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mercoledì 25 gennaio 2017

I Pilastri, Iliade #12: Libro Dodicesimo

Ed è di nuovo mercoledì, il che da queste parti significa lettura dell'Iliade. Avrei tanto voluto inframmezzare con un articolo diverso, prima di ritrovarci di nuovo con I Pilastri, ma purtroppo i vari impegni mi hanno tenuta lontana da questa mia piccola isola felice; almeno però ci tenevo a rispettare l'appuntamento del mercoledì, perciò eccomi qui, e spero che quanto segue vi terrà incollati alle righe così come questo Libro Dodicesimo ha tenuto incollata me. Buona lettura!

La battaglia al muro

Essi, infatti, pietre dal muro ben costruito
scagliavano, difendendo se stessi e le tende
e le navi veloci. Come cadono i fiocchi di neve
che un vento gagliardo, scuotendo la nuvola,
fitti riversa sopra la terra nutrice di molti;
così si riversavano i dardi sia dalle mani dei Teucri,
sia degli Achei, secco suonavano gli elmi,
colpiti da pietre molari, e i concavi scudi.


Non so se è esatta ma l'immagine che mi sono fatta io degli spazi in cui i due eserciti, quello Troiano e quello Acheo, combattono all'incirca è questa: da una parte c'è la città di Troia, protetta dalle sue alte mura, dai piedi delle quali si dispiega il vasto spazio aperto, scenario delle più dure battaglie, che si estende fino a tuffarsi nel mare. Sulle rive sono ancorate le navi degli Achei, la sabbia è nascosta da tutte le loro tende, attorno alle quali Agamennone ed i suoi uomini avevano costruito un muro che desse loro un minimo di protezione dal nemico. Ed è su queste mura che, nel Libro Dodicesimo, il nemico si scaglia.

Ilio, la città di Troia

Lasciatevi dire che i versi del Libro Dodicesimo sono sublimi, così evocativi, emozionanti, appassionanti. Se ben ricordate dal libro precedente, si era nel mezzo di una battaglia che sarebbe durata tre giorni; i più grandi eroi Achei erano ormai fuori gioco, colpiti dalla furia dell'esercito Troiano ed in particolare dal loro signore, Ettore, il favorito di Zeus, cui il dio stesso aveva donato forza e vigore, e gli aveva promesso la vittoria e la gloria.
Il muro costruito dagli Achei era stato costruito soltanto con la forza delle loro braccia, senza la protezione di alcuna divinità, ed aveva perciò ben poche speranze di durare troppo a lungo. Per nove giorni, Zeus fa piovere incessantemente, mentre Apollo e Poseidone scagliarono la furia di tutti i fiumi che dai monti scendono verso il mare, affinché il muro iniziasse al più presto a cedere. Intanto, intorno al muro la battaglia imperversava e, mentre gli Achei restavano presso le loro navi atterriti dalla sferza di Zeus, Ettore esortava i compagni ed i cavalli a saltare senza indugio il fossato: i cavalli però si arrestavano sul ciglio, impauriti, ed anche i fanti dubitavano della possibile riuscita. Si avvicina allora Polidàmante, il quale fa notare ad Ettore che se anche fossero riusciti a saltare con successo il fossato, nel caso in cui gli Achei avessero subito contrattaccato loro rischiavano di restarci imbrigliati, e quella sarebbe stata la fine; suggerisce piuttosto di lasciare lì i cavalli con gli scudieri, mentre tutti loro, armati e protetti dalle corazze, sarebbero andati a buttar giù il muro. Ettore accoglie il consiglio, e così si decide di fare; uno solo tra i Troiani non ascolta le direttive, Asio, che si avvicina al muro con tanto di scudiero e cavallo. Omero si lancia qui in un'espressione insolita, esprime un suo giudizio, dando ad Asio dello stolto, per questa sua imprudenza; al tempo stesso ne predice il destino, che ovviamente sarà di morte. Simili anticipazioni possono stupire il lettore moderno, ma lo stile epico non si nutre di elementi quali sorpresa, imprevisto, colpo di scena: l'epica parla di fatti già accaduti, che si dà per scontato siano già noti al lettore o, ai tempi, all'ascoltatore. 
Le porte delle mura non erano chiuse, il passaggio veniva tenuto aperto nel caso in cui un compagno ferito o troppo stanco dovesse correre a riposarsi presso le navi. Asio vi guida dentro i suoi cavalli, ma seppure aperte le porte non erano certo incustodite:

Stolti! sulle porte trovarono due forti eroi,
figli superbi dei Lapiti guerrieri,
il figlio di Pirìtoo, Polipete gagliardo,
e Leonteo pari ad Ares flagello degli uomini.
Stavano questi due di qua e di là dalla porta,
come querce dall'alta cima sui monti,
che tutto il giorno al vento e alla pioggia resistono,
ferme sulle radici solide e vaste;
così quelli, fidando nella forza e nel braccio,
attesero il grande Asio avanzante e non fuggirono.

Inizia una battaglia feroce, con i due eroi alle porte che difendono strenuamente l'ingresso e gli altri soldati Achei che dall'alto, dall'interno delle mura, lanciano pietre a non finire. Asio, sconvolto dalla mancata resa dei nemici, invoca Zeus disperato ma il dio non bada alle sue parole, perché la sua mente è concentrata soltanto su Ettore, al quale era deciso a donare la gloria che gli aveva promesso.
Omero si esprime qui nuovamente in prima persona: "raccontare ogni cosa, come un dio, m'è difficile". Gli Achei erano sfiniti, ma non potevano smettere di combattere, e gli dèi che stavano dalla loro parte erano straziati nel vedere questo scenario pietoso. E all'improvviso accade questo:

Venne ad essi un uccello, mentre volevan passare,
un'aquila alto volo che si lasciava a sinistra l'esercito,
tra gli artigli portando un serpe sanguigno, enorme,
ancora vivo e guizzante; e non scordava la lotta,
anzi colpì l'uccello che lo teneva, nel petto, vicino al collo
piegandosi indietro; essa allora lo scagliò a terra lontano da sé.
Straziata dal dolore, lo scagliò tra la folla
e fuggì a volo tra i soffi del vento, strillando.
Rabbrividirono i Teucri che videro torcersi il serpe,
segno di Zeus egìoco, in mezzo a loro per terra (...)

Polidàmante si fa avanti di nuovo, dicendo ad Ettore che quanto hanno appena visto non può presagire nulla di favorevole; ma Ettore stavolta non ascolta il compagno, rispondendogli che non gli interessano gli uccelli che volano a destra o a sinistra né cosa si tengono in bocca: lui tiene bene a mente e nel cuore soltanto le parole che Zeus stesso gli aveva trasmesso, ed attende fiducioso che quel momento di gloria arrivi. Infatti, poco dopo, il signore degli dèi manda una folata di vento che istupidì la mente degli Achei avvantaggiando Ettore ed i suoi uomini. Poi, suscita particolare forza in Sarpedone, che si scaglia contro le mura come leone contro buoi corna lunate. Assieme al compagno Glauco, si dirigono minacciosi verso una delle torri Achee, quella sorvegliata da Menesteo, il quale, ansioso, si guarda attorno in cerca di compagni che vengano a proteggere lui e gli uomini suoi, ma erano tutti troppo lontani ed il rumore tanto forte (il rombo al cielo arrivava) che nessuno mai l'avrebbe sentito. Così manda l'araldo Toote a chiamare con urgenza il valoroso Aiace, il quale accorre subito assieme al fratello Teucro. Quando giungono alla torre di Menesteo, Sarpedone e Glauco - sovrani dei Lici - stavano già salendo sui parapetti e dunque Aiace e Teucro, senza indugio, si gettano in un feroce corpo a corpo mentre l'urlo saliva.

Molti eran feriti nel corpo dal bronzo spietato (...)
e da per tutto le torri e i ripari di sangue d'eroi
eran bagnati, dalle due parti, degli Achivi e dei Teucri.

Ed il tanto atteso momento di gloria promesso ad Ettore da Zeus infine arriva. Il figlio di Priamo balza per primo al di là del muro acheo e con quanto fiato ha in gola urla ai compagni di sfondare il muro e gettare il fuoco sulle navi achee. Poi afferra un sasso, un sasso che i due uomini più forti del mondo non sarebbero riusciti a sollevare, ma che Ettore roteava a suo agio perché per lui Zeus l'aveva reso leggero, e con questo: 


Venne a piazzarsi molto vicino e lì colpì in mezzo con forza,
divaricando le gambe, che non venisse debole il colpo;
e i due arpioni spezzò e piombò dentro la pietra
pesantemente, forte muggiron le porte, le sbarre
non tennero, saltarono via i battenti
sotto il colpo del masso; Ettore glorioso si buttò dentro,
simile nell'aspetto a rapida notte; luceva il bronzo
orrendo, che vestiva il suo corpo, e nelle mani
aveva due lance; nessuno l'avrebbe fermato tenendogli testa,
quando saltò di là dalla porta; ardevano gli occhi,
di fuoco, e verso la folla voltandosi, chiamava i Troiani
a superare il muro; essi all'invito obbedirono,
subito alcuni scalarono il muro; altri si riversarono
per le solide porte; i Danai fuggirono
verso le navi concave; e fu tumulto indomabile.

