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sabato 23 maggio 2020

Nausicaä della Valle del Vento (1984)

Il mondo ha raggiunto il suo apice industriale, ma invece di essere soddisfatto di quanto raggiunto l'essere umano, probabilmente incapace di accontentarsi, ha distrutto tutto. Una distruzione culminata in una guerra che viene ricordata come I sette giorni di fuoco.

Mille anni dopo, lo scenario offerto dal Pianeta Terra è quello di una desolazione post-apocalittica o post-nucleare, la frattura tra uomo e natura sembra definitiva, poiché quest'ultima è stata ridotta ad un elemento letale in tutte le sue forme: l'acqua è ormai riassunta dal Mar Marcio che minaccia le sponde, e c'è una foresta tossica dove l'aria non è respirabile - avventurandocisi dentro senza i caschi dell'ossigeno, simili a quelli degli astronauti, si può avere quasi la certezza di contrarre una malattia letale. Aria ed acqua, quindi, un tempo associate alla purezza, sono stati a tal punto contaminati dalle scellerate azioni dell'uomo da essersi trasformate in qualcosa capace di ucciderlo.

Un posto dove la vita ha in qualche modo resistito a tanto grigiore è la Valle del Vento, un posto pacifico, minacciato però dal popolo di Tolmechia che persegue un pericoloso obiettivo, quello di risvegliare l'ultimo Soldato Titano. La Valle del Vento sarà guidata e protetta dalla giovane e valorosa principessa Nausicaa.


Nausicaa della Valle del Vento nasce nel 1982 come manga, scritto e disegnato dal maestro Hayao Miyazaki. Ne fece successivamente un film, il secondo della sua produzione, che uscì nelle sale cinematografiche giapponesi l'11 marzo del 1984. Benché il film sia antecedente alla fondazione dello Studio Ghibli, nato il 15 giugno del 1985, Nausicaa della Valle del Vento è stato comunque riconosciuto come il primo film della casa d'animazione, perché in esso sono presenti le tematiche che negli anni sarebbero diventate distintive della poetica del regista, prima fra tutti l'ecologia ed il rapporto tra uomo e natura, un argomento raccontato con tanta forza dalle vicende della Valle da conquistare il sigillo del WWF, che compare all'inizio del film, definito un racconto di fantascienza ecologica.

Come sempre, Miyazaki si serve della sua fervida immaginazione partendo però da qualche spunto reale, forse per toccare più da vicino lo spettatore, per comunicargli che oltre il fantastico che sta vedendo nello schermo, fatto di disegni incantevoli ed avventure avvincenti, c'è qualcosa che lo riguarda da più vicino di quanto possa credere, e che proprio per questo dovrebbe ascoltare con attenzione cosa sta cercando di dirci.

In questo caso, il Mar Marcio si ispira ad una catastrofe ambientale realmente accaduta in Giappone nel 1956, ed in particolare ad un inquinamento di mercurio che interessò il golfo di Minamata, nella prefettura di Kumamoto, causata da un'industria chimica. Benché sia un fatto oggi poco conosciuto e ricordato, fu un avvenimento gravissimo: i pesci ed i crostacei di quelle zone continuarono a far parte della catena alimentare di uomini ed animali, causando l'avvelenamento di chi li ingeriva. I decessi causati da tale avvelenamento continuarono a verificarsi per ben trent'anni. L'avvelenamento da mercurio porta ad una sindrome neurologica dai molteplici sintomi, che fin dal '56 venne chiamata la malattia di Minamata.

Di ispirazione personale, e sicuramente più piacevole, è un altra componente largamente diffusa in tutta la sua produzione e particolarmente importante in Nausicaa: il volo. Miyazaki ha la passione del volo fin da quando era bambino, e ciò è facile da intuire contemplando le grandi quantità di velivoli, più o meno fantasiosi, che attraversano i fantastici cieli dei suoi film. In Nausicaa rincara la dose della sua fascinazione per la possibilità di volare, facendo della protagonista una persona che comunica col Sommo Vento, il quale la protegge e grazie al quale lei è in grado di percepire cosa accade nell'ambiente che la circonda.


