lunedì 12 aprile 2021

Il Conte di Montecristo, Alexandre Dumas

 Devo ammetterlo, forse commetto un errore. L’errore di avere un’opinione così alta ed un tale rispetto verso i classici della letteratura mondiale – e quella ottocentesca in particolare – da attribuir loro quasi la caratteristica dell’infallibilità. Dimentico a volte che quello che oggi è un grande classico è stato un tempo un libro come un altro, un romanzo fresco di pubblicazione verso il quale il lettore comune non nutriva i sentimenti che oggi circondano e ammantano la fama di certi titoli. Vero è però che il mio culto per i classici non nasce dal nulla, ma dal fatto che ormai – seppur me ne mancano ancora tantissimi, e di fondamentali – posso anche affermare di averne macinati parecchi sino ad oggi ed un classico che mi avesse completamente delusa non lo avevo ancora incontrato. Ce n’è stato qualcuno che non mi è piaciuto, certo, come ad esempio Effie Briest di Theodor Fontane – noiosissimo, con dei personaggi antipatici costruiti male ed una visione delle cose retrograda anche per la sua epoca (1894-95) – o Il sosia di Dostoevskij che sono certa di non aver capito. Ma anche in questi casi, pur non comunicando con i miei gusti e la mia sensibilità, ho chiuso quei testi con la sensazione di aver imparato qualcosa, di uscirne arricchita ed in qualche misura appagata. Dopo un intero mese passato a leggere le 1205 pagine che compongono Il Conte di Montecristo, invece, sono esattamente la stessa persona che ero prima di cominciarlo ed oltre alle varie questioni su cui mi dilungherò a breve, su ciò che questo romanzo contiene l’unica domanda che sarei riuscita a farmi sarebbe stata: e quindi?! Ma andiamo con ordine.

Di cosa parla Il Conte di Montecristo.

Il romanzo si apre sul ritorno a Marsiglia, dopo mesi trascorsi in mare aperto, della nave Pharaon, il cui capitano si era ammalato e poi morto durante il viaggio. Per questo, il comando era stato preso in via provvisoria da Edmond Dantès, giovane ed abilissimo marinaio molto amato dagli uomini al suo servizio. Dantès si configura subito come un ragazzo semplice, dal cuore puro, guidato da saldi principi e valori onesti, incapace di secondi fini e pertanto indifeso contro la malizia altrui. Al momento dello sbarco, giudicato ottimo il lavoro da lui svolto, il proprietario della nave – l’armatore Morrel – si sbilancia nel dirgli che ci sono ottime possibilità che venga subito promosso a capitano. Dantès, col cuore colmo di gioia e riconoscenza, sogna già questa prospettiva, che renderebbe più facile la sua vita e quella di coloro che ama, ovvero due sole persone al mondo: il vecchio padre, che vive di ciò che il figlio guadagna, stringendo la cinghia durante le sue lunghe assenze, e la bellissima catalana Mercedes, che aspetta pazientemente il ritorno del suo innamorato. Dantès sta quindi per coronare le sue umili ambizioni – una posizione lavorativa rispettabile e ben retribuita, il matrimonio con la donna che ama e la tranquillità per suo padre – ma c’è chi, nonostante lui non abbia fatto nulla per meritarlo, cova nei suoi confronti odio e gelosia. C’è chi lo invidia per l’avanzamento di carriera, chi lo considera un rivale in amore, chi nutre per lui una grande antipatia. Da quest’avversione comune nascerà un complotto ai danni di Edmond, destinato a stravolgere il corso della sua vita. A causa di una falsa denuncia anonima che lo accusa di bonapartismo nel periodo in cui Napoleone è esiliato all’Elba e la monarchia francese si è ristabilita sul proprio trono, Dantès viene arrestato; ad interrogarlo è il procuratore del re Villefort, che comprende subito l’innocenza del ragazzo, ma ha i suoi interessi personali nell’insabbiare più in fretta possibile tutta questa storia. Così, il povero Dantès viene gettato nelle segrete del castello d’If, dove resterà per ben quattordici anni. Periodo durante il quale, ad un certo punto, avrà la fortuna (ed è il caso di sottolineare questa parola) di conoscere l’abate Faria, creduto da tutti un povero vecchio pazzo perché continua a promettere un immenso tesoro in cambio della propria libertà. Dantès scopre ben presto che Faria è tutt’altro che pazzo, ma al contrario un uomo dalla cultura vastissima e dotato di grande ingegno, che invece di abbandonarsi alla disperazione – come lui invece stava facendo – aveva incessantemente lavorato di mente e di braccia per trovare un modo per evadere. Gli anni di prigionia diventano così immensamente preziosi, perché Edmond si farà insegnare da Faria tutto ciò che sa ed il vecchio, che finisce con l’amarlo come un figlio, gli svela tutti i segreti circa il suo famoso tesoro, lasciandoglielo in eredità se mai fosse riuscito ad uscire vivo di lì. E’ grazie a questi presupposti – cultura, conoscenza e denaro – che Edmond Dantès si trasformerà nel Conte di Montecristo, sposando come unico scopo della propria esistenza quello di vendicarsi dei colpevoli della propria sorte.

