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sabato 23 maggio 2020

Nausicaä della Valle del Vento (1984)

Il mondo ha raggiunto il suo apice industriale, ma invece di essere soddisfatto di quanto raggiunto l'essere umano, probabilmente incapace di accontentarsi, ha distrutto tutto. Una distruzione culminata in una guerra che viene ricordata come I sette giorni di fuoco.

Mille anni dopo, lo scenario offerto dal Pianeta Terra è quello di una desolazione post-apocalittica o post-nucleare, la frattura tra uomo e natura sembra definitiva, poiché quest'ultima è stata ridotta ad un elemento letale in tutte le sue forme: l'acqua è ormai riassunta dal Mar Marcio che minaccia le sponde, e c'è una foresta tossica dove l'aria non è respirabile - avventurandocisi dentro senza i caschi dell'ossigeno, simili a quelli degli astronauti, si può avere quasi la certezza di contrarre una malattia letale. Aria ed acqua, quindi, un tempo associate alla purezza, sono stati a tal punto contaminati dalle scellerate azioni dell'uomo da essersi trasformate in qualcosa capace di ucciderlo.

Un posto dove la vita ha in qualche modo resistito a tanto grigiore è la Valle del Vento, un posto pacifico, minacciato però dal popolo di Tolmechia che persegue un pericoloso obiettivo, quello di risvegliare l'ultimo Soldato Titano. La Valle del Vento sarà guidata e protetta dalla giovane e valorosa principessa Nausicaa.


Nausicaa della Valle del Vento nasce nel 1982 come manga, scritto e disegnato dal maestro Hayao Miyazaki. Ne fece successivamente un film, il secondo della sua produzione, che uscì nelle sale cinematografiche giapponesi l'11 marzo del 1984. Benché il film sia antecedente alla fondazione dello Studio Ghibli, nato il 15 giugno del 1985, Nausicaa della Valle del Vento è stato comunque riconosciuto come il primo film della casa d'animazione, perché in esso sono presenti le tematiche che negli anni sarebbero diventate distintive della poetica del regista, prima fra tutti l'ecologia ed il rapporto tra uomo e natura, un argomento raccontato con tanta forza dalle vicende della Valle da conquistare il sigillo del WWF, che compare all'inizio del film, definito un racconto di fantascienza ecologica.

Come sempre, Miyazaki si serve della sua fervida immaginazione partendo però da qualche spunto reale, forse per toccare più da vicino lo spettatore, per comunicargli che oltre il fantastico che sta vedendo nello schermo, fatto di disegni incantevoli ed avventure avvincenti, c'è qualcosa che lo riguarda da più vicino di quanto possa credere, e che proprio per questo dovrebbe ascoltare con attenzione cosa sta cercando di dirci.

In questo caso, il Mar Marcio si ispira ad una catastrofe ambientale realmente accaduta in Giappone nel 1956, ed in particolare ad un inquinamento di mercurio che interessò il golfo di Minamata, nella prefettura di Kumamoto, causata da un'industria chimica. Benché sia un fatto oggi poco conosciuto e ricordato, fu un avvenimento gravissimo: i pesci ed i crostacei di quelle zone continuarono a far parte della catena alimentare di uomini ed animali, causando l'avvelenamento di chi li ingeriva. I decessi causati da tale avvelenamento continuarono a verificarsi per ben trent'anni. L'avvelenamento da mercurio porta ad una sindrome neurologica dai molteplici sintomi, che fin dal '56 venne chiamata la malattia di Minamata.

Di ispirazione personale, e sicuramente più piacevole, è un altra componente largamente diffusa in tutta la sua produzione e particolarmente importante in Nausicaa: il volo. Miyazaki ha la passione del volo fin da quando era bambino, e ciò è facile da intuire contemplando le grandi quantità di velivoli, più o meno fantasiosi, che attraversano i fantastici cieli dei suoi film. In Nausicaa rincara la dose della sua fascinazione per la possibilità di volare, facendo della protagonista una persona che comunica col Sommo Vento, il quale la protegge e grazie al quale lei è in grado di percepire cosa accade nell'ambiente che la circonda.


E veniamo a lei, Nausicaa, cuore pulsante di questo lungometraggio. In questa principessa giovane troviamo riassunte le caratteristiche della tipica eroina di Miyazaki: è una ragazza indipendente e coraggiosa, gentile ed altruista, vicina alla natura e per nulla materialista; d'altro canto è profondamente umana nel suo risentimento nei confronti del popolo di Tolmechia, un odio che però riesce a tenere sotto controllo e qualora le capiti di commettere degli errori saprà trovare il modo di porvi rimedio.

Nausicaa fa onore alle figure femminili da cui nasce, in un altissimo incontro tra Oriente ed Occidente: da una parte abbiamo infatti la Nausicaa principessa dei Feaci dell'Odissea omerica, dall'altro troviamo La principessa che amava gli insetti, particolarissima fiaba giapponese del XII secolo.

Miyazaki affida ad un'eroina femminile l'arduo compito di tentare una riconciliazione tra uomo e natura con l'idea che solo una donna può avere la sensibilità di ascoltare e comprendere, visto che il sesso maschile si è sino a quel punto dimostrato continuamente assetato ed accecato dalla sete del potere. Nella Valle del Vento si tramanda la leggenda di un cavaliere vestito di blu che salverà l'umanità... ma sarà davvero un cavaliere a riuscirci?


Personalmente, ci sono due cose che amo molto di Nausicaa. La prima sono indubbiamente i disegni, fatti e colorati a mano come molti dei film Ghibli più vecchi (il primo ad avere un contributo di grafica digitale è stato La principessa Mononoke). Le immagini hanno per questo un'atmosfera unica, che si respira sin dal primo fotogramma assaporando la particolarità rispetto ad opere più recenti.

La seconda, è una scena in particolare. Quando Nausicaa incontra per la prima volta quello che poi diventerà il suo fido animaletto, quell'esserino giallo e tigrato, con un corpicino piccolo ma lunghe orecchie ed una lunga coda, l'animaletto si mostra diffidente ed aggressivo nei suoi confronti ma lei resta calma e continua a parlargli con dolcezza, non cambiando atteggiamento nemmeno quando lui le morde un dito. Nausicaa capisce subito che l'animale si comporta così perché è spaventato e che ha solo bisogno di essere rassicurato. Di lì a poco, infatti, lui le salirà in spalla e non la abbandonerà mai più.

Ho sempre amato molto gli animali ed essendo cresciuta e vivendo tutt'ora in campagna sono abituata a vedere di tutto, compresi topi, serpenti e cinghiali e nessuno mi suscita paura e disgusto. La realtà è che nessun animale ci attaccherebbe o farebbe del male se non ha motivo di farlo, e mi dispiace che siano ancora così tante le persone che si ostinano a non volerlo capire. L'incontro tra Nausicaa e l'animaletto giallo mi ha toccata da vicino, perché in pochi minuti insegna quanto basterebbe imparare per capire e rispettare gli animali. E' la scena in cui secondo me viene racchiuso uno dei messaggi più importanti di Nausicaa: non avere paura di ciò che non conosci, prova piuttosto a comprenderlo.

Avete già visto questo film? Cosa ne pensate?
Spero di avervi raccontato qualcosa di nuovo o, eventualmente, avervi invogliato a recuperare l'opera.


sabato 9 maggio 2020

La città incantata, Hayao Miyazaki (2001)

Buon sabato a tutti, benvenuti o bentornati sul blog!
Oggi vi accolgo col secondo appuntamento dedicato alla mia umile rubrica per scoprire o riscoprire i meravigliosi film d'animazione dello Studio Ghibli. Insieme al mio compagno, ne stiamo vedendo uno ogni venerdì sera, ed in realtà avevo deciso già dalla scorsa settimana di pubblicare il relativo post un sabato ogni due settimane. Questo sia per non rendere monotematico il blog, sia per darmi più tempo per scrivere qualcosa che valga la pena leggere (che poi io mi riduca lo stesso a lavorarci all'ultimo, è un altro discorso). Bando alle ciance, oggi vi racconto qualcosa su La città incantata.