E veniamo a lei, Nausicaa, cuore pulsante di questo lungometraggio. In questa principessa giovane troviamo riassunte le caratteristiche della tipica eroina di Miyazaki: è una ragazza indipendente e coraggiosa, gentile ed altruista, vicina alla natura e per nulla materialista; d'altro canto è profondamente umana nel suo risentimento nei confronti del popolo di Tolmechia, un odio che però riesce a tenere sotto controllo e qualora le capiti di commettere degli errori saprà trovare il modo di porvi rimedio.

Nausicaa fa onore alle figure femminili da cui nasce, in un altissimo incontro tra Oriente ed Occidente: da una parte abbiamo infatti la Nausicaa principessa dei Feaci dell'Odissea omerica, dall'altro troviamo La principessa che amava gli insetti, particolarissima fiaba giapponese del XII secolo.

Miyazaki affida ad un'eroina femminile l'arduo compito di tentare una riconciliazione tra uomo e natura con l'idea che solo una donna può avere la sensibilità di ascoltare e comprendere, visto che il sesso maschile si è sino a quel punto dimostrato continuamente assetato ed accecato dalla sete del potere. Nella Valle del Vento si tramanda la leggenda di un cavaliere vestito di blu che salverà l'umanità... ma sarà davvero un cavaliere a riuscirci?


Personalmente, ci sono due cose che amo molto di Nausicaa. La prima sono indubbiamente i disegni, fatti e colorati a mano come molti dei film Ghibli più vecchi (il primo ad avere un contributo di grafica digitale è stato La principessa Mononoke). Le immagini hanno per questo un'atmosfera unica, che si respira sin dal primo fotogramma assaporando la particolarità rispetto ad opere più recenti.

La seconda, è una scena in particolare. Quando Nausicaa incontra per la prima volta quello che poi diventerà il suo fido animaletto, quell'esserino giallo e tigrato, con un corpicino piccolo ma lunghe orecchie ed una lunga coda, l'animaletto si mostra diffidente ed aggressivo nei suoi confronti ma lei resta calma e continua a parlargli con dolcezza, non cambiando atteggiamento nemmeno quando lui le morde un dito. Nausicaa capisce subito che l'animale si comporta così perché è spaventato e che ha solo bisogno di essere rassicurato. Di lì a poco, infatti, lui le salirà in spalla e non la abbandonerà mai più.

Ho sempre amato molto gli animali ed essendo cresciuta e vivendo tutt'ora in campagna sono abituata a vedere di tutto, compresi topi, serpenti e cinghiali e nessuno mi suscita paura e disgusto. La realtà è che nessun animale ci attaccherebbe o farebbe del male se non ha motivo di farlo, e mi dispiace che siano ancora così tante le persone che si ostinano a non volerlo capire. L'incontro tra Nausicaa e l'animaletto giallo mi ha toccata da vicino, perché in pochi minuti insegna quanto basterebbe imparare per capire e rispettare gli animali. E' la scena in cui secondo me viene racchiuso uno dei messaggi più importanti di Nausicaa: non avere paura di ciò che non conosci, prova piuttosto a comprenderlo.

Avete già visto questo film? Cosa ne pensate?
Spero di avervi raccontato qualcosa di nuovo o, eventualmente, avervi invogliato a recuperare l'opera.


sabato 9 maggio 2020

La città incantata, Hayao Miyazaki (2001)

Buon sabato a tutti, benvenuti o bentornati sul blog!
Oggi vi accolgo col secondo appuntamento dedicato alla mia umile rubrica per scoprire o riscoprire i meravigliosi film d'animazione dello Studio Ghibli. Insieme al mio compagno, ne stiamo vedendo uno ogni venerdì sera, ed in realtà avevo deciso già dalla scorsa settimana di pubblicare il relativo post un sabato ogni due settimane. Questo sia per non rendere monotematico il blog, sia per darmi più tempo per scrivere qualcosa che valga la pena leggere (che poi io mi riduca lo stesso a lavorarci all'ultimo, è un altro discorso). Bando alle ciance, oggi vi racconto qualcosa su La città incantata.

