Visualizzazione post con etichetta williamland. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta williamland. Mostra tutti i post

martedì 31 gennaio 2017

Williamland #4: Romeo e Giulietta

Incredibile, è già l'ultimo giorno del primo mese dell'anno: sembra ieri che si stilavano liste di obiettivi e buoni propositi, ed ecco che già ne ho lasciati scivolare via una buona parte... Ma non quelli riguardanti l'impegno per il blog! Infatti eccomi qui pronta a deliziarvi con un articolo per la rubrica dedicata a William Shakespeare, con la quale mi propongo di parlarvi di una sua opera alla fine di ogni mese. Sto procedendo nell'ordine cronologico di composizione o pubblicazione messo insieme, per quanto possibile, dagli studiosi ed alternando di volta in volta tra tragedie, commedie e drammi storici. Stavolta tocca ad una tragedia, probabilmente la più famosa in assoluto; la più riprodotta al cinema ed al teatro, la più citata e rielaborata in tutte le salse. Sto parlando di Romeo e Giulietta, che è anche l'opera shakespeariana cui sono personalmente più legata.

Il balcone di Giulietta

Romeo e Giulietta, il cui titolo originale è The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet, fu composta tra il 1594 ed il 1596, traendo spunti ed ispirazione da opere di epoca classica: Shakespeare guarda alla letteratura greca antica, in particolare ai Racconti efesii intorno ad Abracome e Anzia di Senofonte Efesio ed a Le Metamorfosi di Ovidio, già citate anche in opere precedenti (vedi Tito Andronico).
Nella vicenda di Abracome e Anzia, già marito e moglie, la coppia di innamorati è separata dalla sorte avversa e lei, trovandosi in una situazione complicata, beve una pozione che crede essere veleno, ma che produce invece solo un letargico stato di morte apparente, proprio come quello che utilizza Giulietta.
Da Le Metamorfosi invece, Shakespeare riprende il motivo di Piramo e Tisbe: Ovidio narra la leggenda di due giovani innamorati ostacolati dalle famiglie, che continuano a parlarsi attraverso una crepa nel muro che separava le loro case. Stanchi della situazione, Piramo e Tisbe programmano la loro fuga, dandosi appuntamento sotto un gelso; Tisbe arriva per prima e disgraziatamente viene attaccata da una feroce leonessa, dalla quale riesce però a mettersi in salvo, ma nell'impresa perde il suo velo, macchiato peraltro dal sangue della belva; quando sopraggiunge Piramo e vede il velo insanguinato della sua amata pensa subito al peggio e, disperato, si toglie la vita trafiggendosi con la spada. Quando Tisbe torna sul posto, trova Piramo in fin di vita. Dopo essersi guardati per un'ultima volta, anche lei si toglie la vita, restando accanto a lui sotto la pianta di gelso. Gli dèi, commossi, trasformarono i frutti di gelso - intriso del sangue dei due amanti - in un colore rosso vermiglio.

I Montecchi ed i Capuleti, poi, le due famiglie nemiche della tragedia, venivano già nominati dal nostro Dante Alighieri all'interno della sua Commedia nel Canto VI del Purgatorio: una famiglia Montecchi era davvero originaria di Verona, mentre i Capuleti - in realtà Cappelletti - venivano da Brescia, ma si trovavano a Verona all'epoca di Dante. Non si ha notizia di scontri tra queste due famiglie, benché si sappia che i Montecchi condussero una lunga e sanguinosa lotta con i guelfi. Dante non fa riferimento ai due sfortunati amanti, parla solo delle famiglie definendole "già tristi". Dopo di lui molti autori italiani dell'epoca ripresero la storia dei Montecchi e dei Capuleti, inserendo di volta in volta nuovi elementi, fino ad arrivare alla versione di Matteo Bandello del 1554, il quale introduce il tema dell'iniziale sofferenza di Romeo, inserisce la figura di Benvolio e rende definitiva l'ambientazione veronese dell'opera.

Il testo fu poi tradotto in francese nel 1559 ed in inglese sia in versi da William Painter nel 1567 che in prosa da Arthur Brooke nel 1562; a quest'ultimo è da attribuire l'invenzione della balia per come la leggiamo anche nel testo shakespeariano: spontanea, generosa e dall'umorismo popolare. Tuttavia sia la rielaborazione francese che quella inglese hanno un tono piatto e sin troppo moraleggiante: i personaggi non hanno quella vitalità e quell'animo che seppe dargli successivamente il drammaturgo inglese.

Come ben saprete attingere dalla tradizione classica non significa certo copiare, e la rielaborazione di Shakespeare presenta numerose innovazioni: innanzi tutto, nelle versione precedenti i due amanti venivano condannati per aver seguito i loro istinti piuttosto che curarsi della volontà delle loro famiglie, mentre Shakespeare li assurge ad archetipi dell'amore tragico ed al contempo riesce a dipingere la crisi sociale e culturale dell'epoca, in cui figure importanti come il Principe o la Chiesa non riescono più ad imporsi ed a stabilire l'ordine. Poi arricchisce tanto lo stile quanto la trama, dando molta più importanza alle figure minori, come Benvolio - cugino di Romeo - che diventa testimone della tragedia; sfrutta maggiormente la figura della balia per regalare al testo più momenti comici e leggeri; ed infine Mercuzio, la figura che rappresenta l'amore dionisiaco, colui che vede la donna solo sul piano superficialmente materiale e che fa da contraltare a Romeo, il quale ha ben altra concezione della sua Giulietta, molto più alta e più profonda, trascendente la finita materialità della carne. Mercuzio resta uno dei personaggi con maggior potenzialità drammatiche di tutto il teatro shakespeariano: i suoi monologhi, quando recitati bene, fanno inevitabilmente provare la pelle d'oca allo spettatore.

Non vi ho detto nulla della trama, perché a grandi linee la conoscono tutti, mentre ciò che forse ancora non sapete... be', vi lascio il piacere di scoprirlo leggendolo da voi. La storia è talmente famosa che fin troppo spesso mi è capitato di sentirla banalizzare oltre ogni mio livello di sopportazione, come quando si dice che in fondo è la storia di una cotta tra due quattordicenni, che nemmeno si conoscono e arrivano a suicidarsi! Chi ha la faccia tosta di dire cose del genere non penso abbia letto il testo, e se l'ha fatto posso dire - senza presunzione alcuna - che non ci ha capito un'acca. Innanzi tutto, i quattordici anni del Cinquecento sono i trenta di oggi. All'epoca, a quell'età era normale pensare già al matrimonio, dunque nulla di strano. In secondo luogo, non è la loro storia in quanto tale ad esser veramente importante. Sapete, Romeo e Giulietta è l'unica opera che ho riletto davvero tante volte fino ad ora e l'ho fatto perché sin dalla prima volta mi ha comunicato qualcosa di grande, che però non riuscivo completamente a definire, a spiegarmi. Sì, d'accordo, era emozionante oltre ogni dire. Mi piacevano tantissimo i personaggi, okay. Ma in fondo, perché mai Romeo e Giulietta era diventata la madre di tutte le storie d'amore? 
Ho dovuto leggerla ancora tante volte, e soprattutto ho dovuto vivere un po' di più per capirlo, ma alla fine ho capito.

