lunedì 9 marzo 2020

Prima di tornare a noi.

E' complicato cominciare un commento ad un libro dopo tanto tempo che non lo si fa più. Gli ingranaggi della mente sono arrugginiti, hanno bisogno di essere oliati e nel momento d'impaccio e di imbarazzo mi chiedo se lasciarmi andare ad un'introduzione lunghissima, che mescola confusamente vita, scrittura e lettura - come da un lato mi verrebbe spontaneo fare - o darmi un tono più rigoroso e lanciarmi subito, nonostante la timidezza, a parlare del romanzo che ho concluso sabato sera e che, dopo molto tempo, mi ha fatto pensare che avrei potuto provare a raccontarlo in un post. 

E' vero che non mi trovo di fronte ad un pubblico in carne ed ossa, sola sopra un palco e con un microfono in mano, ed è vero anche che sono sempre meno le persone che ancora decidono di dedicare il proprio tempo a leggere attentamente blog come questo, ormai passati di moda, figuriamoci quelli la cui autrice è incostante come me; eppure, tutte le volte che manco per un po' o che faccio disordine, come se veramente questa pagina fosse la mia stanza, in cui nessun altro dovrebbe entrare, mi sento poi in dovere di spiegare cos'è successo, di spendere anche solo qualche riga per rimettere le cose a posto prima di tornare a più alti argomenti. Non sono proprio a capace a comportarmi - e scrivere - come nulla fosse, mi sembrerebbe quasi una mancanza di rispetto, forse anche verso i libri stessi prima ancora che verso i miei eventuali e preziosi lettori.

Certo non è semplice raccontare il periodo che sto attraversando, come forse avrà dedotto chi ha letto il mio post precedente. La pausa forzata dovuta al coronavirus sta avendo per me un effetto benefico, perché è come se dopo settimane e settimane di tempesta per la prima volta stesse tornando nella mia testa frastornata la calma, e con essa la lucidità e la capacità di riflettere. Venerdì mattina, ad esempio, mentre stendevo il bucato ho pensato che quest'epoca mi ha confuso. Uno di quei pensieri che una volta che li esprimi a parole o li metti su carta sembrano niente di che, ma nel momento in cui per la prima volta ti si erano accesi dentro come un'insegna al neon in una strada buia ti colpiscono con una forza che momentaneamente ti stordisce. Un pensiero fatto di cinque parole, che riassume dentro di sé una matrioska di ragionamenti che non ho neanche avuto bisogno di spiegarmi, mi son stati chiari - tutti insieme - all'istante come se ci avessi speso giorni di analisi, studio e riflessioni. Dentro c'è il fatto che sono nata all'inizio degli anni '90, che ho avuto in mano il primo game boy, la prima play station, ma prima di questo mi son dovuta inventare storie su storie per rendere interessanti le bambole e le Barbie che altrimenti stavano lì ferme senza dire e fare nulla; mi sono arrampicata sugli alberi, sbucciata le ginocchia giocando a pallavolo, mosca cieca, nascondino e tutto il resto, ho attraversato estati che diventavano tanto interminabili da non veder l'ora che a settembre ricominciasse la scuola pur di sfuggire alla noia che ormai mi esauriva. Ho letto tanto fin da bambina, perché i cartoni animati c'erano solo mezz'ora al giorno. Il primo pc comparso in casa era talmente lento che quasi scoraggiava all'uso e le attività più eccitanti che poteva offrire erano Paint e Microsoft Words: in poche parole, disegnare e scrivere. Il mio primo cellulare l'ho avuto a dodici anni circa, ma solo perché dato che ne esisteva la possibilità mia madre voleva potermi contattare quando ero fuori casa, e comunque era un cellulare che non aveva altre funzioni se non quella di telefonare e mandare/ricevere sms, nient'altro. 

