Le cose che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni sono le più facile da dimenticare.
Da dare per scontate, a volte fino al punto di non vederle nemmeno più. E' il motivo per cui capita – immagino – di accorgersi d'improvviso di aver smesso di amare la persona che credevamo di amare fino al giorno prima.
E' il motivo per cui non diciamo ogni giorno ti voglio bene alle persone a cui vogliamo bene.
E' il motivo per cui accade così spesso di percepire la vita – o almeno quella quotidiana – come opprimente, noiosa, ripetitiva. E' il motivo per cui molte persone spesso si comportano come se fosse tutto già visto, tutto già fatto, tutto già sentito.
Trovare l'originale nel banale.
Tirar fuori lo straordinario dall'ordinario.
Ad un certo punto ho pensato che semmai ci fosse una missione nella mia vita sarebbe stata questa. Era quel che cercavo di fare quando scrivevo, era quel che più ammiravo negli altri quando notavo qualcuno in grado di farlo. L'importanza dell'oggi è qualcosa che ho sempre riconosciuto, perché la mia è una storia di distanze e le distanze hanno come unico pregio quello d'insegnarti un paio di cose importanti. Una di queste, è proprio non dar nulla per scontato. Non esser ciechi davanti a qualcosa solo perché c'era ieri, c'è oggi, e con buona probabilità sarà qui anche domani.
Un altro aiuto in questo senso mi arriva dai miei cani, coi quali vivo in simbiosi. Delle loro esistenze sì che si potrebbe dire che scorrono sempre uguali, senza grandi scossoni. Svegliarsi, mangiare, giocare, uscire per la passeggiata, fare gli occhioni per qualche spuntino, sonnellini per la stanchezza o per la noia; seguire gli umani e cercare di far parte delle loro attività, curiosare in giro, coccolarsi. A grandi linee è tutto qui. Le varianti possono essere una passeggiata in un posto diverso, persone nuove che vengono in casa, incontri con altri pelosi. Eppure, la loro gioia per le stesse cose non diminuisce mai. E' una festa, sempre, per ogni attenzione che gli dedichi. Felicità appena apro gli occhi al mattino, felicità quando prendo il guinzaglio, felicità appena alzo le ciotole per preparare il pasto, felicità quando con un colpetto della mano sul divano li invito ad accoccolarsi accanto a me. Felicità espressa con tutto il corpo, dagli occhi che si spalancano e si illuminano, alle code che impazzano a destra e sinistra, alla forma serena che prendono i loro musi. E okay, che si continui pure a dire che sono menti tanto più semplici, come se questo collocasse gli animali a qualche gradino sotto di noi; io continuo a pensare che da loro abbiamo solo ed esclusivamente da imparare. E tanto.
Ero fuori con loro, poco fa. Li ho svegliati dal loro sonnellino accoccolati addosso a me sul divano, mentre mi rilassavo davanti alla tv, e sono uscita con loro in giardino per assicurarmi che facessero i loro bisogni. L'aria era di un fresco pungente, piacevole, così li ho incoraggiati a seguirmi nel terreno confinante. Mentre loro gironzolavano annusando e raccogliendo rametti – felici – io mi sono ritrovata a guardare il panorama. Da questa casa, la casa in campagna dei miei genitori, situata in cima ad una collina, si gode di un panorama bellissimo. Il paese in cui abitiamo non è un granché, è piccolo, noioso, decisamente poco stimolante; ma visto da quassù puoi dimenticartene, specialmente di notte, con le luci che sanno dare un tocco d'atmosfera agli ambienti più insulsi. Quando una persona veniva la prima volta in questa casa era la prima cosa che diceva: accidenti, che bel panorama! E noi si rispondeva quasi in coro be', sì, ma poi tanto non ci fai più caso. Quello a cui continuavi a fare caso invece era il lavoro per tenere tutto pulito, la scomodità di abitare un po' fuori mano, la noia di avere ben poco intorno.
Ho respirato a pieni polmoni, e mi sono lasciata andare ai pensieri guardando le luci lontane. Quelle dei posti che so riconoscere anche con un'occhiata distratta – la Chiesa, le scuole elementari e le medie, la piazza, qualche strada – e quelli di cui a stento conosco il nome. Le montagne, che sembrano un disegno.