Pubblicato a puntate a partire dal 1844, Il Conte di Montecristo si inserisce a pieno titolo nel filone del feuilleton – tanto in voga a quell’epoca – ovvero il romanzo d’appendice, un genere letterario che aveva come obiettivo principale quello d’intrattenere le masse, e per questo presentava di solito trame avventurose e grandi intrecci che avrebbero mantenuto vivo l’interesse nonostante la pubblicazione episodica.

I motivi per cui questo romanzo non mi è piaciuto per niente.

1.      La superficialità di Alexandre Dumas, ed il suo stile di scrittura.

Fin dalla prima pagina la scrittura di Dumas mi è parsa molto semplice, tant’è che la prima cosa che vien da pensare, leggendolo, è quanto sia scorrevole. Dal canto mio però credo che l’aggettivo scorrevole non sia nulla di particolarmente lusinghiero: da un romanzo scritto bene quasi mi aspetto che sia scorrevole, così come esistono libri assolutamente mediocri di cui si può comunque dire che siano scritti in modo scorrevole. Se fossi stata onesta con me stessa avrei storto un po’ di più il naso fin dal principio, ma ben conoscendo l’entusiasmo generale che circonda i romanzi di Dumas mi son detta di dargli un po’ più di tempo. Ebbene, il tempo non ha fatto altro che peggiorare sempre più la mia percezione della sua penna: lo stile di Dumas non è semplice – qualità che spesso apprezzo moltissimo – ma sempliciotto, ai limiti del banale e del grossolano. Non c’è stato un singolo momento in 1205 pagine in cui io possa dire di essermi veramente emozionata, qualsiasi momento o personaggio egli stia raccontando il tono è sempre il medesimo, incredibilmente piatto. Ed a questo si deve, evidentemente, il piattume dei suoi personaggi: benché ce ne sia qualcuno riuscito meglio (e più tardi ne parlerò) in linea di massima hanno tutti lo spessore delle comparse. Anche verso quelli principali, si sviluppa una certa familiarità solo a forza di vederli ricomparire ed a causa dell’importanza che rivestono all’interno della trama, ma mancano tutti del più vago senso di tridimensionalità. Non c’è costruzione emotiva né scavo psicologico, e di tutti loro alla fine non sappiamo molto di più di quanto ne sapessimo all’inizio. Non c’è vera e propria crescita o evoluzione: non sono i personaggi a muoversi ma soltanto le cose attorno a loro e loro restano, in fin dei conti, sempre uguali.

Non riesco a pensare ad una sola frase interessante dal punto di vista letterario, un guizzo in qualche scelta lessicale o costruzione sintattica (e no, non è colpa del traduttore perché, grazie alla scelta di leggerlo in compagnia, ho potuto confrontarmi con chi teneva in mano edizioni e traduzioni diverse dalla mia). Semmai rabbrividisco ancora – dalla noia e dalla bruttezza – di certe pagine fatte solo da dialoghi sterili ed un po’ inutili che hanno il solo scopo di far camminare la trama, ma che dubito possano soddisfare chiunque apprezzi una scrittura un minimo più sofisticata.