Insomma, a cosa serve questo panegirico nostalgico sui bei tempi andati? A nulla, certo, se non a spiegarmi la difficoltà, la fatica e la frammentarietà che sta rendendo così difficile la vita a molti della mia generazione. Siamo svelti con la tecnologia, è vero, ma non l'abbiamo avuta in mano sin da quando ci siamo resi conto di averne un paio e questa è - secondo me - la nostra più grande ricchezza ed uno dei nostri peggiori svantaggi. Abbiamo studiato su libri fatti di carta, scritto su quaderni fatti di carta, andando in giro per tutta la nostra vita scolastica con le dita sporche di inchiostro rosso e blu. I nostri professori non si sarebbero mai sognati di darci i compiti su una chat di gruppo, e questo poneva dei limiti e delle distanze oggi sconosciute. Ancor peggio però è che, le cose che accadono oggi, appena qualche decennio fa non si immaginavano neppure.

Non esistevano i social, e non esisteva di conseguenza quella velocità, quella rapidità che oggi definisco violenta e che si è mangiata proprio tutto: la qualità di ciò che viene proposto, la durata della popolarità di cose e persone, la pazienza e la capacità della gente ormai totalmente disabituata a dedicarsi a qualcosa per più dei canonici 15 secondi o 120 caratteri; sono tanti i ragazzi della mia età o più grandi che sarebbero in totale disaccordo con quanto scrivo, essendo stati in grado al contrario di prendere il meglio da ciò che questa rivoluzione delle abitudini del mondo aveva da offrire, trovando in tutto questo proprio il mezzo più utile e più potente per sviluppare e far conoscere le proprie capacità ed i propri talenti. Ma c'è anche chi, come me, sapeva usare solamente la penna e la carta (per fare un esempio) e trovandosi catapultato in questo nuovo mondo in cui chiunque sembrava avere tutte le possibilità del caso a patto di sapersele creare e prendere, ha tentato di uscire dal proprio microcosmo, salvo poi rendersi conto di non essere capace di farsi strada in un oceano di profili e contenuti governati da leggi invisibili ed incomprensibili, dove avere effettivamente qualcosa da dire conta, ma in maniera spesso piuttosto relativa.

Allora cosa si fa, si fa un passo indietro con l'impressione che si è ormai in quattro gatti a non essere in grado di cavalcare quest'onda pazzesca, e ci si guarda demoralizzati e perplessi con una domanda stampata in faccia: ed ora che me ne faccio di tutte quelle parole che avevo ancora da riversare? Sto immaginando una spiaggia di notte, sulla riva ci sono io e poche altre persone che conosco e che mi vengono in mente - qualcun altro che ha un blog e scrive in maniera strepitosa eppure ha pochissimi lettori e commenti, così come altre persone col cervello in fiamme, che non hanno ancora avuto il proprio momento - ce ne stiamo lì, al buio, a guardare l'acqua che s'avvicina e poi si ritrae. Nessuno la dice ad alta voce, ma la risposta è inequivocabilmente quella. Niente, non ce ne facciamo assolutamente niente.

Mi rendo conto che letto con certi occhi questo può sembrare solo il vaneggiamento di una povera sciocca che voleva far delle cose ed ora passa il proprio tempo ad invidiare chi c'è riuscito. Ma non è così perché, ad esempio, verso i social non ho mai nutrito alcun interesse se non nella piccola speranza di far arrivare quel che scrivevo qui almeno un po' più in là; mi scoraggia anzi, e confesso di trovarlo anche frustrante, il fatto che oggi sia sostanzialmente quello il modo di far sentire la propria voce e che se non si possiede la dovuta dimestichezza nel loro utilizzo è ancor più difficile di quanto fosse in passato farsi avanti attraverso altre strade. Forse me lo sono immaginato, ma è come se crescendo in quel tempo così vicino eppure lontanissimo, governato da tutt'altri standard e parametri, mi fosse stata fatta una promessa che è poi stata completamente cancellata come non fosse mai esistita, ed io fossi l'unica a ricordarmene e per questo guardata come se fossi strana e un po' matta. E' da questa sensazione assurda e molto difficile da spiegare - credo - che nasce la mia ferita più complessa.