Quella di Romeo e Giulietta in realtà è una storia sul tempo. Il vero problema di Romeo e di Giulietta era quello, il tempo. Se a Romeo fosse arrivato in tempo il messaggio che l'avrebbe informato riguardo la messinscena che Giulietta aveva progettato; se Giulietta si fosse svegliata in tempo. Ma non è andata così e così non doveva andare: perché il Bardo voleva raccontare esattamente questo, e cioè come noi umani non riusciamo ad essere mai in tempo. Non soltanto nell'andare o nel tornare, ma soprattutto nel capire. Nel capire le persone, nell'incontrare l'altro, nel comprendere o nell'ascoltare pensieri e sentimenti, nostri o di chi ci sta davanti. Nel fare o dire una determinata cosa. Quand'è particolarmente importante, l'uomo e la donna - specie se vogliono amarsi - sono sempre in anticipo o in ritardo. E se questo è il dramma della vita, è al tempo stesso il movimento della vita: se non ci fossero i contrattempi e gli imprevisti non ci sarebbe nulla da raccontare, e dunque non ci sarebbero storie. 
Quel che sembra anche suggerirci Shakespeare con la tragedia del suo Romeo e della sua Giulietta è anche che l'unico momento in cui riusciamo ad essere perfettamente in tempo - non un secondo indietro, non uno avanti - è quando amiamo, e al contempo siamo amati. Si tratta di attimi, come il momento dopo aver fatto l'amore e ti trovi nello stesso luogo e nello stesso istante con un'altra persona, per un perfetto secondo di eternità. Solo in quel momento non esiste dolore, né sofferenza, né rimpianto.

Ed è questo, secondo me, che ha fatto di Romeo e Giulietta la storia madre di tutte le storie d'amore, la sua parabola sulla totale imperfezione del tempismo umano, che finisce col rendere complicate anche le cose più semplici.
A questo tema universale, che da allora ad oggi non è cambiato di una virgola, si aggiunge una scrittura da definire senza esitazione assolutamente perfetta; dei personaggi vivi, intensi, le cui emozioni vibrano dentro il lettore - divenuto umile spettatore, cittadino di Verona - sconquassandogli il petto. 

A me è successo ogni singola volta che l'ho letto. E a voi?



giovedì 31 marzo 2016

Williamland #3: Enrico VI, parte prima

Devo ammetterlo, tra i testi di Shakespeare quelli in cui sono meno ferrata in assoluto sono i drammi storici. Nella mia lunga e duratura relazione d'amore col teatro inglese, poche volte mi sono avvicinata a queste opere, per il semplice motivo che ho un rapporto altalenante con le letture a sfondo storico: sono capaci di appassionarmi come nient'altro, ma sono anche capaci di annoiarmi a morte. Quindi sono estremamente felice del fatto che ora, con questo percorso che mi sono prefissata, mi sto dando anche l'occasione di leggere tutti questi drammi che finora ho lasciato da parte. Quello di cui vi parlo oggi, lettura shakespeariana di Marzo, è la prima parte dell'Enrico VI, dramma storico diviso in tre parti ed incentrato sul lungo ed infelice regno del figlio di Enrico V, edito in Italia da Garzanti – ma, ahimè, fuori catalogo e dunque bisogna andare alla ricerca dell'usato – con la traduzione di Carlo Pagetti.

Ritratto di Enrico VI
Enrico VI salì al trono quando aveva solo nove mesi, succedendo al padre Enrico V, conquistatore di Angicourt, morto prematuramente nel 1422. Enrico VI regnò in Inghilterra dal 1422 al 1461 e dal 1470 al 1471; fu invece re di Francia dal 1422 al 1453.
Data la sua giovane età, ovviamente la potenza inglese fu di fatto retta a lungo da altre personalità di spicco, che agivano in nome e per nome del re bambino. Il periodo coperto dal regno di Enrico VI fu denso di eventi, purtroppo non positivi per la sua patria: fu infatti lui ad osservare la disfatta dell'Inghilterra in Francia, ad assistere alla fine della guerra dei cent'anni, conclusasi con la perdita di tutti i feudi inglesi. A questo insuccesso una grave crisi colpì il Paese, aggravata anche dalle scarse capacità di Enrico VI a rivestire il ruolo cui era destinato; la sua inettitudine fu anche una delle cause che portò alla guerra delle due rose, contro la casata rivale degli York, che ad Enrico VI costò la vita.

Bisogna però ricordare che, se non era portato per una carriera politica, Enrico VI era di contro un uomo pio e devoto, attento ad altri aspetti della vita umana, quali l'educazione e la cultura: a lui si deve la fondazione del College di Eton e del King's College della Cambridge University. E' proprio quest'ultimo punto, in relazione all'opera di cui Shakespeare lo ha reso protagonista, che fa di Enrico VI un personaggio interessante: nella trilogia a lui dedicata incarna l'uomo costretto a ricoprire ruoli in totale contrasto con la propria natura.

In questa prima parte dell'Enrico VI in realtà il re compare meno di quanto ci si potrebbe aspettare; sono piuttosto le personalità a lui vicine a farla da padrone, soprattutto i suoi zii, il duca di Gloucester ed il duca di Exeter. Il dramma è ambientato ancora nel pieno della guerra tra Francia ed Inghilterra, infatti altrettanto protagonisti delle corte inglese sono i personaggi della fazione francese, primo tra tutti Carlo il Delfino, futuro re di Francia, e poi il Reignier, duca d'Angiò, Re di Napoli, il duca d'Alençon ed il duca di Borgogna, il traditore.
Ma se devo essere sincera, il personaggio che più mi resta impresso da questa lettura è senz'altro la pulzella d'Orléans, Giovanna d'Arco. Fin da piccola – e non ricordo neanche da dov'è nato questo interesse – la figura di questa donna mi ha incuriosita ed affascinata moltissimo, ed il modo in cui l'ha ritratta Shakespeare non è stato da meno. Giovanna si fa portare al cospetto del Delfino, cercando di convincerlo a lasciarla guidare le truppe francesi per scacciare gli inglesi dalle loro città, raccontando della chiamata divina che ha ricevuto a compiere questo destino; Carlo la sfida a duello per mettere alla prova l'abilità della contadina e, venendo sconfitto, le accorda la propria fiducia. Da quel momento in poi, Giovanna è quella più dotata di spirito pratico, colei che quando una battaglia viene persa o quando i francesi vengono colpiti da un attacco a sorpresa non sta a piangersi addosso ma subito individua in cosa hanno sbagliato. Da parte degli inglesi, contro di lei vengono mosse continue insinuazioni maliziose sul suo conto, alludendo ad una passione tra la pulzella ed il Delfino il quale, dal canto suo, appare piuttosto labile: al primo successo di Giovanna è pronto a spartire con lei la corona, ma è altrettanto pronto a rinnegarla al primo fallimento.
Tra le scene inglesi, invece, quelle che ho trovato più interessanti sono quelle che vedono protagonisti il più valoroso soldato inglese, Lord Talbot, e suo figlio che, separati per anni a causa della guerra si riabbracciano nel momento in cui il padre è ormai spacciato, perché non avendo ricevuto rinforzi in tempo si trova circondato dai francesi senza via di scampo. E' una scena intensa e commovente, durante la quale Talbot padre cerca di convincere il figlio ad andarsene, cosicché vivendo potrà portare avanti il loro nome e vendicare la sua morte, ma il figlio non ne vuole sapere, perché mai un Talbot si sarebbe dato alla fuga, e così restano a combattere fino alla fine, che arriva per entrambi.
Molto interessanti, anche, i segnali dell'inizio della discordia tra York e Lancaster, che il re cerca di sedare con le buone dovendo al momento affrontare situazioni più gravi.
Questa prima parte si conclude con le macchinazioni del Conte di Suffolk, un personaggio decisamente machiavellico, che riesce a convincere il re – il quale ammette: «In matrimonio, zio? Ahimè, sono così giovane. / I miei studi, i miei libri sono a me più adatti / che i giochi sensuali con un'amante. (...) – a sposare Margherita, figlia del re di Napoli, squattrinata nobildonna francese. Un eventuale matrimonio di Enrico VI, accuratamente scelto dagli zii del re, doveva servire a riappacificare la Francia e l'Inghilterra; ma il Conte di Suffolk orienta la situazione per perseguire scopi personali (tra l'altro, Margherita forse era la sua amante) e combina questo matrimonio politicamente nefasto: i desideri dei singoli si sostituiscono così al sogno di una monarchia estesa sulle due sponde della Manica, e su questa nota amara si conclude la prima parte dell'Enrico VI.