La superficialità di Dumas emerge tutta nel suo modo di gestire la materia storica, che ha voluto per forza buttare all’interno del romanzo ma dalla quale – secondo me – sarebbe stato molto meglio se si fosse tenuto lontano. Nella parte iniziale il contesto storico è – anche se sarebbe più corretto dire che sarebbe stato – di fondamentale importanza, ma Dumas non fa il minimo sforzo né per costruire veramente il contesto che ha deciso di usare né tanto meno di approfondire le questioni di cui si è voluto servire. Non pretendo un’accurata digressione storica da un romanzo d’intrattenimento, ma sono dell’idea che se decidi di usare come comparsa Napoleone in persona, e di usare elementi di un periodo delicato come quello post-Rivoluzione francese o lo fai bene, oppure meglio evitare. Mi chiedo come potrebbe, una persona che ha scarsa conoscenza del periodo, comprendere tutta una serie di cose di cui si parla, un po’ alla rinfusa, nella prima parte del romanzo e soprattutto come potrebbe capire perché essere accusati di bonapartismo in quel momento sia un’accusa tanto grave da essere sbattuti nelle segrete di un castello-prigione. Certo, esiste sempre l’opzione “se non sai le cose e vuoi capire te le vai a cercare da te” ma io mi chiedo: il bello di leggere romanzi di altre epoche non consiste anche proprio nell’imparare da essi, nella possibilità di approfondire nozioni fredde e distanti grazie ad una storia che le rende vive?

Io son proprio di quest’idea, tant’è che mentre affrontavo queste pagine in cui si parla a vanvera di bonapartismo e realismo trovandole incredibilmente noiose – e noiose proprio perché superficiali, poco approfondite, scritte male – il pensiero andava da sé al lavoro straordinario svolto da Charlotte Bronte, che nel suo Shirley, avendo deciso di usare come periodo in cui ambientare la propria storia quello della Rivoluzione industriale, ha saputo ricrearne perfettamente tutte le tensioni, facendomi comprendere come mai avevo potuto capire prima che cosa comportasse nella vita quotidiana di un piccolo imprenditore inglese il blocco napoleonico – e guarda caso torna proprio la figura di Napoleone, forse è da questo che scaturisce il mio confronto – e perché l’avvento dei macchinari nell’industria scatenò tanta divisione e tante difficoltà. Eppure, neanche quello è un romanzo storico.

L’idea che Dumas fosse un autore un tantino superficiale viene poi avvalorata da due informazioni. La prima è che venne ripetutamente citato in tribunale per questioni legate ai diritti d’autore, dal collega Auguste Maquet, anch’egli scrittore e drammaturgo. Dumas si era affidato a lui durante la stesura di tutti i suoi romanzi, ricevendo da Maquet un contributo fondamentale per quanto riguarda la costruzione storica e l’ambientazione delle proprie opere. Che si sia però dimenticato di lui, dopo aver ottenuto il successo sfruttando le sue conoscenze? Tra gli esperti c’è chi sostiene che Maquet abbia scritto interi capitoli dei romanzi di Dumas, chi dice che “Maquet realizzava ciò che Dumas non riusciva a scrivere” – fatto sta che in seguito alle guerre in tribunale Maquet ottenne un rimborso di 145.200 franchi, perdendo però i diritti sulle opere che aveva contribuito a scrivere.

La seconda informazione che alimenta il mio giudizio di superficialità sull’approccio che Dumas aveva nei confronti del proprio lavoro, è che il manoscritto de Il Conte di Montecristo è famoso anche per essere pieno di refusi, sviste, imprecisioni, trascuratezze. Sono dettagli che non inficiano in particolar modo la lettura, spesso anzi solo il lettore sempre vigile e meticoloso se ne accorgerebbe. Nella mia edizione – I grandi classici di Bur – però questi momenti venivano sempre segnalati con una nota a piè di pagina, perciò è stato inevitabile ad un certo punto rendermi conto di come a Dumas non importasse più di tanto se certi dettagli della propria costruzione narrativa fossero corretti o meno.