Ed è da tutto questo che mi sono ritratta, è per questo che il mio blog non ha mai avuto una continuità o una direzione univoca; perché non ho mai avuto il coraggio e la serenità di essere semplicemente me stessa, limitandomi a fare quel che da sempre è stata l'unica cosa che mi interessava fare: scrivere. In continuazione ho cercato di condire quel che ero io con ciò che vedevo in giro e che sembrava funzionare, perché se altri mossi dalle mie stesse passioni ed interessi riuscivano a farne una qualche forma di mestiere, davvero non poteva capitare anche a me? Certo che no, perché non ci ho mai creduto sul serio. Io sono un'altra cosa, decisamente fuori moda, e intuendo il pericolo del cervello in fiamme dentro una stanza chiusa ho lasciato che quest'epoca mi confondesse, peggiorando solamente le cose. Basta guardare la storia di questo blog, nato dopo averne chiusi svariati altri in preda a febbrile insoddisfazione: ci sono progetti annunciati e mai veramente avviati, rubriche che promettevano cadenze regolari sopravvissute a malapena alle prime pubblicazioni. Ero mossa sì da interessi e stimoli personali e genuini, ma anche dalla voglia, dalla speranza, dal bisogno di avvicinare altri a ciò che proponevo. Non perché in cerca di una notorietà che non mi sono mai e poi mai sognata di avere, ma solo per quella necessità di comunicare che mi ha contraddistinta fin da quando ne ho memoria, e che non si è mai manifestata in altro modo che la scrittura - questo, sicuramente unito ad anni difficili in cui la mia definizione e realizzazione come persona invece che consolidarsi non ha fatto altro che sbrindellarsi e sbiadire sempre più, portandomi a cercare in maniera quasi disperata una definizione di ciò che sono almeno tramite la parola scritta, sperando in un riconoscimento esterno, anche anonimo, che non avevo modo di cercare altrove. 

Un bel casino, insomma, di cui anno dopo anno ho cominciato a sentirmi sempre più stanca. C'è stato un momento in cui ho avuto una fase di astio totale verso l'attività del blogging, in cui ho pensato che era infine giunto il momento in cui avrei smesso definitivamente di fare questa cosa che è quasi un vizio da quando avevo solo quattordici anni. Mi sono distanziata da tutto, dal blog ed anche dai libri, con la sofferenza di sentirmi rifiutata dal mio stesso mondo senza neanche sapermi spiegare sino in fondo perché. Mi sono rifugiata nella carta, un posto molto più semplice dove non c'è motivo di nutrire inconsce ambizioni, dove non era necessario modificarsi, limitarsi o nascondersi. E piano piano, forse mi sono fatta strada attraverso tutte le sovrastrutture ed i filtri che la confusione, l'ansia, la voglia di fare unita al rammarico di non riuscire mi avevano portato a mettere tra me e tutto il resto, comprese le parole. 

Talmente mi sono sentita oppressa dalla sovraesposizione che ho fatto l'esatto opposto, ritraendomi più di quanto avessi mai fatto prima e custodendo gelosamente quello che continuo a chiamare "il mio mondo". Leggevo, sì, ho letto molte cose belle, alcune importantissime, di cui non solo non ho scritto qui né da nessun altra parte, ma di cui non ho neanche parlato con nessuno. Non ho annoiato il mio ragazzo riassumendogli le trame o analizzando ad alta voce i comportamenti dei personaggi, non ho mandato messaggi vocali da quindici minuti ad una cara amica che puntualmente mi accusa gioiosamente di scombinarle i piani di lettura né ho avuto molta voglia di sapere cosa gli altri stessero leggendo in quel momento. In una maniera ferocemente istintiva, alla quale neppur volendo avrei saputo ribellarmi, mi sono costruita attorno una fortezza con la sensazione che non avrei più trovato la voglia o il bisogno di uscirne. Ed effettivamente, non sono né la voglia né il bisogno i motivi per cui sto rimettendo fuori il naso.