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Ottavo film del maestro Hayao Miyazaki, esce nelle sale cinematografiche in Giappone nel 2001. Ispirato ad un racconto per bambini pubblicato nel 1987 di Kashiwaba Sachiko, intitolato Il meraviglioso paese oltre la nebbia, il film racconta l'avventura di Chihiro, una bambina di dieci anni che sta traslocando assieme ai genitori. Durante il viaggio in automobile per raggiungere la nuova abitazione, la famiglia giunge in un luogo particolare, che credono essere la loro destinazione. Nonostante il posto appaia desolato e disabitato e nonostante le proteste della bimba che quasi presagendo un pericolo non vuole andare, scendono dall'auto e si incamminano lungo il tunnel che si erano trovati davanti alla fine della strada percorsa. Dall'altro lato trovano un bel paesaggio, e poi quello che sembra a tutti gli effetti un parco divertimenti abbandonato. I genitori iniziano ad esplorare il luogo, trascinandosi dietro la piccola Chihiro, fin quando non si imbattono in un vero e proprio banchetto di cibo squisito e appena cucinato. I genitori, come improvvisamente non più padroni di sé, cominciano a servirsi, continuando a riempirsi i piatti più di quanto chiunque potrebbe mai riuscire a mangiare. Chihiro non tocca nulla, nonostante più volte la mamma ed il papà invitino anche lei ad assaggiare quelle prelibatezze, ed anzi cerca in tutti i modi di farli smettere di abbuffarsi. Ma non c'è verso, ed i genitori di Chihiro, a forza di ingozzarsi, si trasformano in due grandi maiali. Sconvolta, Chihiro si allontana e viene intercettata da Haku, un ragazzo suo coetaneo che la prende sotto la sua ala e la istruisce sul luogo dove è capitata, su come sopravvivervi e cosa fare.

Appena scende la notte, infatti, il luogo si anima, svelando la sua vera natura: si tratta di bagni termali per divinità e spiriti, un luogo pieno di dipendenti ed addetti ai lavori dove non ci si ferma mai e dove, per poter restare e non soccombere, il requisito numero uno è proprio avere un contratto di lavoro. A tal fine, Haku indica a Chihiro la strada per raggiungere Kamaji, un anziano operaio rappresentato da un ragno antropomorfo, le cui tante braccia non smettono neanche per un secondo di muovere la macchina di cui è l'unico addetto. Pur prestandole poca attenzione, Kamaji affida Chihiro a Lin, una ragazza addetta alla pulizia delle vasche delle terme, che per pura gentilezza verso Kamaji decide di aiutare la piccola sconosciuta. Per ottenere un contratto di lavoro, bisogna vedersela con la persona a capo dell'intricato meccanismo che governa i bagni, ossia la potentissima maga Yubaba. Anche se non sarà facile, insistendo come Haku le aveva detto di fare, Chihiro otterrà il suo contratto, e la regola numero due per ogni dipendente è cambiare il proprio nome, così Chihiro diventerà Sen.

Da questo momento in poi, lo spettatore segue le avventure di Chihiro/Sen come dipendente dei bagni termali per spiriti e divinità, dove dovrà affrontare molte prove, dove incontrerà tanti personaggi più e meno innocui, dove si farà degli amici e dove soprattutto vivrà esperienze capaci di farla crescere. Come sempre, i film di Miyazaki sono colmi di preziosi insegnamenti e di significati.


I dipendenti dei bagni termali

Oltre al racconto di Kashiwaba Sachiko cui si ispira, La città incantata nasce anche da una suggestione infantile. Miyazaki ha infatti raccontato di avere molti ricordi di quando era piccolo di bagni termali come quelli del film, chiamati yuya in giapponese, e che in particolare una volta nell'area di ingresso di uno di questi vide una porticina piccola piccola. Per giorni e per notti fantasticò su cosa poteva nascondersi dietro di essa, sul dove quella porticina avrebbe mai potuto portare. La città incantata indaga allora quel mistero d'infanzia, arricchito dalla presenza di spiriti e divinità che nella cultura giapponese sono presenti un po' in tutto, negli elementi naturali ma anche nelle case. Per rappresentarli nelle loro fattezze esteriori Miyazaki ha seguito soltanto la propria immaginazione, salvo qualche dettaglio attinto dalla tradizione folcloristica. Ecco quindi che Yubaba ricorda le Yamauba, temibili streghe delle montagne, che le fattezze di Kamaji ricordano tanto quelle di un ragno, ritenuto un simbolo di operosità e che il viso dello spettro Senza Volto ricorda tanto le maschere del teatro No, forma teatrale giapponese nata nel XIV secolo. Questo però è l'unico legame di Senza Volto con la tradizione, perché per il resto egli rappresenta il Giappone contemporaneo (ma potremmo dire anche il mondo, contemporaneo), dove molti pensano che la ricchezza possa comprare la felicità. Senza Volto, confondendo la gentilezza con l'elargire beni materiali per essere considerato ed apprezzato dagli altri, distribuisce oro a destra e a manca, ma riesce così a rendere felici i beneficiari dei suoi doni?

In un'intervista Miyazaki disse anche che La città incantata è un'emblema dello Studio Ghibli, dove Yubaba rappresenta il presidente della Ghibli, egli (Miyazaki stesso) si rivede in Kamaji, che ha così tanto lavoro che neanche le sue tante braccia riescono a stargli dietro, e Chihiro potrebbe incarnare una giovane e talentuosa disegnatrice appena arrivata che deve fare del suo meglio e darsi sempre da fare per non essere cacciata da Yubaba, vale a dire se non vuole essere licenziata.

Secondo queste dinamiche, La città incantata rappresenta in generale il moderno mondo del lavoro, dove Yubaba incarna la ferocia del capitalismo, che vede ogni cosa - tranne il suo sproporzionato e viziatissimo neonato Bo - secondo la logica di perdita e guadagno. I tanti dipendenti sono ormai assuefatti al lavoro e sembrano non pensare ad altro, e diventa oltremodo significativa in quest'ottica la questione del nome: il fatto che una volta assunti i dipendenti debbano assumere un nuovo nome, sembra suggerire la perdita di identità quando si è solo un numero tra tanti, come accade nelle grandi aziende, ed al contempo l'importanza di ricordare le proprie radici, perché quando ci dimentichiamo delle nostre radici diventa molto più facile impadronirsi di noi per qualcuno che desidera manipolarci. Haku infatti raccomanda a Chihiro/Sen di non dimenticare mai il proprio vero nome, come è accaduto a lui, perché insieme ad esso spariranno anche tutti i suoi ricordi.


Haku, e l''importanza di ricordare le proprie origini


Un'altra riflessione che ci offre Miyazaki sul mondo del lavoro è quella data dal contrasto tra Yubaba e la sua gemella Zeniba, la sua gemella buona verrebbe da dire, anche se più che gemelle paiono i due volti di una stessa persona. Ed in effetti, sotto un certo punto di vista è proprio così: Yubaba rappresenta la persona immersa fino al collo nel mondo del lavoro, mentre Zeniba rappresenta la pacifica vita domestica, e lo vediamo soprattutto quando Chihiro e Senza Volto si recano da lei, e trascorrono il tempo con una buona tazza di tè ed aiutandola col cucito. Non si tratta solo di due tipologie di vita contrapposte, ma anche talvolta della scissione che esiste all'interno di un'unica persona, che può essere altamente aggressiva e competitiva sul lavoro, quanto mite e gentile nella vita privata.

Trattandosi poi di Miyazaki, non poteva mancare un messaggio ecologico, e questo avviene quando alle terme si presenta un ospite che pare solo un enorme ammasso di spazzatura e sporcizia, così rivoltante che quasi volevano impedirgli di entrare. Lui però avanza inesorabile, e così lo indirizzano verso la vasca riservata ai casi disperati come quello, affidando l'ospite sgradito all'ultima arrivata, cioè la nostra Chihiro/Sen, la quale comprenderà che l'ospite non è davvero così come si è presentato: da qualche parte, gli si è incastrata addosso niente meno che una bicicletta, che ha ostruito tutto continuando ad accumulare sporcizia. Pian piano, tutti si uniscono a Sen ed unendo le forze riescono a tirar via i cumuli di detriti, liberando quello che si rivela lo spirito di un fiume, che finalmente torna ad essere limpido e felice. Anche questa scena è ispirata alla quotidianità dell'autore, che (almeno all'epoca del film) dava regolarmente una mano a tenere pulito il fiume che scorreva vicino casa sua e dal quale davvero, una volta, lui ed i suoi vicini tirarono fuori una bicicletta che vi si era incagliata. Il fatto che servano gli sforzi di tutti per ripulire lo spirito del fiume, sembra dirci che soltanto con una partecipazione collettiva sarebbe possibile vedere risultati concreti nel mondo che abitiamo.