Il Conte di Montecristo si regge solo ed unicamente sulla trama e sul susseguirsi degli eventi. Non dovrei aspettarmi altro da un romanzo d’appendice di destinazione popolare, forse – invece mi aspetto molto, ma molto di più, perché purtroppo non è la prima opera riconducibile a questo filone che leggo. E se penso che Charles Dickens o il suo amico e collega Wilkie Collins operavano con le stesse modalità non posso che mettermi le mani nei capelli per la distanza che separa una qualunque delle loro opere dal capolavoro di Dumas in termini di qualità – sotto ogni punto di vista, ma soprattutto quello stilistico e letterario. Prendete un personaggio qualunque a caso, anche uno che compare una volta sola, in un’opera qualunque di questi due autori e sarà mille volte caratterizzato meglio dello stesso Dantès.

2.      Edmond Dantès alias Conte di Montecristo.

Edmond Dantès riusciva almeno a farmi tenerezza. Chiunque ne proverebbe per il giovane marinaio così puro, onesto e fiducioso e chiunque proverebbe dispiacere per le sue prospettive spezzate a causa della malignità e dell’arrivismo altrui. La mia antipatia profonda e radicata infatti non è tanto verso Dantès – se lo identifichiamo col giovane innocente ingiustamente incarcerato – ma per colui che riemerge dalle segrete del castello d’If, ovvero il Conte di Montecristo.

Personaggio totalmente irrealistico, più piatto degli altri, in preda ad un insanabile delirio di onnipotenza e con quello che secondo me è un grave disturbo narcisistico della personalità.

Affermo questo perché sono incalcolabili i momenti in cui egli afferma di essere strumento della Provvidenza, la quale senz’altro esiste ma non sempre si palesa e concretizza sulla Terra, per questo il buon Dio ci ha mandato lui, grazie al cielo. Siamo tutti d’accordo che abbia subito delle profonde ingiustizie, per di più gratuite, e sebbene l’idea di vendetta sia un sentimento distante anni luce dal mio modo d’essere – sono una persona quasi incapace di portare del semplice rancore, figuriamoci – avrei compreso il suo desiderio di restituire il male subìto a chi per primo lo aveva causato. Ma il suo sentirsi/credersi/porsi come un essere superiore che ha diritto di vita e di morte sugli altri proprio non riesce ad andarmi giù: chi gli ha conferito tale diritto? Chi l’ha eletto a strumento divino sulla Terra?

Dalla sua bocca escono più di una volta espressioni come la seguente:

“Per me il buon servitore è quello su cui ho diritto di vita e di morte”.

E qui non si rivolge neanche ai suoi nemici, ma per l’appunto ai suoi servitori. Ed un personaggio che la pensa così è un personaggio straordinario, che merita tutta l’ammirazione di cui gode? Non riesco proprio a spiegarmelo e lo trovo al contrario totalmente indifendibile, come nella storia del suo schiavo – e sottolineo schiavo – Alì, che non approfondisco per non fare spoiler.

Il suo delirio non sta solo nella percezione di sé come strumento divino del bene con la missione di far


pulizia laddove ha agito il male; la sua follia si manifesta anche in contesti da lui percepiti come positivi: così come punisce quelli che gli hanno tolto tutto, allo stesso modo si prodiga per ricompensare quelli che, al contrario, hanno tentato per quanto possibile di aiutarlo. Ma il suo modo di elargire la ricompensa non appare come disinteressato, è tutto permeato di egocentrismo e narcisismo: nel momento in cui viene riconosciuto come benefattore egli gode smisuratamente dell’adorazione altrui. Infatti ciò che ho visto in determinati momenti del romanzo – quei momenti in cui sembrava doveroso sciogliersi dalla tenerezza per il buon cuore del Conte – io ho visto solamente un uomo pieno di sé che non ne aveva mai abbastanza di essere idolatrato da persone che – come del resto qualunque personaggio del libro – pendono dalle sue labbra.

Ed ecco, parliamo di questo. Perché diamine tutti pendono dalle sue labbra e vengono tramortiti all’istante dal suo carisma?! Questa è un’altra cosa che faccio fatica a spiegarmi, perché se è vero che il Conte, col suo aspetto fuori dal comune, i suoi modi ed abitudini frutto di interminabili viaggi intorno al mondo, non lo fanno passare inosservato nell’alta società piena delle sue convenzioni, mi sembra comunque eccessivo che nessuno sia in grado di tenergli testa (anche perché io tutto questo pozzo di scienza in lui non l’ho visto, ma vabbè).