La storia inglese, dal periodo qui trattato e fino al regno dei Tudor, mi ha sempre affascinata moltissimo, e questo è il modo più bello in cui mi sia capitato sinora di approfondirla. Sicuramente non è attendibile al 100%, anche Shakespeare avrà avuto i suoi favoritismi e si sarà preso qua e là qualche licenza poetica. Ma è anche vero che per tutto ciò che concerne la trama ha attinto da fonti rispettabilissime, e dunque non c'è nulla di fasullo o errato. E' stata pertanto una lettura estremamente interessante, per niente noiosa come in passato ho temuto. Anzi, proprio al contrario: tra macchinazioni di corte, piani militari, soldati valorosi, traditori e qualche cuore puro è un testo avvincente e appassionante come tutti quelli cui Shakespeare ci ha abituati.

lunedì 29 febbraio 2016

Williamland #2: I due gentiluomini di Verona

Nelle mie letture e riletture di Shakespeare sto cercando di seguire un ordine cronologico, per quanto di cronologia si possa parlare riguardo i testi del grande drammaturgo. Questo perché - oltre al solito motivo dell'ammirare la crescita artistica di un autore - il Bardo non necessariamente metteva mano ad un'opera per volta. Tra gli spettacoli aperti al pubblico e quelli riservati alla corte il lavoro era tanto, ed era bene avere sempre un dramma bello che pronto per esser messo in scena. Risultato di tale frenesia, è che oggi leggendo i drammi shakespeariani nell'ordine approssimativo che gli studiosi son riusciti a stabilire è permesso cogliere richiami tra opere scritte più o meno contemporaneamente, vedere anticipati temi e personaggi, riconoscere i toni di scene già incontrate. Non so voi, ma io trovo tutto questo estremamente interessante, e se il mese scorso vi ho parlato del Tito Andronico, indicato come primo tentativo di Shakespeare con la tragedia, oggi vi propongo I due gentiluomini di Verona, un testo che per molti versi costituisce un esperimento, una prova degli espedienti che ripresi in seguito dall'autore lasceranno fluire la narrazione in maniera più naturale e meno macchinosa. Il testo appartiene in pieno agli anni di apprendistato di Shakespeare, se nel suo caso davvero si può parlare di apprendistato; testo coevo, pertanto, sia del Tito Andronico che de La bisbetica domata e dei primi drammi storici, come la narrazione in tre puntate dell'Enrico VI.

Prima di addentrarci nel testo, voglio spendere due parole sulla traduzione: io non oso immaginare quanto sia difficile tradurre Shakespeare, quanta responsabilità possa sentire un traduttore chiamato a trasporre in un'altra lingua i suoi versi, cercando di conservarne la vivacità e l'intensità, l'arduo compito di trovare un modo per tradurre i numerosi giochi di parole che, soprattutto nelle commedie, Shakespeare non si risparmia mai di usare; insomma, lungi da me il pensiero di criticare una traduzione tutto sommato ben fatta. Il problema è che sono abituata alle traduzioni di Agostino Lombardo, o tutt'al più di colei che ha proseguito il suo lavoro, ovvero Nadia Fusini. Lombardo aveva progettato un immenso lavoro volto a tradurre l'intera opera shakespeariana per il catalogo della Feltrinelli, spegnendosi purtroppo prima di portare a termine il progetto. Fortunatamente, i drammi da lui tradotti sono comunque parecchi, e fidatevi: se dovete scegliere quale edizione leggere di un dramma di Shakespeare, optate sempre per quelle curate da Lombardo. Nessuno come lui ha saputo rendere a tal punto il sapore dell'originale, riuscendo persino a tradurre modi di dire tipici del linguaggio elisabettiano, ad oggi ovviamente desueti o svuotati di significato. Nemmeno i complessi giochi di parole, nella traduzione di Lombardo, perdono linfa vitale. Insomma, leggere le sue traduzioni è quasi come gustarsi l'originale.
Lo stesso non posso dire, purtroppo, della traduzione di Andrea Crozza de I due gentiluomini di Verona, edita da Garzanti e al momento unica versione disponibile del testo. Crozza ha senz'altro fatto del suo meglio, e se l'è cavata molto bene con i versi più lirici; coi giochi di parole ha, per sua stessa ammissione, "alzato le mani", cercando di compensare con un ricco apparato di note nel quale spiega e motiva le varie scelte linguistiche. Ma la cosa che mi è mancata di più è stata la musicalità, il ritmo. Il testo originale a fronte, comunque, permette sempre di farsi un'idea più approfondita delle sfumature. Detto ciò, passiamo al testo vero e proprio.

E perché non la morte, in luogo d'una vita di tormento?
Morire è esser banditi da se stessi,
e Silvia sono io stesso: bandito da lei
l'io è bandito da me. Un esilio di morte!
Qual luce è luce, se Silvia non appare?
Qual gioia è gioia, se Silvia non è lì?
A men d'immaginarla a me vicina
e far mia una parvenza di perfezione.
Se nella notte mi trovo accanto a Silvia
non sento più nemmeno l'usignolo.
A men di contemplar Silvia di giorno
non c'è più giorno ch'io voglia contemplare.
Non vivo più se lei - di me l'essenza - 
mi toglie la benigna sua influenza
che mi dà vita, luce, cibo e affetto.
Non evito la morte, se sfuggo a tal verdetto:
se qui m'attardo, corteggio certa morte,
ma dalla vita fuggo, se fuggo dalla corte.


Che I due gentiluomini di Verona sia opera di uno Shakespeare ancora acerbo si sente, ovviamente non perché sia un'opera brutta o scritta male, questo proprio no; ma come ho accennato in apertura c'è qualcosa di poco fluido nello scorrere delle scene: il numero del mago è riuscito, ma non ha nascosto troppo bene l'evidenza che un trucco c'era. E' come se prima della scenografia vedessimo gli addetti che la allestiscono.