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Ottavo film del maestro Hayao Miyazaki, esce nelle sale cinematografiche in Giappone nel 2001. Ispirato ad un racconto per bambini pubblicato nel 1987 di Kashiwaba Sachiko, intitolato Il meraviglioso paese oltre la nebbia, il film racconta l'avventura di Chihiro, una bambina di dieci anni che sta traslocando assieme ai genitori. Durante il viaggio in automobile per raggiungere la nuova abitazione, la famiglia giunge in un luogo particolare, che credono essere la loro destinazione. Nonostante il posto appaia desolato e disabitato e nonostante le proteste della bimba che quasi presagendo un pericolo non vuole andare, scendono dall'auto e si incamminano lungo il tunnel che si erano trovati davanti alla fine della strada percorsa. Dall'altro lato trovano un bel paesaggio, e poi quello che sembra a tutti gli effetti un parco divertimenti abbandonato. I genitori iniziano ad esplorare il luogo, trascinandosi dietro la piccola Chihiro, fin quando non si imbattono in un vero e proprio banchetto di cibo squisito e appena cucinato. I genitori, come improvvisamente non più padroni di sé, cominciano a servirsi, continuando a riempirsi i piatti più di quanto chiunque potrebbe mai riuscire a mangiare. Chihiro non tocca nulla, nonostante più volte la mamma ed il papà invitino anche lei ad assaggiare quelle prelibatezze, ed anzi cerca in tutti i modi di farli smettere di abbuffarsi. Ma non c'è verso, ed i genitori di Chihiro, a forza di ingozzarsi, si trasformano in due grandi maiali. Sconvolta, Chihiro si allontana e viene intercettata da Haku, un ragazzo suo coetaneo che la prende sotto la sua ala e la istruisce sul luogo dove è capitata, su come sopravvivervi e cosa fare.

Appena scende la notte, infatti, il luogo si anima, svelando la sua vera natura: si tratta di bagni termali per divinità e spiriti, un luogo pieno di dipendenti ed addetti ai lavori dove non ci si ferma mai e dove, per poter restare e non soccombere, il requisito numero uno è proprio avere un contratto di lavoro. A tal fine, Haku indica a Chihiro la strada per raggiungere Kamaji, un anziano operaio rappresentato da un ragno antropomorfo, le cui tante braccia non smettono neanche per un secondo di muovere la macchina di cui è l'unico addetto. Pur prestandole poca attenzione, Kamaji affida Chihiro a Lin, una ragazza addetta alla pulizia delle vasche delle terme, che per pura gentilezza verso Kamaji decide di aiutare la piccola sconosciuta. Per ottenere un contratto di lavoro, bisogna vedersela con la persona a capo dell'intricato meccanismo che governa i bagni, ossia la potentissima maga Yubaba. Anche se non sarà facile, insistendo come Haku le aveva detto di fare, Chihiro otterrà il suo contratto, e la regola numero due per ogni dipendente è cambiare il proprio nome, così Chihiro diventerà Sen.

Da questo momento in poi, lo spettatore segue le avventure di Chihiro/Sen come dipendente dei bagni termali per spiriti e divinità, dove dovrà affrontare molte prove, dove incontrerà tanti personaggi più e meno innocui, dove si farà degli amici e dove soprattutto vivrà esperienze capaci di farla crescere. Come sempre, i film di Miyazaki sono colmi di preziosi insegnamenti e di significati.


I dipendenti dei bagni termali

Oltre al racconto di Kashiwaba Sachiko cui si ispira, La città incantata nasce anche da una suggestione infantile. Miyazaki ha infatti raccontato di avere molti ricordi di quando era piccolo di bagni termali come quelli del film, chiamati yuya in giapponese, e che in particolare una volta nell'area di ingresso di uno di questi vide una porticina piccola piccola. Per giorni e per notti fantasticò su cosa poteva nascondersi dietro di essa, sul dove quella porticina avrebbe mai potuto portare. La città incantata indaga allora quel mistero d'infanzia, arricchito dalla presenza di spiriti e divinità che nella cultura giapponese sono presenti un po' in tutto, negli elementi naturali ma anche nelle case. Per rappresentarli nelle loro fattezze esteriori Miyazaki ha seguito soltanto la propria immaginazione, salvo qualche dettaglio attinto dalla tradizione folcloristica. Ecco quindi che Yubaba ricorda le Yamauba, temibili streghe delle montagne, che le fattezze di Kamaji ricordano tanto quelle di un ragno, ritenuto un simbolo di operosità e che il viso dello spettro Senza Volto ricorda tanto le maschere del teatro No, forma teatrale giapponese nata nel XIV secolo. Questo però è l'unico legame di Senza Volto con la tradizione, perché per il resto egli rappresenta il Giappone contemporaneo (ma potremmo dire anche il mondo, contemporaneo), dove molti pensano che la ricchezza possa comprare la felicità. Senza Volto, confondendo la gentilezza con l'elargire beni materiali per essere considerato ed apprezzato dagli altri, distribuisce oro a destra e a manca, ma riesce così a rendere felici i beneficiari dei suoi doni?