Il mio ragazzo è tornato a casa sua per un paio di settimane, in una città tanto più vivibile di quella in cui si è trasferito per poter stare con me. Anche se son passati solo pochi giorni mi manca, e mi mancano le nostre cose di tutti i giorni, quelle normali che si rischia di non notare più, quelle che certe volte potrebbero persino stufarti. Mi rendo conto che non c'è soprattutto quando sto per fare un commento o una battuta che lui capirebbe – per cui riderebbe con me – e provo l'impulso di girarmi verso di lui, poi mi rendo conto che non è qui e mi trattengo. Il mio braccio destro.
Vivo in un conflitto d'interessi quasi perenne. Pensavo di desiderare ardentemente delle cose, che invece adesso quasi mi spaventano; a volte penso di volere l'opposto di quel che ho. In certi giorni cerco di vedermi da fuori, per immaginare cosa mi direi se fossi al di fuori di me. Giorni in cui mi sento sulla retta via, altri in cui penso di andare nella direzione più sbagliata possibile, a cui dovrò in qualche modo mettere le toppe.
Ma ci sono quei momenti, come quello di stasera all'aria aperta e davanti alle luci, in cui niente importa e tutto va bene. Momenti in cui c'è silenzio e pace e solitudine. Momenti che ci vogliono, che dovrei cercare più spesso ed in quei momenti ricordarmi che niente è banale, niente è scontato, niente è uguale.
L'originale dal banale.
Lo straordinario dall'ordinario.
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giovedì 19 novembre 2015
giovedì 12 novembre 2015
Vienna
Ad agosto sono stata a Vienna e mi sono letteralmente innamorata di questa città.
L'ho amata a primo impatto perché è luminosa: la maggior parte dei palazzi sono bianchi – ma bianchi davvero, non bianco diventato grigio per lo sporco! – con i balconi di ferro battuto nero e fiori colorati alle finestre. Roba che ti fermeresti a fotografare qualcosa ogni due passi. Mi guardavo intorno e le automobili che passavano erano d'epoca. Un sacco di verde praticamente in ogni dove. Ho amato la cordialità delle persone (tanto per dire, il controllore del treno che abbiamo preso dall'aeroporto verso il centro città ballava cantava e scherzava con tutti in cento lingue diverse, poi appena usciti dalla stazione, vedendoci con la cartina in mano, una signora si è avvicinata per chiederci se avevamo bisogno di aiuto e no, non voleva nulla in cambio!). Ho amato il fatto che per andare dall'aeroporto all'albergo ci abbiamo impiegato al massimo trenta minuti (quando siamo tornati in Italia, invece, ci son volute tipo tre ore o quasi). Poi, dopo aver iniziato a girarla un po', ho amato questa città perché è a misura d'uomo – ci siamo spostati quasi sempre a piedi – e al tempo stesso è una grande capitale e ha tanto da offrire a chi ci passa o chi ci vive. Ho amato le illuminazioni, studiate ad arte per creare degli effetti magici, suggestivi, indimenticabili – la più bella di tutte credo sia quella della Cattedrale di Santo Stefano, capolavoro gotico che di notte sembra emergere dal cielo nero direttamente da un racconto di Edgar Allan Poe. Infine, ho amato tutte le meraviglie che ho visto e scoperto, assieme al mio compagno di viaggio, in quei cinque giorni.
I castelli: la Hofburg in centro e Schönbrunn fuori città (che non è solo un castello: ci sono giardini infiniti, serre con piante esotiche, uno zoo, boschi, musei… dico solo che per visitarlo tutto abbiamo camminato di corsa dalle 11 del mattino alle 18, orario di chiusura, senza fermarci neanche per pranzare!) e vedere gli appartamenti e gli oggetti della principessa Sissi, per me che da piccola ero fissata con questa controversa figura storica a causa del film, è stato davvero emozionante. E poi la casa di Mozart, il Museo della Musica, lo Schloss Belvedere con una collezione artistica da restarci secchi, primi tra tutti i lavori di Klimt e Schiele. I parchi, il centro storico che probabilmente è la zona più bella di tutte.