Cuore dell'opera è l'argomento amoroso. La schermaglia si combatte su ben quattro diversi poli, in un campo dove i confini tra amici e nemici, fiducia e tradimento sono piuttosto labili e facili da confondere. Due donne e due uomini: ne basta uno poco serio ed affidabile per metter confusione nelle vite di tutti.

Il primo atto si apre in una piazza della città, quella Verona che in tutto il testo verrà nominata un'unica volta. L'amore è certo l'argomento principale, ma non l'unico: per mezzo soprattutto di Valentino, uno dei due gentiluomini del titolo, viene proposto anche il tema dei viaggi di formazione. Era già abitudine all'epoca che le famiglie lasciassero viaggiare i giovani rampolli, considerando il viaggio un elemento indispensabile della loro formazione umana, mentale, culturale. Valentino è giusto in procinto di partire per Milano e rimbrotta Proteo, l'altro gentiluomo di cui sopra e suo intimo amico, che a viaggiare proprio non ci pensa, tutto preso com'è solo dalla bella che ha rapito il suo cuore, la dolce Giulia. Valentino non prende seriamente le pene dell'amico, che sospira e dispera perché l'amata non dà segni di ricambiarlo; Valentino infatti incarna anche la figura dello scettico, che pagherà le conseguenze di tal scetticismo quando per primo cadrà vittima delle pene di Amore.

All'incirca quindici mesi dopo la partenza di Valentino, il padre di Proteo decide che è proprio il caso di smuovere suo figlio e mandare anche lui presso la corte milanese. Proteo, afflitto dall'imminente separazione da Giulia - la quale nel mentre ha messo da parte il proprio orgoglio virginale e si è spinta ad ammettere di nutrire anche lei sentimenti di affetto e tenerezza - scambia con lei anelli e promesse, che costituiranno un dolce conforto finché non potranno riunirsi. Proteo giunge così alla corte milanese, dove grazie alle lodi di Valentino - il quale ormai è un servente del Duca - viene accolto benevolmente. Proteo trova qui una gran sorpresa: Valentino, che tanto si faceva beffe dei suoi sospiri e digiuni di innamorato, versa ora nelle medesime condizioni a causa di Silvia, la bella figlia del Duca. Nonostante lei abbia mostrato di ricambiarlo, l'unione è ostacolata dal fatto che è stata promessa all'ottuso ma ricco Turione, che lei non vuole per nulla al mondo sposare. Valentino, pertanto, se vuole coronare il suo sogno d'amore, è costretto ad architettare un piano alle spalle del Duca.

L'ostacolo con cui mai si sarebbe sognato di dover fare i conti è invece proprio il suo caro amico Proteo, il quale non appena vede Silvia dimentica i tanti sospiri dedicati alla sua Giulia. Consapevole della propria irragionevolezza non riesce comunque a frenare i propri pensieri e sentimenti, e giustificandosi come può per mettere a tacere la coscienza architetta a sua volta un piano ai danni di Valentino, un piano che lo metterà in buona luce col Duca e con Turione lasciandogli - con ogni buona speranza - tempo e spazio per tentar di conquistare la bella Silvia.

Le figure femminili si prestano inevitabilmente a dei paragoni: Giulia è bionda, con la pelle di bambola, e anche se non esplicitamente suggerita di lei si ha un'immagine fragile, nonostante non resti a casa a piangere ma indossando panni da uomo vada in cerca del suo Proteo. Regge la recita del paggio fedele anche una volta scoperto il suo tradimento, l'evanescenza delle belle promesse che le aveva fatto. Nonostante tale contegno dignitoso, quella che conservo di lei è un'immagine di donna ferita. Al contrario, Silvia è bruna e dal suo temperamento la si immagina subito come alta, fiera, con una personalità imponente. Silvia non solo si ribella al volere del padre, incurante delle possibili conseguenze, ma nemmeno si scioglie alle adulazioni di Proteo: era al corrente delle sue passate dichiarazioni amorose per questa Giulia, e neanche per un secondo si sogna di credere ad uno capace di cambiare tanto rapidamente i propri sentimenti. Non solo, Silvia resta commossa quando Giulia, sempre nelle finte vesti del paggio, le racconta in quale stato di tristezza sia caduta quella povera fanciulla, fornendo un bellissimo esempio di solidarietà femminile che, volendo, si potrebbe contrapporre a quella totalmente ignorata da Tamora nei confronti di Lavinia nel Tito Andronico.

Valentino, per colpa di Proteo, viene bandito da Milano dal Duca. Lungo il sentiero viene bloccato da un gruppo di fuorilegge, composto in realtà da ex gentiluomini tutti banditi dalle varie città per aver commesso qualche delitto di cui poi si erano pentiti. Ascoltando Valentino decidono di volerlo come capo e lui, non avendo grandi alternative, accetta.

Nel mentre Proteo finge di corteggiare Silvia per conto di Turione e lei progetta una fuga per andare in cerca del suo Valentino. L'intreccio si scioglierà nel fitto di un bosco, dove tutti i personaggi si troveranno, chi per un motivo chi per l'altro, riuniti. Valentino scoprirà il tradimento di Proteo, che intanto avrà mostrato la meschinità della propria natura minacciando Silvia di prenderla con la forza se non col suo consenso; essendo una commedia, chi ha sbagliato si pente e chi è stato ingannato perdona. Il lieto fine arriva più rapidamente e semplicemente di quanto ci si sarebbe potuti aspettare.
Ed è per questo che la trovo un'opera quanto mai particolare: è una commedia che con appena qualche piccolo aggiustamento avrebbe altrettanto potuto essere una tragedia. La comicità è affidata praticamente tutta a Svelto e Lanciotto, i servi dei due gentiluomini che di loro si fanno beffe e che parlano per doppi sensi. Per il resto le dinamiche d'amore suggeriscono più sofferenze e malinconie che altro, e sopra tutte quelle inferte da Proteo a Valentino, che infatti dichiara di come sia più doloroso il tradimento di un amico che non della donna amata. Proteo, poi, è un personaggio talmente ambiguo che andrebbe analizzato a parte. Non solo si comporta da banderuola, sia in amore che in amicizia, ma c'è qualcosa di davvero inquietante nella facilità con cui complotta contro chi in lui ripone piena fiducia e ancor più inquietante è il momento in cui minaccia Silvia di violentarla: in quel momento è come se si togliesse una maschera, come se una natura malvagia che a fatica tiene di solito a freno prendesse in quel momento il sopravvento. Ecco, Valentino decide poi di perdonarlo solo perché gli chiede scusa, ma io di uno così non mi fiderei mica più.