Per me il Conte è un personaggio totalmente irrealistico, perché Dumas gli attribuisce qualunque dote e qualità. Lo descrive come bellissimo (però pallido e tenebroso), fortissimo, ricchissimo, poliglotta, eccellente in qualunque attività, dottissimo in ogni disciplina! Anche meno verrebbe da dire, no? A ben guardare, il Conte di Montecristo mi sembra l’antesignano perfetto del protagonista maschile dello young adult medio.

A rendere poco credibile il suo personaggio non è nemmeno l’eccessiva perfezione. La storia della letteratura, del cinema o delle serie tv, così come anche la realtà storica è ricca di figure dal genio smisurato, così grande in un campo solo o spalmato in diversi talenti; ma quasi sempre ad una genialità smisurata, cui faremmo quasi fatica a credere, arrivano a fare da contrappeso uno o più profondissimi punti deboli. La fragilità umana, semplicemente, che non risparmia nemmeno i migliori tra di noi. E di solito è proprio quella fragilità che ci permette di amare a pieno il genio inarrivabile, perché lo avvicina a noi e questo accorciamento di distanza è lo spazio in cui ha modo di nascere l’empatia.

Ecco, tra noi ed il Conte la distanza resta vastissima e luoghi di empatia non se ne trovano. Il Conte non ha debolezze, è sempre perfetto, impeccabile, tutto d’un pezzo, non ne sbaglia una. C’è un unico momento in cui va in crisi – ma roba di un attimo, si ripiglia subito – e di cui infatti non ero riuscita a comprendere il motivo.

// inizio spoiler //

Mi riferisco al momento in cui scopre la morte della signora Villefort e di Edouard. Leggendo l’approfondimento a cura del traduttore Guido Paduano ho potuto far chiarezza sul motivo della crisi, che ovviamente è legato soltanto al delirio di onnipotenza: la crisi è infatti dovuta al fatto che quelle due morti non era state premeditate né tanto meno previste da lui, e questo fuori programma gli ricorda che non tutto è in suo potere, trasformando il provvidenzialismo in fatalismo.

// fine spoiler //

Un’altra cosa che rende il Conte un personaggio lontanissimo da qualunque cosa mi possa piacere è la divisione sempre nettissima che esiste nella sua testa, nelle sue azioni e nella sua visione della realtà in bianco e nero, bene o male. Forse dovrebbe essere tutto così semplice, ma la realtà è che esistono sempre un milione di sfumature ed io un personaggio che le sfumature non sa neanche cosa sono – e che infatti quando gliene si presenta una è l’unico momento in cui dà di matto – non lo posso amare né quasi concepire.

3.      L’unica cosa che avrei salvato e poi invece no.

In tutto questo, sì, c’era una cosa che avrei salvato: okay – mi dicevo – non mi è piaciuto quasi niente, ma che Dumas abbia una fantasia smisurata glielo possiamo concedere, la trama di per sé era avvincente e l’ha tenuta su bene, almeno questo sì. Ecco, invece no, perché – udite udite – di farina del suo sacco ce n’è ben poca. Il Conte di Montecristo è ampiamente basato – per non dire copiato – su Le diamant et la vengeance (“Il diamante e la vendetta”) di Jacques Peuchet, a sua volta basato su un fatto di cronaca nera (1838). La coincidenza di fatti e personaggi tra l’opera di Dumas e quella di Peuchet è talmente elevata che non potrei esporli senza fare spoiler a chi non ha ancora letto il romanzo, ecco quant’è alta la percentuale di cose identiche tra i due titoli in questione. Perciò no, nemmeno l’inventiva di Dumas può riscuotere da parte mia particolare stima.

4.      Cosa salvo davvero.

Mi sento di salvare dal mio commento impietoso solamente i personaggi ed il filone narrativo legato a casa Villefort. I personaggi di questa famiglia sono gli unici tratteggiati discretamente, a mio avviso, nonno Noirtier e Valentine su tutti e le vicende che si sviluppano in mezzo a loro sono state le uniche che mi hanno dato forza sufficiente per arrivare alla conclusione del romanzo quando veramente non riuscivo a tollerarne più niente.

