Giuro, non farò manfrine sul tempo già trascorso tra l'ultimo post e questo qui. Alla fine la verità è che è colpa delle stelle: sono del segno dei gemelli, e ciò fa di me una personcina incostante perché sin troppo curiosa, entusiasta verso i più disparati rami di realtà. Detto ciò, già da diverso tempo ho concluso la lettura di un libro che non mi pare giusto lasciare in ombra, trattandosi di un celebre classico moderno come Fahrenheit 451 del signor Ray Bradbury.
Fahrenheit 451 è una distopia, pubblicata per la prima volta agli inizi degli anni Cinquanta. L'intuizione di Bradbury è geniale: crea un ipotetico futuro dove, come vuole il genere cui il libro appartiene, le persone fanno parte di una società controllata, dove ogni forma di pensiero critico o soggettività è completamente annullata. Oltre a questo, Bradbury inserisce in questo quadro il peggior incubo di ogni appassionato lettore, studioso, amante della parola scritta: i libri sono severamente vietati, chi ne possiede viene considerato un sovversivo e prontamente viene appiccato il fuoco sulla sua abitazione. In un riuscitissimo ribaltamento delle parti gli addetti ad appiccare il fuoco sono i pompieri. Il protagonista che ci guida attraverso questa tristissima realtà è proprio uno di loro, Guy Montag, un pompiere fatto e finito che, una briciola alla volta, prende coscienza dell'oscurità dei suoi tempi e tenta nel suo piccolo di fare qualcosa per squarciare il velo che ricopre la sua città.Dunque, devo dire che da questo breve romanzo mi aspettavo molto di più. Sarà per la sua fama, per quanto e come ne ho sempre sentito parlare, ma mi aspettavo davvero uno di quei libri che ti spaccano la testa in due, ci riversano dentro un sacco di cose che ti sconvolgono ed a lettura conclusa non sei più lo stesso di prima. Devo dire che questo fenomeno è avvenuto in piccolissima parte, e tutta concentrata nella prima metà del libro, che considero senz'altro la migliore. Capire il tipo di società che Bradbury ha costruito, e vedere pagina dopo pagina quanto lontana si è spinta l'ignoranza e la cecità delle persone, fa un effetto immancabilmente nauseante sul lettore, che difficilmente non resterà indignato dal riconoscere - ahimè - moltissimi aspetti di quella che è diventata la nostra quotidianità.
Ci sono parti che ho sottolineato, ci sono momenti in cui ci si ferma a riflettere o ci si sente come davanti ad una ineluttabile verità; tuttavia non sono entrata in forte empatia col protagonista, ed ho fatto un po' fatica a seguire con partecipazione la sua avventura dal momento in cui diventa un sovversivo ed un ricercato. Una cosa che mi è dispiaciuta parecchio, inoltre, è che un personaggio poetico come Clarissa compaia così poco, e sia alla fine puramente strumentale per ingranare la trama. Avrei apprezzato molto di più se l'autore ci avesse permesso di conoscerla meglio, di seguire da più vicino i suoi colloqui con Montag e, soprattutto, di scoprire con chiarezza dove sia finita.
Tuttavia, ciò che ci tengo a riconoscere a quello che viene considerato il capolavoro di Ray Bradbury, è la semplicità con cui è scritto, il linguaggio tanto accessibile da poter catturare sia i ragazzi che si stanno appena avvicinando alla lettura, sia a mio avviso un non-lettore. Lo trovo un romanzo fruibile veramente da tutti, e tale semplicità estrema può forse andare a discapito dell'opera quando incontra una lettrice rompiscatole come me che ad un libro chiede di più, ma ha per l'appunto il grande pregio di poter appassionare un pubblico forse più vasto.
L'avessi letto da giovanissima, forse l'avrei apprezzato senza riserve, e sono comunque felice che i professori di letteratura nei licei scelgano di consigliarlo. Sia mai che, tra un musical.ly ed uno snapchat qualche ragazzino/a si fermi a fare un ragionamento un attimo più complesso.