Chihiro, Senza Volto & Zeniba


Infine, l'ultimo messaggio importante è il tema della crescita. A rappresentarlo abbiamo Chihiro, ma anche la sua controparte personificata da Bo, che incarna proprio l'immaturità. Arrogante e prepotente perché costantemente vezzeggiato e viziato dalla madre Yubaba, anche a lui basterà seguire Chihiro - anche se trasformato in un grasso e stupito topo - nelle sue avventure per scoprire un principio di crescita e di indipendenza. Ma l'evoluzione più significativa è sicuramente quella di Chihiro, e la si nota soprattutto nella differenza tra la scena iniziale e quella finale, entrambe nell'automobile dei genitori: se all'andata Chihiro era annoiata, capricciosa e si lamentava in un modo tipicamente infantile, al ritorno è molto più matura, serena e consapevole di sé, tanto da non preoccuparsi affatto per la nuova vita o l'ingresso in una scuola nuova dopo il trasloco, che erano le cose che prima la preoccupavano. L'esperienza all'interno de La città incanta l'ha cambiata, l'ha fatta crescere e maturare come un vero percorso di formazione.

Una cosa molto bella è che una delle possibili chiavi attraverso cui leggere questo film è quella della gentilezza. Dall'inizio alla fine, infatti, nonostante le difficoltà o nonostante non sempre tutti la accolgano benevolmente, Chihiro è gentile ed educata con tutti, e sarà ripagata da questo suo approccio sincero avendo alla fine tutti i dipendenti dei bagni termali dalla sua parte, sinceramente affezionati.

L'ho trovato un film semplicemente bellissimo, sia visivamente che per tutto il resto - dai temi trattati al modo in cui Miyazaki li ha veicolati. Il mio personaggio preferito, non so nemmeno perché, sarà sempre Senza Volto, che mi ha sia fatta sorridere coi suoi modi ed il suo filo di voce, sia mi ha stretto il cuore in una morsa di tenerezza per la sua solitudine e la ricerca di compagnia, pur non sapendo bene come chiederla. Subito dopo, c'è ovviamente Chihiro, col suo coraggio, la sua gentilezza che non discrimina nessuno e la sua capacità di adattarsi ed affrontare al meglio ciò che le capita lungo il percorso.

La città incantata ha vinto l'Orso d'oro al Festival di Berlino nel 2002 e l'Oscar come miglior film di animazione nel 2003. Se l'avete visto, sarei curiosa di sapere cosa apprezzate di più di questo film così denso di elementi e tematiche, mentre se non lo conoscete ancora spero di avervi invogliato a recuperarlo al più presto!










sabato 25 aprile 2020

La principessa Mononoke, Hayao Miyazaki (1997)

Netflix ha fatto l'ennesima cosa buona e giusta per i suoi abbonati: inserire nel proprio catalogo, un po' alla volta, i film dello studio Ghibli. Trovandoseli davanti, come resistere alla tentazione di guardarli e - in alcuni casi riguardarli - tutti? Impossibile, dal mio punto di vista, ecco perché ho deciso di istituire (qui in casa mia, s'intende) le Friday Ghibli Nights. Il che significa che ogni venerdì sera sarà impegnato con la visione dei più bei film d'animazione giapponese. Abbiamo cominciato proprio ieri con La principessa Mononoke, uscito nelle sale nipponiche il 12 luglio dell'ormai lontano 1997, e che ancora vanta in patria uno dei più alti incassi al botteghino, secondo solo a Titanic

Ho chiesto al piccolo pubblico di Instagram se poteva interessare una mia opinione in merito a questi film, ogni sabato, e mi è stato risposto di sì. Avevo pensato di farlo in un format più immediato proprio attraverso il social, ma mi sono resa conto ben presto che è impossibile - o comunque sarebbe troppo riduttivo - parlare dei film di Miyazaki e dello studio Ghibli in maniera così riassuntiva. Perciò eccomi qui, pronta a dilungarmi in un post senza limiti di spazio.


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Ashitaka in groppa a Yakul

E' un giorno come tanti, nel pacifico villaggio del popolo Emishi, quando un cinghiale dalle proporzioni enormi arriva all'improvviso determinato ad attaccare. La gente, in particolar modo uno degli anziani, capisce subito che l'animale deve esser posseduto da uno spirito maligno. Il loro principe, il giovane Ashitaka, non esiterà a battersi per proteggere il suo popolo e pur riuscendo ad uccidere la bestia riporta sul braccio una brutta ferita. Non una ferita qualunque, purtroppo, ma una maledizione inflittagli dallo spirito maligno, che lentamente gli avrebbe corroso le carni fino all'osso conducendolo ad una morte sofferta. Consultandosi con gli anziani, il ragazzo comprende che la sua unica possibilità è quella di lasciare il villaggio ed il popolo Emishi, e di incamminarsi verso Ovest dove forse - si dice - potrebbe trovare una cura. Ed è così che, quella notte stessa, Ashitaka parte in groppa al suo fedele e dolcissimo stambecco, Yakul.


San, la principessa Mononoke, e Lady Eboshi

Il suo pellegrinaggio lo conduce alla Città del Fuoco, una città piuttosto particolare dove le donne sembrano avere un ruolo dominante, e dove infatti è una donna a governare, l'ambiziosa e spietata Lady Eboshi. E sono sempre le donne a lavorare nella fucina, cuore pulsante della Città di Fuoco, mentre gli uomini sono per lo più mandriani o svolgono lavori simili. La fucina, per essere alimentata, necessita di costante materia prima ed è per questo che gli abitanti di questa città - e Lady Eboshi in particolare - si stanno appropriando un pezzo alla volta della foresta. Anche altri popoli nutrono lo stesso desiderio di espansione, ma vengono puntualmente sconfitti dalle potenti armi degli abitanti della Città del Fuoco. Nella foresta vive San, la principessa Mononoke (principessa Spettro, in italiano) abbandonata quando era solo una neonata, è stata allevata dai lupi e vive a tutti gli effetti come una di loro. San e Lady Eboshi sono da tempo impegnate in un'aspra guerra, che rappresenta ovviamente la lotta tra uomo e natura: se l'uomo usa la violenza sulla natura per egoismo e tornaconto personale, la natura risponde con altrettanta violenza al fine di difendersi.
Ashitaka si troverà coinvolto in questo doloroso scontro, ma non si schiererà mai con una fazione o con l'altra. La sua imparzialità rappresenta la possibilità dei due poli di coesistere, di trovare un punto d'incontro per convivere armoniosamente. Uno dei messaggi fondamentali del film, infatti, è proprio la necessità di ritrovare un equilibrio tra uomo e natura da troppo tempo perduto, e che questa sia in realtà l'unica strada possibile affinché la vita che conosciamo continui ad esistere.

L'ambientazione del film è molto significativa, poiché Miyazaki ha scelto il periodo Muromachi, che va dal 1336 al 1573 e che potremmo definire come una sorta di "medioevo" giapponese. Dopo millenni di armonia, durante i quali l'uomo aveva vissuto nelle terre del Sol Levante senza deturparle, il rapporto idilliaco con l'ambiente viene incrinato - come storicamente è sempre accaduto - da un principio di industrializzazione: l'epoca Muromachi fu infatti il momento in cui il Giappone cominciò la sua modernizzazione, introducendo l'uso del ferro e la creazione di nuove armi, molto più pericolose e potenti di quelle che erano esistite fino ad allora. La Città del Fuoco ed i suoi abitanti sono la perfetta rappresentazione di questo momento.


Il dio-bestia della Foresta, in una delle sue forme

Tale ambientazione è ovviamente arricchita da numerosi simboli ed elementi ripresi dal folklore tradizionale giapponese. Abbiamo perciò la Natura, meravigliosamente espressa dalla Foresta, un luogo incantevole abitato dal dio-bestia, che potremmo definire la personificazione stessa della natura. Questa creatura, pressoché impossibile da descrivere a parole, di giorno assume la forma chiamata shishigami e di notte un'altra, definita daidarabotchi. Egli presenta fattezze che ricordano animali di specie diverse, ed un volto scimmiesco con dei tratti umani. La complessità del suo aspetto sembra suggerire che il dio-bestia sia il riassunto di tutte le cose, diventando anche un simbolo di come la diversità possa mescolarsi in un risultato armonioso. Il modo in cui si comporta rispecchia proprio l'idea che potremmo avere di una divinità giusta e saggia: pur avendo in sé la capacità di decidere sulla vita e sulla morte, nonché un potere smisurato che sarebbe capace di spazzare via gli umani usurpatori in un secondo, il dio-bestia interviene raramente. Continua a conservare e mostrare serenità anche quando i colpi inferti alla Foresta si fanno più violenti, e sembra essere presente come uno spettatore, al di sopra di tutte le cose, che lascia che il destino si compia, agendo solo quando una sua azione si rende inevitabile.