I due gentiluomini di Verona mi ha lasciato sensazioni particolari. Le commedie di Shakespeare, solitamente, anche quando annoverano tra i protagonisti qualche personaggio machiavellico o si snodano in una serie di piani malvagi, portano con sé una buona dose di leggerezza, quasi un profumo di primavera. In questa, quel profumo manca completamente, è una commedia che sa di tragedia. I personaggi sono interessantissimi: Valentino ha quasi l'aria di un cavaliere medievale, Proteo una complessità tutta sua, Turione la beata cecità richiesta dal suo ruolo, il Duca la ragionevolezza di un uomo che ha già conosciuto una buona fetta di vita; le due donne poi, Silvia e Giulia, per quanto compaiano meno sulle scene riescono comunque ad imporsi e a regalare al lettore/spettatore - specie se questi è una donna - un esempio di come non è vero che nell'universo femminile la rivalità sia un elemento immancabile e caratteristico della specie.
Voltata l'ultima pagina, è proprio per l'ambiguità dell'opera in sé che ci si rende conto di averla apprezzata.

domenica 31 gennaio 2016

Williamland #1: Tito Andronico

Quando ho aperto questo blog, e quando poco tempo dopo ho deciso di dedicare un'intera sezione a William Shakespeare, non avevo idea che proprio quest'anno sarebbero ricorsi i 400 anni dalla sua morte, e che tra quanti s'interessano di cultura e letteratura in molti avrebbero trovato il modo di onorare tale occasione. Quando l'ho scoperto, sulle prime mi sono un po' scoraggiata: aveva ancora senso portare avanti il mio progetto, presentando una volta al mese un'opera shakespeariana? Oppure avrei fatto meglio ad unirmi all'iniziativa di qualche altro booktuber o blogger e diventare parte di un'esperienza collettiva?
Ci ho pensato un po' e, devo ammettere, non me la sono sentita di abbandonare la mia idea iniziale. Ho ripensato all'entusiasmo con cui mi sono dedicata ad introdurre la figura di Shakespeare qui in questo blog, e all'entusiasmo che mi ha dato la prospettiva di leggere o ri-leggere tutte le sue opere per poi provare a parlarne con voi. Quindi alla fine ho deciso di considerare questa ricorrenza dei 400 anni come una bizzarra e felice coincidenza, che rende il tutto solo più interessante. Ed oggi, esattamente alla fine del mese, vi parlo del Tito Andronico di William Shakespeare.
 
TAMORA Sappi dunque, o infelice, che non sono Tamora: ella ti è nemica ed io, invece, ti sono amica. Sono la Vendetta, inviata su dai regni infernali ad alleviare, con il massacro spietato dei nemici tuoi, il morso d'avvoltoio che rode la tua mente. Scendi, e saluta il mio arrivo in questo mondo del tuo benvenuto, conversa meco e di assassinio e di morte. Non vi è cava spelonca o luogo nascosto, né vasta tenebra o valle nebbiosa, in cui il sanguinoso assassinio e l'infame violenza possano acquattarsi compresi di paura, senza che io non li discopra e pronunzi al loro orecchio il nome mio spaventoso: Vendetta, che fa tremare il turpe offensore.
Del Tito Andronico si dice che sia la prima tragedia in assoluto scritta da Shakespeare. C'è chi dice che l'abbia scritta solo per racimolare qualche soldo, chi ancora dubita che sia veramente da attribuire a lui la paternità dell'opera. Le perplessità derivano tutte da un unico motivo: la violenza che domina queste pagine. Una violenza che neanche nelle peggiori tragedie venute dopo si ritrova, una violenza che domina su qualunque altro aspetto: indagine psicologica dei personaggi, la trama, persino sulla poeticità della parola. Perciò si dice che Shakespeare avesse cercato, con questo dramma in cinque atti, di compiacere la corte elisabettiana con un facile ed eccessivo intrattenimento. Tuttavia, nonostante sia un'opera grezza rispetto a quelle che il poeta ci ha regalato successivamente, in essa si intravedono già i grandi caratteri del teatro shakespeariano.

Come lascia intendere lo stesso titolo, il Tito Andronico è ambientato nell'antica Roma. Il protagonista, Tito, è un nobile signore, valoroso combattente, che per molti anni ha difeso ed onorato la sua città combattendo contro i barbari Goti, seppellendo molti dei suoi figli morti in battaglia. Nel primo atto egli rientra a Roma vittorioso, portando con sé come prigionieri la regina dei Goti, Tamora, ed i suoi tre figli, uno dei quali viene quasi subito giustiziato. Il ritorno di Tito coincide col momento in cui i romani si trovavano a dover incoronare il nuovo Imperatore; il figlio del reggente defunto, Saturnino, reclama il suo posto al potere, ma è lo stesso popolo di Roma ad acclamare Tito, per tutti gli anni spesi a difendere la sua terra ed i suoi concittadini. E' lo stesso Tito, però, a favorire l'ascesa di Saturnino: datemi un bastone per la vecchiaia piuttosto che uno scettro per governare il mondo, dice infatti. In segno di rispetto e di ringraziamento, Saturnino si offre di sposare la figlia di Tito, la bella Lavinia, facendo di lei la sua Imperatrice. Tito acconsente, lieto e soddisfatto - e dimentico che Lavinia era già stata promessa a qualcun altro: Bassiano, il fratello di Saturnino. Dal momento che in Roma dare la propria parola significava obbligarsi a rispettarla, il mancato rispetto di un patto era una grave colpa di cui macchiarsi; per proteggere il nome degli Andonici allora, i figli di Tito e suo fratello Marco nascondono subito Lavinia per permetterle di sposare Bassiano com'era stabilito. Ovviamente a questo punto è nei confronti dell'Imperatore che Tito si è reso colpevole, e si arrabbia immensamente coi suoi familiari che l'hanno - secondo lui - disonorato davanti a tutta Roma. Nella baraonda un figlio di Tito viene ucciso da lui stesso, e l'Imperatore Saturnino decide di sposare Tamora, la regina dei Goti, la quale dal primo momento inizia ad esercitare la propria influenza sul marito, convincendolo ad avere pietà di Tito affinché lei possa tramare una vendetta più lenta e spietata per punirlo d'averla fatta prigioniera e soprattutto di non aver avuto pietà quando l'ha implorato di lasciar vivere suo figlio.

E se lei è spietata il suo amante, il Moro Aronne, lo è cento volte di più: si sazia di cattiveria, vive per veder scorrere sangue ed infliggere sofferenze. Ride del pianto altrui, non conosce il sentimento della pietà e non si pente delle proprie azioni neanche quando giunge la fine. Egli ordisce un piano da attuare durante una battuta di caccia: progetta la morte di Bassiano, fratello dell'Imperatore e ora marito di Lavinia. Dell'omicidio farà in modo che siano incolpati i figli di Tito, che per questo saranno sicuramente condannati a morte. Come se questo non bastasse, incoraggia i due figli rimasti a Tamora, Chirone e Demetrio, a soddisfare la loro lussuria sulla castità della povera Lavinia. Tamora non li ferma, anzi, li incita a perpetrare lo stupro, e son queste le pagine più dure della tragedia: quando Lavinia comprende cosa le sta per accadere supplica Tamora di ucciderla e gettare il suo cadavere in un fiume ma di risparmiarla dalla violenza dei figli in nome della solidarietà femminile. E porti tu volto di donna?, le dice quando questa si rifiuta sprezzante di risparmiarle la vergogna. Dopo lo stupro, Chirone e Demtrio tagliano a Lavinia la lingua e le mani, cosicché non potrà spiegare a nessuno cosa le sia successo, e se ne vanno deridendo le sue nuove infermità.