In un'intervista Miyazaki disse anche che La città incantata è un'emblema dello Studio Ghibli, dove Yubaba rappresenta il presidente della Ghibli, egli (Miyazaki stesso) si rivede in Kamaji, che ha così tanto lavoro che neanche le sue tante braccia riescono a stargli dietro, e Chihiro potrebbe incarnare una giovane e talentuosa disegnatrice appena arrivata che deve fare del suo meglio e darsi sempre da fare per non essere cacciata da Yubaba, vale a dire se non vuole essere licenziata.

Secondo queste dinamiche, La città incantata rappresenta in generale il moderno mondo del lavoro, dove Yubaba incarna la ferocia del capitalismo, che vede ogni cosa - tranne il suo sproporzionato e viziatissimo neonato Bo - secondo la logica di perdita e guadagno. I tanti dipendenti sono ormai assuefatti al lavoro e sembrano non pensare ad altro, e diventa oltremodo significativa in quest'ottica la questione del nome: il fatto che una volta assunti i dipendenti debbano assumere un nuovo nome, sembra suggerire la perdita di identità quando si è solo un numero tra tanti, come accade nelle grandi aziende, ed al contempo l'importanza di ricordare le proprie radici, perché quando ci dimentichiamo delle nostre radici diventa molto più facile impadronirsi di noi per qualcuno che desidera manipolarci. Haku infatti raccomanda a Chihiro/Sen di non dimenticare mai il proprio vero nome, come è accaduto a lui, perché insieme ad esso spariranno anche tutti i suoi ricordi.


Haku, e l''importanza di ricordare le proprie origini


Un'altra riflessione che ci offre Miyazaki sul mondo del lavoro è quella data dal contrasto tra Yubaba e la sua gemella Zeniba, la sua gemella buona verrebbe da dire, anche se più che gemelle paiono i due volti di una stessa persona. Ed in effetti, sotto un certo punto di vista è proprio così: Yubaba rappresenta la persona immersa fino al collo nel mondo del lavoro, mentre Zeniba rappresenta la pacifica vita domestica, e lo vediamo soprattutto quando Chihiro e Senza Volto si recano da lei, e trascorrono il tempo con una buona tazza di tè ed aiutandola col cucito. Non si tratta solo di due tipologie di vita contrapposte, ma anche talvolta della scissione che esiste all'interno di un'unica persona, che può essere altamente aggressiva e competitiva sul lavoro, quanto mite e gentile nella vita privata.

Trattandosi poi di Miyazaki, non poteva mancare un messaggio ecologico, e questo avviene quando alle terme si presenta un ospite che pare solo un enorme ammasso di spazzatura e sporcizia, così rivoltante che quasi volevano impedirgli di entrare. Lui però avanza inesorabile, e così lo indirizzano verso la vasca riservata ai casi disperati come quello, affidando l'ospite sgradito all'ultima arrivata, cioè la nostra Chihiro/Sen, la quale comprenderà che l'ospite non è davvero così come si è presentato: da qualche parte, gli si è incastrata addosso niente meno che una bicicletta, che ha ostruito tutto continuando ad accumulare sporcizia. Pian piano, tutti si uniscono a Sen ed unendo le forze riescono a tirar via i cumuli di detriti, liberando quello che si rivela lo spirito di un fiume, che finalmente torna ad essere limpido e felice. Anche questa scena è ispirata alla quotidianità dell'autore, che (almeno all'epoca del film) dava regolarmente una mano a tenere pulito il fiume che scorreva vicino casa sua e dal quale davvero, una volta, lui ed i suoi vicini tirarono fuori una bicicletta che vi si era incagliata. Il fatto che servano gli sforzi di tutti per ripulire lo spirito del fiume, sembra dirci che soltanto con una partecipazione collettiva sarebbe possibile vedere risultati concreti nel mondo che abitiamo.