Per oggi non aggiungo nulla perché, non so voi, ma io ho i brividi.


mercoledì 18 gennaio 2017

I Pilastri, Iliade #11: Libro Undicesimo

Le gesta di Agamennone

E' passato un po' di tempo, dall'ultima volta che vi ho accompagnati nella lettura dell'Iliade, e ad essere onesta era passato del tempo anche dall'ultima volta che in prima persona mi ero dedicata alla lettura dei versi omerici. Una pausa che non ha avuto niente a che fare con la noia o con qualche difficoltà nel proseguire: affatto, tant'è che mentre in quest'ultimo periodo andavo a ripassare quanto avevo già letto, mi rendevo conto di ricordarmi tutto, a testimonianza di quanto le vicende degli achei e dei troiani mi fossero rimaste impresse. Col post di oggi, dunque, riprendo esattamente da dov'ero rimasta. Per seguirmi, vi invito a visitare la sezione del blog intitolata I Pilastri, dove troverete raccolti tutti i link ai post dedicati all'Iliade, che d'ora in poi usciranno ogni mercoledì. Spero che qualcuno ci si dedichi, anche perché il libro di cui vi racconto qualcosa oggi è davvero bello.

Fronti uguali aveva la mischia; essi al pari di lupi
correvano; la Lotta ricca di gemiti godeva a guardarli,
ché in mezzo ai combattenti c'era essa sola dei numi.
Gli altri dèi non eran fra essi: quieti
sedevano nei loro palazzi, dove a ciascuno
è costruita la bella dimora, tra le gole d'Olimpo.
Ma tutti facevano colpa al figlio di Crono nuvola buia
perché la gloria voleva dare ai Troiani.
Il padre però non si curava di loro: in disparte
sedeva, lontano dagli altri, luminoso di gloria,
guardando la città dei Troiani, le navi dei Danai,
il balenare del bronzo e gli uccisori e gli uccisi.


Ad aprire il libro undicesimo è l'Aurora, che sopraggiunge a svegliare mortali ed immortali; tra questi, c'è ovviamente anche Zeus, che prima ancora di godersi il suo caffè - o qualunque cosa preferissero gli dèi di prima mattina - ha la bella idea di scagliare la Lotta tra le navi degli Achei:

Qui ritta la dea gettò un grido forte, pauroso,
acuto; e ispirò gran furia agli Achei, a ciascuno
nel cuore, per lottare e combattere senza riposo:
e la guerre divenne per loro più dolce del ritornare 
sopra le concave navi alla terra paterna.

Ha inizio una giornata di battaglia che si concluderà soltanto nel Libro XVIII e colpisce per il gran numero di eventi ed episodi che, sovrapponendosi, fanno sembrare che questa giornata non finisca più. Nel marasma della lotta, per le prime pagine il lettore segue Agamennone, particolarmente in forma, che si dedica ad abbattere un nemico dopo l'altro. Osservando la sua furia, Zeus - che come sappiamo patteggia per i troiani - manda la sua messaggera Iri a riferire un ordine ad Ettore, il più grande tra gli eroi troiani:

Ettore figlio di Priamo, simile a Zeus per saggezza,
mi manda il padre Zeus per dirti queste cose:
fin che tu veda Agamennone pastore di genti
infuriare tra i primi, massacrar file d'uomini,
tienti sempre fuor della lotta, spingi gli altri
a lottar coi nemici nella mischia selvaggia.
Ma quando, colpito d'asta o ferito di freccia,
balzerà sui cavalli, allora a te darà forza
d'uccidere, fin che alle navi buoni scalmi tu giunga,
e il sole si tuffi, scenda la tenebra sacra.

Ettore ovviamente segue il consiglio, intanto che gli achei rafforzavano le loro file ed Agamennone continuava a combattere tra i primi; a questo punto Omero si rifà sentire in prima persona, facendo un'ennesima invocazione alle Muse, stavolta per chieder loro chi per primo e chi per ultimo affrontò il signore degli achei. Apprendiamo così del duello con Ifidamante, che cade sotto la lancia di Agamennone, così come suo fratello Còone, accorso per rivendicare almeno il corpo dell'amato fratello e che subisce invece la sua stessa sorte. Prima di cadere, però, Còone era riuscito a ferire Agamennone al braccio, sotto il gomito ed un dolore acuto - addirittura paragonato a quelli sofferti dalle donne durante il parto - gli invade il corpo e l'anima, al punto che egli è costretto a chiamare l'auriga e farsi riportare alle navi. Appena se ne accorge Ettore comprende che è arrivato il suo momento, ed eccitando ancor di più l'animo del proprio esercito, si butta nella lotta, come raffica impetuosa; iniziano a cadere numerose le teste degli achei, si sparge a macchia d'olio lo strazio, ed in molti battono in ritirata presso le navi. A restare saldi come sempre son soltanto i valorosi Diomede ed Odisseo, che di comune accordo restano a sfidare la furia di Ettore anche quando questi li ha puntati: Diomede getta la sua lancia mirando alla testa di Ettore, protetta dal casco di bronzo donatogli dal dio Apollo. La mira è giusta, ma la lancia non arriva a scalfire la pelle, protetta da quell'elmo resistente; in compenso, Ettore cade in ginocchio e - mentre Diomede è impegnato a recuperare la propria lancia - riprende fiato, balza sul carro e fugge, lasciando Diomede ad imprecargli contro, a giurargli che prima o poi l'avrebbe finito.
Nel frattempo anche un altro soldato aveva puntato Diomede: Alessandro, lo sposo di Elena, che nascosto dietro un cespuglio stava prendendo la mira e, scoccato il dardo, trafigge un piede di Diomede, il quale però lo deride:

Perché m'hai graffiato la pianta d'un piede ti vanti così.
Non me ne curo, come se donna o sciocco bimbo m'avesse colpito.
Debole è il dardo d'un uomo vigliacco, da nulla.
Ma se parte da me, anche se sfiora appena,
ben altrimenti l'asta è puntuta, fa subito un morto;
della sua donna già son graffiate le guance,
già son orfani i figli; egli, arrossando la terra col sangue,
imputridisce, più uccelli gli son vicini che donne.

Odisseo gli si avvicina, toglie la freccia conficcata nel piede di Diomede il quale, nonostante le parole di scherno, viene pervaso dal dolore ed è costretto a tornarsene alle navi; a questo punto Omero resta solo, col cuore sconvolto, diviso sul da farsi: ritirarsi o restare a combattere contro tutti? Orgoglioso e valoroso come si è sempre dimostrato, resta in mezzo al campo continuando a lottare. Il troiano Soco lo colpisce, ma la dea Atena impedisce all'asta di raggiungere le viscere del suo protetto; vedendo il sangue di Omero, i troiani lo accerchiano ed a quel punto l'eroe è costretto a gridare per chiamare i compagni: lo sentono Menelao ed Aiace, che subito accorrono in suo soccorso. Mentre Menelao si occupa di portar via Odisseo, Aiace inizia a massacrare uomini e cavalli e quando Ettore se ne accorge continua a combattere, ma evitando accuratamente lo scontro con Aiace. Zeus, allora, scaglia contro Aiace lo spavento: Aiace si ferma stupefatto, getta lo scudo, trema, si guarda attorno e voltandosi indietro fatica a mettere un piede dietro l'altro.
In tutto ciò, Achille era fermo sulla sua nave e da lì osservava chi andava e veniva dalla lotta feroce. Mostra finalmente un segno d'interesse quando vede Nestore portare un ferito alle tende, e chiede all'amico Patroclo di andare a verificare di chi si tratti. Patroclo obbedisce subito, ma più del ferito in questione di questo passaggio interessa il dialogo tra Patroclo e Nestore: l'anziano capo parla dell'egoismo di Achille, che mentre i più grandi dei loro eroi cadono o son feriti, sta lì fermo senza muovere un dito; rammenta a Patroclo le parole dei loro padri prima che loro partissero in guerra, gli parla delle lacrime amare che Achille avrebbe pianto nel momento in cui avrebbe visto bruciare tutto l'accampamento acheo coi suoi compagni dentro. Chiede a Patroclo di dire tutto questo ad Achille, di provare a smuovere così il suo animo. Loro due insieme, ancora freschi, riuscirebbero senza fatica a respingere degli uomini ormai stanchi, che combattono da ore. Patroclo, profondamente toccato dalle parole dell'anziano, corre fuori per tornare dall'amico, ma viene fermato da un altro compagno che torna ferito e che gli chiede di prestargli le cure che è in grado di fare, visto che persino uno dei loro medici è ferito, mentre l'altro è impegnato nella piana. Patroclo, nonostante la fretta, non può certo negare il suo aiuto e con il sangue che cessa ed una ferita che ristagna si conclude il libro undicesimo dell'Iliade.

Patroclo, Jacques Louis David, 1780
I fatti più interessanti di questo libro sono essenzialmente tre: innanzi tutto, i più grandi eroi achei sono messi fuori gioco. Son stai feriti Agamennone, Diomede e persino Odisseo, in mezzo a tanti altri. In secondo luogo c'è finalmente un segnale d'interesse da parte di Achille. Quella sua curiosità nei confronti di chi fosse il ferito riportato alle tende da Nestore è il primo barlume di avvicinamento da parte del semidio ai suoi compagni. Infine, il richiamo a Patroclo è già un preludio al suo destino. Tanta carne al fuoco, dunque.
Oltre a tutto questo, come di consueto la parola del poeta è di una forza a dir poco unica. Le comparazioni sono tantissime, che a dirla tutta vi avrei riportato ad una ad una. Per rendere l'idea di come si svolgessero le danze della battaglia, Omero prende a piene mani immagini dal mondo della natura, o per meglio dire della caccia: parla di mucche puntate da un leone, di un cervo ferito che fugge dagli sciacalli, di un cinghiale accerchiato da cani e da giovani ragazzi. L'effetto è immediato e davanti agli occhi ci si dipinge la scena: Omero solo in mezzo ai nemici, un soldato ferito che a fatica si trae in salvo. Le atmosfere sono ancora una volta fatte di polvere, di bronzo, di clangori. Per la prima volta però ho sentito anche l'affanno, la paura, un corpo che cade sulle proprie ginocchia. Un libro forte e molto evocativo, l'undicesimo, che si merita un segnalino colorato per tornarci qualche altra volta.


martedì 1 marzo 2016

I Pilastri, Iliade #10: Libro Decimo

I fatti di Dolone
No, Dolone, non metterti in testa la fuga,
se pur cose buone ci hai detto: tu sei in nostra mano!
Se mai ti liberassimo e ti lasciassimo andare,
tu certo torneresti di nuove alle rapide navi
per spiarci e per combatterci contro!
Invece, se perdi la vita ucciso dalla mia mano
mai più per gli Argivi potrai essere un danno!