Forse ci sto pensando, oggi, perché sarebbe davvero bello poter fare le valigie e andare da qualche parte a fare un'altra scorta di bellezza. Quando ancora dovevamo decidere la meta ho fatto ricerche su ricerche, stilando una lista delle città che mi sarebbe piaciuto visitare. E' lunga, bisogna dirlo, soprattutto considerando che è limitata all'Europa. E non mi è piaciuto solo il viaggio in sé, ma anche organizzarlo, studiare la guida che avevo comprato, organizzare le giornate così da vedere e fare il più possibile. Diciamo che è stata la prima volta che ho avuto la possibilità di organizzare tutto da me e credo di essermela cavata piuttosto bene. I cinque giorni a Vienna – un posto completamente nuovo – mi hanno ricordato perché mi è sempre piaciuto viaggiare e perché quand'ero ragazzina pensavo e dicevo che da grande avrei viaggiato tantissimo: ci si arricchisce. Ti senti vivo, pieno di entusiasmo e voglia di fare. Non ti passa per la testa di startene in albergo a poltrire, non importa quanto sei stanco o quanto male ti fanno i piedi: c'è tanto da vedere là fuori e non c'è tempo da perdere.
Nella mia vita di tutti i giorni è questo che mi capita – purtroppo – di pensare: che il tempo mi scivoli via di mano e che non sto facendo nulla di prezioso e che questo è lo spreco più grande dell'universo. Quando dormo per ore solo perché non ho voglia di alzarmi, quando poltrisco sul divano, o anche quando giornate intere le passo a studiare o fare le faccende domestiche o cose necessarie ma noiose. Sarebbe pazzesco poter vivere viaggiando, e so che non è affatto impossibile ma so anche che è piuttosto difficile e che la vita "normale" non può consistere solo nel godersela.
Però è così breve.
L'ho amata a primo impatto perché è luminosa: la maggior parte dei palazzi sono bianchi – ma bianchi davvero, non bianco diventato grigio per lo sporco! – con i balconi di ferro battuto nero e fiori colorati alle finestre. Roba che ti fermeresti a fotografare qualcosa ogni due passi. Mi guardavo intorno e le automobili che passavano erano d'epoca. Un sacco di verde praticamente in ogni dove. Ho amato la cordialità delle persone (tanto per dire, il controllore del treno che abbiamo preso dall'aeroporto verso il centro città ballava cantava e scherzava con tutti in cento lingue diverse, poi appena usciti dalla stazione, vedendoci con la cartina in mano, una signora si è avvicinata per chiederci se avevamo bisogno di aiuto e no, non voleva nulla in cambio!). Ho amato il fatto che per andare dall'aeroporto all'albergo ci abbiamo impiegato al massimo trenta minuti (quando siamo tornati in Italia, invece, ci son volute tipo tre ore o quasi). Poi, dopo aver iniziato a girarla un po', ho amato questa città perché è a misura d'uomo – ci siamo spostati quasi sempre a piedi – e al tempo stesso è una grande capitale e ha tanto da offrire a chi ci passa o chi ci vive. Ho amato le illuminazioni, studiate ad arte per creare degli effetti magici, suggestivi, indimenticabili – la più bella di tutte credo sia quella della Cattedrale di Santo Stefano, capolavoro gotico che di notte sembra emergere dal cielo nero direttamente da un racconto di Edgar Allan Poe. Infine, ho amato tutte le meraviglie che ho visto e scoperto, assieme al mio compagno di viaggio, in quei cinque giorni.
I castelli: la Hofburg in centro e Schönbrunn fuori città (che non è solo un castello: ci sono giardini infiniti, serre con piante esotiche, uno zoo, boschi, musei… dico solo che per visitarlo tutto abbiamo camminato di corsa dalle 11 del mattino alle 18, orario di chiusura, senza fermarci neanche per pranzare!) e vedere gli appartamenti e gli oggetti della principessa Sissi, per me che da piccola ero fissata con questa controversa figura storica a causa del film, è stato davvero emozionante. E poi la casa di Mozart, il Museo della Musica, lo Schloss Belvedere con una collezione artistica da restarci secchi, primi tra tutti i lavori di Klimt e Schiele. I parchi, il centro storico che probabilmente è la zona più bella di tutte.