Chihiro, Senza Volto & Zeniba


Infine, l'ultimo messaggio importante è il tema della crescita. A rappresentarlo abbiamo Chihiro, ma anche la sua controparte personificata da Bo, che incarna proprio l'immaturità. Arrogante e prepotente perché costantemente vezzeggiato e viziato dalla madre Yubaba, anche a lui basterà seguire Chihiro - anche se trasformato in un grasso e stupito topo - nelle sue avventure per scoprire un principio di crescita e di indipendenza. Ma l'evoluzione più significativa è sicuramente quella di Chihiro, e la si nota soprattutto nella differenza tra la scena iniziale e quella finale, entrambe nell'automobile dei genitori: se all'andata Chihiro era annoiata, capricciosa e si lamentava in un modo tipicamente infantile, al ritorno è molto più matura, serena e consapevole di sé, tanto da non preoccuparsi affatto per la nuova vita o l'ingresso in una scuola nuova dopo il trasloco, che erano le cose che prima la preoccupavano. L'esperienza all'interno de La città incanta l'ha cambiata, l'ha fatta crescere e maturare come un vero percorso di formazione.

Una cosa molto bella è che una delle possibili chiavi attraverso cui leggere questo film è quella della gentilezza. Dall'inizio alla fine, infatti, nonostante le difficoltà o nonostante non sempre tutti la accolgano benevolmente, Chihiro è gentile ed educata con tutti, e sarà ripagata da questo suo approccio sincero avendo alla fine tutti i dipendenti dei bagni termali dalla sua parte, sinceramente affezionati.

L'ho trovato un film semplicemente bellissimo, sia visivamente che per tutto il resto - dai temi trattati al modo in cui Miyazaki li ha veicolati. Il mio personaggio preferito, non so nemmeno perché, sarà sempre Senza Volto, che mi ha sia fatta sorridere coi suoi modi ed il suo filo di voce, sia mi ha stretto il cuore in una morsa di tenerezza per la sua solitudine e la ricerca di compagnia, pur non sapendo bene come chiederla. Subito dopo, c'è ovviamente Chihiro, col suo coraggio, la sua gentilezza che non discrimina nessuno e la sua capacità di adattarsi ed affrontare al meglio ciò che le capita lungo il percorso.

La città incantata ha vinto l'Orso d'oro al Festival di Berlino nel 2002 e l'Oscar come miglior film di animazione nel 2003. Se l'avete visto, sarei curiosa di sapere cosa apprezzate di più di questo film così denso di elementi e tematiche, mentre se non lo conoscete ancora spero di avervi invogliato a recuperarlo al più presto!










sabato 25 aprile 2020

La principessa Mononoke, Hayao Miyazaki (1997)

Netflix ha fatto l'ennesima cosa buona e giusta per i suoi abbonati: inserire nel proprio catalogo, un po' alla volta, i film dello studio Ghibli. Trovandoseli davanti, come resistere alla tentazione di guardarli e - in alcuni casi riguardarli - tutti? Impossibile, dal mio punto di vista, ecco perché ho deciso di istituire (qui in casa mia, s'intende) le Friday Ghibli Nights. Il che significa che ogni venerdì sera sarà impegnato con la visione dei più bei film d'animazione giapponese. Abbiamo cominciato proprio ieri con La principessa Mononoke, uscito nelle sale nipponiche il 12 luglio dell'ormai lontano 1997, e che ancora vanta in patria uno dei più alti incassi al botteghino, secondo solo a Titanic

Ho chiesto al piccolo pubblico di Instagram se poteva interessare una mia opinione in merito a questi film, ogni sabato, e mi è stato risposto di sì. Avevo pensato di farlo in un format più immediato proprio attraverso il social, ma mi sono resa conto ben presto che è impossibile - o comunque sarebbe troppo riduttivo - parlare dei film di Miyazaki e dello studio Ghibli in maniera così riassuntiva. Perciò eccomi qui, pronta a dilungarmi in un post senza limiti di spazio.