Ho capito che la fortezza mi serviva per ritrovare il più intimo piacere della lettura, quello che mi muoveva da ragazzina e che negli ultimi anni era stato intaccato, sporcato da troppe influenze spesso contraddittorie che non c'entravano niente. E l'ho capito nel momento in cui per motivi di dovere mi sono avventurata più fuori che mai dalla mia comfort zone e più la nuova routine cominciava a schiacciarmi, più forte si faceva dentro di me la voce che diceva che soltanto i libri e le parole potevano salvarmi. Così, sulla carta, ho scritto a volte dei libri belli che leggevo.

Sono giorni ormai che mi risuona nella testa Franco Mari, che in Storia del nuovo cognome dice a Lenù: "Tu devi studiare sempre, Elena", intendendo che qualunque cosa le passi tra le mani - un articolo di giornale, un romanzo, un saggio - lei non deve limitarsi a leggere ma lo deve studiare. Mi risuona nella testa perché è in fondo quello che ho sempre preteso da me stessa e che, ad un certo punto, mi son chiesta: ma a che cosa serve? Nei momenti di stanchezza e di sfiducia è stato inevitabile chiederselo, perché studiare è faticoso, richiede impegno, e perché impegnarmi tanto nella lettura che dovrebbe essere un semplice passatempo, verso cosa sto tendendo con tutto questo impegno, a cosa serve. Credo sia lecito chiederselo, e credo che si esca molto più integri e padroni di sé da questo conflitto quando si è in grado di rispondersi: a nulla. Perché è vero, non c'è un obiettivo pratico o utile da raggiungere, nessuno mi darà alcun riconoscimento per la mia conoscenza della letteratura inglese, non riceverò applausi né medaglie per le annotazioni a margine dei miei libri e per le pagine fitte di intuizioni e riflessioni che riempiono i miei quaderni. Non serve a niente, se non per il puro e semplice bisogno e piacere di farlo. In tutto questo tempo, quando ho letto ho letto e basta, senza impegnarmi oltre, senza analizzare a fondo, senza ricercare e scandagliare. E' servito a rilassarmi, certo, ma è come se nel frattempo stessi al mondo senza percepirmi. Gli altri mi vedono, io non mi sento messa a fuoco, e ogni giorno è uguale all'altro senza lasciarmi addosso alcun segno. Sabato, mentre terminavo il romanzo che stavo leggendo, dopo moltissimo tempo avevo di nuovo in mano una matita - è una sciocchezza, ma è sintomo di una differenza notevole.

Tra i motivi che mi rendono fuori moda c'è che, se mi lascio andare, scrivo troppo come avrà notato chiunque abbia deciso di continuare a leggere questo post, e questa era una delle cose che ho sempre provato a limitare e contenere. Forse è solo il benessere dato da questi giorni di riposo, forse è la bellezza di queste prime giornate primaverili, ho sempre molta paura a lasciarmi andare a sensazioni che paiono troppo rosee e positive. Non faccio promesse, né a voi né a me stessa; diciamo solo che sarebbe molto bello se dopo tutto questo marasma di idee e sentimenti io stessi davvero trovando il tiro giusto almeno per questo spazio, almeno per creare un ponte un po' più solido e bello da attraversare tra il mio mondo e chi ha voglia di farci dentro un salto. Sarebbe davvero bello se fossi riuscita a riappropriarmi di quel piacere intimo e sincero per la lettura, se fossi in grado di studiare i miei libri senza tormentarmi, se la mia testa ricominciasse ad andare in fiamme ed imparassi finalmente a giocare col fuoco piuttosto che a lasciarmi bruciare.
Ho la sensazione, almeno oggi, che se tutto questo fosse possibile la mia voce scritta sarebbe diversa - lo stesso timbro, ma più calma, più piacevole da ascoltare.

La prossima volta vi parlo del libro finito di leggere sabato sera.