I Kodama, adorabili spiritelli degli alberi

La Foresta è poi abitata dai Kodama, vivaci spiritelli che nel folklore nipponico sono considerati gli spiriti degli alberi. Un luogo, quando loro vi abitano, è considerato fertile e prospero e per questo abbattere un albero, che è la loro casa, porta sfortuna a chi si macchia di questa azione. Nel film, infatti, ce ne sono tantissimi all'arrivo del principe Ashitaka, ma man mano che la Foresta subisce i soprusi della guerra tra uomini ed animali se ne vedono sempre meno, fino al momento in cui tutto pare troppo silenzioso perché i Kodama sono spariti.

San in groppa alla lupa madre

E veniamo poi agli animali: ad abitare la Foresta sono in particolare tre specie. I lupi, i cinghiali e gli oranghi. Spesso le tre fazioni si trovano in disaccordo, ma avendo come obiettivo comune quello di salvare la propria Foresta ed essendo tutti mossi dal rancore e dal desiderio di vendetta verso gli umani, riescono di volta in volta a trovare il modo di collaborare, o quanto meno di non scontrarsi apertamente, a differenza di quanto sanno fare gli uomini spesso accecati dall'egocentrismo. Un'altra cosa che caratterizza questi animali è il fatto che sono tutti rappresentati come creature maestose, di dimensioni giganti ed imponenti, soprattutto la lupa madre ed il dio-cinghiale.

Un esempio dei tratti violenti che distinguono
La principessa Mononoke dagli altri film dell'autrore

La principessa Mononoke è il sesto film scritto e diretto dal maestro Miyazaki ed è interessante notare come si discosti, per alcuni tratti significativi, dal resto della sua filmografia. Uno di questi riguarda sicuramente la violenza: le immagini sullo schermo si fanno spesso più crude di quanto lo studio Ghibli ci avesse abituati, gli scontri sono accesi, dalle ferite sgorga abbondantemente sangue rosso e vivido, le morti non vengono risparmiate; l'altra differenza importante, riguarda la rappresentazione degli animali. Le creature "non umane" di Miyazaki hanno quasi sempre un aspetto dolce, tenero, ma soprattutto caratteri ed atteggiamenti benevoli, senza alcuna traccia di lati oscuri - pensate solo a Ponyo, a Totoro, ai vari gatti che compaiono nei film. Qui, invece, pur essendo fondamentalmente buoni gli animali sono a loro volta mossi da sentimenti negativi, in particolar modo dall'odio e dalla sete di vendetta sugli umani usurpatori. Perciò, anche se il loro obiettivo è indiscutibilmente giusto e legittimo, si potrebbero invece mettere in discussione i sentimenti che li dominano.

E così si viene alle altre questioni che secondo me emergono dal film. Oltre al già abbondantemente citato rapporto tra uomo e natura, viene portato sullo schermo anche il classico divario e scontro tra bene e male cominciato all'alba dei tempi e che esiste non soltanto in generale, ma anche all'interno delle singole cose e creature. Entra perciò in gioco il discorso del libero arbitrio, affinché il bene non sia solo bene in quanto tale, ma divenga piuttosto il frutto di una scelta di chi decide di agire in un senso o nell'altro. Ed è proprio questo il lato che ho trovato più interessante, perché rende i personaggi molto più complessi di quanto si potrebbe pensare a primo impatto: anche se così sembrerebbe, non si può etichettarli nettamente come buoni o cattivi, poiché racchiudono in sé elementi di luce e di buio.

San, ad esempio, pur lottando per una causa più che giusta, è spinta a combattere più dal desiderio di vendicarsi e dall'odio verso gli umani che da sentimenti positivi. Inoltre, non bisogna trascurare il fatto che lei rinnega la propria natura, al punto da usare un travestimento per combattere che la camuffa, dandole sembianze animalesche. Anche tu sei umana, le ricorderà più volte Ashitaka, ma lei rifiuta di riconoscersi come tale. E se questo è comprensibile, dato che è stata abbandonata dalla sua specie originaria, resta comunque un elemento che conferisce oscurità, complessità e contraddizione al suo personaggio, che è altrimenti facile vedere come eroina dal momento che combatte in prima linea per la causa giusta.

Stesso discorso, anche se al contrario, va fatto per Lady Eboshi, senza dubbio la cattiva della situazione, colei che in capo al suo popolo sta concretamente usurpando la natura. Ma bisogna anche riconoscere che è un ottimo capo per la sua città, che ha creato casa, lavoro ed opportunità per persone che forse non ne avevano. Per lei infatti lavorano persone affette da uno stadio avanzato della stessa maledizione/malattia che ha colpito Ashitaka, che per questo sono tutte avvolte in fasce, chi senza gambe, chi senza braccia, chi ormai non può far altro che starsene sdraiato ed attendere la fine. E' proprio uno di loro che, con un fil di voce, racconta come Lady Eboshi sia stata l'unica a prendersi cura di persone come loro, medicandoli e dandogli ancora un posto nel mondo. Lady Eboshi è anche, chiaramente, una rappresentante del femminismo, la quale ha creato come già accennato una società in cui le donne hanno un ruolo attivo e quasi dominante. Di contro, personifica anche l'ambizione umana, pronta a tutto pur di realizzare i propri scopi.

Fa eccezione, in questo senso, Ashitaka. Lui è l'unico a "non avere gli occhi offuscati dall'odio", è un eroe buono che si distingue - anche da altri eroi tipici - per una fermezza nel modo di agire che fa risaltare la sua completa neutralità rispetto le cause degli uni e degli altri, un super partes degno del massimo rispetto, che può per questo svolgere il suo ruolo di tramite tra due nemici dichiarati come San e Lady Eboshi, come l'uomo e la natura. Non è un caso, secondo me, se il suo fedele stambecco Yakul è a sua volta l'unico animale che non mostra mai alcun segno di aggressività, neanche quando viene ferito ad una coscia da una freccia, e l'unica cosa che vuole fare è comunque seguire il suo umano, nel segno dell'amore e della fedeltà reciproca che li lega. Ashitaka rappresenta il senso più puro di giustizia, che non si piega alle ragioni degli uni o degli altri, ma è sempre una ed una soltanto.

La conclusione del film resta coerente col pessimismo generale dell'opera, ma lascia degli spiragli di speranza. La guerra tra uomo e natura arriva a compimento, e le conseguenze dovrebbero essere d'insegnamento a tutte le parti coinvolte. Il dio-bestia viene ucciso dagli uomini, scatenando la sua implacabile furia, quietata grazie a San ed Ashitaka; la Foresta sembra rinascere dal suo spirito, ma il fatto che dio-bestia non esiste più sembra suggerire che non ci sarà una seconda chance. Gli animali più maestosi, ovvero la lupa madre di San ed il dio dei cinghiali, hanno perso la vita nello scontro e la stessa Lady Eboshi ha perso un braccio. Starà a lei, ora, organizzare la sua città senza più nuocere all'ambiente che la circonda.

Molto bello, infine, che Ashitaka e San riconoscano di volersi bene, ma che nessuno dei due sacrifichi la propria natura. San è una selvaggia, e non potrebbe rinunciare alla sua vita coi lupi, mentre Ashitaka è un umano, e non sarebbe in grado di vivere alla sua maniera. Ti raggiungerò a metà strada, le dice lui, segno che i due giovani continueranno ad essere il punto d'incontro tra Uomo e Natura.



E nelle scene finali, comunque, compare un Kodama.














giovedì 28 giugno 2018

Una serie tv ed un libro che non c'entrano niente l'uno con l'altra

Il titolo si spiega da solo, perciò direi di non indugiare oltre e di proseguire spediti come un treno diretto, senza soste, senza ritardi perché hanno rubato il rame dei binari, e senza deviazioni sulle tratte storiche (questa mi è successa l'ultima volta che ho preso un treno, giuro).