Forse ci sto pensando, oggi, perché sarebbe davvero bello poter fare le valigie e andare da qualche parte a fare un'altra scorta di bellezza. Quando ancora dovevamo decidere la meta ho fatto ricerche su ricerche, stilando una lista delle città che mi sarebbe piaciuto visitare. E' lunga, bisogna dirlo, soprattutto considerando che è limitata all'Europa. E non mi è piaciuto solo il viaggio in sé, ma anche organizzarlo, studiare la guida che avevo comprato, organizzare le giornate così da vedere e fare il più possibile. Diciamo che è stata la prima volta che ho avuto la possibilità di organizzare tutto da me e credo di essermela cavata piuttosto bene. I cinque giorni a Vienna – un posto completamente nuovo – mi hanno ricordato perché mi è sempre piaciuto viaggiare e perché quand'ero ragazzina pensavo e dicevo che da grande avrei viaggiato tantissimo: ci si arricchisce. Ti senti vivo, pieno di entusiasmo e voglia di fare. Non ti passa per la testa di startene in albergo a poltrire, non importa quanto sei stanco o quanto male ti fanno i piedi: c'è tanto da vedere là fuori e non c'è tempo da perdere.
Nella mia vita di tutti i giorni è questo che mi capita – purtroppo – di pensare: che il tempo mi scivoli via di mano e che non sto facendo nulla di prezioso e che questo è lo spreco più grande dell'universo. Quando dormo per ore solo perché non ho voglia di alzarmi, quando poltrisco sul divano, o anche quando giornate intere le passo a studiare o fare le faccende domestiche o cose necessarie ma noiose. Sarebbe pazzesco poter vivere viaggiando, e so che non è affatto impossibile ma so anche che è piuttosto difficile e che la vita "normale" non può consistere solo nel godersela.
Però è così breve.
venerdì 6 novembre 2015
Di caffè, diari, strade e boschi fatati
Sono solo le dieci del mattino e sono già al secondo caffè. Che comunque non è sufficiente per rimediare alla notte passata quasi in bianco. Difficoltà ad addormentarmi, e poi una specie di sogno che mi ha lasciato inquieta e stranita. Risento sempre molto della mancanza di sonno, sotto ogni aspetto, compreso l'umore: divento triste e malinconica, oppure tesa e nervosa.
Ci sono davvero un sacco di argomenti di cui ho in mente di scrivere, tempo ed ispirazione permettendo. La cosa stupisce persino me, perché è quasi come uscire da un letargo. Un letargo durante il quale – come sempre – di cose da dire non ho mai smesso di averne, ma la motivazione per esprimerle? Non arrivavo neanche a farne una questione di autostima, a pensare che non potevano interessare nessuno o che non erano importanti; semplicemente, non c'era una strada che collegasse il mio mondo interno con quello esterno. Lavori in corso, chiuso per un sacco di tempo. Sembra che adesso, anche se non è tutto perfetto, si possa quanto meno passare.
Per me non è mai stato facile relazionarmi con gli altri. Non sono mai stata un'emarginata a scuola, anzi, forse ero quella che a lungo si è più mescolata con tutti i diversi gruppi e generi di persone: la mia curiosità per i tipi umani mi spingeva ad osservare, conoscere, indagare. Il problema è che mi comportavo anche come un camaleonte, mi adeguavo ai contesti e lottavo strenuamente per cercare di sentirmi accettata, di sentirmi parte di qualcosa, di sentirmici senza provare al contempo un insopprimibile disagio. Al tempo stesso, mettevo alla prova la mia personalità cercando di capire chi fossi davvero o chi volessi diventare. Cercavo di distinguermi e di emergere, di essere pensata dagli altri per qualcosa di unico e per me valido. Inutile dire quanto tutto ciò sia stato a lungo andare faticoso e stremante: era troppo, troppo in fretta e troppo presto. Però, in questa realtà in cui trovavo così difficile muovermi, come tutti ho trovato le mie vie di fuga e di sfogo: quelle sane, come lo sport, e quelle profondamente sbagliate, di cui non è il caso di parlare adesso. E oltre a queste, ce n'è stata una più intima ed importante: la scrittura. Ho sempre scritto, da che ho imparato a farlo. C'è un vecchio diario, che mi regalò mia nonna materna e per cui andavo matta (aveva una custodia con su disegnati boschi e fate, ed aveva persino il lucchetto!) che racchiude tutti e cinque gli anni di elementari. E quanto c'è scritto non è nemmeno così ridicolo come si potrebbe pensare, da ciò che ricordo dall'ultima volta che l'ho sfogliato. Man mano che crescevo però scrivere per me sola non bastava più, soprattutto a causa dei suddetti problemi che trovavo nel comunicare con gli altri: mi sentivo un leone in gabbia, impigliata nelle maglie di una rete da cui non riuscivo a districarmi. Sentivo di aver tanto da dire e nessuno che fosse interessato ad ascoltare. Perciò, quando scoprii il mondo dei blog, fu come trovare la via d'uscita, una boccata d'aria dopo l'apnea. Potevo scrivere tutto ciò che volevo, senza preoccuparmi che chi conoscevo nella realtà potesse scoprire cose di me che preferivo non mostrare nella quotidianità. Potevo condividere di volta in volta ciò che tenermi dentro mi avrebbe oppressa e potevo farlo sperando in un riscontro umano (anche se filtrato dal virtuale) che mi facesse sentire meno sola e meno incompresa. In questo senso, i blog che ho portato avanti in alcuni periodi della mia crescita son stati davvero una piccola salvezza. Due, sono stati i blog che ho curato con costanza e con sincerità, e dove infatti ho raggiunto il mio piccolo seguito di lettori. Davvero pochi in confronto ai "blog di successo" ma non ho mai fatto caso ai numeri: preferisco cinque lettori con cui interagire costantemente piuttosto che cento lettori fantasma. Comunque sia, in entrambi i casi ho abbandonato quanto creato perché sentivo che era ora di andare avanti: proprio perché condiviso quanto realmente vivevo e sentivo, non riuscivo a continuare su quella stessa linea sentendo di essere in un momento di crescita, di cambiamento. Dopo di allora ho tentato varie volte di ripetere l'esperienza, senza alcun successo, e so anche il perché: dopo una manciata di post su un nuovo indirizzo, con il layout curato e tutto il resto, mi rendevo conto di quanto ci fosse dentro poco di me. Quanto mancasse di autenticità. E questo accadeva perché sulla strada tra il mio mondo dentro ed il mondo fuori c'erano lavori in corso.
L'attitudine con cui non molte sere fa ho deciso di farlo ancora, di scegliere l'ennesimo indirizzo e l'ennesimo titolo dettati dal mood del momento – e di farlo con nonchalance, senza ragionarci troppo – e soprattutto l'attitudine con cui mi capita di pensare alle cose di cui vorrei scrivere, mi fanno capire che stavolta è diverso. Che forse ho di nuovo voglia, per la prima volta dopo molto tempo, di provare a comunicare. Di fare di nuovo qualcosa che sia solo per me e per chi ha voglia di esserci, senza cercare necessariamente di raggiungere qualcosa o impressionare qualcuno.
Io. Una pagina. Delle parole.
Quasi come il diario con i boschi e le fate.
Ci sono davvero un sacco di argomenti di cui ho in mente di scrivere, tempo ed ispirazione permettendo. La cosa stupisce persino me, perché è quasi come uscire da un letargo. Un letargo durante il quale – come sempre – di cose da dire non ho mai smesso di averne, ma la motivazione per esprimerle? Non arrivavo neanche a farne una questione di autostima, a pensare che non potevano interessare nessuno o che non erano importanti; semplicemente, non c'era una strada che collegasse il mio mondo interno con quello esterno. Lavori in corso, chiuso per un sacco di tempo. Sembra che adesso, anche se non è tutto perfetto, si possa quanto meno passare.