5.      Per concludere in bellezza:

nelle note biografiche sull’autore presenti a fine volume ho potuto apprendere questo:

            (Dumas) acquista un terreno a Port-Marly, dove progetta di costruire la propria residenza. Il Castello di Montecristo, inaugurato nel 1847, sarà un ritrovo d’obbligo per la Parigi mondana dell’epoca e un simbolo dell’incontenibile istrionismo del proprietario.

Ora, non so che percezione avete voi di un fatto del genere, ma io non sono riuscita a trattenermi dal farmi qualche risata, perché lo trovo assurdo e ridicolo. Questa è stata la ciliegina sulla torta, che ha completato un immagine di Alexandre Dumas come un uomo forse un po’ mediocre ma pieno di sé, che ha farcito il personaggio di Edmond Dantès con tutti gli -issimo che avrebbe voluto essere, e che ha completato il suo vanaglorioso sogno ad occhi aperti costruendosi addirittura un castello in cui continuare ad autocelebrarsi davanti a tutti. Non ci posso credere.



Ma ora per favore, ditemi.

Cosa ci trovate voi tutti nelle pagine de Il Conte di Montecristo?

 

mercoledì 3 febbraio 2021

Il giardino dei Finzi-Contini / Giorgio Bassani

 Voglio cominciare raccontando una sensazione. Leggendo la prima pagina del primo capitolo del romanzo più noto di Bassani ho provato la stessa sensazione che, appena sedicenne, provai leggendo la prima pagina de La casa degli spiriti di Isabel Allende. Sono cose che si ricordano, perché anche se non hai idea di cosa ti aspetta, bastano quelle poche righe a farti spalancare qualcosa dentro - qualcosa che deve spalancarsi, perché un nuovo mondo - vite, viaggi, voci, cose, ricordi, lontananze e ritorni - sta per caderti dentro. Fin da subito, allora, serve che tu faccia spazio.

La tomba era grande, massiccia, davvero imponente: una specie di tempio tra l'antico e l'orientale, come se ne vedeva nelle scene dell'Aida e del Nabucco in voga nei nostri teatri d'opera fino a pochi anni fa. In qualsiasi altro cimitero, l'attiguo Camposanto Comunale compreso, un sepolcro di tali pretese non avrebbe affatto stupito, ed anzi, confuso nella massa, sarebbe forse passato inosservato. Ma nel nostro era l'unico. E così, sebbene sorgesse assai lontano dal cancello d'ingresso, in fondo a un campo abbandonato dove da oltre mezzo secolo non veniva sepolto più nessuno, faceva spicco, saltava subito agli occhi.

Poco importa che i Trueba ed i Del Valle non c'entrino nulla con i Finzi-Contini, che Bassani e la Allende siano due luoghi così lontani: ai miei occhi un parallelismo esiste ed è dato dalla capacità di far capire al lettore, fin dalla prima riga, che ha tra le mani una storia ad ampio, ampissimo respiro, che comincia da lontano ed ha così tanto da dire, che parlerà di famiglie antichissime la cui storia si intreccia in nodi sottili con la Storia. Quella narrata da Bassani, poi, è un pezzo della nostra Storia, un pezzo triste, oscuro, di cui c'è ben poco d'andar fieri.

Siamo a Ferrara. A condurci per le sue strade è un narratore di cui ignoro il nome e di cui però so tutto il resto. L'ho visto crescere, gli sono stata al centro del garbuglio della sua testa adolescente, giovane adulto l'ho guardato in silenzio dal centro del tumulto dei sentimenti. Per colpa sua ho incontrato Alberto, Micòl, il professor Ermanno, Giampi Malnate che adesso mi mancano tutti da morire.

