giovedì 31 marzo 2016

Williamland #3: Enrico VI, parte prima

Devo ammetterlo, tra i testi di Shakespeare quelli in cui sono meno ferrata in assoluto sono i drammi storici. Nella mia lunga e duratura relazione d'amore col teatro inglese, poche volte mi sono avvicinata a queste opere, per il semplice motivo che ho un rapporto altalenante con le letture a sfondo storico: sono capaci di appassionarmi come nient'altro, ma sono anche capaci di annoiarmi a morte. Quindi sono estremamente felice del fatto che ora, con questo percorso che mi sono prefissata, mi sto dando anche l'occasione di leggere tutti questi drammi che finora ho lasciato da parte. Quello di cui vi parlo oggi, lettura shakespeariana di Marzo, è la prima parte dell'Enrico VI, dramma storico diviso in tre parti ed incentrato sul lungo ed infelice regno del figlio di Enrico V, edito in Italia da Garzanti – ma, ahimè, fuori catalogo e dunque bisogna andare alla ricerca dell'usato – con la traduzione di Carlo Pagetti.

Ritratto di Enrico VI
Enrico VI salì al trono quando aveva solo nove mesi, succedendo al padre Enrico V, conquistatore di Angicourt, morto prematuramente nel 1422. Enrico VI regnò in Inghilterra dal 1422 al 1461 e dal 1470 al 1471; fu invece re di Francia dal 1422 al 1453.
Data la sua giovane età, ovviamente la potenza inglese fu di fatto retta a lungo da altre personalità di spicco, che agivano in nome e per nome del re bambino. Il periodo coperto dal regno di Enrico VI fu denso di eventi, purtroppo non positivi per la sua patria: fu infatti lui ad osservare la disfatta dell'Inghilterra in Francia, ad assistere alla fine della guerra dei cent'anni, conclusasi con la perdita di tutti i feudi inglesi. A questo insuccesso una grave crisi colpì il Paese, aggravata anche dalle scarse capacità di Enrico VI a rivestire il ruolo cui era destinato; la sua inettitudine fu anche una delle cause che portò alla guerra delle due rose, contro la casata rivale degli York, che ad Enrico VI costò la vita.

Bisogna però ricordare che, se non era portato per una carriera politica, Enrico VI era di contro un uomo pio e devoto, attento ad altri aspetti della vita umana, quali l'educazione e la cultura: a lui si deve la fondazione del College di Eton e del King's College della Cambridge University. E' proprio quest'ultimo punto, in relazione all'opera di cui Shakespeare lo ha reso protagonista, che fa di Enrico VI un personaggio interessante: nella trilogia a lui dedicata incarna l'uomo costretto a ricoprire ruoli in totale contrasto con la propria natura.

In questa prima parte dell'Enrico VI in realtà il re compare meno di quanto ci si potrebbe aspettare; sono piuttosto le personalità a lui vicine a farla da padrone, soprattutto i suoi zii, il duca di Gloucester ed il duca di Exeter. Il dramma è ambientato ancora nel pieno della guerra tra Francia ed Inghilterra, infatti altrettanto protagonisti delle corte inglese sono i personaggi della fazione francese, primo tra tutti Carlo il Delfino, futuro re di Francia, e poi il Reignier, duca d'Angiò, Re di Napoli, il duca d'Alençon ed il duca di Borgogna, il traditore.
Ma se devo essere sincera, il personaggio che più mi resta impresso da questa lettura è senz'altro la pulzella d'Orléans, Giovanna d'Arco. Fin da piccola – e non ricordo neanche da dov'è nato questo interesse – la figura di questa donna mi ha incuriosita ed affascinata moltissimo, ed il modo in cui l'ha ritratta Shakespeare non è stato da meno. Giovanna si fa portare al cospetto del Delfino, cercando di convincerlo a lasciarla guidare le truppe francesi per scacciare gli inglesi dalle loro città, raccontando della chiamata divina che ha ricevuto a compiere questo destino; Carlo la sfida a duello per mettere alla prova l'abilità della contadina e, venendo sconfitto, le accorda la propria fiducia. Da quel momento in poi, Giovanna è quella più dotata di spirito pratico, colei che quando una battaglia viene persa o quando i francesi vengono colpiti da un attacco a sorpresa non sta a piangersi addosso ma subito individua in cosa hanno sbagliato. Da parte degli inglesi, contro di lei vengono mosse continue insinuazioni maliziose sul suo conto, alludendo ad una passione tra la pulzella ed il Delfino il quale, dal canto suo, appare piuttosto labile: al primo successo di Giovanna è pronto a spartire con lei la corona, ma è altrettanto pronto a rinnegarla al primo fallimento.
Tra le scene inglesi, invece, quelle che ho trovato più interessanti sono quelle che vedono protagonisti il più valoroso soldato inglese, Lord Talbot, e suo figlio che, separati per anni a causa della guerra si riabbracciano nel momento in cui il padre è ormai spacciato, perché non avendo ricevuto rinforzi in tempo si trova circondato dai francesi senza via di scampo. E' una scena intensa e commovente, durante la quale Talbot padre cerca di convincere il figlio ad andarsene, cosicché vivendo potrà portare avanti il loro nome e vendicare la sua morte, ma il figlio non ne vuole sapere, perché mai un Talbot si sarebbe dato alla fuga, e così restano a combattere fino alla fine, che arriva per entrambi.
Molto interessanti, anche, i segnali dell'inizio della discordia tra York e Lancaster, che il re cerca di sedare con le buone dovendo al momento affrontare situazioni più gravi.
Questa prima parte si conclude con le macchinazioni del Conte di Suffolk, un personaggio decisamente machiavellico, che riesce a convincere il re – il quale ammette: «In matrimonio, zio? Ahimè, sono così giovane. / I miei studi, i miei libri sono a me più adatti / che i giochi sensuali con un'amante. (...) – a sposare Margherita, figlia del re di Napoli, squattrinata nobildonna francese. Un eventuale matrimonio di Enrico VI, accuratamente scelto dagli zii del re, doveva servire a riappacificare la Francia e l'Inghilterra; ma il Conte di Suffolk orienta la situazione per perseguire scopi personali (tra l'altro, Margherita forse era la sua amante) e combina questo matrimonio politicamente nefasto: i desideri dei singoli si sostituiscono così al sogno di una monarchia estesa sulle due sponde della Manica, e su questa nota amara si conclude la prima parte dell'Enrico VI.