C'è una cosa, prima di tutto il resto, da dire a proposito del Libro Decimo dell'Iliade: non è stato scritto da Omero. Si è ritenuto fin dall'antichità che questo canto fosse una compilazione aggiunta più tardi al poema già completo, che risulta quindi slegato da quanto avviene prima e che non ha alcuna rilevanza per quanto avverrà dopo. Ma vi dirò di più: prima ancora di leggere la nota a piè di pagina che spiegava questo, mi era parso di leggere dei versi completamente diversi da quelli a cui mi sono ormai abituata. Lo stile di Omero è inimitabile, e la lettura di questo libro scritto con una parola assai meno potente lo rende più evidente che mai. L'autore del Libro X si perde in - vani - tentativi di resa psicologica dei personaggi che Omero riesce a rendere in maniera molto più acuta con una semplice metafora, imita il linguaggio del poeta inserendo immagini che spesso sembrano capitare a sproposito. Insomma, non c'è proprio paragone e per rendersene conto è sufficiente aver letto le pagine precedenti con un minimo di attenzione.

Gli eventi del Libro Decimo succedono, come ricorderete, ai tentativi falliti di riportare Achille in battaglia; ormai è notte, ma tra gli Achei non sono in molti a godere del dono del sonno. Particolarmente turbati sono ovviamente i capi ed i re, che sentono su di sé la responsabilità di un intero esercito. Agamennone rinuncia a cercare di riposare e inizia ad indossare le armi con l'idea di svegliare gli altri e condividere le proprie angosce, quando viene sorpreso dal fratello Menelao, altrettanto turbato e inquieto; i due si dividono i compiti: Menelao andrà a svegliare gli altri capi, mentre Agamennone si recherà dall'anziano Nestore. Il dubbio che attanaglia tutti riguarda le intenzioni dei Troiani: cosa faranno ora che hanno vinto gli Achei, torneranno alla città o resteranno ancora presso il campo? La risposta a questa domanda è tanto necessaria che Nestore propone che qualcuno che abbia coraggio abbastanza vada a spiare i nemici. Diomede subito si fa avanti, ma chiede che qualcuno vada assieme a lui. In tanti si propongono, e Nestore lascia che sia Diomede a scegliere il compagno con cui affrontare questa pericolosa impresa. Diomede sceglie Odisseo.
Nel mentre, tra i Troiani sta accadendo esattamente la stessa cosa: il loro dubbio è, di contro, se gli Achei stiano tentando la fuga o siano ancora saldi a proteggere le proprie navi. Anche Ettore vuole mandare un uomo a controllare, e promette doni impareggiabili a chi correrà il rischio; è Dolone a proporsi, secondo brutto dell'Iliade dopo Tersite. La differenza che viene sottolineata tra Troiani ed Achei in questi passaggi è significativa, dimostra chiaramente come questo autore tifasse per gli Achei: tra questi ultimi, infatti, sono in molti ad offrirsi per rischiare la pelle, e lo fanno solo in cambio della gloria; tra gli uomini di Ettore, al contrario, solo uno si fa avanti e lo fa nella prospettiva di ricevere beni materiali.
Ad ogni modo, da un lato e dall'altro i volontari si avviano, ma Dolone non fa in tempo ad arrivare a destinazione che nel buio viene scoperto da Diomede ed Odisseo. I due lo catturano e, approfittando del terrore di Dolone, non ci mettono neanche molto a fargli sputare la verità sui motivi per cui vagava solo, di notte, per il campo. Nonostante Dolone dia loro ciò che vogliono, e cioè la verità sulla sua missione, sulle intenzioni di Ettore e sulla disposizione dell'esercito troiano, Diomede non ci pensa proprio a lasciarlo vivere, e senza tante cerimonie lo uccide. Dopo di ché riprende il cammino assieme ad Odisseo, giunge presso l'accampamento troiano, uccidono in tutto tredici uomini tra gli alleati dei troiani e rubano cavalli tanto bianchi e tanto belli da sembrare un dono delle divinità. Compiuta l'impresa tornano tra gli Achei, accolti con gioia e commozione, e festeggiati con un meritato banchetto.

Dioemedes devoured by his horses, Gustave Moreau
Come forse avrete intuito da quanto ho scritto in apertura, la lettura del Libro Decimo non mi ha particolarmente entusiasmata; mi è mancata la forza di ogni parola cui Omero mi ha abituata, l'intensità dei personaggi in ogni loro gesto o discorso. Anche gli stessi eventi narrati hanno uno scarso impatto, perché in qualche modo si sente come siano estemporanei, non connessi al resto delle vicende. O semplicemente superflui.

Se devo trovare una cosa che mi sia piaciuta, direi senz'altro l'accostamento tra Diomede ed Odisseo, presentati come personaggi complementari, l'uno la forza e l'altro l'intelligenza.


Diciamo che possiamo lasciarci alle spalle Dolone ed i suoi fatti senza troppi rimpianti.



martedì 16 febbraio 2016

I Pilastri, Iliade #9: Libro Nono

L'ambasciata ad Achille
La madre Teti, la dea dai piedi d'argento, mi disse
che due sorti mi portano al termine di morte;
se, rimanendo, combatto intorno a Troia,
perirà il mio ritorno, la gloria però sarà eterna;
se invece torno a casa, alla mia patria terra,
perirà la nobile gloria, ma a lungo la vita
godrò, non verrà subito a me destino di morte.

Il libro ottavo, come ricorderete, era incentrato prevalentemente sui Troiani, i quali grazie all'aiuto diretto di Zeus riescono a sottomettere gli Achei; e si concludeva con i soldati di Ettore che, calata la notte, accendevano quanti più fuochi possibili per assicurarsi che i nemici non si dessero alla fuga.
Bene, ma in tutto questo come reagiscono davvero gli Achei? Il libro nono ci riporta nel loro insediamento dove la preoccupazione è tanta e diffusa, anche tra i saggi ed i re. Come resistere, come fermare la furia di Ettore, cosa fare? Beh, l'ultima spiaggia è ovviamente cercare di convincere Achille a tornare a combattere tra loro. Questo canto perciò è tutto incentrato sul tentativo di comunicare col semidio adirato, il quale da quando l'abbiamo lasciato assieme a Patroclo presso le proprie navi da lì non si era più mosso. Direi che era ora che, in un modo o nell'altro, si facesse rivedere.

E dunque, come di consueto quando c'è un problema, Agamennone convoca l'assemblea ed è tanto disperato che dice all'esercito che forse dovrebbero fuggire a gambe levate. Tutti restano in silenzio, fin quando si alza Diomede potente nel grido il quale dichiara che gli Achei mai si comporterebbero tanto vigliaccamente ma se lui - Agamennone - vuole andare, vada pure: là è la strada, le navi già sul mare; i compagni lo acclamano. A questo punto si alza Nestore, che ben conosciamo come il più saggio e più anziano tra gli Achei, che pur sottolineando la verità contenuta nelle parole del valoroso Diomede, gli dice: Sei giovane, certo potresti esser mio figlio, / l'ultimo nato: eppure discorri da savio / ai re degli Achei. Il discorso di Nestore poi è rivolto soprattutto ad Agamennone, al quale consiglia di ascoltare chi saprà presentargli il piano migliore. Nel frattempo, le sentinelle si accampano nella trincea fuori dal muro, mentre gli altri si apprestano a mangiare. Una volta sazi, Nestore riprende, sempre rivolto ad Agamennone:
Occorre che tu sopra tutti parli ed ascolti,
e dia retta anche ad altri, se il cuore spinge qualcuno
a parlar per il meglio; tuo sarà ciò che egli inizia.
E io parlerò appunto come mi par che sia meglio;
non si potrà pensare pensiero migliore di questo
ch'io penso da tempo; sì, come adesso
così fin da quando tu, stirpe di Zeus, la fanciulla Briseide
andasti a rapir dalla tenda di Achille irato,
contro il nostro parere; eppure io tanto
ti sconsigliavo. Ma tu al cuore superbo
cedendo, un altissimo eroe, cui dato gloria han gli dèi,
offendesti; gli hai preso e ti tieni il suo dono. Pure,
pensiamo come ancora possiamo placarlo, convincerlo
con amabili doni e con parole di miele.
Il lettore si aspetta qui di vedere la tipica reazione di Agamennone, irragionevole ed orgoglioso che mai ammetterebbe di aver sbagliato: invece no, signore e signori, il re degli Achei abbassa la cresta e riconosce i propri errori. Non solo, è anche pronto a far di tutto per convincere Achille ad aiutarli, ed inizia ad elencare tutto ciò che è pronto a dargli, un sacco di doni subito e altri ancora quando avranno preso Troia. Lo lascerà anche libero di scegliersi le troiane che - dopo Elena - son più belle (tanto per sottolineare la grande indipendenza e libertà delle donne...). Agamennone dice anche che sarà lieto di fare di Achille il suo genero, dandogli in sposa una delle sue tre figlie: Crisòtemi, Laodice (Elettra, nella tragedia) oppure Ifiànassa (ovvero Ifigenia). Nestore non perde tempo, e stabilisce che subito tre di loro vadano alla tenda di Achille a riferire il messaggio. I tre non sono ovviamente scelti a caso: si tratta di Fenice, Aiace ed Odisseo, i tre compagni ad Achille più cari.