I Finzi-Contini sono una famiglia aristocratica che vive in una casa maestosa, circondata da un bellissimo giardino. Conducono una vita appartata, gli altri cittadini di Ferrara li rispettano, pur ritenendoli un po' stravaganti. Alberto e Micòl sono i figli del professor Ermanno e della signora Olga, due ragazzi intelligenti e carismatici che però non fanno molta vita sociale. Studiano a casa, ed a scuola si presentano solo alla fine dell'anno per sostenere l'esame da privatisti. Hanno ben poche occasioni d'incontrarsi col nostro narratore - coetaneo di Micòl, Alberto di appena qualche anno più grande - ma in quell'occasionale incrociarsi scatta subitaneo un riconoscimento: riconoscimento che inizia con la consapevolezza di essere ebrei, e di condividere quindi le medesime tradizioni, un retaggio culturale estraneo agli altri ragazzi e ragazze, ma che prosegue poi con un'istintiva sintonia. Siamo negli anni Trenta. Presto piombano su di loro le leggi razziali, la loro vita viene come messa in pausa, posta in dubbio la possibilità di concludere quei percorsi universitari ormai cominciati - il nostro narratore alla facoltà di Lettere di Bologna, Micòl che prova a tradurre Emily Dickinson alla Ca' Foscari di Venezia, Alberto ingegneria a Milano - ed una generale emarginazione che piomba su di loro da un giorno all'altro, senza un reale perché. Sarà proprio questa questa esclusione da tutto il resto, però, a portare il protagonista dentro casa Finzi-Contini - già che sono nella medesima spiacevole situazione, perché non farsi compagnia almeno tra loro - ed è così che egli salderà la propria giovinezza a quella di Micòl e di Alberto, ma anche al professor Ermanno, così interessato ai suoi studi in letteratura, al Giampi, migliore amico di Alberto, col quale i dibattiti accesi sulle questioni del mondo che ogni pomeriggio sfiorano la lite, si trasformeranno in uno speciale sodalizio.

Il giardino dei Finzi-Contini però non è un romanzo incentrato sui fatti terribili di quegli anni, o sulla condizione ebraica. Queste sono tematiche presenti, fanno nel vero senso della parola da contesto - storico, culturale - e Bassani è magistrale nel non farceli dimenticare mai senza renderli per questo il fulcro della narrazione. Perché il fulcro è il diventare grandi, è il primo devastante amore, è l'amicizia a vent'anni. La scrittura di Bassani è bella in modo struggente, è malinconica, e ti avvolge come il buio fa con le stradine di Ferrara, percorsa sempre a piedi o in bicicletta. Una Ferrara che non ho mai visto - o forse una volta, troppo piccola per ricordarmene - eppure che ho la sensazione di conoscere come le mie tasche. C'erano scene difficili da raccontare in questo libro, alle quali so che, se scritte da una penna meno capace, avrei reagito storcendo il naso. C'è ad esempio il bacio meglio descritto che io abbia mai letto, e c'è un colloquio bellissimo - bellissimo perché credibile, reale - tra un padre insonne ed un figlio triste. I personaggi si scavano ognuno un proprio posto in un angolo della sensibilità di chi legge, o almeno questo è quanto è accaduto a me.

Non ho potuto riconoscermi in Micòl, perché non le somiglio per niente, ma come non restare affascinati dalla sua intelligenza, dalla sua vivacità, dal suo non essere mai scontata. E poi Alberto, che io non me lo spiego perché, ma col suo solo stare lì, adagiato tra le pagine, mi faceva sentire il pianto in pancia. Un ragazzo silenzioso, discreto, che sospetto fosse innamorato del suo migliore amico - ma non viene mai detto, in nessun modo, perciò non ne sono certa. E poi Giampi Malnate, così diverso dagli altri di questo intimo gurppo, grande e grosso nella fisicità, forte nella voce e nelle idee, fiducioso nel futuro, a Ferrara per lavoro con Milano e l'adorata mamma sempre nei pensieri. 