La storia inglese, dal periodo qui trattato e fino al regno dei Tudor, mi ha sempre affascinata moltissimo, e questo è il modo più bello in cui mi sia capitato sinora di approfondirla. Sicuramente non è attendibile al 100%, anche Shakespeare avrà avuto i suoi favoritismi e si sarà preso qua e là qualche licenza poetica. Ma è anche vero che per tutto ciò che concerne la trama ha attinto da fonti rispettabilissime, e dunque non c'è nulla di fasullo o errato. E' stata pertanto una lettura estremamente interessante, per niente noiosa come in passato ho temuto. Anzi, proprio al contrario: tra macchinazioni di corte, piani militari, soldati valorosi, traditori e qualche cuore puro è un testo avvincente e appassionante come tutti quelli cui Shakespeare ci ha abituati.

martedì 29 marzo 2016

Un breve commento ad un libro ancora più breve

Di Elizabeth Bishop (Massachussets, 1911-1979) conoscevo per sentito dire soltanto il nome, perché principalmente questa donna, importante figura della letteratura americana novecentesca, si è dedicata alla poesia. Purtroppo - e me ne rammarico davvero molto - salvo delle eccezioni che si contano sulle dita di una mano, non sono mai stata un'appassionata lettrice di poesia. Si tratta di un mondo cui sono riuscita ad appassionarmi solo da studentessa, quando c'era un professore a guidarmi tra i versi e le figure retoriche. Quello poetico è un universo che mi piace indagare con lo spirito tipico dei bambini che smontano i giocattoli per vedere cosa c'è dentro. Ed è esattamente per questo che non sono capace di godere appieno della semplice lettura di un componimento poetico.

E allora perché ho esordito nominando Elizabeth Bishop?
Be', perché parecchio tempo fa ormai mentre facevo un ordine su Libraccio mi è capitato sotto gli occhi un libro piccolo piccolo, di cui si diceva soltanto: la Callas della poesia novecentesca in due felici arie in prosa. Sono rimasta talmente affascinata ed incuriosita da inserire istintivamente il volumetto nel carrello assieme agli altri libri.

Il volumetto in questione era appunto della Bishop, si intitola Il mare e la sua sponda, edito da Adelphi e conta appena 42 pagine. Contiene due brevi racconti, che mi hanno fatto proprio lo stesso effetto che mi fa la poesia, ovvero hanno scatenato quel desiderio di smontare il giocattolo per provare a capirlo. Li avevo già letti una volta, casualmente proprio nel marzo dello scorso anno; ma mi è venuta voglia di leggerli di nuovo, perché non li ricordavo poi tanto bene.

Le due brevissime storie che ci ha regalato la Bishop sono quanto mai particolari e misteriose. La prima, intitolata proprio Il mare e la sua sponda, ci parla di un uomo che nella vita si occupa di tener pulita una spiaggia. La percorre in lungo e in largo di notte, ed il suo compito nello specifico è raccogliere tutta la carta che trova. A tal fine è munito di una specie di forcone con cui infilzare tutta la cellulosa che trova, e di tutto il necessario per bruciarla. Il fatto è che quest'uomo non la brucia subito, non tutta almeno: opera una selezione immediata, tenendo da parte tutto ciò che potrebbe interessarlo. Poi, nella sua casa che più che altro è un'idea di casa, ricostruisce fantasiosamente pezzi di storie ed articoli di giornale.
La seconda si intitola In prigione e la voce narrante è quella di un uomo sicuro di andare incontro ad un arresto ma che - e questa è la particolarità - sembra felice ed impaziente di tale prospettiva. Non solo: il futuro carcerato ragiona e riflette sulle condizioni della propria detenzione, augurandosi che questa sia il più rigorosa possibile. Non sapremo mai cos'ha fatto né perché sembri tanto desideroso di venir chiuso in una cella fredda e sterile.


Elizabeth Bishop riesce ad inserire in così poche pagine moltissimi riferimenti letterari, espliciti e non, e soprattutto desta una curiosità lancinante nel lettore. Questo non sapere assolutamente nulla di due personaggi tanto fuori dal comune lascia ampio spazio all'immaginazione, fa sorgere domande a cui non avremo mai una risposta. Chi non ama i racconti non potrà mai apprezzare due narrazioni tanto corte e incomplete, chi invece al contrario ne va ghiotto troverà qui un concentrato di ciò che il racconto breve dovrebbe essere: un'occhiata veloce dentro la vita di qualcun altro, come un bagliore dentro una stanza buia che per un attimo ci permette di vederne l'interno. Poi basta, senza conoscere il prima né tanto meno il dopo.

Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina , Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna. Il commento al rom...