La serie tv in questione è più che famosa, quindi non vi sto proponendo niente di innovativo o che vi farà esclamare di sorpresa e stupore, ed è anche il motivo per cui potrò permettermi di essere breve (per i miei standard, s'intende). Giustamente, nella mia testa sento un coro di “ma allora a che cosa serve scrivere la tua opinione in merito??!”, beh a niente, assolutamente a niente, però è una serie che ho desiderato ferocemente vedere sin da quando è uscita ed ho aspettato così tanto perché volevo guardarla proprio al momento giusto, col massimo della concentrazione e con la testa libera da eventuali distrazioni, e quindi dopo tutto 'sto pathos – e considerato anche quanto m'è piaciuta – non posso proprio lasciarla scivolar via così, senza spenderci neanche due paroline, e quindi vi beccate questi giri di parole che non servono a nulla, perché sulle serie tv che finiscono col piacermi proprio tanto io non sono brava a scrivere recensioni intelligenti ed interessanti come fanno gli altri. Ma tant'è. Ciò che conta però è che ho già scritto un lunghissimo paragrafo senza dire nemmeno il titolo della serie, quindi la smetto e vengo al sodo: The Crown, prima stagione.


Le cose belle della prima stagione di The Crown (che, a scanso di equivoci, sono tante):

l'estetica. La cosa che mi ha conquistata sin dal primo fotogramma, e poi per tutti e dieci gli episodi, è il lato puramente estetico di questo telefilm. Non c'è niente che non sia bello, o estremamente elegante: dagli ambienti interni a quelli esterni, dalla perfetta dizione britannica alla moda degli anni Cinquanta. E' tutto così curato, sin nei minimi dettagli, che anche soltanto guardare questa serie (se fosse muta, ad esempio) sarebbe comunque un enorme gioia per gli occhi dello spettatore.
Claire Foy ed in generale la bravura degli attori, perché il cast è stellare, di un talento puro e totale. Il personaggio di Winston Churchill è monumentale, colossale, gigantesco, mastodontico, tanto nella fisicità quanto nel suo ruolo, veramente immenso, una colonna portante che quasi non accetti possa lasciare il proprio posto, come del resto anche lui stesso difficilmente riesce a fare. Ma dovrei nominarli proprio tutti, perché anche il marito della regina, il principe Filippo, è reso così bene dall'interpretazione di Matt Smith che faccio una grande fatica ad avere il minimo dubbio che il vero principe Filippo non sia davvero così, e mi piace molto l'ambiguità che è stata conferita a questo personaggio, di cui sono molto curiosa di seguire lo sviluppo; un cenno va fatto anche a Vanessa Kirby, che interpreta magistralmente la principessa Margaret, sorella minore e tormentata della regina Elisabetta. Il plauso più grande, però, va ovviamente a lei, Claire Foy, nei panni sontuosi, ingombranti e scomodi della Regina Elisabetta II. La sua bravura è sconcertante, non ruba mai la scena agli altri, ma il più delle volte le basta uno sguardo o una piega della bocca per esprimere tutto il sentimento richiesto dalla circostanza. Sicuramente c'è dietro un grandissimo lavoro di studio e di ricerca, ma lei è talmente naturale che sembra proprio nata per questo ruolo.
L'accuratezza storica, perché ovviamente non so se tutto ciò che viene raccontato in The Crown sia perfettamente coincidente con la realtà, ma per quanto ci è dato di verificare, i fatti combaciano e poi, il solo fatto che la serie sia stata prodotta, credo significhi che ci sia stato un preventivo permesso da parte dei Windsor, il che dovrebbe far pensare che non ci siano fandonie, all'interno del racconto. Quando mi trovo davanti una storia che prende a piene mani dalla materia storica mi piace che, anche se un po' romanzate, le cose che vengono raccontate rispecchino la verità, così da trarne informazione oltre che intrattenimento, perciò questo è un punto che apprezzo moltissimo.
I vari filoni narrativi, perché la regina Elisabetta II non è la sola ed unica protagonista, ma intorno a lei ci sono varie altre questioni che mi hanno toccata emotivamente in modo davvero forte, più di quanto mi aspettassi. A partire dalla vicenda della principessa Margaret, della quale ammetto vergognosamente di non aver saputo nulla prima di guardare The Crown; un altro dei miei filoni narrativi preferiti è senza ombra di dubbio quello dedicato allo zio della regina, Edoardo VIII, il re mai arrivato all'incoronazione, che dopo poco meno di un anno sul trono decise di abdicare per amore di Wallis Simpson, un'americana divorziata e già al suo secondo matrimonio, che fu prima amante di Edoardo VIII e poi la sua sposa, scatenando un grave scandalo che non venne mai perdonato. In The Crown vengono rappresentate le tensioni che ancora esistono a distanza di anni tra l'ex reggente e la sua famiglia d'origine, nonostante tra loro sia trascorso tanto tempo e la distanza di un oceano (Edoardo VIII, infatti, lasciò l'Inghilterra). E' affascinante pensare che, se non fosse stato per questo incontro fatale e per questo amore travolgente, Elisabetta II non sarebbe mai salita al trono, e la linea di successione sarebbe stata un'altra.

Se dovessi approfondire ulteriormente, finirei con l'analizzare singoli momenti che mi hanno particolarmente coinvolta ed emozionata, ma ciò costituirebbe uno spoiler, cosa che cerco sempre di non fare, perciò mi fermo qui lasciando a chi non si è ancora approcciato a The Crown tutto il piacere della scoperta.

Veniamo invece all'ultimo libro letto, che come preannunciato dal titolo non potrebbe essere più distante – per genere, atmosfere e tipologia narrativa – da The Crown; li ho accorpati in un unico post puramente per motivi logistici e di tempo. Ma introduciamo questa lettura per me insolita con una breve e simpatica scenetta.

Pomeriggio. Stanza di mia sorella minore. Dopo averle recato un messaggio della nostra genitrice, sto per lasciare i suoi appartamenti, quando i miei occhi abbassandosi sulla scrivania scorgono un oggetto interessante, alias, un libro. Una brutta malattia che mi ha colpito sin dalla tenera età mi costringe a prendere in mano e sbirciare qualunque mucchietto di carta stampata, anche quando si tratta della discutibile (ed ingiustificata) biografia di una youtuber dodicenne che ha fatto successo mostrando la sua collezione di calzini della collezione di Ariana Grande. Fatto sta, che fortunatamente quel pomeriggio il libro poggiato sulla scrivania della mia sorellina era ben altro, ovvero il primo volume della celeberrima saga del Trono di Spade, dell'egregio signor George R.R. Martin (ma fatemi capire, le R.R. le ha rubate a Tolkien? Uno scrittore fantasy – non che i due siano paragonabili, eh – se vuole avere successo deve avere per forza due R puntate nel nome?), più famoso per il terrore che alla sua ormai veneranda età lasci il mondo terreno da un giorno all'altro lasciando senza conclusione l'amata saga, che per la saga stessa. Si trattava di un titolo insolito, da scovare nei dintorni della mia sorellina, che infatti disse:

«Non mi piace. Se vuoi prenditelo.»
«Vabbè.»

E fu così che, curiosa e scettica in egual misura, quella sera attraversai un prologo del quale non capii nulla, per poi trovarmi senza essermene accorta a pagina 100. Maledizione. La trama non la racconto, perché non ne sarei in grado e poi molti di voi la conoscono già; ciò che posso dire, è che anche se Martin non è Tolkien né paragonabile a nessun grande autore/autrice, scrive in una maniera che sa essere al contempo molto asciutta e molto coinvolgente. Ho scoperto dentro questo libro una lettura di puro e piacevole intrattenimento, della quale senza saperlo avevo un gran bisogno. Se mi seguite da un po', avete ormai un'idea di che tipo di lettrice sono: leggo montagne di classici, e raramente faccio letture che si possano definire totalmente leggere, perché se un libro non è impegnativo dal punto di vista del contenuto, magari lo è stilisticamente o per altre caratteristiche; insomma, quasi mi rifiuto di sprecare tempo a leggere cose frivole, perché la maggior parte delle volte mi sembra uno spreco di tempo, oppure si rivelano libri talmente brutti che mi annoio e non riesco proprio a leggerli. Il trono di spade, con tutti i suoi difetti ed il suo essere letteratura “semplice”, è scritto bene, è pieno di personaggi interessanti ed è un fantasy che può benissimo piacere anche a chi non mastica il genere, perché in realtà quello di Martin è un mondo che richiama molto l'epoca medievale, dove ogni tanto si parla di draghi e altre creature fantastiche, ma questo è il massimo di fantasy che c'è dentro. Per il resto, la trama è fatta di intrighi e cospirazioni, e se ci si interessa alla trama il libro scorre che è una meraviglia. L'ho definito un libro da leggere mangiando patatine, perché dovete sapere che io non mangio mai mentre leggo – mangiare mi distrarrebbe, al massimo sorseggio una bevanda calda tra una pagina e l'altra – ma quando prendevo in mano Il trono di spade mi veniva proprio voglia di mangiare patatine, come le serate progettate per guardare un film in compagnia. Per concludere, visto che probabilmente proseguirò la lettura della saga (con molta calma, eh) e che nel corso dei vari libri cambierò idea cinquecentomila volte come tutti, penso possa essere divertente fare un piccolo elenco di cose a caso, tipo così:

Personaggi preferiti: Arya, Daenaerys, Eddard, Bran
Personaggi odiati: Cersei Lannister, Joffrey Lannister
Personaggi più ambigui: Tyrion Lannister, Ditocorto
Premio tragedia: Lady, e non aggiungo altro
Premio perle di saggezza: va assolutamente a Tyrion, che appena apre bocca o fa il buffone, o sputa verità esistenziali come niente fosse, le vie di mezzo non gli piacciono
Premio lacrimoni: se lo becca Jon Snow, che sbaraglia tutti quanti prendendosi a cuore Sam, l'ultimo arrivato nella confraternita e pure sfigatello sotto molti punti di vista

Bene, volevo essere breve ed ho qualche dubbio sulla riuscita di tale proposito, perciò taglio e sorvolo su lunghe conclusioni e vi auguro buone letture ed un ottimo proseguimento di giornata.
A presto!

mercoledì 3 gennaio 2018

Ultimi bagliori del 2017 parte #2: serie tv belle

Ed eccomi qui, come anticipato e promesso, per stilare un breve (forse) riepilogo delle serie tv più belle che mi hanno allietato molte serate nel 2017.

Ovviamente lo spacciatore di fiducia è lui, il caro buon vecchio Netflix, senza il quale ormai molti di noi si sentirebbero totalmente perduti. Perché Netflix ha un catalogo di infinite possibilità, è un contenitore nel quale chiunque può trovare ciò che cerca. Netflix accoglie a schermo aperto lo spettatore colto e raffinato così come l'amante del più becero e basso intrattenimento. E sono sicura che senza di lui, che mi mette lì tante belle cose pronte per essere guardate, non avrei goduto di molte cose che ho visto.

A differenza dei libri, per quanto riguarda le serie tv mi sento perfettamente in grado di stilare una classifica, per la precisione una rapida top 5:

5. The Punisher. Sicuramente la più bella tra le tante serie Marvel viste quest'anno, l'unica a non avere neanche un personaggio dotato di poteri o speciali abilità; il protagonista è infatti Frank Castle, un ex soldato al quale è stata sterminata la famiglia (moglie e due figli), un tragico evento che segnerà l'inizio della sua nuova vita, quella in cui sarà conosciuto come The Punisher,  "Il Punitore". Difficile farvi capire in poche righe quanto questa serie a lui dedicata sia intensa, quanto sia ben costruita la trama, quanto i personaggi siano caratterizzati a tutto tondo: tanto gli amici, quanto i nemici di Frank Castle. La figura di Castle pone in maniera forte un quesito al quale è difficile rispondere: le vite che lui stronca senza pietà non sono certo vite da rimpiangere, eppure è giusto e accettabile farsi giustizia da sé alla sua maniera? Fiducia (o mancanza di essa) nelle istituzioni, amicizia, tradimento, lealtà - verso un amico o verso la patria, le spesso poco discusse conseguenze della guerra su un soldato tornato a casa (avete visto "American Sniper"?) , il lutto e l'amore che vive oltre la morte. Questi sono solo alcuni dei grandi temi trattati in Punisher, un titolo che vi consiglierei soprattutto se non vi siete mai approcciati alle serie della Marvel, perché questa - per serietà, profondità e scrittura - è sicuramente superiore a tutte le altre viste sinora. Unica nota di avvertenza, è che inevitabilmente c'è parecchia violenza; sconsigliata quindi se siete spettatori troppo sensibili o se non reggete alla vista del sangue.


4. Il quarto posto va a qualcosa di molto più leggero, la comedy più bella forse non solo del 2017 ma degli ultimi anni, della quale mi sono bevuta in un sol sorso tutte e tre le stagioni ed alla quale ho spesso pensato di dedicare un post, non riuscendoci poi mai - forse proprio per la preziosità di questo gioiellino, che non volevo profanare in una recensione che non avrebbe mai reso giustizia al perfetto equilibrio tra leggerezza, ironia e profonda verità infusa dai creatori Aziz Ansari ed Alan Young al loro Master of None. Ansari è anche il volto del protagonista, Dev Shah, indiano che di indiano ha soltanto il nome e la faccia, per il resto americano quanto ogni altro americano. Eppure quando si presenta ai provini - perché sì, Dev vorrebbe fare l'attore, anche se il sogno della recitazione è qualcosa di puramente casuale, ma questa è un'altra storia - gli chiedono se per favore potrebbe tirar fuori il suo accento indiano, nel modo che si addice ad un qualunque tassista o comparsa di origine indiana. Master of None combatte a colpi di intelligenza ed ironia il peso - e l'insensatezza - degli stereotipi, davanti ad una birra o una puntata di Sherlock assieme ai migliori amici di Dev, che sono un guazzabuglio di stereotipi: a partire da lui, l'indiano-americano, la sua amica Denise che è 1) una donna 2) di colore 3) lesbica ed il suo migliore amico Arnold che è grande, grosso, tenero, impacciato. Master of None parla anche dell'avere trent'anni e non avere ancora una direzione chiara nella propria vita, parla di relazioni umane, sia quelle d'amicizia che quelle sentimentali. Ed ecco, il modo in cui Master of None parla dell'amore è qualcosa di unico, forse l'aspetto che mi è piaciuto di più di tutta la serie, perché sembra suggerire l'idea che in una bella relazione debba esserci il divertimento, il vero e proprio giocare all'interno della coppia, e che quando il gioco vien meno non c'è buon sesso che tenga, il rapporto a poco a poco si sfalda. A quel punto si fanno i bagagli e si va alla ricerca di se stessi da qualche altra parte, il più lontano possibile. Nel caso di Dev - appassionato amante della pasta - si tratta del nostro Bel Paese, Modena per la precisione, dove impara a fare i tortellini e dove incontra Francesca, interpretata da una stupefacente Alessandra Mastronardi, la quale sfoggia un'invidiabile pronuncia inglese ed una recitazione all'altezza del ruolo - al contrario di un pessimo Riccardo Scamarcio, che fa tanto rimpiangere la presenza ad esempio di un Luca Argentero.
Io che di anni ne ho ventisei mi sono ritrovata tantissimo nelle situazioni raccontate da Master of None, che mi ha fatta ridere un sacco e commuovere altrettanto. Come la puntata interamente dedicata alla storia d'amicizia tra Dev e Denise ed al rapporto di quest'ultima col la propria identità e la propria famiglia (memorabile il momento in cui la madre e la zia, quand'era ancora bambina, le dicono che essendo una donna ed una donna di colore nella vita dovrà sgobbare il doppio degli altri per ottenere forse la metà, figuratevi come la pensano quando si dichiara anche lesbica), oppure quella in cui si riassume la convivenza con una ragazza adorabile, dagli iniziali splendori alle ultime catastrofi. Ragazzi, se ve lo siete perso Master of None è una delle cose più adorabili di sempre.


3. Podio per un altro vero gioiellino uscito quest'anno, ovvero Ann with an "E" - Chiamatemi Anna, il riadattamento di Anna dai capelli rossi, che chiunque conosce vuoi per i libri di Lucy M. Montgomery da cui è tratto o per il vecchio cartone animato. Per ulteriori informazioni o considerazioni vi rimando alla recensione dedicata, per il resto se non l'avete ancora fatto vi consiglio di bearvi con la meraviglia dei paesaggi e la musicalità del linguaggio di Anna, interpretata dalla talentuosissima Amybeth McNulty. Per parte mia, spero tanto che il 2018 ci porti la seconda stagione.

2. Secondo posto va di diritto a Downton Abbey, che molti di voi avranno già visto milioni di anni fa; io sono arrivata tardi e dopo aver visto una dietro l'altra tutte le puntate della prima e della seconda stagione mi sono fermata, riprendendola e finalmente concludendola solo di recente. Farvi una recensione di tre intere stagioni oltre che impossibile è forse anche poco sensato, tuttavia ho in mente un argomento in particolare che vorrei sviscerare in un post. Comunque sia, Downton Abbey è stupendo e mai noioso, nonostante la lunghezza delle puntate. Un racconto corale che non si perde ed appassiona, che ricalca da vicino i Cazalet della Howard, al quale senza dubbio il creatore Julian Fellows deve essersi ispirato per ideare la famiglia Crawley. Una serie che non può mancare nel repertorio degli amanti del gusto british, delle trame che si snodano nei ceti aristocratici, di epoche ormai tramontate - gli anni '20, in questo caso, delle saghe familiari. Stupendo, meraviglioso, bellissimo.