La prima immagine che ci viene restituita di Achille mi ha fatta un po' sorridere, perché sostanzialmente stava facendo l'emo in riva al mare: e lo trovarono che con la cetra sonora si dilettava, / bella, ornata; (...) / Patroclo solo, in silenzio, gli sedeva di faccia, / spiando l'Eacide, quando smettesse il canto. Della serie: Achì, ripigliate. Entrambi balzano in piedi non appena si accorgono dei tre messaggeri che si avvicinano, che sono ben lieti di accogliere presso la loro tenda. Ovviamente offrono loro un bel banchetto, se la spassano un po', finché: quando ebber cacciato il bisogno di cibo e bevanda, / Aiace fe' un segno a Fenice, lo intese Odisseo glorioso, / riempì la coppa di vino, la sollevò verso Achille (...). Odisseo non è uno che la prende alla larga, se deve dire qualcosa la dice e basta. Pertanto spiega ad Achille come sono andate ultimamente le cose, gli racconta della furia di Ettore e del favore che Zeus sta prestando ai Troiani; gli dice che fine faranno se lui non interviene ad aiutarli. Fa appello al suo magnanimo cuore e ricorre al padre di Achille, Peleo, il quale prima di mandarlo in battaglia gli aveva raccomandato di usare sempre la mitezza. Per concludere, gli assicura che Agamennone è deciso a rendergli più di quanto gli abbia tolto, ed elenca nuovamente tutte le promesse del re.

Il discorso di Odisseo è totalmente inutile: Achille è ben lungi dal perdono o dal mettere da parte la propria ira; parla dell'ipocrisia che Agamennone ha dimostrato ed ancora torna sui motivi del suo rancore:
Parte uguale al poltrone e a chi combatte con forza,
è nella stessa stima il codardo e il gagliardo,
muore chi non fa nulla come chi molto s'adopra.
Niente me n'è venuto, poi che ho patito travagli
gettando nella lotta la vita mia senza tregua. (...)
Molti tesori e belli da tutte queste ho rapito,
e li portavo tutti e li davo a Agamennone
Atride; egli restando indietro, presso le rapide navi,
prendeva, poco spartiva, e molto teneva. 
Poi parla addirittura di sentimenti, facendo riflettere i compagni sul fatto che questa guerra si combatte perché qualcuno ha rapito la sposa di Menelao; e che, dice Achille, solo gli Atridi tengono tanto alle loro spose? Anche Achille teneva teneramente alla sua Briseide, eppure... Insomma, Achille non ha la minima intenzione di tornare sui propri passi, anzi, è pronto già il giorno dopo a spingere in mare la sua nave ed andarsene poiché, come gli ha predetto la madre Teti, per lui c'erano due morti possibili: la fine della sua vita - se restasse a combattere - o la fine della sua gloria - se tornasse in patria. Achille è stanco di quella guerra inutile, e preferisce di gran lunga tornarsene a Ftia.

E' il turno di Fenice di provare a persuaderlo. Ma chi è Fenice? Beh, nel suo discorso racchiude molto della propria storia personale, tutto per far leva sul legame di affetto e di tenerezza che lo unisce ad Achille. Fenice infatti fu colpito da una maledizione che gli avrebbe impedito di aver figli ed un giorno fuggì dalla propria casa giungendo a Ftia, dove proprio Peleo l'aveva accolto come un figlio suo. Fenice allora aveva visto Achille crescere, racconta persino di come l'aveva tenuto sulle ginocchia imboccandogli la carne; consapevole che non sarebbe mai stato davvero un padre, aveva riversato su Achille tutto l'amore che avrebbe potuto dare ad una creatura sangue del suo sangue. Cerca quindi di farlo ragionare proprio come farebbe un padre, ed usa anche un antico mito, quello di Melèagro, che nonostante fosse irato al pari di Achille, aveva messo da parte i propri sentimenti per salvare la sua gente.

Niente da fare, nemmeno Fenice riesce a persuaderlo. Tutto ciò che ottiene è un invito a restare a dormire da loro, cosicché il giorno dopo deciderà se restare o tornarsene a casa con loro, perché Achille non vorrebbe abbandonarlo lì ma certo non lo costringerà a seguirlo.
Sarebbe la volta di Aiace, ma in realtà neanche ha voglia di provarci: parla piuttosto ad Odisseo, dicendogli amareggiato come sia inutile cercare di parlare con Achille, il quale sembra aver dimenticato l'amicizia che li legava. In effetti Aiace ha ragione, in questo caso parlare con Achille è come parlare con un muro, infatti risponde ancora con le lamentele su quel che gli ha fatto Agamennone, e dice che non penserà affatto alla guerra fin quando Ettore non starà bruciando le navi dei suoi e che lo fermerà solo quando lo troverà ad infuriare fuori della sua tenda.

Fenice resta a dormire da Achille e Patroclo, mentre Odisseo ed Aiace fanno ritorno dove i compagni li aspettano ansiosi, ed appena li vede Agamennone chiede qual è il responso. Beh, Odisseo riassume l'esito della loro ambasceria, a cui segue un grave silenzio. Come prima, è Diomede a spezzare quest'atmosfera: secondo lui Agamennone ha sbagliato a pregare Achille ed offrirgli tutti quei doni; è già fin troppo superbo di suo ed in tal modo non hanno fatto che stimolarlo ulteriormente a crogiolarsi nel proprio orgoglio. Lasciamolo stare, sentenzia, che faccia come vuole e che torni a combattere quando glielo dice il proprio cuore o un dio lo costringa; intanto, che tutti all'alba siano pronti per primi a combattere. Stavolta nessuno ha da ridire sulle parole di Diomede, ed anzi tutti i re lodano il suo discorso. A questo punto tutti si distesero ed ebbero il dono del sonno.

La furia di Achille, Charles-Antoine Coypel
La prosa di questo Canto è stata estremamente scorrevole e per alcuni versi più leggera delle precedenti: non c'erano scene impegnative da seguire, né troppi cambi di scena o ambientazione. Ci siamo presi una pausa dall'azione e dai casini combinati dalle divinità. Ciò che mi è piaciuto molto è stata la caratterizzazione, molto forte, dei tre personaggi che tentano di parlare con Achille, che emerge semplicemente dal diverso modo di affrontare l'argomento. Tutti e tre gli sono affezionati, nessuno vorrebbe offenderlo o litigare con lui. Odisseo è il più razionale, espone la situazione attraverso la lente dell'obiettività; Fenice invece discorre con un grande trasporto, sembra commosso dai ricordi che tira fuori, si lascia quasi andare al sentimentalismo. Aiace, infine, è il più fumantino dei tre, che si innervosisce davanti alla testardaggine dell'amico. Mi è sembrato poi di assistere ad un ribaltamento di prospettiva: se all'inizio della loro contesa il lettore sente istintivamente che Achille ha ragione e che Agamennone si comporta con prepotenza, adesso si ha la sensazione che Achille la stia tirando davvero troppo per le lunghe, e che il suo atteggiamento non sia troppo lontano da quella cecità di cui accusava il re acheo. Per ora non ci resta che vedere cosa accadrà quando l'Aurora stenderà le sue dita rosee.

mercoledì 10 febbraio 2016

I Pilastri, Iliade #8: Libro ottavo

Per la seconda volta, molto a malincuore, sono in ritardo di un giorno per l'appuntamento settimanale con Omero. Spero che né il nostro caro poeta né gli affezionati di questa rubrica se la prendano troppo; purtroppo per me questo è un periodo abbastanza stressante, con un esame importante in vista ed un marasma di argomenti ancora da affrontare. Per di più, ci si mette anche la connessione a fare brutti scherzi, funzionando fastidiosamente ad intermittenza (ora sono a casa dei miei, e tutto fila liscio). Ma bando alle ciance: il libro ottavo dell'Iliade è diverso e appassionante, vediamo subito perché.

La battaglia interrotta
Egli mi odia adesso e compie il piano di Teti,
che gli abbracciò i ginocchi e il mento carezzò con la mano,
chiedendo onore per Achille eversore di rocche.

La star di questo Canto è senz'altro il troiano Ettore, e lo è grazie all'intervento diretto di Zeus, l'unico finora di cui si sia reso artefice il padre degli dèi. Il pathos che troviamo in questi versi è incredibile, cresce adagio e dipende soprattutto dalle dinamiche tra le divinità, mentre gli uomini - nonostante siano ancora protagonisti di lotte vinte e perse - li percepiamo (o io li ho percepiti) quasi alla stregua di un rumore di fondo. Il volere di Zeus e dei suoi figli è tanto preponderante che le azioni degli umani sembrano superflue: perché stancarsi tanto, perché versare tutto quel sangue se tanto poi tali fatiche verranno rese vane da un qualsiasi desiderio divino? Se finora gli interventi dei numi mi sono sembrati solo una sorta di arma speciale messa in mano ai loro favoriti dell'uno e dell'altro schieramento, stavolta sono stata travolta da un senso di ineluttabilità: l'uomo non è in grado di chissà cosa, alla fine, tanto meno quando in ballo c'è il proprio stesso destino. E questa sensazione, che ha accompagnato ogni singolo verso, ha reso la lettura dell'ottavo libro un'esperienza colma di malinconia.

