta e stupidamente desideriamo di non farla rientrare più. Momenti in cui vorremmo tanto che il tempo si fermasse per darci il tempo di rimetterci in pista. Ne ho avuti davvero tanti di momenti così, talmente tanti che il tempo non si è fermato ma io sì, e non passa giorno senza che io ci pensi. Che sia per gettare un occhio ai rimorsi e vedere se inizio a lasciarmeli dietro, che sia per dirmi che va bene così perché tutto accade per un motivo, per nutrire il mio pessimismo o ottimismo a seconda del piede con cui mi sono alzata quel mattino. Ho avuto una settimana davvero buona, una settimana in cui mi alzavo pensando che davvero mi piaceva la mia vita, una settimana in cui ogni giorno spuntavo tutte le voci della lista, una settimana in cui la giornata poteva finire con tanta stanchezza e altrettanta soddisfazione. Una settimana che si è persino conclusa con un'uscita con fidanzato e amici il venerdì sera, la spesa il sabato mattina e una passeggiata il sabato pomeriggio, le pulizie la domenica mattina, il pranzo da mamma e papà ed il relax il resto della giornata. Alla fine ero pronta per il lunedì. Nessuno vedrà nulla di straordinario in questo, dev'essere la routine di mezzo mondo di persone normali, ma non la mia, per me era una grande conquista, qualcosa di difficile e bello da raggiungere. A questa è seguita una settimana pessima, e diamo pure la colpa alle mestruazioni.

Seduta nella doccia, come ormai da tempo mi succede spesso, pensavo alla me che ero e che non sono più. Pensavo alle tinte per capelli, alla voglia esplosiva di emergere e distinguersi. Pensavo a come e quanto scrivevo, all'importanza fondamentale che aveva la musica. Alle prime file ai concerti, ai sogni che parlavano tutti di viaggiare, sostanzialmente alla fame di vita. Certo, c'era anche tanto male che scorreva lungo tutto il corpo, compresso per non uscire fuori come quei prodotti sottovuoto. Però, a dirla tutta, a volte mi manca persino quello. Quello che da qualche anno mi sta succedendo, mi chiedo io, si chiama poi crescere o semplicemente spegnersi?

Seduta sotto la doccia, sentivo nella testa i discorsi che potrei ritrovarmi a fare ai miei figli (se mi capitasse di averne, un giorno). Figli che mi vedrebbero come una persona seria, una donna-mamma-lavoratrice col tailleur e che dice di non saltare sul divano.
«Sai, non sono stata sempre così» accarezzando i capelli di una ragazzina in lacrime.
«Davvero?» fa questa stupita, come fosse la notizia più sorprendente che abbia mai sentito.
«Già. Un tempo ero esattamente come te.»
Detto col sorriso, un sorriso pieno di amore e nostalgia, ma il cuore sarà stagnola accartocciata.

Tutti non fanno che dirmi quanto sono giovane ed io che non ho mai saputo vivere la mia età adesso mi sento meno giovane che mai, tanto da invidiare a morte i liceali che hanno ancora carta bianca davanti.
Non so esattamente dove ho sbagliato, ma tanto non importa.


yaxelle

Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina , Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna. Il commento al rom...