Così il vecchio Tito si ritrova con la sua bella figlia mutilata e rovinata per sempre, due figli messi a morte e l'unico che gli resta, Lucio, esiliato da Roma per aver minacciato di vendicare i suoi fratelli. Ed a questo punto ci ritroviamo solo a metà dell'opera, perché dopo tante lacrime versate sulle pietre - mille volte più compassionevoli dell'Imperatore e dei suoi seguaci - seguirà la vendetta degli Andronici sulla regina Tamora, su Saturnino, sul Moro Aronne.

In questo tripudio di mani mozzate, donne violate, gente pugnalata e scene di cannibalismo (sì, c'è anche questo) si trovano già moltissimi elementi interessanti. La regina Tamora anticipa le grandi donne del teatro shakespeariano, come Lady Macbeth; allo stesso modo nel Moro Aronne e nelle sue trame sono abbozzati i tratti del più maturo e riuscito Iago.
Il Tito Andronico è un'opera che, come avrete capito, ruota attorno alla vendetta. Ma è una vendetta che sembra non arrivare mai al punto, perché quando attuata questa chiama altra vendetta ed altro sangue che chiama altro sangue ed altra vendetta. Sembra quasi che debbano morire tutti, anche coloro che son stati solo vittime, per mettere fine a questo sciagurato circolo vizioso. Un nuovo giorno è possibile solo quando i morti son stati finalmente seppelliti, ed ha le sembianze di uno dei pochi Andronici rimasti: Lucio.


Tanti sono i riferimenti al mondo classico: i personaggi coinvolti o le vicende che si trovano ad affrontare son spesso paragonati ai protagonisti delle storie narrate da Omero. Esplicitamente menzionate, invece, sono le Metamorfosi di Ovidio. Lavinia addirittura si affanna nel tentativo di voltare le pagine coi suoi moncherini, per trovare la storia di Filomela e spiegare, tramite essa, cosa le fosse successo.

Certo non è una lettura per chi ha uno stomaco debole. Non è divertente, non è particolarmente leggera. Ma come sempre mi è accaduto con i testi di Shakespeare una pagina tira l'altra, e al massimo in un paio di giorni il sipario cala sulla scena. Capisco che venga vista come un'opera grezza rispetto alle altre, e vedo da me che è un'opera che punta più sulla spettacolarità che sul contenuto; tuttavia avendo studiato Diritto Romano so bene che gli antichi latini non erano esattamente un popolo mite dolce e pacifico e sarà per questo che non ho trovato niente di surreale nelle barbarie che i personaggi s'infliggono a vicenda.

Il Tito Andronico mi è piaciuto, c'è poco altro da dire. L'ambientazione così nitida, i personaggi feroci e crudeli fino al midollo; la sventurata Lavinia, difficile se non impossibile da dimenticare. E poi Tamora ed Aronne, burattinai meschini ingannati alla fine dalla propria stessa arroganza.

Il primo Shakespeare dell'anno è stato spietato, brutale, uno splatter classico, e innegabilmente intenso.
 

giovedì 10 dicembre 2015

Williamland #3: note biografiche

È stato un caso che qui sul blog iniziassi quasi contemporaneamente ad occuparmi di Omero e di Shakespeare: due autori senz'altro lontani per tempo e per luogo, per lingua e per tradizioni; a primo impatto forse non si penserebbe che abbiano molto in comune, se non per qualche richiamo che il drammaturgo mette in bocca ai suoi personaggi in onore del poeta greco. In realtà, questi due grandi della Letteratura sono accomunati dal mistero che avvolge le loro esistenze. Di entrambi è stato detto – tra le altre cose – che non siano mai esistiti, che i loro nomi siano solo degli pseudonimi dietro cui si celava un collettivo di scrittori. Di Shakespeare, poi, in molti sostengono che fosse in realtà un italiano emigrato in Inghilterra, tale Guglielmo Crollalanza, traduzione letterale di William Shakespeare; questa tesi prende le mosse dalle numerose opere ambientate in Italia, dalla Sicilia di Molto rumore per nulla alla Verona di Romeo e Giulietta alla Venezia de Il mercante di Venezia. Secondo i sostenitori di questa teoria, il drammaturgo inglese aveva una conoscenza troppo coerente e dettagliata non solo delle città utilizzate come sfondo delle sue opere, ma anche della cultura, della letteratura e persino della legislazione italiana: un quadro estremamente realista, troppo secondo alcuni per esser stato appreso solo da racconti di viaggio altrui.


Le notizie sulla vita di Shakespeare, al contrario dei testi teatrali da lui scritti, sono decisamente poche. La data della sua nascita è stata tradizionalmente fatta risalire al 23 Aprile del 1564, in quel di Stratford-upon-Avon, figlio di un fabbricante di guanti e di una donna discendente da una famiglia prosperosa. È probabile che venne educato nella grammar school locale. 
I dati indicano che nel 1582 sposò Anne Hathaway, otto anni più grande di lui.
Per quanto riguarda l'inizio della sua carriera di attore e scrittore non si sa nulla di certo; quel che si sa è che Londra divenne presto il centro della sua vita professionale e che nonostante questo la sua famiglia continuò a vivere a Stratford.
Nel 1592 era già un drammaturgo conosciuto. Fu probabilmente a causa dell'epidemia che causò la chiusura dei teatri di Londra dal 1592 al 1594 che iniziò a scrivere anche i suoi famosi sonetti. Amico e patrono di Shakespeare fu il Conte di Southampton.
Dopo l'epidemia Shakespeare divenne uno dei membri principali della compagnia teatrale the Lord Chamberlain's Men, ribattezzata the King's Men quando James I salì al trono nel 1603. Con loro Shakespeare lavorò per il resto della sua carriera come attore, drammaturgo e amministratore. Più tardi divenne anche membro del sindacato che costruì il Globe Theatre.
Shakespeare morì nel 1616 e fu seppellito nella chiesa di Stratford.

Come poeta, Shakespeare scrisse 154 sonetti, tutti negli anni '90 del '500 – anche se furono pubblicati solo nel 1609 – e tutti scritti in forma Elisabettiana. La maggior parte dei sonetti shakespeariani trattano temi quali l'amore ed il tempo, suggerendo l'idea che l'amore supera la dimensione temporale e, ovviamente, che la poesia sopravvive ad entrambi. Altri temi sono la bellezza, la morte, l'amicizia, il potere dell'amato e la sofferenza dell'innamorato. Sono argomenti tipici dei sonetti dell'epoca, ma quelli di Shakespeare hanno un'energia ed una complessità uniche nel loro genere.
I primi 126 sono indirizzati ad uno young man, probabilmente un giovane aristocratico che era altresì un patrono del poeta, mentre gli altri sono dedicati ad una misteriosa dark lady.