Nonostante questo, o forse proprio per questo, è stata una lettura sentita. Il coinvolgimento è stato ancora una volta molto forte, e non solo per il contenuto: in questo libro Omero gioca magistralmente con le figure retoriche dando ai versi un ritmo da cui ci si lascia trasportare. 

Il Canto si apre con una prepotente minaccia di Zeus, che vieta categoricamente a tutti - dèi e dee - di intervenire nella battaglia, intimando loro di non prestare aiuto né ai Troiani né agli Achei. Stavolta, infatti, ha intenzione d'intervenire lui: scende sulla terra e si siede sui monti dell'Ida, osservando la città di Troia e le navi achee. Al sorgere del sole, Zeus vi aggancia una bilancia d'oro, sulla quale pone delle Chere di morte, ovvero degli spiriti maligni o demoni di morte, una per i Troiani e l'altra per gli Achei: quelle dei Troiani salgono subito al cielo vasto, quelle degli Achei piombano a terra, e la loro sorte è così segnata. I soldati fanno appena in tempo a sentire il tuono esplodere sui monti che subito un lampo fiammeggiante arriva a colpire l'esercito acheo, il quale resta dapprima allibito e poi terrorizzato. Da questo momento le cose si mettono male: Ettore capisce di avere Zeus dalla sua e allora si scatena e scatena i suoi uomini; dall'altra parte, gli Achei possono fare ben poco e persino il valoroso Diomede è costretto a fuggire - pur non volendo - davanti alla furia di Ettore.

La situazione ovviamente non va affatto giù ad Era, tanto agitata da far tremare l'Olimpo, la quale prova a coinvolgere Poseidone in una rivolta contro Zeus. Lui però non le dà retta, mai farebbe la pazzia di sfidare la potenza del loro re. L'unica cosa che le resta da fare allora è mettere in cuore ad Agamennone la forza d'incitare i suoi uomini, nonostante siano ormai allo stremo delle forze: e Agamennone lo fa, e supplica Zeus di lasciarli fuggire, di non lasciarli morire sotto le mani dei Troiani. Zeus s'impietosisce per le sue lacrime e decide di accordargli la salvezza per sé ed il suo esercito. Fa arrivare subito un'aquila che tra gli artigli stringe un cerbiatto, che deposita sull'altare dove gli Achei erano soliti sacrificare al dio: comprendendo che quell'aquila arriva proprio da Zeus, l'esercito acheo ritrova coraggio e torna a bramar la lotta, nella quale per un po' riesce di nuovo a farsi valere. Ma lo spietato padre degli dèi, ben presto ispira nuovo ardore ai Troiani, che spingono gli Achei verso un fossato; Ettore soprattutto li insegue tremendo, e loro fuggono e tutti, innalzando le mani, pregano disperati i numi.

Era non ce la fa più a guardare senza muovere un dito, e come sempre si rivolge all'amica Atena, chiedendole se non pensa anche lei che sarebbe il caso d'intervenire un'ultima volta. Atena è altrettanto arrabbiata col padre Zeus, e della sua invettiva fanno parte anche i versi che ho riportato in apertura: finalmente torniamo al punto di partenza, finalmente viene richiamata la promessa che Zeus aveva fatto a Teti (se vi siete persi questi passaggi, andate a leggere i primi post dedicati all'Iliade, che trovate cliccando sulla sezione I Pilastri). Era raduna i cavalli ed Atena si circonda di armi, pronta alla battaglia ma appena Zeus le vede - dalle vette dell'Ida - oltrepassare il cancello sorvegliato dalle Ore invia la sua fedele messaggera Iri a riportar loro un'altra grave minaccia che le ricacci indietro: e infatti, Era non se la sente di portar la guerra tra gli abitanti dell'Olimpo a causa delle faccende degli uomini, e scoraggiate voltano i cavalli dai solidi zoccoli. Si siedono sui sedili d'oro tra gli altri numi, però angosciate nel cuore. Poco dopo anche Zeus torna sull'Olimpo, che trema sotto i suoi piedi mentre prende posto sul seggio d'oro, e non ci mette molto a notare il profondo silenzio nel quale Era ed Atena si son chiuse: perché siete tanto afflitte? domanda loro retoricamente. Le due dee si limitano a mormorare tra loro, maledicendo i Troiani, fin quando - come sempre - Era non riesce a trattenere la propria rabbia, e vuota il sacco dei propri sentimenti: non ce la fa a guardare gli Achei che vanno incontro alla fine per la collera di Zeus. Ma a lui, della preoccupazione di Era, non importa proprio nulla e glielo fa capire senza mezzi termini.
All'alba ancora di più l'onnipotente Cronide
tu vedrai, se vorrai, Era augusta grandi occhi,
distruggere molta gente dei bellicosi Argivi;
non prima Ettore forte finirà di combattere,
non prima che s'alzi presso le navi il Pelide veloce,
nel giorno ch'essi lotteranno presso le poppe,
in tremendo pericolo, intorno a Patroclo morto.
Sentenzia tra le altre cose.
E l'ottavo libro si chiude sulla battaglia che s'interrompe perché sopraggiunge la notte, con Ettore che raduna tutti gli uomini presso la città, che impartisce ordini per metter su un banchetto e accendere quanti più fuochi possibili, che nessuno dorma: devono stare ben attenti che gli Achei non approfittino dell'oscurità per correre alle navi e fuggire.

Zeus e Teti, A. Losenko

L'ottavo libro è fondamentale nella struttura del poema, perché è il punto di unione tra la prima lunghissima giornata di battaglia (incredibile che si trattasse ancora di un unico giorno, vero?) ed il motivo iniziale dell'ira di Achille, che a questo punto - se non fosse per qualche soldato che ogni tanto lo nomina - avremmo quasi dimenticato.
Oltre a quanto vi ho già detto, posso aggiungere che nonostante mi stia tenendo piuttosto neutrale durante la lettura, a questo punto è difficile stare dalla parte dei Troiani, perché la prepotenza con cui Zeus si affianca loro a totale scapito degli Achei li rende antipatici; schierarsi dall'una e dall'altra parte è comunque difficile, perché anche tra i Troiani l'unico vero colpevole è uno solo, Paride, gli altri stan solo pagando per i suoi errori.
Tra le divinità invece, il mio gradimento è ancora tutto per Atena.

E voi, per quale esercito fate il tifo?


martedì 2 febbraio 2016

I Pilastri, Iliade #7: Libro Settimo

Duello di Ettore e Aiace, e sepoltura dei morti
Tutta la notte il saggio Zeus meditò mali per loro,
tuonando paurosamente; verde terrore li prese,
il vino dalle tazze versarono in terra, nessuno
volle bere prima d'aver libato al potente Cronide.
E poi si stesero ed ebbero il dono del sonno.

E dunque, Ettore e Paride tornano sul campo di battaglia e con rinnovato vigore riescono a far cadere diversi valorosi soldati Achei. Vedendoli compiere un simile massacro la dea Atena non esita a balzar giù dall'Olimpo, ma Apollo - che sta dalla parte dei Troiani - le corre incontro e si trovano l'uno di fronte all'altra presso "la quercia". Apollo chiede ad Atena se non fosse meglio, per quel giorno, metter fine alla battaglia; Atena si mostra d'accordo, il suo intento era pressoché lo stesso, ma gli chiede cosa faranno per indurre i soldati a metter giù le armi. Apollo suggerisce di indurre Ettore a sfidarsi in duello, da solo a solo, con uno degli Achei, e Atena si lascia persuadere.

Perciò Eleno, caro figlio di Priamo, sentendo in cuore il piano divino si fa subito vicino ad Ettore per comunicarglielo e egli gioisce al solo ascoltarlo. Si fa strada tra i propri compagni brandendo l'asta, per placarli e farli sedere; lo stesso fa Agamennone e intanto Atena e Apollo arco d'argento / si posarono, simili a uccelli rapaci/in cima all'alta quercia del padre Zeus egìoco: non è la prima volta che Omero assimila le divinità alle figure animali e questo, ho letto nelle note, è un rimasuglio dell'antica credenza che gli dèi appariscano proprio in forma animale. Comunque sia, questa loro descrizione mi ha colpita più di quanto abbiano fatto le precedenti, lasciandomi subito immaginare la dea Atena ed il dio Apollo che si acquattano in silenzio, in attento ascolto, per osservare che piega prenderà il loro progetto.

Ettore inizia a parlare in mezzo a tutti gli uomini seduti, invitando uno qualunque di loro a sfidarsi faccia a faccia con lui. Le condizioni son simili a quelle poste per il duello tra Paride e Menelao, chi vince riavrà Elena ed i beni, ma aggiunge il dettaglio di aver comunque il rispetto di restituire il cadavere di chi perderà, affinché i compagni possano seppellirlo tra la sua gente. Gli Achei restano immobili, in silenzio: di rifiutare arrossivano e d'accettare temevano. Si alza allora Menelao, dando a tutti dei codardi ed offrendosi per il duello. Omero torna ad usare la seconda persona per parlare a Menelao (che abbia una predilezione per questo personaggio?) spiegandogli che la sua vita sarebbe finita sotto le mani di Ettore se i capi degli Achei non l'avessero fermato; è soprattutto il fratello Agamennone a farlo ragionare, ricordandogli che lo stesso Achille - che pure è molto più forte di Menalo - teme di battersi con Ettore. Menelao a quel punto si placa e rinuncia, ma non è l'unico a provare amarezza per la debolezza che tutti loro stan dimostrando: si alza infatti a prendere la parola l'anziano Nestore, il quale per sottolineare il proprio pensiero ricorda le gesta di Achei tanto più forti e coraggiosi che aveva visto coi suoi occhi molti anni prima, e porta ad esempio anche se stesso in gioventù, rimpiangendo di non aver ora le stesse forze di allora, che mai l'avrebbero trattenuto dal battersi con Ettore.