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Ashitaka in groppa a Yakul

E' un giorno come tanti, nel pacifico villaggio del popolo Emishi, quando un cinghiale dalle proporzioni enormi arriva all'improvviso determinato ad attaccare. La gente, in particolar modo uno degli anziani, capisce subito che l'animale deve esser posseduto da uno spirito maligno. Il loro principe, il giovane Ashitaka, non esiterà a battersi per proteggere il suo popolo e pur riuscendo ad uccidere la bestia riporta sul braccio una brutta ferita. Non una ferita qualunque, purtroppo, ma una maledizione inflittagli dallo spirito maligno, che lentamente gli avrebbe corroso le carni fino all'osso conducendolo ad una morte sofferta. Consultandosi con gli anziani, il ragazzo comprende che la sua unica possibilità è quella di lasciare il villaggio ed il popolo Emishi, e di incamminarsi verso Ovest dove forse - si dice - potrebbe trovare una cura. Ed è così che, quella notte stessa, Ashitaka parte in groppa al suo fedele e dolcissimo stambecco, Yakul.


San, la principessa Mononoke, e Lady Eboshi

Il suo pellegrinaggio lo conduce alla Città del Fuoco, una città piuttosto particolare dove le donne sembrano avere un ruolo dominante, e dove infatti è una donna a governare, l'ambiziosa e spietata Lady Eboshi. E sono sempre le donne a lavorare nella fucina, cuore pulsante della Città di Fuoco, mentre gli uomini sono per lo più mandriani o svolgono lavori simili. La fucina, per essere alimentata, necessita di costante materia prima ed è per questo che gli abitanti di questa città - e Lady Eboshi in particolare - si stanno appropriando un pezzo alla volta della foresta. Anche altri popoli nutrono lo stesso desiderio di espansione, ma vengono puntualmente sconfitti dalle potenti armi degli abitanti della Città del Fuoco. Nella foresta vive San, la principessa Mononoke (principessa Spettro, in italiano) abbandonata quando era solo una neonata, è stata allevata dai lupi e vive a tutti gli effetti come una di loro. San e Lady Eboshi sono da tempo impegnate in un'aspra guerra, che rappresenta ovviamente la lotta tra uomo e natura: se l'uomo usa la violenza sulla natura per egoismo e tornaconto personale, la natura risponde con altrettanta violenza al fine di difendersi.
Ashitaka si troverà coinvolto in questo doloroso scontro, ma non si schiererà mai con una fazione o con l'altra. La sua imparzialità rappresenta la possibilità dei due poli di coesistere, di trovare un punto d'incontro per convivere armoniosamente. Uno dei messaggi fondamentali del film, infatti, è proprio la necessità di ritrovare un equilibrio tra uomo e natura da troppo tempo perduto, e che questa sia in realtà l'unica strada possibile affinché la vita che conosciamo continui ad esistere.

L'ambientazione del film è molto significativa, poiché Miyazaki ha scelto il periodo Muromachi, che va dal 1336 al 1573 e che potremmo definire come una sorta di "medioevo" giapponese. Dopo millenni di armonia, durante i quali l'uomo aveva vissuto nelle terre del Sol Levante senza deturparle, il rapporto idilliaco con l'ambiente viene incrinato - come storicamente è sempre accaduto - da un principio di industrializzazione: l'epoca Muromachi fu infatti il momento in cui il Giappone cominciò la sua modernizzazione, introducendo l'uso del ferro e la creazione di nuove armi, molto più pericolose e potenti di quelle che erano esistite fino ad allora. La Città del Fuoco ed i suoi abitanti sono la perfetta rappresentazione di questo momento.