First Folio
Per quanto riguarda il teatro, invece, solo la metà delle sue opere fu stampata quando l'autore era ancora in vita; alcuni di questi testi furono trascritti dagli stessi attori e sono conosciuti come bad quartos per via della loro non accuratezza. Fu solo nel 1623, sette anni dopo la morte di Shakespeare, che due attori membri originari della compagnia e amici del maestro, Heminges e Condell, decisero di pubblicare una collezione dei suoi drammi nel cosiddetto First Folio. In questo volume i drammi furono raggruppati semplicemente come Commedie, Drammi Storici e Tragedie, non ordinati cronologicamente. Stabilire un ordine di composizione, pertanto, risulta particolarmente difficile; per ricostruire un ordine temporale almeno approssimativo, editori e critici hanno utilizzato un metodo che analizza le opere shakespeariane sulla base di tre diversi tipi di indizi:
indizi esterni, riferimenti alle opere di Shakespeare nei lavori di altri scrittori;
indizi interni, riferimenti ad eventi contemporanei all'interno dei testi teatrali;
indizi stilistici, quindi lo stile, la trama, il linguaggio e la metrica utilizzate in ogni dramma.

Sulla base di questi indizi le opere teatrali di Shakespeare possono essere divise in cinque diversi periodi: apprendistato (1590–95), maturità (1595–99), esperimenti (1600–04), tragedie (1604–08) e ultimi drammi (1608–13).

Non sapremo mai la verità sull'identità di William Shakespeare, ognuno resta libero di credere alle teorie che più gli sembrano realistiche o che più lo affascinano; d'altra parte è uno dei luoghi comuni più antichi che il mistero generi curiosità e crei attrazione, ed anche in questo caso il punto interrogativo che grava su un autore tanto prolifico e tanto immenso deve aver giocato la sua parte nell'immaginario di lettori, studiosi ed artisti. Un esempio su tutti, che resta il mio preferito, è il film Shakespeare In Love del 1998, diretto da John Madden e che vanta nel cast Gwyneth Paltrow, Joseph Fiennes, Geoffrey Rush e Judi Dench in cui viene raccontata una fantasiosa storia su come sia nata la tragedia di Romeo e Giulietta. Un film godibilissimo, premiato tre volte dalla British Academy of Film and Television Arts, con tre Golden Globe e ben 7 Oscar, che ben ricostruisce l'ambiente in cui Shakespeare visse e lavorò e contiene anche qualche altra vicenda su cui non abbiamo certezze, come ad esempio la circostanza secondo cui fu Kit Marlowe a suggerirgli l'idea per Romeo e Giulietta, o la morte dello stesso in una rissa da taverna.

Josephn Fiennes, Shakespeare in Love
Nel mio immaginario, onestamente, non riesco a separare William Shakespeare dall'Inghilterra e dunque mi è difficile credere che fosse un immigrato italiano; poco importa, del resto, che le notizie sulla sua vita siano così poche e così vaghe: fintanto che sono giunte le sue opere dovremmo considerarci a posto.

lunedì 23 novembre 2015

L'Inghilterra di Shakespeare, seconda parte

Dunque, col precedente post ero arrivata a parlarvi della Riforma Protestante e dei conflitti tra Enrico VIII e Papa Clemente VII; dal momento che il mio non vuole essere un minuzioso ripasso di nozioni storiografiche quanto piuttosto un ritratto generale della situazione inglese nel momento in cui si affermò sulle scene William Shakespeare, proseguo col raccontarvi cosa accadde dopo il regno fastoso e movimentato di Enrico VIII.

Edoardo VI
Maria I
ritratto di Thomas Mor
Edoardo VI succedette al padre Enrico VIII, salendo al trono all'età di dieci anni. Governò l'Inghilterra per soli sei anni, fino alla sua morte prematura avvenuta nell'Aprile del 1533. Durante il suo breve regno, ebbe inizio – come conseguenza della Riforma Protestante – la persecuzione dei Cattolici della Chiesa Romana, che a sua volta scatenò la reazione dei Cattolici contro i Protestanti. Fu questa situazione turbolenta che accolse Maria I quando questa salì al trono. Maria I passò alla storia come Maria La Sanguinaria a causa della sua spietata persecuzione ai Protestanti, nel tentativo di restaurare la religione Cattolica cui era devota la madre, Caterina d'Aragona. Nel 1554 sposò il più fervente dei Cattolici, Filippo II di Spagna. Questa mossa la costrinse a coinvolgere l'Inghilterra nella guerra contro la Francia, rimettendoci i possedimenti francesi – in particolare la città di Calais, ultimo rimasuglio dell'impero della Casata dei Plantageneti (cui appartenevano sia i Lancaster che gli York, le due fazioni scontratesi nella Guerra delle due rose). Durante il regno di Maria I vennero messi al rogo circa 300 Protestanti inglesi. Non ebbe figli; alla sua morte, pertanto, salì al trono la sorellastra Elisabetta I, che come prima cosa restaurò il Protestantesimo come religione nazionale.

Il regno di Elisabetta I
Elisabetta I
Ritratto con ermellino

Elisabetta I divenne regina nel 1558 ed è durante il suo regno (1558 – 1603) che il Rinascimento tocca le vette più alte. Il regno di Elisabetta fu un periodo politicamente molto significativo per l'Inghilterra, un periodo che diede al Paese un consistente senso di unità e stabilità. Elisabetta si circondò di brillanti consiglieri, che divennero il suo Consiglio Privato formato da circa venti membri.
Nel 1570 Papa Pio V scomunicò Elisabetta, esortando i Cattolici fedeli alla Chiesa a deporla dal trono. Seguirono una serie di complotti ai danni della regina, il più famoso dei quali quello ad opera di Mary Stuart, regina di Scozia, interessata al trono inglese. Mary Stuart fu incarcerata per vent'anni ed infine messa a morte nel 1587.
Il regno di Elisabetta coincide con l'inizio dell'Impero Britannico, in parte dovuto al sostegno che lei diede alla forza navale inglese, grazie alla quale l'Inghilterra divenne una delle più potenti nazioni europee. Elisabetta I proseguì a suo modo la politica del nonno Enrico VII.
La Spagna fu la sua più acerrima nemica: nel 1558 la flotta inglese sconfisse l'Armada Spagnola, e si trattò di uno dei più grandi successi militari dell'Inghilterra.
Non meno importanti le esplorazioni di nuovi territori svolte in quegli anni: tra il 1577 ed il 1580 Sir Francis Drake circumnavigò la terra, mentre Sir Walter Raleigh portò in Inghilterra, dall'America, il tabacco e le patate.

Nonostante l'incessante pressione, Elisabetta non si sposò mai, passando alla storia come La Regina Vergine, che fece della sua castità un'arma politica per mantenere la stabilità del Paese.
Col suo carisma, catturò l'immaginario di molti poeti e scrittori che facevano parte della sua corte, alcuni dei quali si dimostravano ansiosi di ricevere il suo favore. Tra questi, ricordiamo ad esempio Edmund Spencer e John Dee.
L'iconografia elisabettiana – o almeno la sua raffigurazione poetica – si rifà ancora alla donna idealizzata dell'amor cortese medievale, ed era vista come il centro attorno al quale tutto il resto orbitava.