Dopo il suo discorso tra gli Achei si alzano in nove, tra i quali Agamennone, gli Aiaci, Diomede ed Odisseo, tutti pronti a farsi avanti. Allora tirano a sorte, e la sorte sceglie Aiace, come un po' tutti avevano in realtà sperato. Ecco, Aiace oggi verrebbe sicuramente rappresentato degnamente da un disegnatore della Marvel, perché viene proprio descritto come un super eroe - o almeno, questa è l'immagine che è arrivata a me, quando si fa avanti accettando il proprio destino: così mosse, Aiace gigante, la rocca degli Achei / ghignando con viso tremendo, tanto spaventoso che lo stesso Ettore sente il cuore balzargli nel petto mentre lo vede avvicinarsi portando lo scudo come una torre. Poi, come succede la maggior parte delle volte, il duello è preceduto da uno scambio di battute in cui Aiace tira in ballo Achille, definendolo cuor di leone ma ozioso, che se ne sta ancora tra le navi irato con Agamennone; ebbene, dice Aiace, Achille non è certo l'unico in grado di confrontarsi con Ettore, e se ne accorgerà presto.

Tra tutti i combattimenti di cui ho letto sinora, questo è stato uno di quelli che mi ha coinvolta di più: Ettore ed Aiace sembrano veramente due montagne, due titani, uno scontro del quale la fine non è prevedibile. In realtà si tratta di uno scontro che non porterà a nulla: dopo che Aiace riesce a mettere due colpi a segno, gli araldi - uno troiano e l'altro acheo - accorrono quando ormai si stavano sfidando da vicino per fermarli, perché ormai sta scendendo la notte ed è buono obbedire alla notte. Aiace non ha intenzione di passare per uno che si tira indietro, perciò dice di far decidere ad Ettore e se lui ritira la spada, altrettanto farà anche lui. Ettore trova saggio metter fine al combattimento, almeno per quel giorno, e poi riprenderanno finché un dio non deciderà di dividerli dando la vittoria all'uno o all'altro; propone addirittura di separarsi da amici, scambiandosi un dono: gli cede la sua spada con tutto il fodero, ed Aiace lo ricambia con la fascia splendente di porpora.

Ognuno torna allora dai suoi. Agamennone, per festeggiare la salvezza di Aiace, sacrifica un toro di cinque anni e tutti banchettano abbondantemente. Finito di mangiare Nestore ha una proposta da fare, ovvero chiede se non pensano che sarebbe giusto, visto quanti loro soldati han perso la vita, fermarsi un attimo per raccogliere i corpi, portarli presso le loro navi  e qui arderli in disparte. Ovviamente tutti son d'accordo.

Nello stesso momento anche a Troia tutti i soldati sono raccolti in assemblea e tra loro è il saggio Antenore a parlare: egli non riesce a reprimere ciò che veramente pensa, e dice chiaramente che dovrebbero restituire agli Achei Elena e tutti i beni, anche perché ormai stanno combattendo per aver violato i patti stabiliti prima del duello tra Paride e Menelao, e di sicuro non ne trarranno mai nulla di buono; al che Paride subito si alza a controbattere, dicendo che non ha problemi a restituire i beni ma certo non ha intenzione di rinunciare ad Elena. Al che prende la parola Priamo, proponendo di mandare uno di loro, Ideo, all'alba dagli Achei, per proporre loro la restituzione dei beni ed anche se concordano a cessare la battaglia per avere il tempo di raccogliere ciascuno i propri morti.

All'alba Ideo si reca alle navi achee e riferisce il messaggio (maledicendo, tra l'altro, apertamente Paride). E' Diomede a rispondere per tutti, dicendo che i beni di Paride nessuno li accetterà; Agamennone conferma, ma è ben lieto d'accettare la sospensione della lotta, come anche loro avevano pensato di fare. Quindi dall'una e dall'altra parte tutti si occupano di raccogliere chi i corpi e chi la legna.

In questo passaggio Omero si ferma a descrivere il paesaggio, facendomi rendere conto che forse non l'aveva mai fatto prima. Ed è una descrizione bellissima:
E il sole di nuovo colpiva le campagne,
su dal profondo Oceano che scorre quietamente,
salendo verso il cielo, ed essi s'incontrarono.
Quando gli Achei si raccolgono attorno alla pira, non è ancora l'aurora, ma notte appena schiarita. Mentre loro sono impegnati a costruire un muro che protegga loro e le loro navi e ad occuparsi dei compagni morti, abbiamo l'occasione di gettare un occhio anche sull'Olimpo, vedendo ora più che mai quanto gli dèi si comportino davvero da bambini capricciosi: Poseidone se la prende perché gli uomini, impegnati nelle loro faccende, sembrano essersi dimenticati di loro; Zeus gli dice che uno con la sua potenza non dovrebbe preoccuparsene ma gli dice anche di non esitare a spazzar via quel muro che si sono impegnati a costruire non appena se ne andranno con le loro navi. E quando, alla fine della giornata e ad opera finita gli Achei si riuniscono per godersi del buon vino, Zeus li fa tremare tuonando paurosamente.

Suicidio di Aiace Telamonio

mercoledì 27 gennaio 2016

I Pilastri, Iliade #6: Libro Sesto

Colloquio di Ettore e Andromaca
Atena veneranda, liberatrice, dea luminosa,
spezza la lancia a Diomede e fa' che s'abbatta
prono colui, sotto le porte Scee,
sì che subito ora dodici vacche nel tempio,
d'un anno, non dome, immoliamo, se avrai compassione
della città, delle spose dei Teucri, dei figli balbettanti. 

Per la prima volta da quando ho cominciato sono in ritardo col post settimanale dedicato all'Iliade e questo perché negli ultimi giorni non sono stata molto bene. Anche oggi non sono quel che si dice il perfetto ritratto della salute, ma se mi seguite dovreste aver capito che ci tengo a questa lettura ed a questa rubrica e finché posso cerco di starci dietro. E dopo essermi rinfrescata un po' ed essermi bevuta un bel caffè mi sento abbastanza in forze da condividere con voi le emozioni del Libro Sesto.

Gli dèi, dopo averne combinate di tutti i colori in mezzo ai soldati, alla fine del Libro Quinto se ne erano tornati sull'Olimpo; sulla terra però la battaglia prosegue senza di loro ed il Libro di cui vi parlo oggi si apre su quella che viene definita una catena di duelli. Ormai ho sottolineato spesso quanto siano belle le righe di Omero dedicate alle battaglie ed è una cosa che davvero si conferma ad ogni episodio. Ci ritroviamo ad un punto in cui sono di nuovo i Troiani ad indietreggiare davanti agli Achei, perciò un indovino troiano, Eleno, si rivolge ai due più forti combattenti troiani, Ettore ed Enea: raccogliete i soldati, dice loro, e poi continueremo a resistere e a lottare contro gli Achei. Inoltre consiglia ad Ettore di correre dalla madre e dirle di convocare tutte le Anziane, e di prendere il più bel peplo che ha in casa - il peplo sarebbe l'abito tipico indossato dalle donne - e di poggiarlo sulle ginocchia di Atena presso il suo tempio, promettendole il sacrificio di dodici vacche se avrà compassione della città di Troia.



Esempio di "peplo"

Ettore agisce subito come gli viene richiesto, incita i suoi soldati a riprendere coraggio e quelli riescono a far fronte agli Achei, al punto che questi iniziarono a chiedersi se tra di essi non fosse di nuovo sceso qualche nume; a questo punto Ettore parte alla volta della città, ma noi restiamo ancora un po' sul campo per assistere al dialogo tra l'acheo Diomede ed il troiano Glauco: quest'ultimo si fa avanti per sfidare il tanto temuto Diomede, il quale gli domanda chi egli sia, che ha tanto coraggio da farsi avanti così. Quando Glauco inizia a raccontare della sua stirpe, esce fuori che tra la dinastia dell'uno e dell'altro vi erano stati episodi di reciproca ospitalità, e l'ospitalità era un rapporto che stabiliva un legame ereditario, impegnativo e sacro al punto da richiedere di esser rispettato anche quando, come in questa situazione, due "ospiti" si trovano in alleanze militari opposte. Diomede perciò propone che loro due si evitino in battaglia, tanto per ognuno ci sono tanti altri soldati da uccidere! Glauco e Diomede si stringono la mano e si scambiano dei doni (nei quali Glauco dimostra d'aver perso il senno, scambiando armi d'oro con armi di bronzo e cento buoi con nove buoi, mah) e ognuno per la sua strada.

Intanto Ettore ha raggiunto le porte della città, dove subito incontro gli vengono tutte le donne che vorrebbero aver notizia dei loro fratelli, padri, mariti; ma Ettore non dice loro nulla, se non di pregare. Quando arriva alla bella dimora di Priamo subito gli viene incontro Ecuba, la madre, che gli fa domande e gli offre del vino per ristorarsi, che però Ettore non accetta temendo di lasciarsi andare e perdere il vigore che gli serve per tornare poi in battaglia. Piuttosto riferisce alla madre il consiglio di Eleno, di recarsi al tempio di Atena col più bel peplo che possiede a pregare assieme a tutte le Anziane; lei allora raduna le ancelle e le manda in giro per la città a radunare le donne che dovranno accompagnarla e tutte insieme si recano al tempio, depongono il peplo sulle ginocchia della dea e le promettono le dodici vacche se lei spezzerà la lancia di Diomede ed avrà pietà dei figli di Priamo. Sappiamo però che Atena fe' cenno di no.