1. Primo posto meritatissimo dall'ultima cosa vista nel 2017, ovvero Black Mirror. Per la prima volta in vita mia mi sono buttata in un vero e proprio binge watching, finendo un'intera stagione in un'unica sessione. E' vero, le puntata per stagione son poche, ma sono solita non andare oltre le due di seguito; in questo caso ogni regola è stata dimenticata, un episodio tira l'altro nonostante ognuno di essi sia un tripudio di angoscia e sgomento. Il 29 dicembre è uscita la quarta stagione, che ho cominciato ieri, perciò di Black Mirror parlerò più nel dettaglio a visione conclusa.



Ce l'ho fatta, questa era la mia top 5 delle più belle serie tv viste nel 2017. Vi ricordo che nella sezione Spectator trovate tutte le mie recensioni dedicate a film e telefilm, dateci una sbirciata se siete curiosi sui titoli che non ho incluso in questa classifica. 

Fatemi sapere nei commenti se avete visto qualcuno di questi titoli e quali sono state le vostre serie preferite dell'anno appena conclusosi!





domenica 3 dicembre 2017

Stranger Things: perché non ne avevo parlato prima e la mia opinione sulla seconda stagione // Girlboss I

Come già saprete, sto leggendo Il mulino sulla Floss di George Eliot, romanzo di 630 pagine fitte fitte, impegnativo non solo per la mole ma anche per la quantità di "carne al fuoco", per così dire; fortuna che si è rivelata sin da subito una storia più appassionante persino di quanto mi aspettassi (e le aspettative a questo giro erano altissime) ed ora che mi avvicino a concluderlo penso che queste ultime duecento pagine circa avranno ancora moltissimo da dirmi. Fatto sta che per dedicarmi alla recensione di questo libro - che, vi avverto, sarà lunga quanto il romanzo stesso credo! - c'è da aspettare ancora un po', perciò ne approfitto per dire la mia su due serie tv delle quali non vi avevo ancora parlato.

Cominciamo dalla più impegnativa (e conosciuta): Stranger Things. Come penso la maggior parte di voi, ho iniziato a seguire questa serie l'anno scorso, appena uscita, e la prima stagione mi ha coinvolta, appassionata, stregata, colpita e affondata; se non me ne avete mai sentito parlare qui sul blog, ciò dipende soltanto dal fatto che ne avevano parlato in talmente tanti - ed alcuni in maniera così brillante ed esaustiva! - che non sentivo di aver molto da aggiungere a quanto si poteva leggere un po' ovunque in giro sul web. Come praticamente chiunque altro, ho amato ogni dettaglio della prima stagione di Stranger Things: l'ambientazione spaziale e temporale, la colonna sonora, le citazioni, il fantastico che entra e scombussola l'ordinario e - soprattutto - i protagonisti.

Per i pochissimi che ancora non sapessero nulla di Stranger Things, si tratta di una serie ambientata nei magnifici anni '80, nella piccola e tranquilla cittadina di Hawkins, Indiana, ed i protagonisti sono quattro ragazzini nerd, amici per la pelle, che amano la scienza, giocano a Dungeons & Dragons e si tengono costantemente in contatto con i walkie-talkie; le loro vite - e quelle di coloro che li circondano - vengono sconvolte quando un membro del loro gruppo - Will - scompare improvvisamente. Ci sarà la ricerca dalle tinte più ufficiali (almeno inizialmente) - quella condotta dal poliziotto Hopper - e la ricerca degli amici di Will - Mike, Dustin e Lucas - i quali incontreranno anche una strana ragazzina dotata di qualche potere speciale e ben disposta ad aiutarli, ovvero la nostra beniamina Eleven.

Questa in soldoni potrebbe essere la trama, ma chi l'ha visto sa bene quanto di più c'è da scoprire e da amare in Stranger Things. Qui, più che fare una vera e propria recensione (che non mi sono sentita in grado di fare in passato e non mi sento all'altezza di fare adesso), volevo piuttosto togliermi qualche sassolino dalla scarpa perché, mentre nella prima stagione non sarei riuscita a trovare un difetto neanche a cercarlo con la lente d'ingrandimento, la seconda non ha soddisfatto del tutto le mie aspettative. Attenzione, non sto dicendo che non mi sia piaciuta, perché tutti gli elementi più importanti che ci hanno tanto appassionati nella prima stagione, li ritroviamo pari pari anche nella seconda, perciò è impossibile non divorare una puntata dopo l'altra; tuttavia ci sono state cose che non mi sono piaciute, e vi spiego quali:
- uno degli elementi che mi ha fatto tanto amare Stranger Things è stata la coesione dei nostri piccoli fantastici quattro. Will, Mike, Dustin e Lucas sono inseparabili, sono uniti nonostante siano molto diversi tra loro e nella prima stagione - a parte Will che ovviamente è per la maggior parte del tempo intrappolato nell'upside down - li vediamo costantemente insieme a lavorare per raggiungere l'obiettivo di scoprire cosa sia accaduto al loro amico; nella seconda stagione, invece, li vediamo per la maggior parte del tempo divisi: Will e Mike da una parte, Dustin e Lucas dall'altra e spesso ognuno per i fatti suoi. Ciò dipende dai vari filoni narrativi della storia, certo, ma mi è mancato il quartetto unito, mi è mancato vederli collaborare tutti insieme.

Ecco il genere di cose che fanno quando si trovano insieme,
capite ora cosa intendo?!

- L'episodio sette. Okay, non è brutto, ma mi spiegate a cosa serviva?! Passi la ricerca della madre di Eleven ed il flashback sulla sua storia - quello mi è piaciuto ed è stato interessante da scoprire, oltre che molto ben costruito - ma l'utilità di sua "sorella" Eight? Eight e la sua piccola gang di malviventi vendicativi proprio non mi è piaciuta, aveva sfumature scontatissime che cozzano tantissimo con l'assoluta originalità che permea ogni dettaglio di Stranger Things ed a meno che Eight non tornerà nella prossima stagione con un ruolo più significativo, potevamo veramente farne a meno. Tra l'altro, durante tutto l'episodio non ho potuto fare a meno di pensare "ma dannazione El! A casa sta succedendo il finimondo, che cavolo stai facendo qui, torna dagli altri!!".

Eight insegna ad Eleven cose che sapeva già fare

- I due nuovi personaggi, Max e suo fratello. Anche in questo caso, non è che proprio non mi siano piaciuti ma mi è sembrata un'aggiunta un po' superflua o forse poco approfondita, non lo so. Tralasciando che il fratello di Max è uno dei personaggi più irritanti mai comparsi sulle scene - ma questo perché l'attore è veramente bravo nell'interpretazione di questo bulletto narcisistico e prepotente - che mi ha dato fastidio ogni volta che compariva, mi aspettavo qualcosa in più anche da loro appena introdotti ed invece c'è stato qualcosa di questi due nuovi personaggi che mi ha lasciato insoddisfatta.

Max e il suo simpaticissimo fratellastro >_>


Veniamo invece ai motivi per cui la seconda stagione di Stranger Things merita ancora un grandissimo SI: 


1. Winona Ryder. Eh sì, lei ormai si è talmente calata nel ruolo di Joyce, la madre di Will e Jonathan, che diventa difficile pensarla al di fuori del personaggio. Anche in questa seconda stagione Joyce è una madre coraggiosa, un po' (comprensibilmente) apprensiva, ma pronta a combattere contro qualunque forza umana o meno che metta in pericolo i suoi figli. Intelligente, fiera e mai arrendevole: nella sua imperfezione Joyce è un personaggio tutto da ammirare e l'interpretazione di Winona Ryder ne fa veramente un'icona.

Joyce, la miglior madre scapestrata di sempre! 