Per me non è mai stato facile relazionarmi con gli altri. Non sono mai stata un'emarginata a scuola, anzi, forse ero quella che a lungo si è più mescolata con tutti i diversi gruppi e generi di persone: la mia curiosità per i tipi umani mi spingeva ad osservare, conoscere, indagare. Il problema è che mi comportavo anche come un camaleonte, mi adeguavo ai contesti e lottavo strenuamente per cercare di sentirmi accettata, di sentirmi parte di qualcosa, di sentirmici senza provare al contempo un insopprimibile disagio. Al tempo stesso, mettevo alla prova la mia personalità cercando di capire chi fossi davvero o chi volessi diventare. Cercavo di distinguermi e di emergere, di essere pensata dagli altri per qualcosa di unico e per me valido. Inutile dire quanto tutto ciò sia stato a lungo andare faticoso e stremante: era troppo, troppo in fretta e troppo presto. Però, in questa realtà in cui trovavo così difficile muovermi, come tutti ho trovato le mie vie di fuga e di sfogo: quelle sane, come lo sport, e quelle profondamente sbagliate, di cui non è il caso di parlare adesso. E oltre a queste, ce n'è stata una più intima ed importante: la scrittura. Ho sempre scritto, da che ho imparato a farlo. C'è un vecchio diario, che mi regalò mia nonna materna e per cui andavo matta (aveva una custodia con su disegnati boschi e fate, ed aveva persino il lucchetto!) che racchiude tutti e cinque gli anni di elementari. E quanto c'è scritto non è nemmeno così ridicolo come si potrebbe pensare, da ciò che ricordo dall'ultima volta che l'ho sfogliato. Man mano che crescevo però scrivere per me sola non bastava più, soprattutto a causa dei suddetti problemi che trovavo nel comunicare con gli altri: mi sentivo un leone in gabbia, impigliata nelle maglie di una rete da cui non riuscivo a districarmi. Sentivo di aver tanto da dire e nessuno che fosse interessato ad ascoltare. Perciò, quando scoprii il mondo dei blog, fu come trovare la via d'uscita, una boccata d'aria dopo l'apnea. Potevo scrivere tutto ciò che volevo, senza preoccuparmi che chi conoscevo nella realtà potesse scoprire cose di me che preferivo non mostrare nella quotidianità. Potevo condividere di volta in volta ciò che tenermi dentro mi avrebbe oppressa e potevo farlo sperando in un riscontro umano (anche se filtrato dal virtuale) che mi facesse sentire meno sola e meno incompresa. In questo senso, i blog che ho portato avanti in alcuni periodi della mia crescita son stati davvero una piccola salvezza. Due, sono stati i blog che ho curato con costanza e con sincerità, e dove infatti ho raggiunto il mio piccolo seguito di lettori. Davvero pochi in confronto ai "blog di successo" ma non ho mai fatto caso ai numeri: preferisco cinque lettori con cui interagire costantemente piuttosto che cento lettori fantasma. Comunque sia, in entrambi i casi ho abbandonato quanto creato perché sentivo che era ora di andare avanti: proprio perché condiviso quanto realmente vivevo e sentivo, non riuscivo a continuare su quella stessa linea sentendo di essere in un momento di crescita, di cambiamento. Dopo di allora ho tentato varie volte di ripetere l'esperienza, senza alcun successo, e so anche il perché: dopo una manciata di post su un nuovo indirizzo, con il layout curato e tutto il resto, mi rendevo conto di quanto ci fosse dentro poco di me. Quanto mancasse di autenticità. E questo accadeva perché sulla strada tra il mio mondo dentro ed il mondo fuori c'erano lavori in corso.
L'attitudine con cui non molte sere fa ho deciso di farlo ancora, di scegliere l'ennesimo indirizzo e l'ennesimo titolo dettati dal mood del momento – e di farlo con nonchalance, senza ragionarci troppo – e soprattutto l'attitudine con cui mi capita di pensare alle cose di cui vorrei scrivere, mi fanno capire che stavolta è diverso. Che forse ho di nuovo voglia, per la prima volta dopo molto tempo, di provare a comunicare. Di fare di nuovo qualcosa che sia solo per me e per chi ha voglia di esserci, senza cercare necessariamente di raggiungere qualcosa o impressionare qualcuno.
Io. Una pagina. Delle parole.
Quasi come il diario con i boschi e le fate.
sabato 31 ottobre 2015
Tanto non importa.
Ero sotto la doccia, questo pomeriggio. Una tra le dieci docce più lunghe che io abbia mai fatto, perché invece di lavarmi ad un certo punto mi sono accucciata per terra, la testa appoggiata alle ginocchia e le ginocchia strette al petto. Dal cellulare poggiato sulla lavatrice arrivava la musica, canzoni popolari scelte distrattamente su Spotify coperte dal rumore più insistente dell'acqua calda che mi piombava addosso. Me ne stavo lì e pensavo che avrei voluto restarci per sempre – abbiamo tutti momenti del genere, no? Momenti in cui chiudiamo la vita fuori dalla porta e stupidamente desideriamo di non farla rientrare più. Momenti in cui vorremmo tanto che il tempo si fermasse per darci il tempo di rimetterci in pista. Ne ho avuti davvero tanti di momenti così, talmente tanti che il tempo non si è fermato ma io sì, e non passa giorno senza che io ci pensi. Che sia per gettare un occhio ai rimorsi e vedere se inizio a lasciarmeli dietro, che sia per dirmi che va bene così perché tutto accade per un motivo, per nutrire il mio pessimismo o ottimismo a seconda del piede con cui mi sono alzata quel mattino. Ho avuto una settimana davvero buona, una settimana in cui mi alzavo pensando che davvero mi piaceva la mia vita, una settimana in cui ogni giorno spuntavo tutte le voci della lista, una settimana in cui la giornata poteva finire con tanta stanchezza e altrettanta soddisfazione. Una settimana che si è persino conclusa con un'uscita con fidanzato e amici il venerdì sera, la spesa il sabato mattina e una passeggiata il sabato pomeriggio, le pulizie la domenica mattina, il pranzo da mamma e papà ed il relax il resto della giornata. Alla fine ero pronta per il lunedì. Nessuno vedrà nulla di straordinario in questo, dev'essere la routine di mezzo mondo di persone normali, ma non la mia, per me era una grande conquista, qualcosa di difficile e bello da raggiungere. A questa è seguita una settimana pessima, e diamo pure la colpa alle mestruazioni.