Il dio-bestia della Foresta, in una delle sue forme

Tale ambientazione è ovviamente arricchita da numerosi simboli ed elementi ripresi dal folklore tradizionale giapponese. Abbiamo perciò la Natura, meravigliosamente espressa dalla Foresta, un luogo incantevole abitato dal dio-bestia, che potremmo definire la personificazione stessa della natura. Questa creatura, pressoché impossibile da descrivere a parole, di giorno assume la forma chiamata shishigami e di notte un'altra, definita daidarabotchi. Egli presenta fattezze che ricordano animali di specie diverse, ed un volto scimmiesco con dei tratti umani. La complessità del suo aspetto sembra suggerire che il dio-bestia sia il riassunto di tutte le cose, diventando anche un simbolo di come la diversità possa mescolarsi in un risultato armonioso. Il modo in cui si comporta rispecchia proprio l'idea che potremmo avere di una divinità giusta e saggia: pur avendo in sé la capacità di decidere sulla vita e sulla morte, nonché un potere smisurato che sarebbe capace di spazzare via gli umani usurpatori in un secondo, il dio-bestia interviene raramente. Continua a conservare e mostrare serenità anche quando i colpi inferti alla Foresta si fanno più violenti, e sembra essere presente come uno spettatore, al di sopra di tutte le cose, che lascia che il destino si compia, agendo solo quando una sua azione si rende inevitabile.


I Kodama, adorabili spiritelli degli alberi

La Foresta è poi abitata dai Kodama, vivaci spiritelli che nel folklore nipponico sono considerati gli spiriti degli alberi. Un luogo, quando loro vi abitano, è considerato fertile e prospero e per questo abbattere un albero, che è la loro casa, porta sfortuna a chi si macchia di questa azione. Nel film, infatti, ce ne sono tantissimi all'arrivo del principe Ashitaka, ma man mano che la Foresta subisce i soprusi della guerra tra uomini ed animali se ne vedono sempre meno, fino al momento in cui tutto pare troppo silenzioso perché i Kodama sono spariti.

San in groppa alla lupa madre

E veniamo poi agli animali: ad abitare la Foresta sono in particolare tre specie. I lupi, i cinghiali e gli oranghi. Spesso le tre fazioni si trovano in disaccordo, ma avendo come obiettivo comune quello di salvare la propria Foresta ed essendo tutti mossi dal rancore e dal desiderio di vendetta verso gli umani, riescono di volta in volta a trovare il modo di collaborare, o quanto meno di non scontrarsi apertamente, a differenza di quanto sanno fare gli uomini spesso accecati dall'egocentrismo. Un'altra cosa che caratterizza questi animali è il fatto che sono tutti rappresentati come creature maestose, di dimensioni giganti ed imponenti, soprattutto la lupa madre ed il dio-cinghiale.

Un esempio dei tratti violenti che distinguono
La principessa Mononoke dagli altri film dell'autrore

La principessa Mononoke è il sesto film scritto e diretto dal maestro Miyazaki ed è interessante notare come si discosti, per alcuni tratti significativi, dal resto della sua filmografia. Uno di questi riguarda sicuramente la violenza: le immagini sullo schermo si fanno spesso più crude di quanto lo studio Ghibli ci avesse abituati, gli scontri sono accesi, dalle ferite sgorga abbondantemente sangue rosso e vivido, le morti non vengono risparmiate; l'altra differenza importante, riguarda la rappresentazione degli animali. Le creature "non umane" di Miyazaki hanno quasi sempre un aspetto dolce, tenero, ma soprattutto caratteri ed atteggiamenti benevoli, senza alcuna traccia di lati oscuri - pensate solo a Ponyo, a Totoro, ai vari gatti che compaiono nei film. Qui, invece, pur essendo fondamentalmente buoni gli animali sono a loro volta mossi da sentimenti negativi, in particolar modo dall'odio e dalla sete di vendetta sugli umani usurpatori. Perciò, anche se il loro obiettivo è indiscutibilmente giusto e legittimo, si potrebbero invece mettere in discussione i sentimenti che li dominano.

E così si viene alle altre questioni che secondo me emergono dal film. Oltre al già abbondantemente citato rapporto tra uomo e natura, viene portato sullo schermo anche il classico divario e scontro tra bene e male cominciato all'alba dei tempi e che esiste non soltanto in generale, ma anche all'interno delle singole cose e creature. Entra perciò in gioco il discorso del libero arbitrio, affinché il bene non sia solo bene in quanto tale, ma divenga piuttosto il frutto di una scelta di chi decide di agire in un senso o nell'altro. Ed è proprio questo il lato che ho trovato più interessante, perché rende i personaggi molto più complessi di quanto si potrebbe pensare a primo impatto: anche se così sembrerebbe, non si può etichettarli nettamente come buoni o cattivi, poiché racchiudono in sé elementi di luce e di buio.