Ettore nel mentre si è già spostato per andare a cazziare il fratello Alessandro (che poi sarebbe Paride) perché dopo il duello con Menelao non è più tornato sul campo ed i Troiani ormai iniziano a dir male di lui. Alessandro non se la prende anzi, riconosce che Ettore ha ragione a parlargli in quel modo, ma aveva bisogno di sfogare il dolore (leggi: trastullarsi con Elena) ed ora che la sua donna l'ha incitato a tornare in battaglia va meglio (appunto). Ettore non dice nulla, ma Elena s'intromette dicendo al cognato quanto vorrebbe, con tutte le sue sciagure, almeno essere la sposa di un uomo più forte, ma costui (cioè Alessandro) non ha ora cuor saldo e neanche lo avrà certo mai; e temo che ne mieterà il frutto. Ettore non perde molto altro tempo nella loro casa, preso appuntamento con Alessandro si affretta alla propria dimora per vedere la sua di sposa, ma non la trova in casa e le ancelle gli riferiscono che s'era recata, affranta e affannata, alle mura, portandosi dietro la balia col bimbo. Quando si avvicina alle mura lei, Andromaca, gli viene incontro correndo ed ha inizio la scena madre di questo Libro.

Andromaca appare come una donna fragile che da troppo tempo si costringe a farsi forza, che tra le lacrime ricorda ad Ettore come lui, il suo sposo, rappresenti tutto ciò che ha, perché Achille ha ucciso tutta la sua famiglia. Lo implora di restare, di non rendere lei vedova e orfano il bambino. Ettore le risponde che anche lui pensa ogni giorno a queste stesse cose, ma che non può comportarsi da codardo e abbandonare i compagni e che non lo fa tanto per la gloria, per rendere onore al signore Priamo e tantomeno ai fratelli: ma soprattutto per lei, che se gli Achei avessero la meglio se la prenderebbero e porterebbero via come schiava, e ad Argo sarebbe costretta a tessere la tela per qualcun altra e a portare l'acqua, mentre qualcuno indicandola avrebbe detto quella era la moglie di Ettore, il più forte tra i combattenti Troiani, e lei avrebbe provato ogni volta uno strazio nuovo. No, le dice Ettore, lui deve combattere e che muoia prima di sentire le grida o vedere il rapimento della sua Andomaca braccio bianco. Poi la tenerezza di Ettore si sposta sul bambino, che tutti chiamavano Astianatte, il quale però si spaventa per l'aspetto del padre. Ettore e Andromaca sorridono dolcemente, Ettore si toglie l'elmo e alza il bimbo al cielo chiedendo ai numi di proteggerlo, di farlo crescere sano e più forte di suo padre. Rimesso il piccolo tra le braccia della madre, Ettore deve salutarli. Accarezza Andromaca e s'intenerisce a vederla sorridere tra il pianto. Lei si avvia verso casa, voltandosi molte volte, senza smettere di piangere.

Ettore viene raggiunto da Alessandro, ed insieme si incamminano di nuovo verso il campo di battaglia.

Congedo di Ettore da Andromaca alle porte Scee
David Allan



martedì 19 gennaio 2016

I Pilastri, Iliade #5: Libro Quinto

Le gesta di Diomede
«Forza, Diomede, adesso a batterti contro i Troiani,
ché t'ho ispirato nel petto quella furia paterna
intrepida, ch'ebbe Tideo cavaliere agitatore di scudo,
e ti ho tolto dagli occhi la nube, che v'era sopra,
perché tu ben conosca i numi e i mortali.
Ora dunque, se un nume venisse qui a tentarti,
in faccia agli immortali tu non osar di combattere,
agli altri. Se però la figlia di Zeus Afrodite
venisse nella battaglia, dàlle col bronzo acuto!» 

Il Libro Quinto, incentrato sulle gesta di questo soldato, Diomede, è un libro che mentre lo si legge pare più lungo degli altri, essendo così ricco di intrecci e denso di nomi e di storie; ma è anche un libro molto affascinante per tutto quello che è l'intreccio tra uomini ed immortali, i cui mondi continuano ad intrecciarsi e a volte quasi sovrapporsi. Diomede è esemplare sotto questo punto di vista: un uomo come gli altri che, ispirato dalla dea Atena, diventa una tale furia da incutere terrore persino ai numi.

Ma andiamo con ordine. La settimana scorsa eravamo rimasti in mezzo alla battaglia tra Teucri ed Achei, ed è esattamente lì che ci ritroviamo all'inizio del quinto Canto, che si apre proprio con Atena che infonde furore ed audacia a Diomede affinché fosse glorioso fra tutti gli Argivi e conquistasse nobile fama. In questi versi si riscopre ancora una volta la maestria di Omero nel raccontare i movimenti della battaglia, infatti ci vengono descritti, poco per volta, tutti i colpi che Diomede riesce a mettere a segno. In alcune scene si limita a dire in che modo le sue vittime cadevano, in che punto le sue armi laceravano la carne del nemico – la cui fine, spesso, viene segnata da una frase che rintocca come una campana a morto: l'armi sopra tuonarono, parole che chiudendo le sequenze con regolarità calcolata rendono l'atmosfera davvero tetra e lugubre.

La violenza di Diomede raggiunge un'intensità tale che non si poteva capire con chi avesse parte il Tidide (Diomede è figlio di Tideo) / se fosse coi Troiani oppure con gli Achei. La sua potenza viene paragonata a quella dei fiumi in piena, che travolgono tutto senza lasciar speranza di poterli arrestare. Le metafore utilizzate dal poeta, tutte prese dal mondo della natura e degli animali, non deludono mai e riescono sempre a costruire immagini nitide della narrazione. Nemmeno un dardo che lo colpisce alla spalla riesce a fermarlo, anzi: dopo che Atena lo ebbe prontamente rimesso in forze, egli viene paragonato ad un leone che, ferito, non è sconfitto ma solo più infuriato di prima.

Enea e Pàndaro – il più abile in assoluto con le frecce – partono assieme su un carro per tentare di fermare Diomede: uno scontro dal quale Enea non sarebbe uscito vivo, se non fosse intervenuta a salvarlo la madre Afrodite. Diomede non si ferma neanche davanti all'intervento divino: memore delle parole di Atena, che gli aveva detto di non fermarsi davanti ad Afrodite, e sapendo che ella è una dea debole e non una di quelle che dominano fra le battaglie degli uomini la inseguì tra la folla, ferendola con la sua asta acuta al polso.

Quante sorprese mi sta riservando, l'Iliade. Se finora a stupirmi sono stati gli interventi del poeta, che si è espresso usando i pronomi personali o che ha inserito una seconda invocazione delle muse nel Libro Secondo, adesso mi stupiscono i contenuti: mai avrei pensato che un umano avrebbe potuto ferire una divinità, eppure spiccò il sangue immortale della dea. Afrodite urla spaventata e lascia cadere il figlio, preso subito da Apollo che provvede a proteggerlo dal rischio di esser colpito.

Afrodite fugge disperata, trova Ares seduto a sinistra della battaglia, si accascia ai suoi piedi e lo implora di darle i suoi cavalli per raggiungere l'Olimpo. Egli glieli lascia e Afrodite, sempre più angosciata, sale sul carro accompagnata da Iri, che prende in mano le briglie. Arrivate subito all'Olimpo, Afrodite si getta alle ginocchia della madre Dione: le note mi spiegano che questo è l'unico episodio in cui Dione compare quale madre di Afrodite e che, dunque, questa genealogia potrebbe essere un'invenzione di Omero. Dione chiede alla figlia chi le abbia fatto del male e Afrodite, ancora affranta, fa il nome di Diomede, aggiungendo: «Ormai la mischia orrenda non è fra Teucri e Achei. I Danai fanno guerra anche con gl'immortali». La madre, mantenendo saggiamente la calma, le consiglia di sopportare questo dolore per quanto atroce, poiché non è certo la prima tra gli dèi a sopportare delle sofferenze causate dai mortali. A prova di tale affermazione le racconta di Ares in catene, di Era ferita ad una spalla ed altri episodi che vedevano gli immortali in difficoltà. Finito di parlare, Dione provvede a curare la figlia: le deterge il polso e guarisce i suoi dolori.
Nel mentre, Atena ed Era sembrano quelle compagne di scuola che stanno sempre appiccicate e che appena ne hanno occasione iniziano a confabulare tra loro; anche in quest'occasione non mancano di farlo e alludono sarcasticamente alla storia di Elena e Paride e allo zampino che ci mise Afrodite. Zeus se la ride e dice ad Afrodite di tornare ad occuparsi dei matrimoni e di lasciare le cose della guerra ad Ares e Atena.

Intanto sulla terra la battaglia è lungi dall'esser conclusa: Diomede, nonostante la protezione di Apollo, è tanto deciso ad uccidere Enea che per tre volte si scaglia contro lo scudo divino. Al quarto tentativo il dio gli intima di smetterla, di non credersi un pari degli dèi; solo a questo punto Diomede indietreggia, lasciando finalmente ad Apollo la possibilità di deporre Enea fuori della mischia, creando allo stesso tempo un fantasma con le fattezze di Enea, attorno al quale i soldati continuano ad azzuffarsi. A questo punto Apollo chiede ad Ares se non ha intenzione di fermare quell'uomo (Diomede) che al momento probabilmente avrebbe osato sfidare persino Zeus. Ares allora va a spingere le file troiane, esortando i figli di Priamo a non lasciarsi sconfiggere così dagli Achei. Con questa mossa, Ares si guadagna la nomina di banderuola. La battaglia prosegue, tra sfide verbali e di lancia, tra scorci di storia di personaggi e di popoli, tra gli dèi che aiutano e soccorrono i loro favoriti, corpi che cadono privi di vita e i cavalli dei troiani sconfitti che vengono condotti alle navi achee.