Julia

domenica 23 febbraio 2020

Quanto mi è difficile scrivere. È da venerdì che sto molto male e che c'è lava dentro che preme per uscire fuori prima di corrodermi tutto, eppure faccio così fatica a trovare parole soddisfacenti che rifuggo ogni tentativo, accendo tv spazzatura e gioco sul telefono lasciando che il poco tempo libero mi scorra addosso inutilmente. Ho passato la notte quasi in bianco, perché i pensieri repressi hanno infine trovato un passaggio per arrivarmi in testa, erano perfette e avrebbero costituito un testo accettabile se solo avessi avuto la forza per alzare la testa dal cucino e renderle vere sopra un pezzo di carta. Ma come riuscirci alle 4.30 del mattino, quando infine qualche lacrima si accumula agli angoli degli occhi, e chi se ne importa, tanto a cosa servono, chi deve leggerle, che cosa dovrei mai farne. Pensavo tra le altre cose che ci provo qualche volta ad ascoltare delle canzoni nuove, nuove in assoluto o nuove per me, ma mi toccano in maniera a dir poco passeggera - mi dicono qualcosa solo di sfuggita, basta qualche ora per dimenticare cos'era che ci avevo trovato dentro. Ormai è raro che io abbia voglia di ascoltare musica, sono diventata una persona tanto grigia che nemmeno questo - da tempo - mi serve più; in quelle rare volte, però, mi servono sempre e solo quelle stesse vecchie canzoni, quelle degli ultimi anni del liceo e di tutti i miei vent'anni, che dentro hanno i lividi neri delle ossa rotte, i momenti più alti e quelli più bassi. Ieri ho trascorso circa tre ore con quello che potrei cominciare a definire una specie di amico. Uno che non solo ha un talento straordinario, ma quel talento l'ha dominato e imparato a padroneggiare, l'ha coltivato giorno dopo giorno fin da quando era un ragazzino e ne ha fatto un lavoro vero che gli permette di vivere facendo ciò che ama e sa fare meglio, di vedere tanta parte di mondo pur spiccicano a malapena qualche parola di inglese, di avere gli orari che preferisce, di mangiare quando gli pare, di dire sì solo a ciò che trova interessante e stimolante, di poter potenzialmente prendere ogni giorno una direzione nuova e di guardarsi intorno tra quattro mura che sono il suo posto e dove la libertà di esprimersi è totale. Non ci siamo visti per degli anni e poi tre lunghe volte in due mesi. Ieri lo guardavo lavorare, lo sentivo parlare e sono andata via piena di cattivi sentimenti - gli stessi che già mi stavano marcendo dentro, peggiorati da un inconscio confronto. D'istinto ho sempre sentito qualche somiglianza tra me e lui, ma per la prima volta mi ha colpita forte la netta differenza: lui sereno, in pace con se stesso e con gli altri, che può permettersi il lusso della trasparenza di chi non ha da coltivare rimpianti e frustrazioni che ogni giorno ti mangiano vivo. Se si toccano certi argomenti, io parlo col cinismo di una persona arrabbiata ed infelice, incastrata nelle conseguenze di cose andate male. Questo oggi ha la forma di una divisa bianca nella quale mi sento scomoda ed inadeguata, devo raccontarmi un sacco di balle per alzarmi ogni giorno ed adempiere a nuovi doveri che mi sono andata a cercare. Man mano che passavano i mesi continuava ad ingigantirsi l'insensatezza del fatto che l'impegno che non sono riuscita a mettere in percorsi a cui tenevo e che mi rispecchiavano di più, devo ora metterlo per forza in un percorso che con me non c'entra nulla e di cui soprattutto m'importa meno di niente. E più sono costretta ad immagazzinare nozioni, gesti, protocolli, sfidare tutti i miei limiti e le mie paure per un obiettivo che certo non ne vale la pena, più mi si agita dentro la bestia della scrittura, come fosse l'arma per sfuggire a tutto questo, come se nonostante io cerchi di adeguarmi ed adattarmi a lavori e