San, ad esempio, pur lottando per una causa più che giusta, è spinta a combattere più dal desiderio di vendicarsi e dall'odio verso gli umani che da sentimenti positivi. Inoltre, non bisogna trascurare il fatto che lei rinnega la propria natura, al punto da usare un travestimento per combattere che la camuffa, dandole sembianze animalesche. Anche tu sei umana, le ricorderà più volte Ashitaka, ma lei rifiuta di riconoscersi come tale. E se questo è comprensibile, dato che è stata abbandonata dalla sua specie originaria, resta comunque un elemento che conferisce oscurità, complessità e contraddizione al suo personaggio, che è altrimenti facile vedere come eroina dal momento che combatte in prima linea per la causa giusta.

Stesso discorso, anche se al contrario, va fatto per Lady Eboshi, senza dubbio la cattiva della situazione, colei che in capo al suo popolo sta concretamente usurpando la natura. Ma bisogna anche riconoscere che è un ottimo capo per la sua città, che ha creato casa, lavoro ed opportunità per persone che forse non ne avevano. Per lei infatti lavorano persone affette da uno stadio avanzato della stessa maledizione/malattia che ha colpito Ashitaka, che per questo sono tutte avvolte in fasce, chi senza gambe, chi senza braccia, chi ormai non può far altro che starsene sdraiato ed attendere la fine. E' proprio uno di loro che, con un fil di voce, racconta come Lady Eboshi sia stata l'unica a prendersi cura di persone come loro, medicandoli e dandogli ancora un posto nel mondo. Lady Eboshi è anche, chiaramente, una rappresentante del femminismo, la quale ha creato come già accennato una società in cui le donne hanno un ruolo attivo e quasi dominante. Di contro, personifica anche l'ambizione umana, pronta a tutto pur di realizzare i propri scopi.

Fa eccezione, in questo senso, Ashitaka. Lui è l'unico a "non avere gli occhi offuscati dall'odio", è un eroe buono che si distingue - anche da altri eroi tipici - per una fermezza nel modo di agire che fa risaltare la sua completa neutralità rispetto le cause degli uni e degli altri, un super partes degno del massimo rispetto, che può per questo svolgere il suo ruolo di tramite tra due nemici dichiarati come San e Lady Eboshi, come l'uomo e la natura. Non è un caso, secondo me, se il suo fedele stambecco Yakul è a sua volta l'unico animale che non mostra mai alcun segno di aggressività, neanche quando viene ferito ad una coscia da una freccia, e l'unica cosa che vuole fare è comunque seguire il suo umano, nel segno dell'amore e della fedeltà reciproca che li lega. Ashitaka rappresenta il senso più puro di giustizia, che non si piega alle ragioni degli uni o degli altri, ma è sempre una ed una soltanto.

La conclusione del film resta coerente col pessimismo generale dell'opera, ma lascia degli spiragli di speranza. La guerra tra uomo e natura arriva a compimento, e le conseguenze dovrebbero essere d'insegnamento a tutte le parti coinvolte. Il dio-bestia viene ucciso dagli uomini, scatenando la sua implacabile furia, quietata grazie a San ed Ashitaka; la Foresta sembra rinascere dal suo spirito, ma il fatto che dio-bestia non esiste più sembra suggerire che non ci sarà una seconda chance. Gli animali più maestosi, ovvero la lupa madre di San ed il dio dei cinghiali, hanno perso la vita nello scontro e la stessa Lady Eboshi ha perso un braccio. Starà a lei, ora, organizzare la sua città senza più nuocere all'ambiente che la circonda.

Molto bello, infine, che Ashitaka e San riconoscano di volersi bene, ma che nessuno dei due sacrifichi la propria natura. San è una selvaggia, e non potrebbe rinunciare alla sua vita coi lupi, mentre Ashitaka è un umano, e non sarebbe in grado di vivere alla sua maniera. Ti raggiungerò a metà strada, le dice lui, segno che i due giovani continueranno ad essere il punto d'incontro tra Uomo e Natura.



E nelle scene finali, comunque, compare un Kodama.














Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina , Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna. Il commento al rom...