Gli achei, una volta che riconoscono Ares tra i troiani, non riescono a far altro che indietreggiare; ovviamente Era se ne accorge e preparando subito un carro parte assieme ad Atena alla volta della battaglia. La loro partenza viene resa incredibilmente suggestiva dalla descrizione delle porte del cielo, sorvegliate dalle Ore, ancelle dell'Olimpo e divinità delle stagioni. In procinto di varcare le porte, scorgono Zeus sulla vetta più alta dell'Olimpo ed Era gli chiede come può non adirarsi con Ares per quel che sta combinando; per tutta risposta, il re degli dèi acconsente a lanciargli contro Atena. Era «frustò i cavalli che si slanciarono ardenti / a volo tra la terra e il cielo stellato». Dopo aver spronato gli achei dando loro dei vigliacchi, Atena corre in cerca di Diomede per assicurargli di non temere più nessuno, neanche gli immortali, ché lei lo avrebbe protetto contro tutti. Appena quello riprende coraggio, salgono assieme su un carro spronando i cavalli proprio in direzione di Ares. Unendo le loro forze, Atena e Diomede feriscono Ares al ventre. Ares urla talmente forte da lasciar atterriti tutti i troiani e tutti gli achei, lasciando subito il campo in una nube nera per correre a rifugiarsi sull'Olimpo; qui anche lui si rivolge a Zeus, chiedendogli se non lo adirano le continue sofferenze che i numi s'infliggono l'un l'altro a causa dei mortali, ma Zeus non mostra alcuna compassione nei suoi confronti: «Non starmi a sedere qui e a piangere, banderuola! / Tu sei il più odioso per me, dei numi che hanno l'Olimpo (…)». Nonostante queste dure parole, Ares viene curato ed il libro quinto si chiude sul ritorno di Era ed Atena che sono riuscite a mettere fine alle stragi d'Ares funesto ai mortali.

E quindi, cosa aggiungere a tutto ciò? Nonostante il poco tempo che ho avuto quest'ultima settima da dedicare alla lettura dell'Iliade, il necessario sforzo che ho dovuto fare per fare in tempo a concludere il Libro Quinto è stato più che ricompensato: l'intensità che ha raggiunto la narrazione è notevole e credo sia impossibile, per un lettore, non trovarsi a questo punto totalmente conquistato e assorto. Gli scenari polverosi, il coraggio o la paura dei combattenti, le descrizioni della potenza di Diomede… tutto a dir poco indimenticabile. Soprattutto, ancora una volta, le vicende degli dèi, che potrebbero starsene tranquilli nella bambagia dell'Olimpo ma non sanno fare a meno di immischiarsi tra il sangue e le lance degli uomini. Ares ed Atena sono senz'altro le figure più potenti di questo libro, non solo per le capacità che di fatto possiedono, ma anche per come vengono rappresentati, con un margine di spessore in più rispetto ai loro “colleghi”.
E la curiosità non fa che aumentare.

martedì 12 gennaio 2016

I Pilastri, Iliade #4: Libro Quarto

I patti violati e la rassegna di Agamennone
«Ebbene, fa' come vuoi, ché in seguito questa contesa
fra te e me non divenga discordia grave fra noi.
Altro però devo dirti; e tienilo bene in mente:
quando bramando anch'io d'annientare una rocca,
quella voglia ove vivano uomini a te graditi,
non dovrai trattener la mia collera, ma lasciarmi,
perché io pure cedo volente, ma contro il mio cuore,
perché quante sotto il sole e il cielo stellato
sono città abitate da uomini terreni,
fra queste Ilio sacra m'onorava di cuore,
e Priamo e la gente di Priamo buona lancia;
ché mai mio altare mancava della sua offerta,
di libagioni, di grasso: questo è il nostro onore».



 Le parole riportate in apertura stavolta son niente meno che del signore degli dèi, Zeus. Avevamo chiuso il libro terzo con Menelao che vagava per il campo come una belva, irato per la fuga di Alessandro proprio sul più bello della loro sfida a duello. Il libro quarto si apre su uno scenario diverso, ultraterreno: siamo infatti sull'Olimpo, dove gli dèi stan tutti tranquillamente seduti attorno a Zeus, quando quest'ultimo fa saltare i nervi ad Era e Atena, dicendo che loro due son le protettrici di Menelao eppure non muovono un dito per aiutarlo, mentre Afrodite accorre sempre a difendere il suo protetto, Alessandro. Atena non osa dar voce alla propria ira, al contrario di Era che non riesce a contenersi: ne nasce una discussione tra moglie e marito, lui – ormai è chiaro – predilige i Troiani e lei invece gli Achei; il risultato dell'alterco è che Zeus si rassegna, a patto che quando sarà lui a voler distruggere una città Era glielo lascerà fare anche se si trattasse di una abitata da uomini a lei cari. Ebbene, vi sono tre città a me carissime: Argo e Sparta e la spaziosa Micene; distruggile, il giorno che tu le odiassi in cuore!, dice lei. Zeus ordina allora ad Atena di scendere in terra e di fare in modo che i Troiani colpiscano gli Achei, infrangendo i patti. Lei va, balzando in terra simile ad una stella – che immagini meravigliose! – e col solito trucchetto di assumere sembianze altrui – quelle di un eroe troiano, in questa occasione –, convince un soldato troiano un po' allocco della gloria di cui si vestirebbe se riuscisse a colpire Menelao. Il povero Pàndaro non perde tempo, subito si prepara: e quando ebbe teso in tondo cerchio il grande arco, l'arco sonò, ronzò cupa la corda, scoccò il dardo dalla punta acuta, bramando volar tra la folla.

E qui Omero mi stupisce ancora, facendo un'altra cosa che non mi sarei mai aspettata: usa la seconda persona singolare parlando direttamente a Menelao, per dirgli che i numi non si sarebbero dimenticati di lui e che Atena deviò il dardo che l'avrebbe altrimenti colpito. Ella lo allontanò dal tuo corpo, tanto quanto una madre allontana una mosca dal figlio, che in dolce sonno riposa.
Grazie ad Atena, la freccia lo scalfisce solo sul fianco, procurandogli una ferita superficiale; la vista del sangue che sgorga dal fianco del fratello è comunque sufficiente a far rabbrividire Agamennone, il quale parla subito dei patti infranti e delle conseguenze cui si sono buttati i troiani con le loro stesse mani. Ma prima di tutto Menelao deve essere curato, e ci pensa l'eccellente guaritore Macàone.

Intanto Agamennone si fa un bel giretto per tutto il campo, tra i vari gruppi achei e i loro capi. Si assicura che tutti si stiano preparando, a seconda dei casi incita, incoraggia o rimprovera; è una parte in cui ci viene ricordato da quanti posti diversi vengano i soldati greci, di quanto sia eterogenea la loro compagine. Ci viene ricordato il valore di alcuni eroi, la prontezza di altri. E, in tutto ciò, Achille ancora non si rivede.

Infine assistiamo alla battaglia, raccontata con la consueta nitidezza e con quelle similitudini di cui credo solo Omero sia capace, in grado di costruire con poche parole dettagliate immagini nella testa del lettore. Gli eserciti vengono paragonati ai moti del vento, al flusso di due torrenti che precipitando dai monti urtano al confluente l'acqua rabbiosa / delle fonti abbondanti dentro cavo dirupo. Dalla massa di voci e corpi, di colpi presi e dati, ogni tanto l'attenzione si focalizza su due precisi combattenti, e veniamo a sapere chi riesce ad avere la meglio. D'impatto il passaggio in cui si parla delle urla dei troiani, accomunate al belare delle pecore nella corte d'un uomo ricchissimo: perché non era uguale la voce di tutti, né uno il linguaggio, / ma mischiata la lingua; erano genti diverse. Che si ritrovano però a combattere la stessa guerra. Quanto mai suggestive queste tre righe:
E questi spronava Ares, quelli Atena occhio azzurro,
e Terrore e Disfatta e Lotta senza misura furente,
sorella e compagna d'Ares massacratore;
Immaginare queste entità che corrono tra gli uomini, incitandoli a non mollare, a combattere finché le gambe li tengono in piedi. E quando gli achei sono in vantaggio ed i troiani sembrano quasi indietreggiare scoraggiati, si scomoda anche Apollo che sdegnato grida loro che gli achei non hanno mica la pelle di pietra o d'acciaio e che l'unico davvero temibile, cioè il semidio Achille, non sta neanche combattendo! Il combattimento va avanti, tra soldati già caduti, altri allo stremo: (...) molti, quel giorno, dei Teucri e degli Achei proni nella polvere rimasero stesi accanto.



Ebbene, che dire. Ormai sono completamente coinvolta da questa lettura, mi sono abituata allo stile, al ritmo, alle dinamiche e mi ci lascio trasportare che è un piacere. Di volta in volta sono solo sempre più curiosa di vedere come proseguirà. Ammetto che al momento sono in attesa del ritorno di Achille, di cui in realtà mi ero quasi dimenticata. Ho trovato questo quarto libro particolarmente fluido e scorrevole e mi sono piaciute molto tutte le parti dedicate agli dèi, che continuano ad esser quelli che rimescolano le carte in tavola. E comunque, ancora non ho deciso da che parte sto, se da quella degli achei schinieri robusti o dei troiani domatori di cavalli.

Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina , Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna. Il commento al rom...