Ho finito di leggere questo romanzo,
Il buio oltre la siepe, da diversi giorni ormai. Di solito scrivo il mio commento su un libro il giorno stesso che lo concludo, o almeno annoto da qualche parte le sensazioni che mi lascia, perché mi piace parlarne
a caldo. Lasciar trascorrere del tempo, fosse anche poco, tra la lettura e la condivisione di quanto questa mi ha suscitato nella maggior parte dei casi fa sì che il mio parere sia meno partecipe di quanto avrebbe potuto esserlo nell'immediato. Col romanzo di
Harper Lee, invece, ho sentito il bisogno di prendermi un attimo per rifletterci su, per lasciar sedimentare a pieno il suo contenuto, per digerirlo ed immagazzinarlo abbastanza bene da non dimenticarne mai più neanche una virgola. Del resto sono stata anche troppo ingorda nel leggerlo: incapace di metterlo giù, ad ogni sessione di lettura mi son divorata un centinaio di pagine, e quando poi mi
costringevo a posarlo perché magari ormai era notte tarda restavo ogni volta col libro chiuso in mano a fissare il vuoto, totalmente incapace di abbandonare la realtà del libro per tornare alla mia.
Il buio oltre la siepe è un romanzo che molti lettori danno per scontato: “
E' sicuro che prima o poi lo leggerò”, si dicono, e per questo continuano a rimandare l'appuntamento; io stessa ho fatto così, lasciandolo sugli scaffali delle librerie perché non era necessario anteporlo a letture che al momento m'interessavano di più: tanto, prima o poi, l'avrei letto. Solo che quel
poi mica arriva da sé e meno male che mi sono finalmente decisa a regalarmi il piacere di quella che si è rivelata
una delle letture più belle della mia vita.
«Ha influenzato il nostro paese in meglio. E' stato un dono per il mondo intero. Come modello di buona scrittura e sensibilità umana questo libro verrà letto e studiato per sempre.»
Sapete, per anni ed anni mi sono tenuta lontana da qualunque recensione, articolo di giornale o citazione che riguardasse
To Kill A Mockingbird – titolo originale del romanzo – perché volevo tenermi a distanza dalla fama che lo precede e godermi questa lettura totalmente ignara dei suoi contenuti. Quel che sapevo era solo che di mezzo c'era il tema del razzismo e che la protagonista era una bambina di nome Scout.
Quella tra virgolette è la motivazione con cui ad Harper Lee è stata assegnata nel 2007 la
Medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza americana. Che cosa potrebbe aggiungere, chiunque di noi, davanti ad una simile constatazione? Capirete – e soprattutto capiranno quanti hanno letto questo libro – il mio indugio, la mia difficoltà a cominciare davvero a dire qualcosa a proposito della storia che vi è contenuta,
il senso di piccolezza che provo dinnanzi ad un'opera così intensa.
Perciò voglio partire da qualcosa di semplice, e cioè
l'atmosfera che ho sentito fin dalle prime pagine.
Chi ha amato
The Help di Kathryn Stockett o ancor di più
Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop di Fannie Flagg si sentirà subito a casa: l'ambientazione ha qualcosa in comune infatti con questi altri due romanzi più recenti, con cui condivide soprattutto l'esser calato
in un piccolo paese dove tutti conoscono tutti. Se in
The Help siamo a Jackson, in Mississippi, con
Pomodori verdi fritti alle porte di Birmingham, in Alabama, con
Il buio oltre la siepe torniamo proprio nel clima caldo e torrido di questa regione, l'
Alabama del sud, in particolare nella cittadina di
Maycomb; col libro di Fannie Flagg, poi, il romanzo di Harper Lee condivide anche lo spazio temporale, ovvero gli
anni Trenta.
La voce narrante che ci accompagna attraverso le strade dei quartieri di Maycomb è quella di
Scout Finch, una bambina estremamente sveglia, intelligente e vivace che non ne vuol sapere di sostituire i suoi pantaloni con un più adeguato abito femminile e che sa già leggere prima di andare a scuola; sa leggere, anzi, da quando ne ha memoria e non riesce neanche ad immaginare di non poterlo o saperlo fare.