destini qualunque lei non voglia accettarlo e faccia tutto questo casino prima che sia troppo tardi. Proprio a causa dei nuovi impegni cammino per il paese molto più di quanto avessi fatto negli ultimi anni, incontro persone che non vedevo da tempo, si scambiano quelle quattro battute di rito, mi chiedono cosa ne ho fatto di me. Le prime volte rispondevo tutta entusiasta raccontando gli estremi del corso di formazione, le prospettive che dopo tanta immobilità si delineano, provando per la prima volta l'ebbrezza di avere una risposta chiara, precisa e sensata da dare all'interlocutore che chiede: e adesso cosa fai di bello? Ma persino stavolta son stata tradita, nelle ultime settimane ho accumulato una tale sfilza di aspettative deluse formulate in tutte le varianti del caso che mi ci vorrà un po' per metterle a posto, accatastate in un angolo della stanza assieme a quelle già accumulate tra un cambio di corso universitario e l'altro, rinunce agli studi ed anni persi. Ah, non studi più? Che peccato... E come mai non hai continuato? Cosa studiavi? Peccato però, eri così brava... Incasso, con le spalle sempre un po' più curve e sorrisi cordiali, fino alla goccia che fa traboccare il vaso: mia madre che incontra la mia prof di lettere del liceo, una delle figure per me più importanti, e me lo racconta tornando a casa in macchina, alla fine di una settimana pesante. "Ha detto che peccato che Julia non sta scrivendo". Mi trema la voce mentre rispondo esasperata che non ne posso più di queste frasi, di questi commenti. Era venerdì, ed ho cominciato a stare molto male. Non ho forze per sfogarmi, sono talmente stanca, frustrata, delusa, arrabbiata con me stessa che non so come cominciare o cosa dire. Busso timidamente alla porta delle due persone più vicine e più fidate, ma non mi faccio probabilmente capire, ho bisogno di essere accolta e spronata al dialogo, ho la conferma di essere sempre più chiusa, non ce la faccio a spaccarmi in due ed espormi. Pur sapendo di essere nel torto, mi ritraggo ed alimento il mio silenzio. Lo sfogo può avere solo due forme: quella scritta o di un bel pianto. Non ho successo in nessuna delle due, passeggio ascoltando quelle vecchie canzoni piene di ossa rotte, ci trovo ancora tutto dentro, ma mi manca quell'energia che dal profondo nero a vent'anni mi faceva tirar fuori cose importanti. Ce n'erano molte di più di notti bianche, certi periodi fumavo una sigaretta alla finestra della camera, in attesa che dalle ceneri arrivassero le parole. In giornate come queste, infatti, quando ne ho il coraggio vado a rileggermi ed è come se solo in cose scritte cent'anni fa esistessi davvero. E mi sento più piccola, più vuota e più grigia, perché oggi la cenere resta soltanto cenere. La settimana scorsa ho fatto una visita medica a lungo rimandata, appena constatato ciò che doveva constatare la dottoressa ha detto: mi sa che tu sopporti un po' troppo bene il dolore. Raccontando com'era andata la visita ho riferito a qualcuno anche questa frase, dicendo che mi aveva rincuorata perché a volte mi sento o temo di essere vista come una smidollata che appena qualcosa non va non riesce più a fare niente, invece forse non è così. Ma quella frase ha continuato a rimbalzarmi nella testa, andando oltre i confini di ciò che la dottoressa poteva sapere o vedere. Forse, ho imparato a sopportare un po' troppo bene il dolore, e non do peso al fatto che ogni giorno ce ne sia. 

Hey, tu anima indifesa
Conti tutte le volte in cui ti sei arresa
Stesa al filo delle altre opinioni
Ti agiti nel vento
Di chi non ha emozioni

Levante, Tiki Bom Bom

Anna Karénina, Lev Tolstòj

Anna Karénina , Lev Tolstòj, Russia 1875-77 – ma anche qualsiasi altro luogo e tempo dacché esistono l’uomo e la donna. Il commento al rom...