Seduta nella doccia, come ormai da tempo mi succede spesso, pensavo alla me che ero e che non sono più. Pensavo alle tinte per capelli, alla voglia esplosiva di emergere e distinguersi. Pensavo a come e quanto scrivevo, all'importanza fondamentale che aveva la musica. Alle prime file ai concerti, ai sogni che parlavano tutti di viaggiare, sostanzialmente alla fame di vita. Certo, c'era anche tanto male che scorreva lungo tutto il corpo, compresso per non uscire fuori come quei prodotti sottovuoto. Però, a dirla tutta, a volte mi manca persino quello. Quello che da qualche anno mi sta succedendo, mi chiedo io, si chiama poi crescere o semplicemente spegnersi?
Seduta sotto la doccia, sentivo nella testa i discorsi che potrei ritrovarmi a fare ai miei figli (se mi capitasse di averne, un giorno). Figli che mi vedrebbero come una persona seria, una donna-mamma-lavoratrice col tailleur e che dice di non saltare sul divano.
«Sai, non sono stata sempre così» accarezzando i capelli di una ragazzina in lacrime.
«Davvero?» fa questa stupita, come fosse la notizia più sorprendente che abbia mai sentito.
«Già. Un tempo ero esattamente come te.»
Detto col sorriso, un sorriso pieno di amore e nostalgia, ma il cuore sarà stagnola accartocciata.
Tutti non fanno che dirmi quanto sono giovane ed io che non ho mai saputo vivere la mia età adesso mi sento meno giovane che mai, tanto da invidiare a morte i liceali che hanno ancora carta bianca davanti.
Non so esattamente dove ho sbagliato, ma tanto non importa.
Seduta nella doccia, come ormai da tempo mi succede spesso, pensavo alla me che ero e che non sono più. Pensavo alle tinte per capelli, alla voglia esplosiva di emergere e distinguersi. Pensavo a come e quanto scrivevo, all'importanza fondamentale che aveva la musica. Alle prime file ai concerti, ai sogni che parlavano tutti di viaggiare, sostanzialmente alla fame di vita. Certo, c'era anche tanto male che scorreva lungo tutto il corpo, compresso per non uscire fuori come quei prodotti sottovuoto. Però, a dirla tutta, a volte mi manca persino quello. Quello che da qualche anno mi sta succedendo, mi chiedo io, si chiama poi crescere o semplicemente spegnersi?
Seduta sotto la doccia, sentivo nella testa i discorsi che potrei ritrovarmi a fare ai miei figli (se mi capitasse di averne, un giorno). Figli che mi vedrebbero come una persona seria, una donna-mamma-lavoratrice col tailleur e che dice di non saltare sul divano.
«Sai, non sono stata sempre così» accarezzando i capelli di una ragazzina in lacrime.
«Davvero?» fa questa stupita, come fosse la notizia più sorprendente che abbia mai sentito.
«Già. Un tempo ero esattamente come te.»
Detto col sorriso, un sorriso pieno di amore e nostalgia, ma il cuore sarà stagnola accartocciata.
Tutti non fanno che dirmi quanto sono giovane ed io che non ho mai saputo vivere la mia età adesso mi sento meno giovane che mai, tanto da invidiare a morte i liceali che hanno ancora carta bianca davanti.
Non so esattamente dove ho sbagliato, ma tanto non importa.
yaxelle
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