Accanto a lei, a tenere sempre sull'attenti le vecchiette del vicinato, c'è il fratello maggiore
Jem: i due sono pressoché inseparabili e riempiono le proprie giornate intraprendendo le più svariate avventure, ma soprattutto mettendo su delle recite basate sui testi dei loro racconti preferiti o inventati di sana pianta. Jem e Scout, come tutti i ragazzi, aspettano ansiosamente l'estate – non solo, però, per le vacanze estive dalla scuola (dove tra l'altro loro raramente imparano qualcosa di nuovo) ma soprattutto perché per loro l'estate significa l'arrivo di
Dill, un ragazzo della loro età che passa le vacanze dalla zia, miss Rachel, una delle tante vicine di casa di Jem e Scout. Dill è un prezioso alleato per le loro scorribande, un importante arricchimento nelle loro recite e un ben accetto diversivo nella routine di Maycomb.
Jem e Scout hanno perso la mamma quando erano molto piccoli. Scout ne ha un ricordo vaghissimo, mentre Jem – quando qualcuno accenna a lei – si chiude in un silenzio che non ti farebbe mai venire in mente di fargli domande. Tuttavia una figura femminile nella loro vita c'è sempre stata, ed è
Calpurnia, la cuoca nera che si prende cura di loro come fossero figli suoi. La persona più importante per loro, comunque, la loro figura di riferimento è senz'altro il padre: l'avvocato
Atticus Finch. Il solo pensare a lui già mi commuove, perché è un personaggio incredibile, soprattutto nel modo che ha di rapportarsi ai suoi figli, i quali lo rispettano senza che mai lui – per ottenere da loro tale rispetto – abbia alzato le mani o la voce. Atticus, nonostante debba lavorare molte ore al giorno e nonostante si sia trovato ad affrontare una situazione tanto difficile come tirar su da solo due ragazzi, trova sempre il tempo da dedicare a Scout e Jem. S'interessa delle loro giornate, è sempre pronto a dissipare pazientemente i dubbi che qualche evento ha fatto sorgere nelle loro testoline; non li tratta come bambini ma neanche compie l'errore, per questo, di pretendere da loro che si comportino da adulti.
Atticus Finch è prima di tutto un vero maestro di vita, e lo è senza la minima retorica, senza banalità e senza l'ombra di presunzione. Atticus spiega a Scout l'importanza di
sapersi mettere nei panni degli altri per comprendere e non giudicare, spiega delle scelte che loro potrebbero non capire con la motivazione che – se decidesse di fare altrimenti – non potrebbe più pretendere di dire a loro due cosa fare o non fare.
Tutto quel che faccio in vita mia, dice ad un certo punto,
lo faccio per poter guardare negli occhi i miei figli. Questo, è il padre di Jem e Scout Finch.
L'evento che sconvolge la tranquillità di Maycomb – e che sotto diversi aspetti cambia per sempre le vite dei Finch – attiene alla professione di Atticus, il quale viene incaricato d'ufficio di difendere Tom Robinson, un nero, accusato di aver violentato una ragazza bianca. La ragazza in questione è la figlia di
Bob Ewell, un nome con cui nessuno in tutta Maycomb ha niente a che fare: gli Ewell abitano nell'ultima casa prima della discarica e del quartiere dei neri, lui è notoriamente un alcolizzato che si beve anche il sussidio che dovrebbe invece permettergli di mantenere i suoi svariati figli, i quali invece conducono l'esistenza quasi allo stato brado: nessuno di loro va a scuola, non hanno rapporti sociali e non curano nemmeno l'igiene personale. Nonostante questa pessima reputazione,
Tom Robinson – un bravo marito e padre di famiglia, onesto e rispettato lavoratore – ha scarsissime possibilità di scamparla, tutte riposte nelle mani di Atticus. Il fatto che Atticus accetti e anzi s'impegni per questa causa desta lo scalpore di tutta Maycomb. Sono in pochi a sostenerlo ed apprezzare il suo operato, la maggior parte dei cittadini – malgrado la stima che nutrono per Mr Finch – si indigna per il suo comportamento. Quella che segue è un'estate di fuoco, durante la quale Scout e Jem devono vedersela coi coetanei che come pappagalli aprono la bocca per ripetere i pregiudizi e le maldicenze sentite a casa dai genitori;
combatti col cervello, cerca d'insegnare Atticus alla sua piccola scalmanata Scout,
non con le mani.