2. I personaggi adolescenti, ed il riscatto (almeno tra gli spettatori) del povero Steve. Non so voi, ma io già nella prima stagione mi ero affezionata a Jonathan ed a Nancy, mentre credo nessuno tifasse per Steve; in questa seconda stagione Nancy e Jonathan si trovano a passare più tempo da soli e personalmente mi sono divertita un sacco per come si è evoluto il loro rapporto. Mentre Steve già risulta molto più buono ed innocuo dal confronto col nuovo galletto del pollaio (il fratellastro di Max), inoltre si rivela più maturo, disponibile, ben predisposto e simpatico di quanto ci aspettassimo. E' giusto che Nancy faccia coppia con Jonathan, sono senz'altro meglio assortiti ed è così che doveva andare, ma per il resto #teamsteve

Scegli la tua pettinatura preferita: digita A per votare Jonathan,
digita B per votare Steve

3. Eleven, Eleven, Eleven, Eleven!!! Chi è a questo mondo che non è assolutamente pazzo per Eleven, per il suo sguardo talvolta dolce e talvolta capace di distruggere, per la sua purezza ed il suo credere fermamente che gli amici non mentono, per il suo modo d'imparare e non dimenticare mai, per la sua fissa per gli Eggo's, la sua testolina ricciuta e quell'ormai leggendaria gocciolina di sangue che cola dal naso? Alzate la mano se, come me, presagite la conquista di Hollywood da parte della talentuosissima Millie Bobby Brown!

La amiamo in tutte le salse!

4. Dustin. E ho detto tutto. Cioè, basta guardarlo:

L'immagine è della prima stagione, ma è irresistibile *-*

5. Il rapporto tra Eleven ed Hopper, complicato quanto qualsiasi vera relazione padre-figlia (okay, forse un pochetto di più visto che se la metti in punizione può farti esplodere la casa, lol); la puntata con il richiamo a Ghostbusters (che incalcolabile gioia per gli occhi e per il cuore!), l'episodio finale (Nancy ha acquisito ancora più punti per aver fatto spuntare quel bel sorrisone al nostro Dustin!) e, tra i nuovi personaggi, sicuramente una menzione d'onore va a Bob Newby, il più comune dei supereroi.

Per concludere questa parte dedicata a Stranger Things, io propongo di unirci per aiutare il povero Jonathan: mai una volta che torni a casa e trovi, che ne so, la tavola apparecchiata con la madre che prepara la cena e il fratello che gioca in camera. Tra luci che si accendono da sole, i demogorgon e le pareti ricoperte di inquietanti disegni incomprensibili io non so con quale sentimento questo povero ragazzo torni ogni volta a casa.

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Cambiamo totalmente atmosfera con Girlboss, scanzonata comedy che racconta la personale battaglia e la rivincita di Sophia, partendo dalla sua condizione zero. Sophia è infatti una ragazza di ventitré anni che, come tantissime altre persone alla sua età, non ha ancora una chiara visione del proprio futuro. Ma che dico chiara visione, non ne ha neanche la più pallida idea! Figlia unica di un padre rigido e concreto - interpretato da Dean Norris, l'agente Hank Schrader per gli affezionati di Breaking Bad - e con una vita sociale che si riassume nella migliore amica Annie, Sophia salta da un lavoro provvisorio all'altro, vive in un appartamento molto carino ma dove sembra costantemente esser passato un ciclone, ed è sicura soltanto di una cosa: crescere è noioso, gli adulti sono tristi e lei non vuole piegarsi ad una fine monotona, insoddisfacente e del tutto prevedibile.

Sophia ha dalla sua un talento, ossia un intuito infallibile per la moda, per lo stile, per ciò che sembra brutto e potrebbe invece essere di tendenza. Tutto comincia con una giacca di pelle trovata in un negozio di abiti vintage, che messa all'asta su eBay le frutta in un paio di giorni un bel gruzzoletto. Da qui, l'idea, l'inizio della costante ricerca di abiti smessi ed all'apparenza improponibili che lei, forbici alla mano e sguardo visionario, trasforma in ciò che ogni ragazza vorrebbe addosso per essere unica e diversa da tutte le altre; così il negozio su eBay di Sophia diventa presto uno dei più popolari, e lei dovrà vedersela con l'invidia ed i boicottaggi di un intero forum di specialisti (e puristi) del settore vintage, coi quali si scontrerà dentro e fuori dallo schermo. Il suo appartamento verrà invaso da appendiabiti, scatole, una quantità di stoffa che nessun armadio potrebbe contenere e Sophia capisce che è il momento di dare alla sua attività la professionalità che coi numeri ha di fatto raggiunto e quindi deve lottare per dimostrare a chi ancora non crede in lei - a chi ancora la vede come una ragazzina che presto potrebbe stancarsi di quel suo nuovo gioco - di esser invece diventata una donna d'affari sulla quale vale la pena scommettere.

Ammetto che inizialmente non avrei scommesso molto su questa serie, l'ho iniziata con quel pizzico di curiosità e la voglia di guardare una commedia leggera, ma durante i primi episodi il personaggio - interpretato da Britt Robertson - mi sembrava veramente troppo scontato e vagamente infantile, con quella ribellione contro la società e l'ineluttabile destino di finire incastrati in un lavoro mediocre ed uguale a tutti gli altri; cose che tutti abbiamo pensato da adolescenti, quando ci brillavano gli occhi seguendo il frenetico monologo iniziale di Trainspotting. Però va a finire che tutti cresciamo ed a meno che non rientriamo tra i pochi fortunatissimi che riescono a seguire i propri sogni ed a fare dei propri sogni il proprio lavoro, il meglio che ci può capire è un'occupazione che ci dia di che vivere ed il tempo per dedicarsi alle nostre passioni al di fuori di esso; o forse sono soltanto io che sono diventata già troppo cinica. Comunque sia, il personaggio di Sophia Marlowe mi suscitava una dose di simpatia che non potevo far a meno di provare e per questo ho proseguito fiduciosa la visione, dovendo per forza ricredermi davanti alla sua faccia tosta, le sue capacità imprenditoriali e la sua determinazione. Mi sono persino emozionata per le sue vittorie, che le consentono di dare degli schiaffi morali a chi non pensava ce la potesse fare. E poi ci sono certi momenti di inno al girlpower cui proprio non si può restare indifferenti.

Sophia & Annie 
Parallelamente all'ascesa imprenditoriale di Sophia, viene raccontata anche - ovviamente - qualche vicenda della sua vita privata, come la relazione con un manager musicale e soprattutto il rapporto con la sua migliore amica. Una delle puntate che ho apprezzato di più, è quella in cui viene raccontato il loro primo incontro ed i momenti salienti della loro amicizia, una puntata che mi ha coinvolta senza riserve, ma forse solo perché ho la fortuna di poter vantare un'amicizia altrettanto salda e imperitura, e Sophia ed Annie un po' mi ricordavano il mio legame con la mia migliore amica.

Vita lavorativa e vita privata s'incontrano e si scontrano e non sempre è facile farle andare d'accordo, o essere presente in entrambe o non scontentare nessuno. Anche nei momenti in cui è ovvio che Sophia stia commettendo degli errori, la comprendevo in pieno, perché dev'esserci qualche lato del mio carattere che le somiglia. Sophia Marlowe, ventitrè anni, dalle stalle alle stelle, dall'essere una quasi-adulta senza direzione a regina di un impero, questa in soldoni la parabola raccontata da Girlboss; però è anche una storia di formazione, Sophia infatti per arrivare dov'è deve crescere, perché in qualunque modo tu decida di farlo crescere è inevitabile.

Sophia Amoruso, la vera "girlboss"
Girlboss è tratto dal romanzo autobiografico di Sophia Amoruso, la vera "girlboss", la quale a ventitré anni fondò veramente un impero partendo da un piccolo negozio online di vestiti vintage; una fiaba che però ha avuto un esito amaro, visto che nel 2016 il suo negozio ha dichiarato bancarotta.
Netflix ha cancellato Girlboss, non ci sarà pertanto da attendere una seconda stagione, ma a mio avviso questo non deve assolutamente fermarvi dal guardare questa serie, se vi incuriosisce, perché già prima di sapere che non sarebbe stato rinnovato, trovavo che Girlboss fosse una serie perfettamente autoconclusiva. L'ultimo episodio non lascia proprio niente in sospeso né trovo che ci fosse bisogno di sapere altro sulla storia di Sophia; come ha scritto il mensile Vanity Fair, forse ci sarebbe qualcosa da raccontare sugli ultimi anni di attività della Amoruso, ma non si tratterebbe certo di una comedy.

Bene, come mio solito mi sono dilungata parecchio, spero non vi manchi la voglia di leggervi questi papiri e, come al solito, son curiosa di conoscere i vostri pareri nei commenti.

Vi auguro una buona conclusione al vostro fine settimana ed a presto!



Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina , Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna. Il commento al rom...