I personaggi secondari restano altrettanto impressi, come il signor Perotti, tuttofare di casa Finzi-Contini, tanto legato a certi fasti del passato che pian piano vengono lasciati indietro - come la bellissima carrozza che per anni ha avuto il piacere di guidare e che ancora ha cura di tenere come nuova; o il professor Meldolesi, docente di letteratura italiana presso il liceo classico frequentato dai ragazzi, appassionato e vivace, pieno di aspirazioni chiuse nel cassetto. Ed il professor Ermanno, capofamiglia di casa Finzi-Contini, che ho già nominato più volte ma che faccio fatica a decidere come descrivere. Perché è un uomo delicato, elegante, mai meno che educatissimo, che sembra colmo di piccoli ma potentissimi entusiasmi contenuti sotto strati e strati di pacatezza e buona educazione ereditarie. Ed infine il nostro protagonista senza nome ma pieno di cuore, che con immensa generosità ci presta i suoi occhi, le sue orecchie, per raccontarci di quella casa grande e calda da togliersi subito il cappotto, delle discussioni animate nel piccolo studio di Alberto, dei lunghi corridoi, le scale, la biblioteca con centinaia di volumi, avvolti dall'inverno, infine giunto dopo giorni di sole rubati all'autunno, sfruttate per sfidarsi in interminabili partite di tennis. A suo modo, lui è un Sognatore, nel quale son certa molti ventenni potrebbero riconoscersi. E c'è un'atmosfera in quella casa, nelle descrizioni che Bassani riesce a farne, che le nuove generazioni immagino definirebbero dark academia - ma io vengo da quella precedente, e per me è qualcosa senza tempo, fuori dal tempo, sospeso nel tempo.

Tranne per degli squarci, dolorosissimi, come questo qui:
Guardavo in giro ad uno ad uno zii e cugini, gran parte dei quali di lì a qualche anno sarebbero stati inghiottiti dai forni crematori tedeschi, e certo non lo immaginavano che sarebbero finiti così, né io stesso lo immaginavo (...)
Dalla prima all'ultima pagina, oltre ad essere rapita dalla bellezza della scrittura, ho sentito un nodo in gola che nemmeno arrivata all'ultima pagina ho avuto modo di sfogare. Aspettandomi di continuo il peggio, il peggio invece non arriva, perché il romanzo s'arresta prima che le cose più brutte accadano. Finisce con dolori che anche se dolori sono ancora dolori normali, comuni, tristi ma concepibili. Perciò anche a lettura conclusa mi son tenuta il mio nodo in gola, il magone sul petto, ed ho cominciato ad interrogarmi sul perché mi sentissi così. Ci ho messo un po', ma poi ho capito.

Ho pagato lo scotto di leggerlo dal futuro, col peso di una consapevolezza storica che gli abitanti di quelle pagine ignoravano del tutto. Fa male leggere di loro immaginando - talvolta sapendo - dove potrebbero esser finiti, cosa gli sarebbe successo di lì a poco. Fa male conoscerli così a fondo e vedere, al di là di tutta la loro cultura e dei frequenti dibattiti sulle questioni politiche, la totale ingenuità. Fa male vederli riempirsi il tempo, convinti che la vita sia solo in pausa per un po'. Vedere qualcuno laurearsi, nonostante tutto, anche se chissà se servirà mai quel pezzo di carta. Fa male sentirli sottovalutare le leggi razziali, giudicandole qualcosa di assurdo e ridicolo (definizioni giuste, ma di cui la realtà non ha tenuto conto). D'altronde, era impossibile immaginare quale piega folle avrebbero preso gli eventi.

E così, a Bassani non è servito raccontare gli orrori della Shoah, ha fatto un'altra cosa, forse ancora più efficace e dolorosa: ci ha fatto conoscere intimamente i Finzi-Contini, ci ha permesso di girare e sostare quanto ci pareva nella loro bellissima casa, ci ha descritto nel dettaglio i mobili di Alberto - il suo tavolo da ingegnere -, ci ha fatto innamorare di Micòl, ci ha persino fatto leggere la sua traduzione di una poesia di Emily Dickinson. Ci ha fatto affezionare al professor Ermanno con la tenerezza che proveremmo per nostro padre quando ci accorgiamo che comincia ad invecchiare. Ed a quel punto, quando ce li abbiamo profondamente nel cuore, quando abbiamo come raccolto un album di fotografie già piene di nostalgia, ci costringe a lasciarli soli, consapevoli che solo il narratore - il nostro Sognatore - è arrivato abbastanza lontano da raccontare.

Ma Il giardino dei Finzi-Contini, ve lo voglio ricordare, è soprattutto la storia di un amore.
Ed è uno dei romanzi più belli che io abbia mai avuto la fortuna di leggere.

Grazie, se hai letto sin qui.
Julia

 

 

 

Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina , Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna. Il commento al rom...