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| Immagine tratta dal film omonimo del 1962 |
Come credo di avervi fatto capire,
Il buio oltre la siepe non è
solo un libro sul razzismo: la vicenda di Tom Robinson e del coraggio e dell'intelligenza di Atticus Finch ne costituisce, semmai, il cuore. Le pagine più toccanti sono infatti quelle incentrate sul processo, che occupa diversi capitoli e che il lettore può seguire, passo dopo passo, attraverso gli occhi e le orecchie di Scout, Jem e Dill, i quali vi assistono dall'alto, stretti nel balconcino riservato ai neri. Il discorso che Atticus fa rivolto alla giuria riassume i motivi che hanno portato l'America a conferire ad Harper Lee la
Medaglia presidenziale della libertà ed è senz'altro tra le pagine più belle mai scritte in letteratura.
La difesa di Atticus Finch non riguarda solo il popolo nero, ma
è una difesa della stessa dignità umana,
l'unica cosa che ogni uomo o donna – qualunque sia la sua posizione sociale, il luogo di provenienza, il colore della pelle,
a prescindere da qualunque cosa –
possiede dal momento della sua nascita a quello della sua morte e che nessuno,
nessuno, dovrebbe mai avere il potere di togliergli. Non a caso lo scopo di ogni genocidio è stato proprio questo: privare un popolo, una razza o un'etnia della propria dignità, equiparando queste persone ad un oggetto per il quale non si può certo provare empatia e del quale, dunque, si può disporre a proprio piacimento.
Privare qualcuno della dignità umana rappresenta la più alta forma di violenza, il delitto più atroce di cui un'umanità non degna di questo nome si è macchiata nel corso della storia. Harper Lee ha saputo racchiudere meglio di chiunque altro tutto questo, facendolo vedere con gli occhi di tre bambini ancora innocenti, non farciti di preconcetti e schemi mentali rigidi, i quali con la loro incapacità di capire cosa ci sia di difficile nell'assolvere un uomo evidentemente innocente sottolineano indirettamente l'assurdità delle idee e delle posizioni degli adulti.
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| Harper Lee |
Ho sentito più volte dire che le emozioni più intense in letteratura arrivano quando uno scrittore scrive di qualcosa che sa, che conosce in prima persona. Come del resto succede a tutti noi, che ci accaloriamo ed esaltiamo quando abbiamo occasione di parlare liberamente di qualcosa che ci appassiona. Ebbene, credo che parte della meraviglia de
Il buio oltre la siepe sia custodita proprio in questo: Harper Lee ha parlato di casa sua. Lei è nata a Monroeville, proprio in Alabama, nel 1926. Il cognome Finch è un omaggio alla madre perduta prematuramente, la quale da nubile si chiamava proprio così. Il padre, Amasa Coleman Lee, era un importante avvocato. Lei stessa, prima di seguire la vocazione letteraria, studiò legge. Fin da quando aveva tre anni fu amica di
Truman Capote, il quale la spinse in prima persona a provare a mettere per iscritto i ricordi che aveva della sua infanzia.
Mettendo insieme tutto questo, non è difficile pensare che Maycomb sia in realtà Monroeville, che Scout sia solo un altro nome per Harper Lee, che Atticus si chiamasse in realtà Amasa. E ci si chiede chissà se a Monroeville c'era davvero una Maudie Atkinson, una miss Rachel, una miss Stephanie Crawford; chissà se c'erano i Cunningham e gli Ewell, chissà se due bambini correvano ogni giorno, al tramonto, incontro ad un uomo che con passo saldo e tranquillo tornava dalla città. Chissà se c'era un Dill che arrivava ogni estate, chissà se esisteva uno zio Jack dottore che arrivava per il Natale. E soprattutto,
chissà se c'era il misterioso Boo Radley.
E voi, avete letto questo romanzo o lo farete, “prima o poi”?