Judi Dench interpreta Elisabetta I
Shakespeare In Love, 1998

Durante il Rinascimento inglese la letteratura diventa lo strumento attraverso cui cercare significati piuttosto che un mezzo per esprimere significati che già esistono. Benché la società elisabettiana poggiava ancora su un'idea di ordine e stabilità derivante dalle convinzioni cosmologiche medievali, scrittori e poeti di quest'epoca sono i primi a sentire ed indagare le correnti del caos e dell'incertezza ed è in questo che il Rinascimento può considerarsi la fase di transizione verso l'epoca moderna.
La letteratura inglese trova le risposte più vitali e stimolanti alle nuove sfide nel teatro, in particolare quello di Webster, Jonson, Marlowe e – ovviamente – in quello di William Shakespeare.

domenica 22 novembre 2015

L'inghilterra di Shakespeare, prima parte

Negli ultimi giorni ho riflettuto meglio su alcuni progetti che ormai da un po' mi ronzavano nella testa, progetti che in ogni caso avrei voluto iniziare a livello personale e che ho pensato sarebbe stato divertente e forse più stimolante condividere qui in questo mio piccolo spazio. Per questo, noterete che in testa al blog son spuntate delle nuove pagine, in particolare I pilastri e Williamland; de I pilastri mi riservo di parlare più avanti, perché non ho ancora i mezzi per iniziare a farlo. Per quanto riguarda Williamland, invece, si tratta di uno spazio che ho deciso di riservare interamente a William Shakespeare. Vi invito a dare un'occhiata alla sezione interessata per scoprire i presupposti e gli intenti di questo progetto alla scoperta di uno dei più grandi autori inglesi, nella speranza che sia un viaggio che in molti decidiate d'intraprendere insieme a me.

Ma prima del confronto diretto coi testi, credo sia fondamentale farci un'idea del contesto storico e culturale in cui visse e soprattutto scrisse Shakespeare. Dunque siete pronti ad una – più o meno – rapida infarinatura (o ripasso) di storia inglese? Cominciamo!

Il Rinascimento inglese
Il Rinascimento in Inghilterra arriva in ritardo rispetto al resto d'Europa a causa delle interminabili guerre che a lungo afflissero il Paese: la Guerra dei cent'anni (1338 – 1453) prima e la Guerra delle due rose (1454 – 1485) poi; in compenso, a differenza del Rinascimento italiano – caratterizzato dall'instabilità politica – quello inglese si svolse in un contesto sociale relativamente stabile.
E' un momento storico-culturale in cui i progressi della conoscenza si manifestano in tutti i campi: da quello filosofico a quello letterario, da quello morale a quello sociale, da quello scientifico a quello religioso. Significativo è il fatto che le Università di Oxford e Cambridge, fondate nel quattordicesimo secolo, riscoprono in questo periodo le culture classiche, non solo quella Greca e Latina ma anche quella Ebraica, culture che erano state a lungo trascurate o addirittura soppresse. E' proprio da questa rinascita che il Rinascimento prende il suo nome.

Il Rinascimento viene spesso considerato come l'inizio dell'età moderna. In realtà, la curiosità che contraddistingue l'epoca rinascimentale è rivolta soprattutto al passato, con particolare interesse verso le idee ed il modello di civiltà dell'antica Roma e dell'antica Grecia, che durante il Medioevo erano state invece messe in ombra dalla Chiesa che le tacciava di paganesimo.
Fondamentale spinta al diffondersi del sapere fu ovviamente l'avvento della stampa, avvenuto in Inghilterra ad opera di William Caxton nel 1476.
Erasmo da Rotterdam
Figura chiave dell'epoca fu Erasmo da Rotterdam (1466 ca – 1536), soprattutto per la sua nuova traduzione latina della Bibbia (1515) ma anche perché incoraggiò fortemente l'insegnamento del latino in Europa, nella speranza che diventasse una sorta di lingua franca con cui potessero comunicare le persone istruite originarie di Paesi diversi.

Durante il Rinascimento l'uomo, i suoi pensieri e le sue azioni iniziano finalmente a prevalere sulla sfera divina, dominante per tutto il Medioevo, dando vita a quel movimento culturale che tutti conosciamo come Umanesimo. L'uomo diventa il centro di un'attenta indagine artistica, culturale e morale, esaltato come centro stesso dell'universo.



La dinastia Tudor
La Guerra delle due rose, che aveva visti contrapposti Lancaster e York, si concluse con l'ascesa al potere di una nuova dinastia: i Tudor. Il primo re Tudor fu Enrico VII, sotto il regno del quale l'Inghilterra conobbe un periodo di stabilità economica e politica.
Enrico VII
Enrico VII, un uomo cauto e parsimonioso, si dimostrò un governatore estremamente abile e venne considerato il restauratore dell'ordine e dell'unità nazionale dopo il lungo periodo di guerre. Durante il suo regno però, durato ben ventiquattro anni, Enrico VII considerò davvero poco il Parlamento, che consultò solo sette volte preferendo invece consultarsi con una stretta cerchia di fidati consiglieri.
Enrico VII
Alla sua morte salì al trono il figlio Enrico VIII, che nulla aveva della frugalità paterna: il nuovo re non si faceva scrupoli di spendere e spandere la sua eredità pur di mantenere una corte incredibilmente numerosa e fastosa. Amante della musica, della poesia, dello sport, era al contempo un uomo incredibilmente brutale, che non esitava a mettere a morte chi gli recasse problemi. Ciò per cui Enrico VIII è più ricordato, probabilmente, è la storia del suo disperato tentativo di mettere al mondo un erede maschio, impresa che lo portò a concludere sei matrimoni, tra cui quello più famoso con Anna Bolena. Alla fine ebbe un solo figlio legittimo e due figlie, che divennero in successione: Re Edoardo VI, Regina Maria I e Regina Elisabetta I.

Papa Clemente VII
La dinamica della fine del primo matrimonio di Henry VIII si lega profondamente alla storia della Riforma Protestante: Enrico VIII, sposato con Caterina d'Aragona – da cui aveva avuto solo la figlia Maria – era determinato a divorziare per poter sposare la cortigiana Anna Bolena. Questa situazione lo mise in diretto conflitto con la Chiesa Cattolica e con Papa Clemente VII, che arrivò a scomunicare il re.
Quando Enrico VIII si rese conto che non sarebbe mai riuscito ad ottenere né il divorzio né l'annullamento del matrimonio, fece un passo che avrebbe influenzato ogni aspetto della vita e della cultura inglese: attraverso il cosiddetto Act of Supremacy (1534) mise fine al potere della Chiesa Cattolica in Inghilterra, autoproclamandosi “Capo Supremo della Chiesa" d'Inghilterra.


Sir Thomas Moore
Tommaso Moro, Lord Cancelliere, fu l'unico a rifiutarsi di riconoscere sia l'Atto di Supremazia sia il divorzio del re, e per questo il grande scrittore e pensatore fu accusato di alto tradimento e condannato a morte nel 1535.

Tutto questo, va ricollegato alla Riforma Protestante che aveva già iniziato a diminuire il potere internazionale della Chiesa Cattolica: nel 1517, sulla porta della sua chiesa a Wittenberg, Germania, Martin Luther affiggeva le sue 95 Tesi dando vita alla Chiesa Protestante, presto abbracciata dall'Inghilterra. La differenza cruciale tra Protestantesimo e Cristianesimo risiedeva nel rapporto tra chiesa e stato. Lutero accettava, generalmente, il potere del re di legiferare su questioni religiose, estendendo quindi la potestà del re.

Queste circostanze aiutano a comprendere meglio il comportamento di re Enrico VIII.


Fine prima parte



Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina , Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna. Il commento al rom...